Lirici marinisti/XII/Federico Meninni

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Federigo Meninni

Liriche di Federico Meninni ../../XII ../Lorenzo Casaburi IncludiIntestazione 20 giugno 2017 75% Da definire

XII XII - Lorenzo Casaburi
[p. 485 modifica]

FEDERICO MENINNI


I

I FIORI E LA SUA DONNA

     Mentre le vie piú tenere del prato
premi, o Nice, talor nuda le piante,
de’ tuoi begli occhi e non del nume aurato
Clizia si volge al gemino levante.
     Tra la plebe de’ fior fatto gigante
s’alza il giglio a mirar tuo volto amato,
e viene a corteggiar l’aura vagante
piú tua beltá che il popolo odorato.
     De’ roveti a macchiarsi entro l’asprezza
di vago sdegno e di rossor non poco
la reina de’ fior per te s’avvezza.
     E con tre lingue onde somiglia il foco,
per tributar gli encomi a tua bellezza,
di te favella, innamorato, il croco.

[p. 486 modifica]

II

GLI ALBERI E LA SUA DONNA

     Degli orti, ch’erudí destra ingegnosa,
qualor ten vieni a passeggiar la via,
umilïata ogni albore frondosa
offrir suoi parti a la tua man desia.
     S’apre il re de le frutta, e la natia
ricchezza de’ rubin ti scopre ascosa;
a te la vite i suoi piropi invia,
lussureggiante in su la rupe ombrosa.
     Parla a te sospirando il pero, il moro,
mentre par che sue frondi in lingue cange:
— Io pero, o Nice; innamorato io moro. —
     Il pesco, acceso, il proprio sen si frange;
per te serba l’arancio i pomi d’oro,
per dolcezza d’amore il fico piange.

III

IL VESUVIO E LA SUA DONNA

     Vedi, Nice, quel monte? Egli è Vesevo,
ch’ha su le viti i grappoli pendenti,
i cui vermigli, indomiti torrenti,
per estinguer tal or la sete io bevo.
     E dal breve dormir poi che mi levo
per girne errando a pascolar gli armenti,
contra i raggi che il Sol vibra cocenti
sotto i pampani suoi schermo ricevo.
     Lá Vulcano non è Sterope o Bronte,
ch’assidui colpi in su l’incude incalza,
benché sparsa di fiamme abbia la fronte.
     Ma da quella fumosa arida balza,
con petto acceso, innamorato, il monte
per mirar tua bellezza il capo innalza.

[p. 487 modifica]

IV

CONSOLATORIA

A donna che invecchia

     Nel vetro iusinghier l’aspetto antico,
poiché Nice mirò, diè varco al pianto,
e ’l fulgido censore, un tempo amico,
fe’ che nel suol precipitasse infranto.
     Poi disse: — Invano a ravvivar quel vanto
di mie guance adorate io m’affatico;
mi cingo invan di prezioso ammanto,
s’oggi il mio volto è di beltá mendico.
     Fatta è difforme, e in questa bassa mole
col dio che in orïente ha d’òr la cuna,
gareggiar piú la chioma mia non suole. —
     Ma Nice, a che biasmar la tua fortuna?
Se con l’oro del crin sembrasti il Sole,
con l’argento del crin sembri la Luna.

V

IL PAVONE

     Questi, che spiega a l'aure ali splendenti,
è ne’ vari color Proteo vagante,
iride de’ pennuti, Argo volante,
ch’ha mille in vagheggiarsi occhi lucenti.
     Se a la vaga stagione i fior languenti
render sa de le sfere il can latrante,
il samio augel, ch’è primavera errante,
non paventa di Sirio i vampi ardenti.
     Emolo par de le sideree scene,
qualor sue penne occhiute, auree fiammelle,
l’Olimpo degli augelli a scoter viene.
     Anzi, d’Atlante emuiator s’appelle,
mentre con meraviglia altrui sostiene
sovra gli omeri suoi mondo di stelle.

[p. 488 modifica]

VI

LA CARTA GEOGRAFICA

     Forza d’umano ingegno! In breve giro
Europa tutta epilogata io trovo;
per sentier sconosciuto il piè non movo,
e pur straniere io le cittá rimiro.
     Quanto in piú lustri altri mirò, se giro
un sol guardo, distinto io tutto approvo;
veggo regni remoti e clima novo,
e d’incognite balze il ciglio ammiro.
     D’ogni fiume natio scorgo la foce,
e d’ogni mar tra’ scogli suoi diffusa
l’onda, che, benché finta, appar feroce.
     Stupor non fia se de l’argiva musa
fu l’Iliade ristretta in una noce,
quando l’Europa in picciol foglio è chiusa.

VIII

FUGACITÁ DELL’UOMO

e persistenza delle cose

     Questi libri, da cui piú cose imparo
e che divoro anco di Lete a scorno,
altri, per innalzar forte riparo
contro l’oblio, divoreranno un giorno.
     In questo albergo, in cui ricovro ho caro,
mentre le cure a riposar qui torno,
se ’l ciel non fia di sue vicende avaro,
altri faranno in altra etá soggiorno.
     In questo letto, ove fra l’ombre assonno
perché rechi a’ miei sensi alcun ristoro,
altri ancor chiuderá le luci al sonno.
     Quindi rodemi il cor piú d’un martoro,
solo in pensar che qui durar ben ponno
cose che non han vita, ed io mi moro!

[p. 489 modifica]

VIII

SPERANZA DI GLORIA

     Con vomere stridente il suol disserra
l’agricoltor ne la stagion piú fiera,
e sudando fra il gelo i rastri afferra,
per mieter poi l’aurata mèsse altera.
     Tratta i remi il nocchier, ch’in strania terra
predar tesori avidamente spera;
suda gli agoni un fulmine di guerra
per trïonfar de la nemica schiera.
     Straccia il seno a le belve in Erimanto
versando il cacciator tepido rio,
per impetrar d’arder superbo il vanto.
     E vegghiando le notti anco sper’io
forse con la mia penna e col mio canto
ferir la morte e fulminar l’oblio.

IX

LA BUGIA, REGINA DEL MONDO

     Sol menzogne ravviso ovunque il guardo
de l’intelletto e de le luci io giro.
Se d’un nume terren la reggia io guardo,
mille di falsitá ritratti io miro;
     se ’l piè talor entro i musei ritardo,
iperboli dipinte i lini ammiro;
lusinghiera beltá viso bugiardo
m’addita, allor che a vagheggiarla aspiro.
     Turba di fole entro i licei dimora,
né di finte apparenze è ’l cielo avaro,
quando a l’iride un arco il Sol colora.
     Ma che giova schernir gli altri che alzâro
trono superbo a la bugia, se ancora
bugie da Febo, io che ragiono, imparo?

[p. 490 modifica]

X

IN UNA VILLA PRESSO SORRENTO

Ad Antonio Teodoto

     Vivo, amico, a me stesso. A piè d’un fonte,
ch’odorosa la conca e l’onde ha chiare,
non piú cure celando in petto amare,
a l’armonie le mie vigilie ho pronte.
     Mentre accordo la cetra e la mia fronte
fregio d’allòr che non ha frondi avare,
piú sirene ritrovo in questo mare,
piú camene ritrovo in questo monte.
     Qui le vane speranze in aria ho sparte,
qui canto i miei piú giovenili errori,
qui d’inchiostri febei vergo le carte.
     Fra le pallide ulive e fra gli allori
or facondie Minerva a me comparte,
or mi spira Calliope i suoi furori.

XI

NEL TEMPO DELLA PESTE DI NAPOLI

Al padre Niceforo Sebasto, agostiniano

     Sovra carro funebre
con tartareo flagello i draghi alati
furia di Flegetonte agita a volo.
De l’enfiate palpebre
ai guardi infetti e de la bocca ai fiati,
d’ossame imputridito ingombra il suolo.
Spettatrice di duolo
fassi l’Esperia, e di conforti esausto,
di tragedia fatal teatro infausto.

[p. 491 modifica]

     Indomito veleno
per le viscere altrui serpe baccante,
mentre qual idra il suo livor propaga;
sul margine tirreno
con pestifero stral parca anelante
di popolo infinito i petti impiaga;
con tante morti appaga
gli sdegni suoi, che di tristizia gonfi
erge in orride bighe i suoi trïonfi.
     Spopolate le ville
son di bifolchi e di guerrier le ròcche,
di toghe i fòri e di ministri i tèmpi;
di lacrimose stille
son aride le luci, e le altrui bocche
stanche di morte a detestar gli scempi;
perché di madre adempi
la terra i mesti uffici, ancorché vasta,
l’ossa insepolte a sepellir non basta.
     D’antidoti salubri
al contagio non è sicuro schermo
da l’arte d’Epidauro unqua prescritto;
su’ talami lugubri,
mentre s’adopra a sollevar l’infermo,
cade su l’egro il fisico trafitto;
il genitore afflitto,
di gelido pallore il volto tinto,
spira l’anima in braccio al figlio estinto.
     Attaliche ricchezze,
lacera povertá, rapido strugge
con assalti improvvisi il morbo infame;
fulminate bellezze,
deformitá spiranti il foco adugge,
di fiamme ingorde a sazïar la fame;
a recider lo stame
di tante vite, infra singulti e strida
stanca la falce sua Cloto omicida.

[p. 492 modifica]

     Fra sí tragiche scene
io vivo, amico, e provvido riparo
contra influsso maligno alzar m’ingegno;
or co’ fogli d’Atene
dal comun fato a riserbarmi imparo,
or animando armonïoso un legno;
degli Elisi nel regno,
se resta il mondo in fra le stragi absorto,
entro un mar di sudori io spero il porto.
̂ O di musici accenti
delfico re, che d’immortali e casti
lauri fregi il tuo crin sui gioghi ascrei,
se da languidi armenti
l’aure contaminate allor fugasti
quando l’ostie fumâr sui colli idei,
dagli aliti letei
tu preservami intatto; in roghi accensi
giá le vittime sveno, ardo gl’incensi.
     Sovra letto spiumato
ove d’Olanda e di Getulia a scorno
ricca pompa facean gli ostri e le tele,
pallido, addolorato
languia l’inclito Alfonso, a cui dintorno
di ministri assistea turba fedele;
al palpito crudele
del suo petto anelante in dare esiglio,
d’Esculapio non giova arte o consiglio.
     Tutto ciò che da l’erbe
e dai fiori stillò chimica mano,
de la vita real si sceglie a l’uso;
le dovizie superbe
di Cleopatra invan distempra, e ’nvano
altri il biondo metal rende diffuso;
ché al temerario fuso,
benché gli ori de l’Ermo in tazza ei mesce,
Cloto stami piú lunghi indarno accresce.

[p. 493 modifica]

     Gusta appena di Faso
l’ambito augel, che nauseante il rende
antipatia di congiurati umori;
da cruda sete invaso,
che d’incendio vorace il sen gli accende,
brama d’un fonte i gelidi liquori;
e fra notturni errori,
quand’altri le pupille aprir non ponno,
vien co’ fantasmi a funestarlo il sonno.
     Cosí languia, quand’ecco
le memorie erudite, espresse in fogli,
con occhio immoto a contemplar s’accinse.
Dal petto arido e secco
gli occulti, inconsolabili cordogli
tosto a fuggir con quelle note astrinse.
In mar d’inchiostri estinse
gli ardori esorbitanti, e gli diè scampo
sol di bella virtú sereno un lampo.

[p. 494 modifica]

LORENZO CASABURI


I

LA POZZETTA NELLE GUANCE

     Rise Clorinda, e su la guancia bella
dolcissima pozzetta allor s’aprio;
quando il mio cor ad osservar sen gio
sí leggiadra d’amor cifra novella.
     — Fors’è questa — dicea — propizia stella,
ch’ad affrenar le mie tempeste uscio?
fors’è ’l fonte del riso, ove m’invio
a delibar di gioie alta procella? —
     Amor l’udí, che v’era ascosto. E, sciolto
ver’lo ’ncauto mio cor dardo improviso,
cadde trafitto e vi restò sepolto.
     Oh cor beato, in sí bel loco ucciso!
poiché, di fiori in sul feretro accolto,
ti fu tomba la rosa e nenia il riso.

[p. 495 modifica]

II

INGENIUM IPSA PUELLA FACIT

     Col domestico lume altri pur tenti
accrescer lumi a’ numeri sudati,
ch’a far chiaro il mio stil saran possenti
i dolci rai di duo begli occhi amati.
     S’altrui dan metri amenitá di prati,
a me dan melodie guance ridenti;
s’altrui destan lo ’ngegno i pinti alati,
alza un cigno fastoso i miei concenti.
     Se d’erto faggio il verde crin si mira
altrui la lingua all’armonie disporre,
a me chioma dorata i canti inspira.
     S’altri la cetra sua brama comporre
lungo un ruscello, io vo’ temprar mia lira
presso un tenero sen, che latte corre.

III

OCCHI NERI

A richiesta di Giuseppe Mastrilli Gomez

     Occhi neri, occhi belli, or quale avrete
nome che ’l vostro esprima alto valore?
Bruni lapilli io non dirò che siete,
se i dí fausti per voi mi segna Amore.
     Calamite non giá, mentre sapete
a me rapir, del ferro in vece, il core;
fosche stelle né pur, poiché potete
di mia stella cangiar l’aspro tenore.
     Direi ch’abbia la notte in voi soggiorno,
se non sapessi ben che solo io vissi
per voi sereno e sempre lieto il giorno.
     Se miei Soli ecclissati io dirvi ardissi,
folle sarei, ch’anco del sole a scorno
mi sa vita recar la vostra ecclissi.

[p. 496 modifica]

IV

LE DONNE ASCOLTATRICI DELLA SUA POESIA

     Coronatemi, o lauri. Il tracio legno
a te, cetera mia, ceda i suoi vanti,
ché se quegli placò lo stigio regno,
tu cieli di beltá tragger ti vanti.
     De’ Campidogli tuoi l’alto disegno
io non invidio, o Tebro, a’ tuoi regnanti;
ché teatro piú nobile e piú degno
m’alzâr di belle ciglia archi stellanti.
     Mecenati, or non piú chieggio a’ destini
che d’alme bocche al plettro mio sonoro
s’apran arche di perle e di rubini.
     Taccia chi inutil chiama il dio canoro,
ché di candidi petti e biondi crini
tratti ho monti d’argento e fiumi d’oro.

V

L’OROLOGIO FERMO

     Frena, o bella, il dolor, se ’l veglio alato
sta nel tuo grembo in vasel d’oro immoto;
ch’invaghito di te, priega devoto
la deïtá del tuo sembiante amato.
     O s’arrestò perché ’l tuo bel furato
non gli sia dell’etá dal dente ignoto,
o per aver da’ tuoi begli occhi il moto,
s’è da sue rote a piú bei giri alzato.
     Forse del ciglio allo ’nfiammato lume,
forse del seno all’animato gelo,
il suo piè s’agghiacciò, s’arser le piume;
     o del tuo petto in sul celeste velo
d’agitarsi nel corso invan presume,
perché correr non puote il tempo in cielo.

[p. 497 modifica]

VI

LA BELLA MUTA

     Forse in limpido specchio o in fresca riva
fisasti della fronte i vivi avori,
e della tua beltá gli alti stupori
della propria favella oggi t’han priva?
     Od a natura il tuo tacer s’ascriva,
presaga giá de’ tuoi celesti onori,
perché dovevi in sugli altar de’ cori
adorata seder mutola diva?
     O la tua lingua entro il silenzio asconde,
mentre per intimar e guerre e paci
sono i begli occhi tuoi lingue faconde?
     O d’uopo non stimò formar loquaci
de’ labri tuoi le porpore gioconde,
perché senza parlar chiamano a’ baci?

VII

LA GIOCATRICE DI CORDA

     Corre Clorinda in sui ritorti lini
qual per l’aeree vie stella cadente,
e formano un meandro aureo lucente
agitati dall’aure i suoi bei crini.
     Or non sospiro piú gli orti latini
ch’in aria architettò la prisca gente,
s’in un florido qui volto ridente
godo piú belli i penduli giardini.
     Cade e sorge in un punto, onde deriso
vien l’occhio altrui, mentre gli dona e fura
del suo vago sembiante il paradiso.
     E quindi istupidito ogni uom la giura
del piede al moto, alla beltá del viso,
miracolo dell’arte e di natura.

[p. 498 modifica]

VIII

IL GIOCATORE DI CORDA

     Lunghi voli, alti scherzi, erta salita
tu formando in un laccio al ciel disteso,
stupido lo stupor mira sospeso
quanto possa dell’uom la mente ardita.
     Non vanti piú la sua colomba Archita,
or che rapido il volo ha l’uomo appreso;
né sia Dedalo teco a gara acceso,
se volante senz’ali oggi t’addita.
     Giá de’ canapi tuoi gli occulti ponti
fatt’han per gelosia Giove di ghiaccio,
ché ’n grembo a Giuno a tuo piacer sormonti
     e piú che de’ Tifei teme il tuo braccio,
poiché, se quei non v’arrivâr co’ monti,
tu su l’etra poggiar puoi con un laccio.

IX

LA DONNA AL MARITO

che vuole andare alla guerra contro i turchi

     Dal letto al campo? e d’imeneo le faci
spegnerá nel tuo cor di Marte il foco?
per gir la luna a catenar de’ traci,
lasci un Sol di beltá de’ proci al gioco?
     Con le querce cangiar ti cal sí poco
questi de’ bracci miei serti tenaci?
e sdegnerai pe ’l timpano, ch’è roco,
la melodia dolcissima de’ baci?
     Dalle sanguigne vie del dio piú fèro,
per far piú senno, il tuo pensier distorna
al vago del mio sen latteo sentiero.
     Ma di penne, a fuggirmi, il capo adorna;
ché porterai nel tuo trïonfo altero
della luna ottomana ambe le corna!

[p. 499 modifica]

X

PEL RITRATTO DELL’AVO PIETRO URRIES

uditore generale dell’esercito nel regno di Napoli

     È questa quella fronte in cui sen venne
Temi dall’etra a stabilir suoi sogli?
questo è quel ciglio pur, ch’Iri divenne
de’ rauchi fòri a’ tempestosi orgogli?
     questo è quel labro ancor che fiumi e scogli
d’inceppar, d’impennar virtú ritenne?
e questa quella man, ch’arando i fogli
giá gli elmi aviti impoverí di penne?
     Lieto è ’l giusto a sua vista, il reo tremante;
delle vedove afflitte il duol disgombra,
degli orfani consola egro il sembiante.
     Astrea, cui di dolor Lachesi ingombra,
china le luci qui: sará bastante
del mio gran Pietro a serenarti un’ombra.

XI

LE LAGRIME

     Mute oratrici, a mitigar possenti
l’irato re degli stellanti fòri,
e sapete abolir co’ vostri umori
delle sentenze sue gl’impressi accenti;
     di vostre perle i fulgidi torrenti
pagâr dell’alma, anzi annegâr gli errori;
ché se Giove invaghí Danae con gli ori,
innamorano un Cristo i vostri argenti.
     Ei de’ nettari suoi l’alme procelle
pose pe ’l vostro amaro anco in oblio,
per le cui stille abbandonò le stelle.
     Voi dell’ambre assai piú pregiar degg’io;
se l’ariste rapir vantansi quelle,
voi serbate virtú di trarre un Dio.