Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti/Lo Stivale

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Lo Stivale

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All'Amica lontana La Fiducia in Dio
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LO STIVALE.




Io non son della solita vacchetta,
     Nè sono uno stival da contadino;
     3E se paio tagliato coll’accetta,
     Chi lavorò non era un ciabattino:
     Mi fece a doppie suola e alla scudiera,
     6E per servir da bosco e da riviera.

Dalla coscia giù giù sino al tallone
     Sempre all’umido sto senza marcire;
     9Son buono a caccia e per menar di sprone,
     E molti ciuchi ve lo posson dire:
     Tacconato di solida impuntura,
     12Ho l’orlo in cima, e in mezzo la costura.

Ma l’infilarmi poi non è sì facile,
     Nè portar mi potrebbe ogni arfasatto;
     15Anzi affatico e stroppio un piede gracile,
     E alla gamba dei più son disadatto;
     Portarmi molto non potè nessuno,
     18M’hanno sempre portato a un po’ per uno.

Io qui non vi farò la litania
     Di quei che fur di me desiderosi;
     21Ma così qua e là per bizzarria
     Ne citerò soltanto i più famosi,
     Narrando come fui messo a soqquadro,
     24E poi come passai di ladro in ladro.

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Parrà cosa incredibile: una volta.
     Non so come, da me presi il galoppo,
     27E corsi tutto il mondo a briglia sciolta;
     Ma camminar volendo un poco troppo,
     L’equilibrio perduto, il proprio peso
     30In terra mi portò lungo e disteso.

Allora vi successe un parapiglia;
     E gente d’ogni risma e d’ogni conio
     33Pioveano di lontan le mille miglia,
     Per consiglio d’un Prete o del Demonio:
     Chi mi prese al gambale e chi alla fiocca,
     36Gridandosi tra lor: bazza a chi tocca.

Volle il Prete, a dispetto della fede,
     Calzarmi coll’aiuto e da sè solo;
     39Poi sentì che non fui fatto al suo piede,
     E allora qua e là mi dette a nolo:
     Ora alle mani del primo occupante
     42Mi lascia, e per lo più fa da tirante.

Facea col Prete a picca e le calcagna
     Volea piantarci un bravazzon Tedesco,
     45Ma più volte scappare in Alemagna
     Lo vidi sul caval di San Francesco:
     In seguito tornò; ci s’è spedato,
     48Ma tutto fin a qui non m’ha infilato.

Per un secolo e più rimasto vuoto,
     Cinsi la gamba a un semplice mercante;
     51Mi riunse costui, mi tenne in moto,
     E seco mi portò fino in Levante,
     Ruvido sì, ma non mancava un ette,
     54E di chiodi ferrato e di bullette.

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Il mercante arricchì, credè decoro
     Darmi un po’ più di garbo e d’apparenza:
     57Ebbi lo sprone, ebbi la nappa d’oro,
     Ma un tanto scapitai di consistenza;
     E gira gira, veggo in conclusione
     60Che le prime bullette eran più buone.

In me non si vedea grinza nè spacco,
     Quando giù di ponente un birichino
     63Da una galera mi saltò sul tacco,
     E si provò a ficcare anco il zampino;
     Ma largo largo non vi stette mai,
     66Anzi un giorno a Palermo lo stroppiai.

Fra gli altri dilettanti oltramontani,
     Per infilarmi un certo re di picche
     69Ci si messe co’ piedi e colle mani;
     Ma poi rimase lì come berlicche,
     Quando un cappon, geloso del pollaio,
     72Gli minacciò di fare il campanaio.

Da bottega a compir la mia rovina
     Saltò fuori in quel tempo, o giù di lì,
     75Un certo Professor di medicina,
     Che per camparmi sulla buccia, ordì
     Una tela di cabale e d’inganni
     78Che fu tessuta poi per trecent’anni.

Mi lisciò, mi coprì di bagattelle,
     E a forza d’ammollienti e d’impostura
     81Tanto raspò, che mi strappò la pelle,
     E chi dopo di lui mi prese in cura,
     Mi concia tuttavia colla ricetta
     84Di quella scuola iniqua e maledetta.

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Ballottato così di mano in mano,
     Da una fitta d’arpie preso di mira,
     87Ebbi a soffrire un Gallo e un Catalano
     Che si messero a fare a tira tira:
     Alfin fu Don Chisciotte il fortunato,
     90Ma gli rimasi rotto e sbertucciato.

Chi m’ha veduto in piede a lui, mi dice
     Che lo Spagnolo mi portò malissimo:
     93M’insafardò di morchia e di vernice,
     Chiarissimo fui detto ed illustrissimo;
     Ma di sottecche adoperò la lima
     96E mi lasciò più sbrendoli di prima.

A mezza gamba, di color vermiglio,
     Per segno di grandezza e per memoria,
     99M’era rimasto solamente un Giglio:
     Ma un Papa mulo, il Diavol l’abbia in gloria,
     Ai Barbari lo diè, con questo patto
     102Di farne una corona a un suo mulatto.

Da quel momento, ognuno in santa pace
     La lesina menando e la tanaglia,
     105Cascai dalla padella nella brace:
     Vicerè, birri, e simile canaglia
     Mi fecero angheríe di nuova idea.
     108Et diviserunt vestimenta mea.

Così passato d’una in altra zampa
     D’animalacci zotici e sversati;
     111Venne a mancare in me la vecchia stampa
     Di quei piedi diritti e ben piantati,
     Co’ quali, senza andar mai di traverso,
     114Il gran giro compiei dell’universo.

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Oh povero stivale! ora confesso,
     Che m’ha gabbato questa matta idea:
     117Quand’era tempo d’andar da me stesso,
     Colle gambe degli altri andar volea;
     Ed oltre a ciò, la smania inopportuna
     120Di mutar piede per mutar fortuna.

Lo sento e lo confesso; e nondimeno
     Mi trovo così tutto in isconquasso,
     123Che par che sotto mi manchi il terreno
     Se mi provo ogni tanto a fare un passo;
     Chè a forza di lasciarmi malmenare,
     126Ho persa l’abitudine d’andare.

Ma il più gran male me l’han fatto i Preti,
     Razza maligna e senza discrezione;
     129E l’ho con certi grulli di poeti,
     Che in oggi si son dati al bacchettone:
     Non c’è Cristo che tenga, i Decretali
     132Vietano ai Preti di portar stivali.

E intanto eccomi qui roso e negletto,
     Sbrancicato da tutti, e tutto mota;
     135E qualche gamba da gran tempo aspetto
     Che mi levi di grinze e che mi scuota;
     Non tedesca, s’intende, nè francese,
     138Ma una gamba vorrei del mio paese.

Una già n’assaggiai d’un certo Sere,
     Che se non mi faceva il vagabondo,
     141In me potea vantar di possedere
     Il più forte stival del Mappamondo:
     Ah! una nevata in quelle corse strambe
     144A mezza strada gli gelò le gambe.

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Rifatto allora sulle vecchie forme
     E riportato allo scorticatoio,
     147Se fui di peso e di valore enorme,
     Mi resta a mala pena il primo cuoio;
     E per tapparmi i buchi nuovi e vecchi
     150Ci vuol altro che spago e piantastecchi.

La spesa è forte, e lunga è la fatica:
     Bisogna ricucir brano per brano;
     153Ripulir le pillacchere; all’antica
     Piantar chiodi e bullette, e poi pian piano
     Ringambalar la polpa ed il tomaio:
     156Ma per pietà badate al calzolaio!

E poi vedete un po’: qua son turchino,
     Là rosso e bianco, e quassù giallo e nero;
     159Insomma a toppe come un arlecchino:
     Se volete rimettermi davvero,
     Fatemi, con prudenza e con amore,
     162Tutto d’un pezzo e tutto d’un colore.

Scavizzolate all’ultimo se v’è
     Un uomo purchè sia, fuorchè poltrone;
     165E se quando a costui mi trovo in piè,
     Si figurasse qualche buon padrone
     Di far con meco il solito mestiere,
     168Lo piglieremo a calci nel sedere.