Lo Stivale

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Giuseppe Giusti

XIX secolo S Indice:Versi di Giuseppe Giusti.djvu Poesie letteratura Lo Stivale Intestazione 2 novembre 2016 75% Poesie

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti


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LO STIVALE.




Io non son della solita vacchetta,
     Nè sono uno stival da contadino;
     E se paio tagliato coll’accetta,
     Chi lavorò non era un ciabattino:
     Mi fece a doppie suola e alla scudiera,
     E per servir da bosco e da riviera.

Dalla coscia giù giù sino al tallone
     Sempre all’umido sto senza marcire;
     Son buono a caccia e per menar di sprone,
     E molti ciuchi ve lo posson dire:
     Tacconato di solida impuntura,
     Ho l’orlo in cima, e in mezzo la costura.

Ma l’infilarmi poi non è sì facile,
     Nè portar mi potrebbe ogni arfasatto;
     Anzi affatico e stroppio un piede gracile,
     E alla gamba dei più son disadatto;
     Portarmi molto non potè nessuno,
     M’hanno sempre portato a un po’ per uno.

Io qui non vi farò la litania
     Di quei che fur di me desiderosi;
     Ma così qua e là per bizzarria
     Ne citerò soltanto i più famosi,
     Narrando come fui messo a soqquadro,
     E poi come passai di ladro in ladro.

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Parrà cosa incredibile: una volta.
     Non so come, da me presi il galoppo,
     E corsi tutto il mondo a briglia sciolta;
     Ma camminar volendo un poco troppo,
     L’equilibrio perduto, il proprio peso
     In terra mi portò lungo e disteso.

Allora vi successe un parapiglia;
     E gente d’ogni risma e d’ogni conio
     Pioveano di lontan le mille miglia,
     Per consiglio d’un Prete o del Demonio:
     Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,
     Gridandosi tra lor: bazza a chi tocca.

Volle il Prete, a dispetto della fede,
     Calzarmi coll’aiuto e da sè solo;
     Poi sentì che non fui fatto al suo piede,
     E allora qua e là mi dette a nolo:
     Ora alle mani del primo occupante
     Mi lascia, e per lo più fa da tirante.

Facea col Prete a picca e le calcagna
     Volea piantarci un bravazzon Tedesco,
     Ma più volte scappare in Alemagna
     Lo vidi sul caval di San Francesco:
     In seguito tornò; ci s’è spedato,
     Ma tutto fin a qui non m’ha infilato.

Per un secolo e più rimasto vuoto,
     Cinsi la gamba a un semplice mercante;
     Mi riunse costui, mi tenne in moto,
     E seco mi portò fino in Levante,
     Ruvido sì, ma non mancava un ette,
     E di chiodi ferrato e di bullette.

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Il mercante arricchi, credè decoro
     Darmi un po’ più di garbo e d’apparenza:
     Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d’oro,
     Ma un tanto scapitai di consistenza;
     E gira gira, veggo in conclusione
     Che le prime bullette eran più buone.

In me non si vedea grinza nè spacco,
     Quando giù di ponente un birichino
     Da una galera mi saltò sul tacco,
     E si provò a ficcare anco il zampino;
     Ma largo largo non vi stette mai,
     Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

Fra gli altri dilettanti oltramontani,
     Per infilarmi un certo re di picche
     Ci si messe co’ piedi e colle mani;
     Ma poi rimase lì come berlicche,
     Quando un cappon, geloso del pollaio,
     Gli minacciò di fare il campanaio.

Da bottega a compir la mia rovina
     Saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,
     Un certo Professor di medicina,
     Che per camparmi sulla buccia, ordì
     Una tela di cabale e d’ingannì
     Che fu tessuta poi per trecent’anni.

Mi lisciò, mi coprì di bagattelle,
     E a forza d’ammollienti e d’impostura
     Tanto raspò, che mi strappò la pelle,
     E chi dopo di lui mi prese in cura,
     Mi concia tuttavia colla ricetta
     Di quella scuola iniqua e maledetta.

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Ballottato così di mano in mano,
     Da una fitta d’arpie preso di mira,
     Ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano
     Che si messero a fare a tira tira:
     Alfin fu Don Chisciotte il fortunato,
     Ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

Chi m’ha veduto in piede a lui, mi dice
     Che lo Spagnolo mi portò malissimo:
     M’insafardò di morchia e di vernice,
     Chiarissimo fui detto ed illustrissimo;
     Ma di sottecche adoperò la lima
     E mi lasciò più sbrendoli di prima.

A mezza gamba, di color vermiglio,
     Per segno di grandezza e per memoria,
     M’era rimasto solamente un Giglio:
     Ma un Papa mulo, il Diavol l’abbia in gloria,
     Ai Barbari lo diè, con questo patto
     Di farne una corona a un suo mulatto.

Da quel momento, ognuno in santa pace
     La lesina menando e la tanaglia,
     Cascai dalla padella nella brace:
     Vicerè, birri, e simile canaglia
     Mi fecero angherie dì nuova idea.
     Et diviserunt vestimenta mea.

Così passato d’una in altra zampa
     D’animalacci zotici e sversati;
     Venne a mancare in me la vecchia stampa
     Di quei piedi diritti e ben piantati,
     Co’ quali, senza andar mai di traverso,
     Il gran giro compiei dell’universo.

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Oh povero stivale! ora confesso,
     Che m’ha gabbato questa matta idea:
     Quand’era tempo d’andar da me stesso,
     Colle gambe degli altri andar volea;
     Ed oltre a ciò, la smania inopportuna
     Di mutar piede per mutar fortuna.

Lo sento e lo confesso; e nondimeno
     Mi trovo così tutto in isconquasso,
     Che par che sotto mi manchi il terreno
     Se mi provo ogni tanto a fare un passo;
     Chè a forza di lasciarmi malmenare,
     Ho persa l’abitudine d’andare.

Ma il più gran male me l’han fatto i Preti,
     Razza maligna e senza discrezione;
     E l’ho con certi grulli di poeti,
     Che in oggi si son dati al bacchettone:
     Non c’è Cristo che tenga, i Decretali
     Vietano ai Preti di portar stivali.

E intanto eccomi qui roso e negletto,
     Sbrancicato da tutti, e tutto mota;
     E qualche gamba da gran tempo aspetto
     Che mi levi di grinze e che mi scuota;
     Non tedesca, s’intende, nè francese,
     Ma una gamba vorrei del mio paese.

Una già n’assaggiai d’un certo Sere,
     Che se non mi faceva il vagabondo,
     In me potea vantar di possedere
     Il più forte stival del Mappamondo:
     Ah! una nevata in quelle corse strambe
     A mezza strada gli gelò le gambe.

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Rifatto allora sulle vecchie forme
     E riportato allo scorticatoio,
     Se fui di peso e di valore enorme,
     Mi resta a mala pena il primo cuoio;
     E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
     Ci vuol altro che spago e piantastecchi.

La spesa è forte, e lunga è la fatica:
     Bisogna ricucir brano per brano;
     Ripulir le pillacchere; all’antica
     Piantar chiodi e bullette, e poi pian piano
     Ringambalar la polpa ed il tomaio:
     Ma per pietà badate al calzolaio!

E poi vedete un po’: qua son turchino,
     Là rosso e bianco, e quassù giallo e nero;
     Insomma a toppe come un arlecchino:
     Se volete rimettermi davvero,
     Fatemi, con prudenza e con amore,
     Tutto d’un pezzo e tutto d’un colore.

Scavizzolate all’ultimo se v’è
     Un uomo purchè sia, fuorchè poltrone;
     E se quando a costui mi trovo in piè,
     Si figurasse qualche buon padrone
     Di far con meco il solito mestiere,
     Lo piglieremo a calci nel sedere.