Lirici marinisti/VII/Paolo Zazzaroni

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Paolo Zazzaroni

Liriche di Paolo Zazzaroni ../Pietro Michiele ../Leonardo Quirini IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

VII - Pietro Michiele VII - Leonardo Quirini
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PAOLO ZAZZARONI


I

A UNA ZINGARA

     Zingaretta gentil, ch’a nove genti
il passo peregrin girando vai,
e tra mille disagi e mille guai
trascorri in povertá l’ore dolenti;
     cosí benigno il ciel d’affanni e stenti
te tragga e’l lungo error fermi; se mai
t’appressi del mio sole ai dolci rai,
spiega questi per me supplici accenti:
     — Clori, v’è un tuo fedel, che sospirando
per le bellezze tue pietá richiede,
né può il misero piú viver penando. —
     Per questo avrai da me doppia mercede:
argento prima, e poscia, il ver narrando,
a la tu’arte acquisterai piú fede.

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II

IL NEO

     Per accrescer di fregi opra maggiore
ornò di neo brunetto Amor quel viso,
ché qual pittor industre ebbe in aviso
di spiccar con quell’ombra il bel candore.
     Sotto la guancia ove rosseggia il fiore,
vezzoso splende in compagnia del riso;
atomo sembra in quel sembiante assiso
per far centro di gloria al dio d’amore.
     Sorse in quel cielo e seco alba gemella
in due luci spuntò, quand’ei defunto
al doppio Sol languia picciola stella.
     Da quel loco però non fu disgiunto;
ch’Amore, in terminar faccia sí bella,
lasciò de l’opra al fin quel neo per punto.

III

EPITAFFIO DI UNA PULCE

     Spirto guerriero io fui mentre il ciel volse;
a l’ultimo destin l’ora fatale
mi richiamò; qui poi tutto il mio frale
amica mano in breve fossa accolse.
     Gran colpo fe’ chi l’anima mi tolse,
ch’atomo aver credea sorte immortale;
ma l’arciera crudel col giusto strale
in sí picciolo punto anco mi colse.
     Qual fosse il mio valor, la fama il dice;
lo sanno i petti vostri, o donne, ch’io,
dove non punse Amor, mòrsi felice.
     Appresso i miei trofei sepolcro pio
avrei di Clori in sen, ma non mi lice
la tomba aver sul Campidoglio mio.

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IV

LA VITE IMPORTUNA

     Vite importuna, al viver mio rubella,
quanto m’offende il tuo malnato stelo,
mentre col verdeggiante ombroso velo
il mio bel Sol m’ascondi, invida e fella!
     Lo tuo frondoso crin laceri e svella
del piú freddo aquilon l’orrido gelo;
tuoni da l’alte nubi irato il cielo
e versi sul tuo capo empia procella.
     Ma teco forse a torto ora mi sdegno;
chi sa che Clori, al mio martir costante,
non apprenda pietá da quel tuo legno?
     che, mentre tu con tante braccia e tante
stretta t’annodi intorno al tuo sostegno,
impari anch’essa ad abbracciar l’amante?

V

LA DONNA PREGANTE

     Da la sua bella stanza, ove di vote
Clori le preci sue dal cor sciogliea,
colmi d’ogni pietate orando ergea
gli occhi stillanti a le stellanti rote.
     Al centro ove tenea le luci immote,
supine ambe le mani ella volgea,
ove dai labri ancor volar facea
su l'ali de’ sospir calde le note.
     — Beltá che supplicando e piange e plora
ah, che non può! — diss’io: — ben certo piega,
non che ’l cielo a pietá, l’inferno ancora. —
     Ma mi disse un pensiero: — Indarno prega
costei, che sí crudel m’affligge ognora,
ché non trova mercé chi altrui la nega. —

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VI

IL GIORNO DELLE PALME

     In sacro tempio, ove di vota schiera
seguia di Cristo i trïonfanti onori,
con verde ulivo in man vidi mia Clori
al volto, ai gesti umilemente altera.
     — Oh! — dissi alor — ha pur la mia guerriera
dal cor diposto i suoi natii furori,
mentre con nova insegna a’ miei dolori
pace e speme promette ond’io non péra.
     Con simil ramo ancor, doppo che ’l fio
pagò sommerso il mondo in mar vorace,
segno di tregua ebbe Noè da Dio.
     Ma si cruda quest’empia ognor mi sface,
ché porta quelle frondi a creder mio
sol per trionfo suo, non per mia pace. —

VII

LA SIGNORA E L’ANCELLA

     Per doppio incendio mio m’offre fortuna,
entro un albergo sol, serva e signora
d’egual beltá; se non ch’a questa indora
natura il capo e a quella il crin imbruna.
     L’una rassembra il Sol, l’altra la luna,
o questa l’alba appar, quella l’aurora;
arde l’una per me, l’altra m’adora,
e d’ambo io sento al cor fiamma importuna.
     Misero, che farò? dovrò fors’io
sprezzar l’ancella? a la bramata sorte
chi scorta mi fia poi de l’idol mio?
     Ah, ch’ambe io seguirò costante e forte;
e se ’l destino arride al bel desio,
o l’una amica o l’altra avrò consorte.

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VIII

LA LAVANDAIA

     Su quel margo mirai donna, anzi dea,
succinta in veste, il crin disciolto ai venti,
ch’assisa in curvo pin fra i puri argenti
gl’immondi panni al fiumicel tergea.
     Se da l’umido lin Tonde spremea
la mano al cui candor le nevi algenti
s’annerano, il ruscel con rochi accenti,
amando la prigion, sciolto fremea.
     Piú pure a lei correan l’acque sul lido,
ch’ai volto la credean di Cipro il nume
che le bende lavasse al suo Cupido.
     Di beltá cosí rara al dolce lume
arsi tradito in elemento infido,
e crebbi le mie fiamme in mezzo al fiume.

IX

ALL’ADIGE

     Figlio de l’Alpi, ondoso peregrino,
che con orme di gel stampi il viaggio,
e qual umido serpe ov’hai passaggio
lasci strisce d’argento in sul camino;
     al tuo liquido vetro e cristallino
l’olmo s’inchioma e si riveste il faggio;
a la tua reggia illustre eterno omaggio
paga divoto ogni ruscel vicino.
     Dal mormorio che formi in son sí chiaro,
tanto m’alletti il senso e l’alma bèi,
ch’io, benché mergo, esser canoro imparo.
     Per tue glorie emular dir piú devrei;
ma che scriver poss’io, se dolci al paro
non son de l’acque tue gl’inchiostri miei?

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X

L’ARCA DI RE PIPINO

nella basilica di San Zeno in Verona

     O tu, che per sentier torto e celato
scendi tra questa cava erma e romita,
sol per veder quaggiú d’urna fallita
un vedovo ricetto, un marmo alzato;
     l’avel qui dentro al gran Pipin fu dato,
quando dal mondo al ciel fece salita;
ma quindi poi da mano ignota e ardita
fu con la spoglia il cenere furato.
     Ora, di quello in vece, altro stupore
per ammirar di novo è qui rimaso,
d’un vivo fonte il rinascente umore.
     Mira qui da vicin per entro al vaso
stemprarsi il sasso in limpido licore,
quasi pianga del furto il tristo caso.

XI

LA TOMBA DI TAIDE

     Taide qui posta fu, la piú perfetta
dispensiera de’ gusti al molle amante.
Lettor, s’ardi d’amor, fatti qui inante,
ché stesa in questo letto ella t’aspetta.