Lirici marinisti/VII/Leonardo Quirini

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Leonardo Quirini

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VII - Paolo Zazzaroni VIII
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LEONARDO QUIRINI


I

LA PENITENTE

Per una principessa italiana, che dopo vita d’amori si chiuse in monastero.

     Costei che giá di mille amanti e mille
libero a voglia sua resse l’impero,
e con lascivo sguardo e lusinghiero
dai piú gelati cor trasse faville;
     con occhi mesti e di pudiche stille
gravidi, ad or ad or volge il pensiero
a rintracciar de lo sfuggito vero
qualche vestigio almen fra caste ancille.
     O di mentita fé perfido zelo!
Chiude i leggiadri angelici sembianti
entro ruvidi panni e rozzo velo,
     per far, Circe d’amor, con novi incanti
inamorar di sue bellezze il cielo,
sazia del fasto de’ terreni amanti.

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II

TRISTEZZA DELLA VITA SENZA AMORE

     Care fatiche e fortunati affanni
fûr quelli ch’io soffersi allor ch’amai;
or che libero son, colmo di guai
consumo i dí miseramente e gli anni.
     D’amico sen fra i dilettosi inganni
riponmi, Amor; ché del mio sole a’ rai
l’estinto foco ravivando omai,
vo’ riparar de la tua face i danni.
     Prega dunque, signore (e fien tuoi preghi
lingue de le mie fiamme), il viso amato
che di nova catena il cor mi leghi;
     ché fra due belle braccia, or che n’è dato
ch’ai giogo antico il mio pensier si pieghi,
fia dolce libertá l’esser legato.

III

AMORI

     Qualor le labra a le tue labra accosto
e de l’anima il fior suggo coi baci,
da due rose sent’io fresche e vivaci
aura spirar di cinnamo e di costo.
     Poi di teco morir, Clori, disposto
in fra nodi scambievoli e tenaci,
mentre suscita Amor dal sen le faci,
loco tento piú dolce e piú riposto.
     Pugnando allor con gl’impeti del core,
nel sen con la man candida e vezzosa
neghi l’alma raccor, ch’uscir vuol fòre.
     Ma de la brama fervida amorosa
con la destra temprando il fiero ardore,
s’una man fu crudel, l’altra è pietosa.

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IV

IN MORTE DI GIAMBATTISTA SORDONI

ucciso mentre assoldava genti per Levante

     Morto è il Sordoni. Invida man recise
con la vita di lui l’impiego degno,
ch’a la Donna del mar, di fede in pegno,
cominciava a prestar mentre l’uccise.
     Ma che? morto ei non è, se ben divise
l’anima giá dal suo mortal sostegno;
ché l’opre de la mano e de l’ingegno
vivono immortalmente in mille guise.
     Corcira il dica, il dica Creta e ’l Tronto,
che ben spesso portò forse piú d’una
spoglia nemica al mar rapido e pronto.
     Oh, s’arrideva a lui destra fortuna,
fiaccato un giorno avrebbe in Ellesponto
le corna audaci a l’ottomana luna!

V

SERENATA

Buona notte, cor mio.
Tu forse in grembo a morbidette piume
sciogli le membra in dilettoso oblio;
ed io qui, lasso, in lacrimoso fiume
stemprato il cor e l’anima t’invio.
 Buona notte, cor mio.

Buona notte, cor mio.
Tu dormi sí, ma ’l tuo fedel non dorme,
o se pur dona il faretrato dio

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tregua agli occhi suoi stanchi, in mille forme
lo sgomenta il suo fato acerbo e rio.
 Buona notte, cor mio.

Buona notte, cor mio.
Tu pur concedi al travagliato fianco
per breve spazio almen ristoro, ed io
di sospirar per te mai non mi stanco,
né da l’esser fedel punto travio.
 Buona notte, cor mio.

Buona notte, cor mio.
Dormi pur, dormi, e teco dorma Amore,
o de l’anima mia dolce desio;
né turbi i tuoi riposi ombra od orrore
di fantasma notturno. Io parto, addio.
 Buona notte, cor mio.

VI

GELOSIA DELLA BELLEZZA

     Se ben siete l’idea
della stessa beltate,
Cinzia, non v’adirate
che ’l pregio di bellezza io non vi dia.
Ché questo io scrivo ad arte,
spinto da gelosia,
perché vostra beltá ne le mie carte
adombrata non sia.
Voletelo sapere? Io vi vorrei
brutta agli altrui e bella agli occhi miei.

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VII

VOLUPTAS

     Dio, se tu sapessi,
se tu sapessi, o bella,
quanta dolcezza io provo
quando talor ti trovo
pronta ai baci, agli amplessi,
giuro per le quadrella
d’Amor, per l’arco d’oro,
che, baciandoti sol, languisco e moro.
Or pensa tu qual essere può ’l diletto,
che l’estremo piacer nel cor mi piove.
I’ non invidio il paradiso a Giove!

VIII

IN MORTE DI CLAUDIO MONTEVERDE

PADRE DELLA MUSICA

     O tu che in nere spoglie
del gran padre de’ ritmi e dei concenti
l’essequie rinovelli e le mie doglie,
segui gli uffici tuoi dolenti e mesti,
ma pian, sí che no ’l désti;
ch’egli estinto non è, come tu pensi,
ma stanco dal cantar dá al sonno i sensi.