Malatesta, l'uomo e il pensiero

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Luigi Fabbri

1951 M Biografie letteratura Malatesta, l'uomo e il pensiero Intestazione 22 settembre 2013 25% Da definire

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Luigi Fabbri

MALATESTA

L'uomo e il pensiero

UNIVERSALE LIBERTARIA - 27

Edizioni Anarchismo

Ristampato per conto delle "Edizioni della rivista "Anarchismo", C.P. 61 - Catania con i tipi della "Alfa Grafica Sgroi", via S.M. della Catena 87 - Catania Febbraio 1979

1951 Edizioni RL Napoli

Titolo dell'edizione originale: VIDA Y PENSAMIENTO DE MALATESTA (Tradiccion de D. A. De Santillana - Editorial Tierra y Libertad, Barcellona) La presente edizione, preparata in accordo con Luce Fabbri sui manoscritti dell'A., ha omesso la parte della «Vita di M.» che sarà pubblicata più tardi a parte ed ha per contro incluso l'estesa Bibliografia originale curata da Ugo Fedeli.

La riproduzione totale o parziale è permessa a tutti, sotto la condizione della fedeltà al testo e della indicazione della fonte.

http://isole.ecn.org/ponte/mediateca/fabbrimalatesta.pdf

Finito di stampare il 20 novembre 1951 nello Stabilimento Tipografico G. Genovese Pallonetto S. Chiara, 22 Napoli

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NOTA BIOGRAFICA su L. Fabbri BIBLIOGRAFIA MALATESTIANA (a cura di Ugo Fedeli): pag. 259

Libri » 262 Opuscoli » 263 Giornali riviste numeri unici » 272 Prefazioni Interviste Maniesti » 288 Lettere » 290 Processi » 293 Opere e scritti su Errico Malatesta » 294

Prefazione

Questo libro è la trasposizione in parole d'una profonda comunità di vita, e può venirne un grande insegnamento sempre attuale.

Fabbri aveva 19 anni quando, insieme a Malatesta, arrivò al Congresso anarchico di Amsterdam. Malatesta lo presentò, ponendogli un braccio attorno alle spalle, come «mon fils». E quella paternità spirituale ha tenuti i due uomini tanto vicini lungo tutta la loro vita, giungendo a tramutarsi in una compenetrazione d'anime così totale che era possibile a Fabbri, di fronte ad un fatto qualsiasi, anticipare l'idea che ne avrebbe avuta Malatesta - anche in quei pochi casi in cui egli stesso aveva una diversa opinione.

Nessuno meglio di Fabbri poteva quindi esporre il pensiero di Malatesta. E, d'altra parte, anche la forma peculiare di questa esposizione - fatta di citazioni, da articoli e libri ma anche di estratti da lettere non pubblicate ed anche di ricordi diretti, il tutto così candidamente esposto che non v'è mai luogo per alcun dubbio d'autenticità - non poteva che realizzarsi che per mezzo di Fabbri: d'uno cioèche in tutta la vita di Malatesta gli stèato più di ogni altro vicino.

Malatesta non aveva ambizioni di teorizzatore. Anzi, rifuggiva di proposito dal teorizzare: il centro sistematico del suo pensiero era (peculiare paradosso) proprio il ripudio di ogni sistema. Scriveva come parlava, nelle pause in cui s'intrammezzava il suo agire quotidiano. Operaio tra operai non già politico di mestiere, empirico, traente le idee dal vivere suo e del prossimo, non mai pretendente ad assoggettare quel vivere alle norme esteriori d'idee sue astratte, egli era mosso da un insieme d'impulsi spontanei e personali, intellettuali così come sentimentali, nutriti nello stesso tempo di ribellioni e d'analisi, di storia e di filosofia, di azione e di riflessione. E rifuggiva dal costituirsi del suo pensiero in ideologia, come rifuggiva da un «far propaganda» che potesse intendersi quasi un altro «seguitemi ch'io vi conduco al paradiso».

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Eppure il suo pensiero, così apparentemente frammentario, aveva una pro- fonda unità. L'unità che ogni lettore percepisce in queste rievocazione di Fabbri: la quale ricostruisce la vita di Malatesta nel profondo, e quindi spontaneamente trova per via un filo conduttore che mai si spezza.

Anche Malatesta aveva coscienza d'aver raggiunto nella sua maturità, per l'ampiezza dei pensieri via via suggeritigli dal suo partecipare alle circostanze maggiori della vita sociale del suo tempo, un orientamento ben definito. Qualche volta gli veniva la tentazione di accingersi ad un'esposizione complessiva che ne desse contentezza e ragione anche agli altri. Ma le esigenze o dell'azione sociale o del lavoro per vivere gli hanno sempre negato il tempo necessario ad un'opera che esigeva un periodo di pensiero riposato.

Fabbri ci dà quella esposizione. E possiamo essere certi che essa ci presenta Malatesta come egli stesso si sarebbe detto a noi, se ne avesse avuto la possibilità.

Ecco dunque Malatesta, ecco la sua perenne attualità. Malatesta è l'anarchico in cui si esprimono le caratteristiche forme italiane del pensiero quand'è spontaneo (il distinguere, il rifiutare le generalizzazioni, ciò che pare scetticismo o empirismo puri ed è invece il risultato d'una lunghissima esperienza storica nutrita di disinganni e di sofferenze oltre che d'illusioni e di fedi). Egli dice, in sostanza: i mezzi condizionano i fini, per la libertà ci si deve battere con strumenti che già siano in se stessi libertà. E questa non è verità che fluisca da «teorie»: è l'esperienza del vivere che ci mostra sempre l'oppressione nascere dall'oppressione, e sole costruzioni sociali valide nel tempo quelle in cui si ha il coraggio della molteplicità, dell'apertura, della libertà.

L'anarchismo - messo in disparte (quand'anche non deriso) dai molti che ne avvertono l'intima verità ma lo trovano troppo scomodo per farne la propria bussola nella vita sociale - mostra ancora una volta quanto «realistico» esso sia nella considerazione dei fatti, nella determinazione d'un atteggiamento umano di fronte ad essi.

Ecco la bussola.

Essa indica una direzione di vita chiara ed efficace, in questo nostro mondo in cui troppi dicono: bisogna armarsi per la pace, bisogna mentire per la verità bisogna odiare per l'amore, bisogna comandare od ubbidire per la libertà.

La offriamo alla meditazione di quanti oggi, ansiosi, cercano se è possibile ancora dirigersi verso qualcosa d'umano, o se invece bisogna davvero abban- donarsi alla barbarie ed al caos.

C. Z.

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Napoli, dicembre 1951

Introduzione

DI MALATESTA rimane a conoscenza dei contemporanei e dei futuri tutto il vasto complesso delle sue idee e dei fatti della sua vita. è molto, tutto ciò, e costituisce di per sè un'ampia pagina di storia che non si cancellerà mai più. Quello che però èscomparso, purtroppo, in modo irreparabile è la sua personalità vivente. Gli scritti ed il racconto freddo delle sue vicende, pur essendo testimonianza eloquente di ciò che essa fu, non ne sono lo stesso che un riflesso incompleto in confronto a quale essa apparve a tutti quanti noi vivemmo un po' della sua vita e ci riscaldammo all'ardente fiamma del suo grande cuore.

L'uomo che fu Errico Malatesta è tutt'ora vivo nella sua interezza nel nos- tro spirito e nei nostri ricordi. Ma l'impressione che egli ci lasciò e l'influenza che esercitò su di noi non si attenueranno per l'opera corrosiva del tempo? In ogni modo, quando noi e tutti quanti lo conobbero di persona saremo scomparsi, scomparità qualche altra parte vivente di lui. Non ad evitare questa fatalità immancabile, ma almeno a diminuirne la portata io voglio qui tentare di dire ciò che egli fu indipendentemente dai fatti materiali della vita che cercherò di esporre e riassumere a parte e le idee ch'egli difese negli scritti. Il tentativo resterà certamente impari alla realtà, che mi sembra impossibile ridire nei suoi aspetti più belli, troppo deboli essendo le mie forze a tale scopo. Altri forse farà meglio di me ciò che mi par necessario; ma ho coscienza che per lo meno il mio sforzo gioverà a completare un quadro cui nessun pittore o fotografo potrebbe ridare la luce che si è spenta per sempre.

V'è in me innanzitutto, il timore che il mio dire sia preso per una delle solite apologie di parte. Ma questo non è. Io mi sono domandato più volte, anche mentre egli era in vita, se avrei sentito lo stesso tanta ammirazione ed amore per l'uomo, se egli avesse avuto idee politiche diverse dalle mie; e per quanto mi fosse difficile separare la persona dal suo pensiero, sempre mi son risposto che i miei sentimenti per lui, dato che avessi potuto conoscerlo lo stesso così intima- mente, sarebbero stati i medesimi. E la prova che questi sentimenti non peccano di parzialità sta nel fatto che le qualità morali di Malatesta hanno colpito e conquiso tutti quanti hanno avuto occasione di avvicinarlo non troppo superficialmente, non importa se lontanissimi da lui per idee, posizione politica e condizione sociale. In più circostanze perfino i più accaniti nemici si sentirono forzati al rispetto dinnanzi a lui; perfino i malvagi al suo contatto ebbero, sia pure per fuggevoli istanti,

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a sentirsi migliori.

Ma non è minore in me la trepidazione nell'accingermi al tentativo di es- porre in un quadro il più sintetico e completo possibile il pensiero di Malatesta. Se ci fosse già la raccolta integrale dei suoi scritti, almeno quelli più importanti e caratteristici, o se soltanto potessi sperare che tale raccolta si faccia abbastanza presto, io non proverei neppure. Rimanderei il lettore, puramente e semplicemente, alla lettura diretta di tali scritti, poichè il pensiero di Malatesta non lo si può ben trovare che nelle parole di Malatesta. E se verrà il giorno in cui l'auspicata loro pubblicazione sia un fatto compiuto, il lettore cui per caso capitasse fra le mani questo lavoro mio farà molto bene a gettarlo da un canto.

Ma poichè tal giorno pare ancora lontano, mi sembra che questo lavoro possa, malgrado il suo carattere di provvisorietà e le inevitabili lacune e imperfezioni, non essere inutile, perchè tutt'oggi, se Malatesta gode già di una fama universale come propagandista, agitatore ed uomo d'azione, come pensatore è ancora troppo poco conosciuto e da troppa gente, anzi, addirittura misconosciuto. Non sono pochi coloro che se lo figurano del tutto diverso ed opposto a quello ch'ei fu realmente, e gli attribuiscono idee non sue ed anco idee da lui avversate e combattute. Il che non toglie che, naturalmente, l'abbiano saputo apprezzare al giusto valore come uomo di pensiero coloro che più intimamente lo han conosciuto e che più ne han seguita con attenzione l'opera intellettuale attraverso la sua vita tempestosa.

Saverio Merlino nel suo libro L'Utopia Collettivista (F. Treves, Milano 1898) lo additava come «uno dei più forti pensatori del socialismo» e si riferiva ad un'opinione analoga su Malatesta di Jules Huret ed Emile Laveleye. Il medes- imo, nella sua Rivista Critica del socialismo (Roma, 1899) riferiva: «I giornali e le riviste inglesi e francesi sono pieni di interviste avute con lui da reputati pubblicisti, i quali riconobbero in lui un uomo di ingegno veramente superiore, di non comune dottrina...».

Cesare Lombroso, nel suo noto libro superficiale, bislacco e scientificamente falso su Gli Anarchici, nella introduzione rendeva senza saperlo o senza rendersene conto la maggiore giustizia alle idee anarchiche, per l'appunto con riprodurre alcune pagine staccate dall'opuscolo L'Anarchia di Malatesta, da lui - con la solita sua inesattezza e noncuranza di documentazione - attribuite per errore a Merlino e Kropotkin. Senza capire che quelle pagine racchiudevano proprio l'essenza del pensiero genuino degli anarchici, Lombroso le presentava come una eccezione, come... «alcune (sic!) idee giuste e legittimamente vere» degli anarchici!1

Il pensiero di Malatesta è stato a più riprese, però molto frammentaria-

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mente, illustrato da Max Nettlau: in parte, implicitamente, nella nota biografica da me più volte citata, e più ancora, esplicitamente, in alcuni suoi articoli più recenti, dopo la morte: La Revista Blanca di Barcellona (n. 222 del 15 agosto 1932, e seguenti), L'Adunata dei Refrattari di New York (n. 36 del 3 settembre, e seguenti), Plus Lion di Parigi (n. 90 di ottobre, e seguenti), ed in due o tre giornali e riviste di lingua tedesca ed ebraica.

In questa mia esposizione, che dovrà essere un pò sistematica per le sue stesse necessità, potrà avvenirmi di incorrere forse, mio malgrado, proprio nell'errore che più Malatesta ha saputo sfuggire: quello appunto d'una presentazione troppo schematica e angolosa. Ma è un errore probabilmente inevitabile in un lavoro come il mio, pel quale debbo rimettermi all'intelligenza correttrice del lettore.

Bisogna tener presente, fra le altre cose, che Malatesta, pur essendo restato sempre il medesimo anarchico socialista e rivoluzionario di quando aveva 18 anni, s'è formato da sè il suo pensiero personale, la sua personalità intellettuale distinta e caratteristica. E questo non poteva fare, non poteva cioè giungere alla sua formazione più matura, che passando attraverso una inevitabile evoluzione di idee. Egli cominciò infatti con l'accettare le idee del socialismo tali e quali si erano elaborate in seno alla Ia Internazionale fino al momento in cui egli vi entrò, aderendo alla concezione libertaria di Bakunin. Ma da quel primo momento il suo spirito critico, lo studio e l'esperienza cominciarono subito a modificare in lui quella primitiva concezione, fino a condurlo ad una concezione anarchica sua propria, in parte d'accordo ed in armonia con l'evoluzione di tutto il movimento anarchico, ma in parte restata sempre più personalmente sua.

Fino al 1876 egli già dichiarava al Congresso internazionale di Berna di non essere «bakuniniano»; e con Cafiero, Covelli, Costa ecc. era passato dal collettivismo-anarchico al comunismo anarchico. Restava però ancora, in quel tempo, assai impregnato di marxismo, - come lo stesso Bakunin e tutti gli anarchici - e nel medesimo tempo credente nello spontaneismo anarchico delle masse popolari che poi divenne caratteristico in Kropotkin: mentalità che in Malatesta si andò modificando man mano, specialmente dal 1884 in poi.

A me sembra di cogliere approssimativamente bene il pensiero di transizione dall'anarchismo della Ia Internazionale a quello che fu più o meno fino alla fine della sua vita, nei 7 ad 8 anni che vanno da L'Associazione di Londra (1890) a L'Agitazione di Ancona (1897). Questo periodo può considerarsi come quello della formazione definitiva, nel senso sempre relativo della parola, del pensiero malatestiano - benchè già ne La Questione Sociale di Firenze (1884) certi punti fondamentali della sua evoluzione siano già abbastanza marcati.

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Ho già detto altra volta ch'egli non riconosceva più completamente come sue alcune idee da lui esposte nel 1884 nello opuscolo Programma e Organizzazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori . A qualche punto del medesimo Fra Contadini (1884), quando se ne fece una edizione a Spezia nel 1913, egli appose qualche nota di riserva contro alcune idee marxiste che ne ispiravano qualche argomentazione. In una serie di articoli su «L'evoluzione dell'Anarchismo» ne L'Agitazione di Ancona (1897) esponeva chiaramente le sue idee antimarxiste e la posizione dell'anarchismo di fronte al marxismo.1 Nel medesimo periodico pubblicò sei articoli su «L'individualismo nell'Anarchismo», «L'armonismo» e «L'Organizzazione» in cui, senza polemizzare diretta- mente con Kropotkin, dava dell'anarchismo una interpretazione che è nettamente contrastante con quella kropotkiniana de «La Conquista del Pane»2 e di altri scritti di quel tempo.

Io chiesi a Malatesta negli ultimi tempi se egli avesse modificato più sostanzialmente le sue idee dopo il periodo de La Agitazione . Egli mi rispondeva in una lettera dell'11 luglio 1931: «...Quanto alla differenza che vi può essere tra le mie idee attuali e quelle del 1897 si tratta , come tu dici, di sfumature. Allora, al tempo dell'Agitazione , avevo più fiducia, più speranza nel sindacalismo (o per meglio dire nei sindacati) di quella che ho ora; ed il comunismo mi sembrava una soluzione più semplice e più facile di quello che mi sembra ora... Differenze più grandi troveresti tra le mie idee attuali (e del 1897) e quelle del 1872-73- 74. Allora eravamo kropotkiniani prima di Kropotkin (Kropotkin in realtà trovò quelle, che poi furono le sue idee, già dominanti in mezzo a noi prima ch'egli entrasse nel movimento dell'Internazionale, branca bakuninista). Ma su questo ho scritto in questi giorni in un articolo A proposito di revisionismo che tu leggerai nell'Adunata»1

Questo breve accenno alla evoluzione delle idee di Malatesta può bastare per spiegare perchè nella esposizione del suo pensiero che andrò facendo, non risalirò più indietro del 1889: non solo perchè gli scritti precedenti sono meno a disposizione mia in questo momento, ma soprattutto perchè è da allora che il pensiero malatestiano acquistò quel carattere ed indirizzo, sempre più chiaro ed organico che costituisce una presentazione e interpretazione dell'anarchismo molto diversa da quelle comunemente accettate nel campo anarchico, specialmente fuori d'Italia,2 ispirate soprattutto alle teorie di Bakunin e di Kropotkin. Più vicino al primo che al secondo di questi due grandi pensatori, Malatesta si distacca però radicalmente da ambedue, non negli scopi voluti e nella tattica generale, ma nelle motivazioni, argomentazioni e interpretazioni.

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Le quali, se possono a prima vista sembrare secondarie e di poca impor- tanza pratica, non mancano di esercitare una forte influenza, talvolta decisiva, sulla mentalità e psicologia degli anarchici militanti, e quindi sul movimento e sui fatti.

Errico Malatesta ha compendiato, per le necessità della propaganda e del movimento, le sue idee in pochi opuscoli relativamente brevi e sintetici, che sono un capolavoro di logica, di chiarezza e di efficacia persuasiva. Essi sono notissimi, pubblicati in una infinità di edizioni e tradotti in tutte le lingue. N'è facile l'elenco:

Fra Contadini (Firenze 1884 e Londra 1890), La Politica parlamentare nel movimento socialista (Londra 1890), In tempo di elezioni (Londra 1890), L'Anarchia (Londra 1890), Il Programma Anarchico (1920), Al Caffè (Bologna 1922).1 A questi vanno aggiunti due opuscoli pubblicati senza nome d'autore, ma di Malatesta: Programma ed organizzazione della Associazione Internazionale dei Lavoratori (Firenze 1884), progetto di riorganizzazione su basi anarchiche dell'Internazionale in Italia, su cui Malatesta mi avvertiva di recente in una lettera che non ne avrebbe più consentita la ripubblicazione che a titolo di documento; e Contro la Monarchia, «appello a tutti gli uomini di progresso», propugnante un accordo di tutti i rivoluzionari italiani o delle varie tendenze per un'insurrezione contro la monarchia dei Savoia.

A questi opuscoli curati direttamente da lui, ne vanno aggiunti una quan- tità messi insieme da altri, - compagni, gruppi ed editori privati, - qualche volta col suo consenso, ma spessissimo senz'alcun suo concorso o a sua insaputa, con articoli di lui tolti da giornali e riviste in varie epoche. Ne nomino alcuni, ma è impossibile ricordarli tutti: Non votate! , Il sufragio Universale , Il nostro programma , Il congresso di Londra, Un po' di teoria , Lo sciopero generale, Le due vie, ecc. ecc. Tre volumi di scritti di Malatesta si sono pubblicati in spagnuolo con lo stesso sistema di riunire articoli di giornali ed anche opuscoli o brani di opuscoli già noti: Estudios sobre el Comunismo Anarquico (Buenos Aires), Ideario (Barcelona).

I più importanti degli scritti completati e pubblicati da Malatesta sono Fra Contadini, Al Caffè, L'Anarchia . Il Programma Anarchico, pur essendolo ugualmente, risente di più dello sforzo di dire soltanto quello che può essere accettato da tutta una vasta organizzazione comprendente varie correnti. Ne La Politica parlamentare e In tempo di elezioni si avverte la forte influenza delle aspre polemiche allora (1890) recenti con Andrea Costa e vi si può notare, a parte le idee sempre le medesime, uno stato d'animo divenuto in seguito più sereno nei riguardi dei socialisti e repubblicani. Malatesta mi diceva nel 1920 di

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considerare l'opuscolo L'Anarchia come la sua cosa migliore; e solo si lamentava con me, in occasione d'una nuova edizione uscitane allora a sua insaputa, che i compagni lo ripubblicassero di continuo senza avvertirlo, poichè egli avrebbe voluto apportarvi qualche miglioramento in certi punti ed anche qualche aggiunta.

Ma il lavoro di lui che ha avuto più successo, ed anche secondo me il più importante di tutti, non solo per le idee ma anche e soprattutto per l'efficacia nella propaganda, è il Fra Contadini . Direi altrettanto ed anche di più di Al Caffè pel suo valore intrinseco; ma questo, già più libro che opuscolo, per sua natura si rivolge a un pubblico meno ampio e che si suppone già informato su molte cose; ed il successo n'è stato minore, anche per essere relativamente molto più recente.1 Invece la propaganda del Fra Contadini (che in ordine di tempo è uno dei più vecchi scritti di propaganda socialista in Italia), ha il merito di essere elementarissima, per lettori del popolo che non hanno ancora sentito parlar mai della questione sociale, senza che questa forma elementare abbia impedito a Malatesta di svolgervi le idee più profonde nella sostanza.

Difficilmente si può oggi comprendere quale influenza ha esercitato quest'opuscolo, per la diffusione delle idee socialiste ed anarchiche, nel periodo che si potrebbe chiamare eroico ed apostolico, che va dal 1884 al 1900 circa. Pietro Gori, in una delle più simpatiche pagine dei ricordi della sua vita di pellegrino dell'ideale, racconta come da giovinetto si rallegrasse ed animasse le lunghe veglie dei suoi gio- vani compagni operai della Maremma Toscana e dell'Isola d'Elba con la lettura ed il commento del Fra Contadini.2 Il valore ne fu compreso immediatamente anche fuori d'Italia, e venne tradotto subito in francese su consiglio di Eliseo Reclus, e poi man mano in quasi tutte le lingue conosciute, anche quelle più lontane e meno comuni: in fiammingo, in ebraico, in norvegese, in armeno, in arabo, in cinese, in giapponese, ecc. Camillo Prampolini sollecitò da Malatesta il permesso di ripubblicarlo nelle parti in cui le idee dell'opuscolo sono comuni a quelle dei socialisti; lo stesso fecero nel 1889 i socialisti austriaci.

Il valore dell'opuscolo sta anche nella sua comprensione psicologica del pubblico cui si rivolge. Malatesta vi mostra una acuta conoscenza del cuore umano, di cui sa trovare le vie, e dal cuore salire al cervello per vincere i dubbi. Egli sa trarre argomento dallo stesso egoismo individuale, per servirsene di piccone e spezzare le incrostazioni dei pregiudizi sociali e farlo poi sboccare nella concezione della più alta solidarietà umana. Tutto ciò senz'ombra di dogmatismo. Fin da allora nel Fra Contadini si patrocina quella libera sperimentazione dei vari sistemi di organizzazione del lavoro e della produzione, in mezzo a cui e da cui soltanto il comunismo degli anarchici aspetta la sua attuazione consensuale. Già nel 1884 Malatesta prevedeva e rispondeva così a necessità e obbiezioni che

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solo oggi dopo la rivoluzione russa, sono diventate attuali ed appaiono nella loro importanza. Vi sono anticipatamente soluzioni a problemi, come quello della piccola proprietà e del lavoro individuale, che ora sembrano a tutti cose nuove; e vi si prevedono perfino progressi scientifici, che 50 anni fa sembravano utopistici, come «una locomotiva che un uomo solo possa condurre, senza pericolo nè per lui nè per gli altri, sopra una strada qualunque». Quale definizione migliore si potrebbe anche oggi dare dell'automobile?

Molti, a causa del titolo, prima di leggerlo, han creduto che i Fra Contadini sia lettura adatto solo per i più ignari, per la parte più incolta del popolo. è un errore. Esso è bensì scritto in modo che anche i più incolti possano comprenderlo, ma le cose dette sono di interesse generale, e tutti, anche i più colti, perfino gli anarchici che già si ritengono convinti a sufficienza, possono leggendolo impararvi parecchie cose, trovarvi una esposizione dell'anarchismo per essi pure non inutile, ed attingervi argomenti e suggerimenti anche oggi degni d'attenzione e proficui a chi vuole investigare le vie ed i mezzi migliori dell'ascensione umana verso un sempre maggiore benessere ed una migliore libertà.

Ma non voglio estendermi oltre su questo ed altri lavori di Malatesta già tanto conosciuti; anche perchè essi non costituiscono che la infinitesima parte della produzione intellettuale di lui. Oso anzi dire che non sono neppure la parte più importante, pur rappresentandone, per dir così il nucleo centrale. Essi sono senza dubbio delle chiare esposizioni generali delle sue idee; ma in loro, per gli scopi e necessità della propaganda, Malatesta ha compendiato quasi esclusivamente il pensiero che aveva in comune con tutti gli anarchici o la maggior parte di questi, mentre vi ha trascurato o addirittura omesso tutte le parti e i lati di pensiero che gli erano più personali, cioè tutte le sue idee più originali su cui gli altri anarchici potevano dissentire, o il consenso loro non essere indispensabile per la presentazione di un comune programma di partito e di lotta immediata.

Queste idee, più particolarmente sue proprie, si trovano invece profuse a piene mani negli altri scritti cui mi son riferito più volte in antecedenza: articoli di giornali e riviste, circolari, manifesti, polemiche, commenti, interviste (quelle autentiche, si capisce), prefazioni, dichiarazioni o autodifese avanti ai tribunali, discorsi nei congressi, lettere, ecc. che sono stati pubblicati da lui attraverso sessant'anni in tutti i paesi del mondo e per le circostanze più diverse. Questi scritti, con cui si potrebbero formare parecchi volumi, e che costituirebbero un vero tesoro per la storia e la elaborazione del pensiero anarchico e della metodologia rivoluzionaria, sono tanto dispersi nel tempo e nello spazio, e parecchi ormai introvabili, che se non fosse possibile rintracciarli e riunirli verrebbe voglia di dire che tanto sperpero di lavoro fu fatica sciupata. Sciupata, però, solo pei topi

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di biblioteca, non per il progresso umano.

Una così vasta e lunga seminagione di idee non può essere stata fatta inutilmente, anche se oggi non la vediamo più e i frutti ne sono invisibili e irriconoscibili per noi. Chi può mai dire quale e quanta ne sia stata l'influenza sul pensiero e sui fatti più concreti, nell'ascensione realizzata dal proletariato e dall'idea di libertà da mezzo secolo a questa parte, evidente anche oggi malgrado i ritorni reazionari e barbarici di quest'ultimo momento storico?

I lettori vedranno che io cercherò, nell'esposizione del pensiero malat- estiano, di lasciar parlare più ch'è possibile con le sue stesse parole il medesimo Malatesta. è il mezzo che mi par migliore perchè l'esposizione riesca più fedele. Ho sempre timore di riuscir male; ma vi riuscirò sempre meglio così che sostituendo completamente il linguaggio mio a quello di Malatesta. La mia prosa modesta si limiterà ad un lavoro di collegamento fra le varie parti ed a riassumere le idee di Malatesta dove il riportare i suoi scritti sarebbe troppo lungo o quando dovrò affidarmi esclusivamente alla memoria, per non aver sotto gli occhi qualche testo autentico.

Comprendo che una esposizione così fatta, come a mosaico, ha i suoi in- convenienti. Non potrò evitare completamente qualche ripetizione o qualche su- perfluità; e la necessità di rimanere dentro certi limiti di spazio m'imporrà di abbreviare qua e là le citazioni fatte, col togliere le parti che mi sembreranno non indispensabili, preferendo di riferire le opinioni di Malatesta nelle loro espressioni più sintetiche e nelle conclusioni, lasciando da parte le divagazioni contingenti o polemiche, le dimostrazioni accessorie, le premesse o deduzioni meno importanti, ecc.

Nella scelta delle citazioni mi sarà guida la conoscenza personale dell'uomo ed il ricordo della maggiore importanza da lui data a certe idee in confronto di altre; e se, malgrado la mia buona volontà, non sempre sarò felice in tale scelta come sarebbe necessario, - anche a causa delle condizioni difficili in cui son costretto dalle circostanze avverse, - avrò sempre fatto tutto ciò che sapevo e potevo. Ed i lettori scuseranno le inevitabili manchevolezze e deficienze, come certo me ne avrebbe scusato Malatesta, - il quale non si era opposto a che io mi accingessi ad un lavoro come questo fin da due anni prima della sua morte,1 quando gliene espressi l'intenzione e comunicai le linee generali, nella speranza ch'egli stesso avesse potuto poi giudicarne e dirne i difetti. Lui vivo, il lavoro mio avrebbe avuto un valore tutto relativo e piuttosto provvisorio; la morte purtroppo lo rende più definitivo - benchè sempre subordinatamente alla possibilità della raccolta completa di tutti gli scritti malatestiani, la sola che potrebbe essere esposizione

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integrale ed esauriente del suo pensiero.

Parte prima: l'uomo

Bontà attiva e risoluta

NON SI PUò appieno comprendere il pensiero e l'azione di Malatesta se non si tiene presente, nel propagandista e nel militante, la bontà dell'uomo. Malgrado alcuni dissensi teorici e pratici che possono averlo in certi momenti separato da parecchi, egli era veramente il fratello del cuore di quanti, come lui, possono essere chiamati, - così come li chiamò Pietro Gori, - gli «eroi della bontà»: Eliseo Reclus, Pietro Kropotkin, Luisa Michel ed altri assai meno noti, anzi ignoti del tutto la maggior parte, talvolta incolti e perfino analfabeti, come ne abbiamo conosciuti tutti nel mondo rivoluzionario (purtroppo anch'esso non scevro, nonostante, di brutture e di bassezze), ancora certamente troppo pochi, ma già bastanti ad onorare l'umanità e a far sperare nelle sue migliori sorti future. Bontà, ma non debolezza ne cecità: quella ch'è la miglior suscitatrice di tutte le rivolte benefiche contro le tirannidi e le miserie sociali.

Era, quella di Malatesta, una maschia bontà sposata ad un carattere inf- lessibile e risoluto, che non si effondeva in parole inutili, ma si sentiva in ogni sua manifestazione parlata e scritta, come si sente anche all'ombra il calore del sole. Quando parlava alle folle, ciò che faceva penetrare il suo ragionamento ed incitamento tra le persone accorse ad udirlo e ne sollevava l'entusiasmo, malgrado la nudità letteraria della sua eloquenza, era appunto, insieme alla serietà delle cose dette, il gran sentimento d'amore che si sentiva sotto tutte le sue parole. Così, quando nelle conversazioni private si sforzava di convincere qualcuno per attirarlo alle sue idee, l'interlocutore veniva soprattutto vinto da quel sentimento comunicativo che ne risvegliava le qualità migliori dell'animo e vi destava una consolante fiducia in se stesso e negli uomini.

Naturalmente gli scritti di Malatesta non avevano la medesima efficacia della parola parlata, cui davano luce e calore lo sguardo acuto e di fermezza e dolcezza insieme, e la voce e il gesto così espressivi ed affettuosi. Però anche gli scritti avevano - e la conservano per fortuna anche oggi ch'egli non è più - una loro efficacia persuasiva straordinaria, non soltanto per la loro chiarezza, semplicità e concisione ma anche per l'alto ed inesausto amore umano che ne forma il substrato spirituale, senza alcun bisogno di quel verbalismo sentimentale che della bontà non è che l'ostentazione artificiosa. L'intima bontà vi si rivela sopratutto in un ragionato e ragionevole ottimismo che dà al lettore un'impressione di si-

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curezza e di conforto insieme, pur restando a contatto con la realtà contingente più dolorosa.

Debbo insistere sulla natura battagliera e sugli effetti energetici della bontà di Malatesta, perchè non la si scambi con quella passiva e rassegnata che arriva ad essere colpevolmente indulgente coi malvagi e coi tiranni. Sapeva egli odiare il male altrettanto che amare i bene; l'odio, soleva dire, è spesso una espressione d'amore - pur aggiungendo che è l'amore e non l'odio il vero fattore d'umana liberazione. La bontà innata in lui gli era quindi arma di lotta, strumento di rivoluzione, formento di rivolta. Lungi dal velargli dinanzi le necessità più dure dell'azione rivoluzionaria, gliele faceva accettare con animo risoluto ed affermarle con intrasigenza inesorabile. Ma restava sempre vigile in lui, risorgente dopo ogni più aspra battaglia, cosciente del fine umano della lotta, confondente nella medesima superiore pietà i vinti e i caduti di tutte le parti. E questo era così evidente e sincero in tutti i suoi atti e parole, in specie per coloro che erano sotto l'influenza diretta della sua vicinanza da disarmargli intorno tutte le prevenzioni malevoli e tutte le ostilità partigiane di quanti non fossero canaglie matricolate o disgraziati pagati al preciso scopo di attaccarlo e diffamarlo.

Si potrebbero raccontare una quantità di episodi, alcuni curiosissimi ed altri commoventi, sull'influenza esercitata da Malatesta negli ambienti più diversi, perfino su persone delle più alte classi sociali e le più lontane dalle sue idee e dai suoi propositi, con le quali i casi fortunosi della vita lo han fatto incontrare. I giornali una volta costruirono tutto uno stupido romanzo cospiratorio sul semplice fatto dell'impressione profonda prodotta da Malatesta sull'ex regina di Napoli Maria Sofia e della stima personale che questa ne derivò, quando le capitò per caso di conoscerlo.1

Il notissimo scrittore politico e gran giornalista inglese William Steed testi- moniava per Malatesta la più alta considerazione e ne parlava apertamente come uno degli italiani più interessanti del suo tempo. La sua influenza umana si esercitava perfino sui giudici, sui carcerieri e sugli agenti di polizia incaricati di condannarlo, custodirlo e sorvegliarlo.

Nel corso della narrazione della sua vita, che farò in seguito, mi sarà dato rievocare qualcuno degli episodi più caratteristici, cui ho accennato, di questa influenza della personalità di Malatesta. Qui ricordo d'aver visto una volta, al processo di Ancona del 1898, le lacrime negli occhi di qualche magistrato e carabiniere, mentre egli parlava ai giudici dell'amore e della famiglia. Sempre nel 1898 un giudice istruttore, - certo Alipio Alippi, cattolico e reazionario, morto poi Consigliere di cassazione, - durante un interrogatorio in carcere, mi parlò incidentalmente di Malatesta che aveva conosciuto per ragioni di ufficio in Ancona qualche mese prima, e mi dichiarò che se tutti gli anarchici fossero stati come Malatesta l'anarchia avrebbe potuto essere una realizzazione della parola di Cristo. La stessa cosa, su per giù, mi diceva un modesto poliziotto che mi aveva arrestato a Bologna nel 1920, confessandomi in gran segreto il suo entusiasmo pel Malatesta: «Ah, se tutti voi anarchici foste come lui, allora si...» E so che in Ancona, nel 1913-14, delle guardie incaricate di sorvegliare giorno e notte la porta di casa di Malatesta, gli domandavano talvolta la sera se non sarebbe fuggito fino all'indomani, e poi se ne andavano tranquillamente a casa, dicendo a qualche vicino: «Tanto, un uomo buono come quello non può far niente d male!».1

Credo sia tuttora vivo nel Bolognese il ricordo di un comizio di Malatesta a San Giovanni in Persiceto nella primavera o estate del 1920. Il piccolo teatro della città era già gremito, e il pubblico fremeva di sdegno per la presenza di una numerosa schiera di carabinieri al comando di un tenente, venuti da Bologna armati fino ai denti in servizio di pubblica sicurezza, i quali s'erano allineati lungo una parete laterale della platea. Pareva una provocazione. Un nonnulla poteva precipitare in tragedia. Arrivò Malatesta, e qualcuno gli chiese se non era il caso di esigere l'uscita della forza pubblica. «No, (rispose Malatesta) lasciateli stare; parlerò anche a loro».

E incominciò infatti a parlare delle condizioni di miseria delle famiglie con- tadine del Meridione, fra cui si reclutano spinti dalla fame la maggior parte dei carabinieri e guardie di polizia. Evocò le figure dolenti delle mamme lontane che aspettano aiuto e notizie dai figli di cui intuiscono vagamente i pericoli. E poi passò a parlare della madri operaie dei centri più evoluti, anche loro trepitanti di non veder tornare i propri figli andati a un comizio o ad una dimostrazione. Per la sala il brivido di due dolori che si fondevano in una sola ed unica nota di straziante umanità... Nel silenzio gli ascoltatori impallidivano, senza più odio; e più pallidi apparivano a tutti i carabinieri, negli occhi dei quali si leggeva chiaris- simo un sentimento completamente nuovo, forse, per quelle anime. Ad un tratto si vide il tenente fare un breve gesto ai suoi militi che, allineati, voltarono il tergo al palco dell'oratore, sfilarono in un attimo fuori. Il tenente era stato così spaventato dell'impressione che le parole di Malatesta facevano sui suoi uomini, che aveva creduto più prudente farli uscire e lasciar che il comizio si svolgesse senza più sorveglianza alcuna.

Non insisto più. Bisogna però aggiungere che Malatesta, anche se gli avveniva di riscuotere senza cercarle molte simpatie negli stessi ambienti più lontani dal suo, il suo grande amore per l'umanità lo riversava tutto sugli umili, sui derelitti, sui poveri, sui deboli, sugl'indifesi, sulle vittime d'ogni specie, senza

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distinzione, dell'attuale sistema sociale. Rammento come un giorno insorse indig- nato, in mia presenza, contro un compagno, facendolo arrossire e tacere, perche' questi s'era permesso di parlare con poco riguardo d'una povera prostituta; e di- mostrava non solo con le parole e gli scritti, ma anche coi fatti, il suo sentimento di solidarietà con gli infelici, dovunque ed ogni volta gliene capitasse l'occasione. Si prodigava senza misurare, dava senza contare, nel modo più semplice e spon- taneo, come la cosa più abituale. Per esempio, tutti sanno che negli ultimi anni, sotto il regime fascista , egli viveva in ristrettezze e solo grazie all'aiuto dei com- pagni dell'estero. Ma forse nessuno sa che quegli gli davano modo anche di aiutare gli altri, e che non di rado qualche somma inviatagli ripassava il con- fine a soccorso di qualche profugo, di cui aveva appreso la miseria. Sentiva la sventura altrui come la propria - e non, si badi, quella soltanto dei compagni di fede; gli sventurati avevano la sua solidarietà pronta e istintiva al di sopra d'ogni settarismo e spirito di parte.

Voglio riportare qui un episodio raccontato, non ricordo più in che giornale, dal vecchio anarchico francese L. Guerineau, del tempo in cui questi si trovava profugo in Londra con Malatesta. Una volta, in un momento di crisi, gli amici consigliarono Malatesta di provare a guadagnarsi qualcosa rivendendo paste per le vie e le piazze. Così egli fece; si procurò una carrozzella a mano, si fornì di dolci di poco prezzo da un grossista, e via... Ma il primo giorno, mentre era in uno «Square» della città affollato di gente con le sue paste in mostra, gli si avvicinò un bimbo malvestito che gliene chiese in dono una. Egli subito gliela dette, con una carezza affettuosa. Poco dopo si vide attorniato da un'infinità di bimbi poveri del vicinato, fra cui si era sparsa in un baleno la notizia della generosità del venditore di paste, ed egli ne distribuì loro gratuitamente tante che alla fine tutta la merce si trovò esaurita. Naturalmente fu quello il principio e la fine di quel genere d'affari... Qualche giorno dopo Kropotkin, ignaro della cosa, chiese a Malatesta come andava col suo nuovo commercio. «La clientela non mi mancherebbe» rispose lui sorridendo, «però mi mancano mezzi per fornirmi di merce».

Tanta bontà - non questa soltanto, naturalmente - era per lui anarchia.

In una breve discussione ch'ebbe con me per lettera1 a proposito di giustizia e anarchia, mi scriveva: «Il programma anarchico, basandosi sulla solidarietà e sull'amore, va al di là della stessa giustizia... L'amore dà tutto quello che può e vorrebbe che gli altri facessero a voi (cioè il massimo bene) è ciò che i cristiani chiamano carità e noi chiamiamo solidarietà: insomma è amore».

Com'egli sentisse questo ideale di amore tutti i suoi compagni di fede in modo speciale lo sanno, poichè per essi l'affetto di Malatesta era immenso: una

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vera tenerezza, quale non può legare la più amorosa famiglia. Della enorme famiglia anarchica, vasta come il mondo, egli aveva conosciuti una infinità di compagni. Li ricordava tutti, riconosceva tutti, anche dopo una separazione di decine di anni. Prendeva parte alle loro gioie ed ai loro dolori. Nelle loro case si sentiva in casa sua, allo stesso modo che ogni compagno andava in casa di lui come nella propria, finchè l'occhiuta vigilanza fascista non gli fece il vuoto intorno.

Quando già stava con un piede nella tomba, sapendo bene che per se' ormai era finita, più che di sè si preoccupava della malattia di un compagno lontano: e per incoraggiarlo e non dargli dolore gli scriveva d'essere sulla via della guarigione. Sentendo vicina la morte, si commuoveva al pensiero del dolore che ne avrebbero provato i compagni più cari, ma rileggeva le lettere, ne riguardava le fotografie, come un amante lontano dall'amata. E che cos'erano in realtà per lui tutti i compagni sparsi e randagi pel mondo se non l'amata sua famiglia grande, rappresentanza della famiglia umana futura auspicata con tanta fede per tutta la vita?

Leggenda e realtà

QUESTO SENTIMENTO d'umanità non era soltanto in Malatesta forza istintiva, animatrice indiretta del pensiero e dell'azione, bensì costituiva il fonda- mento ragionato della sua dottrina, era la dottrina anarchica medesima. Lo abbi- amo visto già in una citazione precedente. Secondo lui per essere anarchico non bastava la persuasione logica e teorica che l'organizzazione capitalista e statale della società è ingiusta e dannosa all'umanità, nè bastava la semplice mani- festazione del convincimento che una organizzazione diversa senza sfruttamenti e senza governi sarebbe possibile e proficua a tutti gli uomini.

Questo solo sarebbe insufficiente, secondo Malatesta, a fare un buon anar- chico, se l'anarchico anzitutto non sente il dolore che i mali sociali cagionano agli altri oltre che a se stesso. Solo questo sentimento di dolore pei mali altrui e la solidarietà umana ch'esso desta e il bisogno che provoca di porvi un rimedio possono spingere all'azione, fare un ribelle cosciente, formare l'anarchico com- pleto che vuole emancipare dalla miseria e dall'oppressione non soltanto se stesso ma tutti i diseredati e gli oppressi del mondo intero.

Quando si presentava un problema in cui fosse in giuoco una questione di umanità, egli non si chiedeva se la soluzione possibile fosse o no rispondente a questa o quella formula di un programma, ma solo se ne potesse scatturire un bene reale e non effimero, un bene per pochi o molti che non fosse un danno per altri fuori che per gli oppressori e gli sfruttatori. Questa predisposizione psicologica

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e mentale di Malatesta spiega molto bene certe apparenti contraddizioni che gli aridi formalisti e dottrinari, specie se avversari, hanno a gran torto creduto di scorgere tra le teorie da lui affermate e certe espressioni e manifestazioni del suo sentimento in determinate occasioni penose o tragiche della lotta sociale.

Una volta, a certo settarismo freddo che, sull'esempio di Torquemada, sem- brava disposto a sacrificare mezza umanità pur di salvare per l'altra metà l'arida formula di principio, egli ebbe ad opporre: «Io darei tutti i principii per sal- vare un uomo!». Altra volta, contro un terrorismo che si crede rivoluzionario perchè gli paion necessarie le esecuzioni in massa pel trionfo della rivoluzione, Malatesta esclamava: «Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazza, preferirei perdere!». Nel luglio 1921, al suo processo in Milano, egli terminò le sue dichiarazioni ai giurati con alcune parole di dolore per la lotta feroce scate- nata nel paese dal fascismo, lotta «ripugnante a tutti e non giovevole ad alcuna classe o partito». E tutte e tre le volte non mancarono di quelli che schernirono Malatesta come tolstoiano o peggio.

Eppure era Malatesta che aveva ragione. Può darsi che questa o quella sua frase, presa a sè staccata dal resto del discorso, in specie se il momento non consentiva lunghe spiegazioni, potesse prestarsi tra dei semplici orecchianti a una così ingiusta interpretazione. Ma chi conosceva il sentimento intimo di Malat- esta ed il complesso delle sue idee, sapeva che le sue parole avevano un signi- ficato niente affatto tolstoiano, bensì perfettamente coerente col suo sentimento rivoluzionario come col suo pensiero anarchico, per cui non è l'umanità che deve servire ad un principio stabilito a priori, ma è il principio che deve servire alla salvezza dell'umanità. Il principio restava giusto per lui solo in quanto giovava all'umanità. Se la sua applicazione gli avesse nociuto, ciò avrebbe significato che il principio era sbagliato, e si sarebbe dovuto abbandonarlo. Ma egli non lo abbandonava appunto perchè lo sentiva giusto ed umano insieme: e le parole sue non potevano essere interpretate se non come premessa e conclusione insieme del principio di liberazione umana da lui predicato per tutta la vita.

Bisogna però dire, anche prescindendo dalla possibile mala fede con cui degli avversari possono aver disconosciuto la personalità di Malatesta, che a farne mal comprendere i sentimenti e le idee molto spesso han contribuito le leggende createsi sul suo nome nei lunghi anni in cui egli fu costretto a star nascosto od in esilio, fuori del diretto contatto con tutto il popolo. La contraddizione che alcuni, quando lo videro direttamente all'opera e lo conobbero, credettero scoprire in lui, esisteva soltanto fra le leggende false e la realtà vera del suo essere. Ma certe leggende erano ormai così radicate nella opinione di molti che neppure la sua presenza e le sue smentite più categoriche riuscivano completamente a sfatarle,

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poiche', per un fenomeno tutt'altro che raro, esse avevano trovato credito perfino tra non pochi suoi compagni d'idee che non lo conoscevano di persona ed erano disposti a figurarselo secondo le proprie particolari tendenze e magari attraverso i propri errori mentali.

Una delle ingiustizie di cui Malatesta fu vittima per lunghissimo tempo, e che nel 1919-20 si aggravò per tutte le malvagità e le ferocie che l'odio di classe suscitò allora contro di lui, fu la leggenda che lo dipingeva come un suscitatore di disordini incomposti, un teorizzatore dell'omicidio, un violento nella propaganda e nei fatti, un energumeno assetato di sangue. Se ne troverebbero le traccie non soltanto nei giornali conservatori, reazionari e polizieschi, ma perfino in qualche periodico di idee avanzate. Rammento, fra l'altro, un violento e ignobile articolo contro Malatesta ne L'Iniziativa repubblicana di Roma in cui lo si accusava di provocare a bella posta tumulti sanguinosi, mentre era così evidente che questi er- ano provocati sempre dalla polizia italiana col deliberato proposito sia di arrestare i progressi del movimento rivoluzionario sia di creare un'occasione propizia per sbarazzarsi in un modo o nell'altro del temuto agitatore.1

L'essersi egli trovato mescolato dal 1879 in poi, direttamente od indiret- tamente, ad una quantità di movimenti e tentativi rivoluzionari ed insurrezionali europei, ed insieme i rapporti favolosi su di lui delle polizie di tutti i paesi che il giornalismo borghese e certi scrittori alla Lombroso, per servilità professionale o per ignoranza, prendevano per oro colato, avevano facilitato il diffondersi della stupida leggenda. Ciò specialmente in Italia, dove, prima del 1919 e più ancora prima del 1913, Malatesta era sconosciuto perfino a gran parte dei compagni, so- prattutto quelli entrati nel movimento negli ultimi trent'anni. Egli dal 1885 era bensì tornato qualche volta in Italia clandestinamente, ma solo lo vedevano pochi compagni fidati; ed i più non ne avevano sentito parlare che come d'un person- aggio lontano e misterioso. Nel 1897 era stato dieci mesi in Ancona; ma per quasi nove nascosto, e nel poco tempo restante non aveva ancora potuto allargare fuori dalle Marche la sua attività, che già si trovava in prigione, quindi a domicilio coatto, poi di nuovo in esilio.

Fu nel 1913 che veramente egli ricominciò (dopo il 1885) a vivere di per- sona la vita pubblica italiana; ma anche questa volta il pubblico ebbe appena il tempo di seguirne per qualche mese le prime attività non esclusivamente gior- nalistiche, che già la «settimana rossa» e le persecuzioni cui dette luogo lo costringevano ancora una volta a lasciare l'Italia, dove potè tornare solo sulla fine del 1919. Così, quando Malatesta in quest'ultimo periodo si gittò nuovamente nel turbine dell'agitazione italiana, egli era ancora per le masse l'uomo delle vec- chie leggende, non prive certo d'un attraente prestigio romanzesco, ma sempre di

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grande impedimento alla comprensione della sua personalità ed allo sviluppo di quella attività che più sarebbe stata utile. Malgrado ogni suo sforzo contrario, una quantità enorme di gente si ostinava a vedere in Malatesta non l'uomo ch'egli era in realtà ma soltanto quello che alcuni desideravano ed altri temevano ed odi- avano, accogliendo - meno i pochi che avevano avuto occasione di conoscerlo meglio e fuori del tumulto delle riunioni pubbliche, - la vecchia e falsa leggenda che lo presentava violento e fautore dei più inconsulti disordini.

Eppure tutta la vita passata da Malatesta, la vera e non quella dei romanzi polizieschi e giornalistici, era tutta una smentita della leggenda creatasi intorno a lui. In tutti i suoi atti, parole e scritti egli aveva sempre mostrato, e lo mostrò in seguito fino alla fine, di essere guidato soprattutto da quell'alto e puro amore umano che ho già tentato di lumeggiare più sopra, dal criterio della maggiore possibile coordinazione degli sforzi, dal desiderio di evitare ai suoi simili sof- ferenze e dolori, dall'intenzione di risparmiare più che si può il sangue e la vita non solo degli amici ma perfino dei nemici.

Certamente Malatesta fu in modo completo un rivoluzionario - e quindi fautore di quella specie di «disordine» temuto dai reazionari, ch'è il disor- dine iniziale d'ogni rivoluzione, non inconsulto, ma cosciente preparatore di un ordine superiore - come lo sono stati tanti uomini universalmente noti per la loro bontà attraverso secoli, ma che la bontà accompagnavano ad una chiara visione della realtà, per cui la violenza insurrezionale s'imponeva ad essi quale necessità imprescindibile, quale un sacrificio da affrontare per liberare gli uomini da sacri- fici molto maggiori e da mali e dolori incomparabilmente più gravi, sanguinosi e letali.

Una volta giunto alla conclusione della necessità della rivolta e della rivoluzione, Malatesta non se ne dissimulava le conseguenze, e sdegnava le sottili distinzioni e ipocrisie dei politicanti, dicendo intero il suo pensiero - ma questo pensiero, se lo si prende integralmente e non si specula in mala fede su qualche insignificante frase isolata, è la vera negazione di ogni sistema di violenza.

Oratore e scrittore

ANCHE LA SUA PROPAGANDA, pur nella esposizione delle idee più radicali e nel patrocinare i fatti più energici di rivolta e di azione insurrezionale, era nella forma e nel modo di esplicarsi tutt'altro che irruenta e violenta. Ricordo ancora l'impressione che n'ebbi, giovanetto, nel sentire la prima volta una sua conferenza - nel 1897, a Porto San Giorgio (nelle Marche), quando ancora egli stava nascosto in Ancona e si presentava sotto altro nome. Lo avevo conosciuto da poco, e la leggenda della sua terribilità influiva ancora su di me. Quale smentita

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mi ebbi! L'esposizione delle idee, il ragionamento, fluiva dalle labbra dell'oratore; il sentimento che l'animava si comunicava agli ascoltatori attraverso le parole, il gesto sobrio e soprattutto l'espressione dell'occhio vivace. L'uditorio rimaneva incatenato da quel dire semplice, alla buona, come in una conversazione di amici, senza violenze verbali, senza invettive, senza accenti di odio, nell'assenza di ogni retorica tribunizia.

Dopo di allora, a distanza di anni, fino all'ultimo, l'ho sempre sentito il medesimo. Egli parlava il linguaggio del sentimento e della ragione insieme, mai quello del rancore e della vendetta; parlava alla mente e la cuore, faceva pen- sare e commoveva; non si rivolgeva ai nervi al solo scopo di eccitarli. Il che non significa che non sapesse trovare al caso opportuno magnifici accenti d'ira contro gli assassini e i traditori del popolo, e tali accenti erano allora tanto più efficaci quanto meno abituali; nè che il suo dire non si elevasse talora alle più alte cime dell'ispirazione dell'apostolo. Una sottile ironia richiamava alle volte il sorriso sulle labbra degli ascoltatori, ed altre volte invece parole di dolore e di pietà' strappavan loro le lacrime. Nei contraddittori, poi, appariva invincibile; non lo smontavano le interruzioni, ed anzi queste gli fornivano altri argomenti per confondere l'avversario, il quale sembrava uscire stritolato dalla sua dialet- tica persuasiva e avvincente, accessibile a tutti. Ancora si rammenta in Romagna dai vecchi un suo contraddittorio con Andrea Costa (a Ravenna, nel 1884), dopo una lunga seduta della quale si dovè rimandare all'indomani la continuazione; e l'indomani... il Costa era già partito dalla città!

Era questa l'oratoria di Malatesta più efficace alla propaganda anarchica.

A mio parere dessa era più adatta alle conferenze espositive, sia teoriche che di metodo, di didascalica rivoluzionaria, di critica e di storia, e soprattutto polemiche; meno adatta invece ai comizi di piazza, ove le folle pare richiedano molte parole eccitanti e meno sostanza d'idee. E s'egli nei comizi ebbe lo stesso accoglienze calorose, fu forse più pel suo nome, per le cose che diceva diverse dagli altri e per il momento in cui le diceva, che non per un vero e proprio successo del suo genere oratorio. Il pubblico più grossolano, e quegli stessi compagni che più amano le parole grosse e la retorica a base di fuochi d'artificio, non nascondevano talvolta un certo senso di disillusione, dopo qualche comizio cui era intervenuto Malat- esta. Quando esse sentivano da lui troppo poco appagata la voglia di carneficine verbali, troppo poche le invettive ed in cambio maggiori affermazioni realistiche e ragionate, e lo confrontavano con chi prima e dopo di lui aveva evocato tutte le palingenesi dell'apocalisse, credevano che ciò fosse un'inferiorità. E qualcuno ci diceva all'orecchio: «Ma noi ci aspettavamo molto di più!» Ahime', il di più ch'essi aspettavano non eran che vane parole, sostituenti quel pensiero dei

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fatti da cui forse rifuggivano.

Io credo che uno dei più gravi errori di tanti anarchici italiani nel 1920 sia stato - e Malatesta stesso ne convenne più d'una volta - quello di non aver tron- cato a tempo la serie di comizi e ripetizione incessante, utilissimi in un primo mo- mento, ma sperpero dannoso di energie in seguito, e d'avervi costretto e trascinato senza tregua dall'uno all'altro il Malatesta, forzandolo ad un genere d'attività cui meno era adatto e in cui appariva meno efficace di tanti facitori di frasi; e di non avergli fatto invece tenere che pochissime delle mirabili sue conferenze esposi- tive e didattiche, in cui avrebbe assai meglio potuto insegnare metodicamente ed esaurientemente cio' che bisognava fare per la rivoluzione e nella rivoluzione, ed imprimere con esse al movimento un indirizzo più fattivo, un impulso più anar- chico, più serio, più duraturo.

Certo, in quei comizi Malatesta doveva concedere qualcosa all'ambiente, uniformarsi alquanto al genere in voga; pure la sua oratoria era sempre del lin- guaggio il meno violento, tra gli oratori rivoluzionari che allora pullulavano. An- che su ciò un altro ricordo non sarà inutile: quello dell'ultimo grande comizio in cui l'ho ascoltato, in Bologna, in difesa delle vittime politiche, nell'ottobre del 1920. Anche allora egli parlò come al solito, pieno di passione e di ragione in- sieme, ma calmo, con una esatta percezione del momento critico, senza inutili girandole di frasi altisonanti e incendiarie; ciò che , del resto, fece anche l'altro oratore anarchico del comizio. Ma che violenze incredibili di linguaggio sfer- rarono altri oratori, specialmente i socialisti, e più di tutti un giovane professore che, neppure due mesi dopo, doveva inchinarsi nel suo modo più umile al fosco astro sorgente del fascismo! Eppure di tutti gli oratori di quel comizio Malatesta fu l'unico arrestato, pochi giorni appresso, ed il suo discorso di Bologna figurava al susseguente processo di Milano tra i principali capi d'accusa contro di lui.

Molto di ciò che ho detto di Malatesta oratore, dovrei ripeterlo per lo scrittore. Ho già parlato del substrato psicologico di bontà dei suoi scritti ed, incidentalmente, della loro chiarezza, semplicità e concisione. Essi hanno il gran pregio di farsi leggere volentieri, anche quando trattano questioni le meno attuali e appassionanti, perchè Malatesta coglie di queste sempre il lato più umano e più in rapporto con gli interessi generali e insieme con quelli particolari di coloro cui si rivolge, toccando le fibre più intime dell'animo e nel medesimo tempo conqui- stando le menti con la logica più serrata del ragionamento. Egli si mette subito all'unisono col lettore, parlandogli il linguaggio del buon senso, un linguaggio facile e avvincente, senza ombra di quella specie di sopraffazione intellettuale che esercitano per il solito gli scritti dei dottrinari che predicano dall'alto. Chi lo legge

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ha quasi sempre l'impressione di sentir esprimere il suo proprio pensiero, oppure delle idee bensì diverse dalle proprie ma non fuori dalla comune realtà umana, tanto queste idee sono dette con naturalezza, da eguale ad eguali, come se fossero verità lapalissiane ed accettabili da tutti.

Come si riempivano le sale e le piazze all'annunzio ch'egli vi avrebbe par- lato, così ogni periodico o giornale fatto da lui raggiungeva presto la maggiore dif- fusione ed aveva il merito di uscire assai presto fuori dell'ambito dei già convinti, in cui quasi sempre hanno il torto di restare confinate le pubblicazioni solite di propaganda e di partito. Così tutte le edizioni dei suoi notissimi opuscoli si sono sempre esaurite nel più breve tempo, ristampati cento volte in tutte le lingue, fin nei paesi più lontani da noi. Non soltanto la sua influenza personale e l'efficacia della sua propaganda orale, ma anche il modo con cui svolgeva la propaganda con gli scritti spiega come dopo poco tempo ch'egli pubblicava in un dato luogo un suo periodico o giornale, a poco a poco l'ambiente si elevava e riscaldava, gli anarchici si moltiplicavano, lo spirito rivoluzionario cresceva e si sollevava come una marea, e non di rado come per l'azione di un lievito nascosto si determina- vano movimenti collettivi importanti, prima ancora che lo stesso Malatesta se lo aspettasse.

Non si riscontra mai alcun atteggiamento professionale o cattedratico nella prosa di Malatesta; niente ricerca di effetti letterali, nè astruserie dottrinarie, nè ostentazioni culturali; nessuna parola «difficile» del gergo scientifico e filosofico, nè citazioni d'autori. Ciò gli nuoceva forse un po' tra quella speciale categoria di lettori, cui il capir bene e presto ciò che leggono fa l'effetto di trovarsi di fronte a uno scrittore senza profondità od originalità, e che originalità e pro- fondità scorgono solo in ciò che non riescono a capire o capiscon a fatica, anche se non vi siano dentro in sostanza che banalità comunissime o magari il vuoto più completo mascherato dalla più grandiloquente fraseologia. Ma lo scopo di Malatesta era anche quello di reagire contro questa tendenza all'oscurità di lin- guaggio nella propaganda; e d'altra parte il suo successo nel penetrare in ambienti nuovi, e nel far proseliti fra i lavoratori di gusti più semplici e meno guasti da certo intellettualismo tanto falso come a buon mercato, lo compensavano ad usura della incontentabilità dei pochi amanti del bello scrivere incomprensibile. Egli amava soprattutto di farsi capire, e farsi capire dal maggior numero di lettori, e ci riusciva mirabilmente, affrontando i problemi più ardui ed esponendo i concetti più alti nel modo più preciso e chiaro, con una semplicità che non aveva nulla a che fare col semplicismo.

Come oralmente nei contraddittori, così nella polemica scritta, si trovava nel suo elemento. La lunga discussione durata quasi un anno dalle colonne de

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l'Agitazione di Ancona (1897), col suo vecchio amico Merlino, convertitosi allora alla tattica parlamentare, è un modello del genere. Le numerose sue polemiche coi socialisti, coi repubblicani, coi massoni, coi sindacalisti, con le varie correnti anarchiche da lui dissidenti, ecc., sono un esempio di come è possibile discutere con tutti, difendere le proprie idee e criticare le altrui, con tutta serenità, con dig- nitosa cortesia, rispettando l'avversario e senza bisogno di supporlo ad ogni costo in mala fede - pur mettendo energicamente a posto chi sorpassasse per primo i limiti della correttezza o mostrasse troppo evidente l'insincerità o qualche dison- esto secondo fine. Ebbe a polemizzare a più riprese con Costa, con Bissolati, con Prampolini, con Zibordi, con Cipriani, con James Guillaume, con una infinità di compagni e, meno all'inizio col primo, la discussione non si fece mai violenta. Rammento che dopo un breve dibattito fra Giustizia di Reggio Emilia e Umanità Nova, nell'estate del 1920, il redattore della prima poteva chiudere la discussione con una lettera privata cortesissima che finiva col salutare il «caro Malatesta» col motto augurale: «Giustizia e Umanità Nova!».

Malatesta conduceva la discussione ed il ragionamento, portando il metodo che i pedagogisti chiamano «socratico» a un tal grado di finezza che non mi pare sia stato da altri raggiunto, almeno fra gli scrittori moderni e di cose politiche e sociali. La sua dialettica - uso questa parola nel senso normale di arte del ragionare e non in quello stravagante e variabile che le han dato i sofisti antichi e moderni - si elevava sotto la sua penna e diventava così stringente, che l'avversario ne restava preso come in una morsa, e l'indifferente o dubbioso ascoltatore o lettore ne assorbiva (per così dire) le idee quasi senza accorgersene. È ciò che ha fatto la maggior fortuna proselistica dei suoi scritti di propaganda in forma dialogica, tra cui il più celebre è l'opuscolo Fra Contadini .

La letteratura del dialogo non è certo la più facile, specialmente quando il dialogo si svolge intorno a questioni generali e più o meno teoriche. Pure essa è la forma letteraria classica di tutti coloro - da Socrate e Platone fino a Bruno e Galileo - che la passione ideologica, scientifica o politica ha in tutti i tempi ecci- tato a diffondere attorno a se', e tramandare con la penna tra i vicini ed ai lontani, fra i contemporanei ed ai posteri, quella che essi credevano la verità e nella quale avevano fede. Anche Malatesta ha adoperato la stessa arma di propaganda, rag- giungendo il massimo di efficacia non priva di bellezza letteraria. Io sono certo che in avvenire, quando le ire e passioni di parte faranno meno velo agli occhi, i dialoghi di Malatesta saranno altamente apprezzati anche fra coloro che sono e resteranno contrari alle idee in essi propagate.

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Lenin d'Italia?

A PROPOSITO dell'atteggiamento malatestiano di fronte al problema della violenza, debbo aggiungere qualche altra cosa, che contribuirà a lumeggiar meglio la figura dell'uomo.

Più avanti cercherò di esporre ordinatamente le idee di Malatesta anche sulla violenza. Qui mi limito a dire il fulcro del suo pensiero in proposito: l'idea che nessuno ha diritto d'imporre per forza con la violenza o la minaccia della violenza, agli altri, con nessun pretesto (neppur quello di fare il loro bene), le proprie idee, il modo di vivere e organizzarsi, i sistemi, le leggi, ecc. E da ciò egli derivava la logica conseguenza del diritto dei popoli e degli individui di ribel- larsi ai governi ed ai padroni: che in sostanza (diceva) è un «diritto di legittima difesa» contro le imposizioni coercitive dei secondi, i quali esercitano sui primi la loro oppressione e sfruttamento per mezzo della violenza e con la minaccia della violenza o, ch'è lo stesso, col ricatto della fame. Di qui la necessità della vio- lenza rivoluzionaria contro la violenza conservatrice dell'attuale organizzazione politica ed economica della società.

Malatesta non separava, però, questa necessità dell'uso della violenza rivoluzionaria dalla sua premessa della negazione della violenza coercitiva - al contrario di ciò che fanno tutti i rivoluzionari giacobini, bolscevichi ed in genere autoritarii. Non credeva utile neppure ora, anzi lo reputava il peggior danno, vi- olentare la libertà altrui per piegarla alla propria, ai propri metodi, alla propria speciale disciplina. La rivoluzione dovrà liberare il popolo da tutte le imposizioni governative e padronali, non creargli imposizioni nuove. E la medesima libertà per tutti reclamava fin da oggi, sia nell'orbita del movimento rivoluzionario, sia nei rapporti con l'ambiente esteriore. La rivoluzione si fa, nè potrebbe essere diversamente, «con la forza»; ma non può essere fatta fare «per forza».

Queste idee però s'inquadravano così poco e male nella leggenda del Malatesta «capo» di complotti e di tumulti, cui più sopra ho alluso, che al suo arrivo in Italia, nel 1919, non furono pochi coloro che in ogni campo si affret- tarono a vedere in lui - il «Lenin d'Italia». Per quanto l'appellativo, in specie allora, potesse sembrare lusinghiero, esso pose subito nel più grande imbarazzo Malatesta e gli fece anche temere una pericolosa deviazione d'idee fra i suoi com- pagni, poichè perfino qualcuno di questi se l'era lasciato sfuggire di bocca o dalla penna. Un anarchico italiano, profugo nel Sud America, Aldo Aguzzi, ebbe a raccontare, in una sua conferenza a Montevideo subito dopo la morte di Malat- esta, l'episodio del suo primo incontro con questi che si collega direttamente con quanto vò dicendo. Merita la pena che io lo riferisca quanto più testualmente mi è possibile.

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«Io ero allora un ragazzo, uscito da poco dal partito socialista insieme a tutti i soci del circolo giovanile di Voghera con cui avevamo fondato, fuori del Partito, un «Gruppo giovanile sovversivo». Non eravamo anarchici, bensì qualcosa di simile a quel che sono ancor oggi molti comunisti, cioè avversari dei riformisti ed entusiasti della Russia. Io mi credevo già «quasi anarchico», ma in realtà non sapevo che pochissimo di anarchia, poichè si può dire che l'unica differenza che vedevo tra un anarchico e un socialista era che il primo vuole la violenza e l'altro no. Ciò era necessario dire per spiegare quanto mi avvenne.»

Sui primi del 1920 venne a Voghera, chiamato dal gruppo anarchico locale, Errico Malatesta con altri suoi compagni (Borghi, la D'Andrea, ecc.). Malatesta parlò in un salone delle scuole elementari. Fui pregato io di presentarlo, e lo presentai salutando in lui il Lenin d'Italia, quegli che, superando i socialisti, ci avrebbe condotti alla rivoluzione come in Russia. Dopo la mia chiacchierata egli salì alla tribuna, ringraziò il pubblico che non cessava di acclamarlo... col titolo che io gli avevo appioppato e, dopo aver trattato di molte altre cose, a un certo punto venne a parlare della definizione che io avevo data di lui. In verità non mi trattò male, anzi mi fece qualche complimento; ma spiegò che non poteva, nè voleva, nè doveva essere un Lenin. In riassunto, per quanto mi è possibile riassumere a dodici anni di distanza, tenuto conto anche della confusione mia in quel momento, ecco quello che disse:

«Il ragazzo che mi presento' dev'essere sincero ed entusiasta e forse ha creduto di farmi piacere dicendo che sono il vostro Lenin. Credo ch'egli non sia anarchico, come non lo saranno di sicuro quanti di voi hanno raccolto il suo grido. Lui e voi siete dei rivoluzionari, capite che i vecchi metodi riformisti non valgono più, forse siete sfiduciati dei vostri capi socialisti, e allora cercate un uomo che vi ispiri fiducia e vi porti alla rivoluzione. Grazie tante per la fiducia, ma vi sbagliate. Ho tutto il desiderio di fare il bene vostro che è anche mio, però io sono un uomo come tutti gli altri, e se diventassi il vostro capo non sarei migliore di quelli che ora voi ripudiate. Tutti i capi sono uguali e se non fanno quel che voi desiderate, non è sempre perchè non vogliono, ma anche perchè non possono. Trattan- dosi poi della rivoluzione, questa non è uomo che può farla: dobbiamo farla tutti insieme. Io sono un anarchico, non voglio ubbidire, ma sopratutto non posso comandare . Se diventassi il vostro Lenin come quel «ragazzo» desidera, vi porterei al sacrificio, diventerei il vostro padrone, il vostro tiranno; tradirei la mia fede, perchè non si farebbe l'anarchia, e tradirei voi, perchè con una dittatura vi stanchereste di me, ed io, fatto ambizioso e magari convinto di compiere un dovere, mi circonderei di poliziotti, di burocrati, di parassiti, e darei vita ad una

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nuova casta di oppressori e privilegiati dalla quale voi sareste sfruttati e vessati quanto oggi lo siete dal governo e dalla borghesia. Ricordo che Malatesta disse anche: 'Se proprio mi volete bene, non desiderate che diventi il vostro tiranno. Ma molti dettagli e frasi sue ora mi sfuggono. Subito dopo spiegò come si doveva «fare» la rivoluzione. Ricordo fra l'altro che parlò di «occupare le fabbriche», di armamento del popolo, di costituzione di bande armate, ecc. espri- mendosi calmo, più degli stessi riformisti del paese... A dir il vero, il pubblico restò alquanto deluso (e un po' anch'io, lì per lì) perchè Malatesta non rispon- deva la «tipo» immaginatoci. Ma il fatto è che, dopo quella conferenza, io avevo capito cos'era l'anarchia e cosa vogliono gli anarchici, e lo ero diventato anch'io...»

Quest'episodio, simile a tanti altri - ripeto che per un istante la leggenda del «Lenin d'Italia» ebbe corso anche tra alcuni che già erano e si credevano anarchici - mostra assai bene l'equivoco cagionato dall'incomprensione della per- sonalità e delle idee di lui, fuori dell'ambiente strettamente suo. Quest'equivoco, per forza di contrasto, provocò in molti il passaggio da un'incomprensione all'incomprensione opposta. Quando finalmente Malatesta riuscì a far capire quanto fosse diverso da quelloo che tanti credevano, da un lato i reazionari ed i nemici in malafede videro nel Malatesta reale una finzione e lo investirono con violenza inaudita come un lupo che si vestisse del manto dell'agnello;1 dal lato opposto i rivoluzionari più ammalati d'autoritarismo e gli amanti della violenza per la violenza, i bolscevichi e bolscevizzanti, lo credettero cambiato e videro in lui, come abbiamo già detto, un tolstoiano. La stampa comunista bolscevica, che in un primo periodo lo aveva coperto di fiori, finì con la consueta fraseologia stereotipata col parlarne come di un controrivoluzionario, piccolo borghese, ecc.

Eppure il Malatesta era sempre il medesimo. Se c'era un uomo in Italia che poteva, dopo cinquant'anni di lotta costante, ripetere il vanto del poeta Giuseppe Giusti, «non ho piegato - nè pencolato», era proprio lui. Le sue parole dei comizi del 1920 erano le stesse di tutta la sua passata propaganda fin dal 1872. Quel «piccolo borghese» aveva combattuto per mezzo secolo la borghesia pic- cola e grande, e come operaio si era guadagnato sempre la vita col sudore della sua fronte. Quel «vecchio controrivoluzionario» non aveva fatto altro, fin da ragazzo, che propagare e preparare la rivoluzione. Quel «tolstoiano» era stato e continuava ad essere il predicatore di tutte le rivolte, invitava gli operai ad oc- cupare le fabbriche e i contadini le terre, incitava «con calma» il popolo ad armarsi ed i rivoluzionari a preparare le bande armate - e (oggi che è morto lo si può dire) dovunque ha potuto, sempre, fino all'ultimo, non si limitava ad incitarvi

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gli altri; ma metteva egli stesso le mani in pasta non lesinando ai volenterosi il suo aiuto e la sua partecipazione diretta.

Uomo d'azione

IL MOTTO di Giuseppe Mazzini, «pensiero e azione», fu impersonato magnificamente da Errico Malatesta. Non saprei se egli ne avrebbe accettato la formula, data l'antipatia di lui per tutte le formule; ma se è vero che nella con- cezione malatestiana il pensiero e la volontà precedono l'azione, è altrettanto vero ch'egli ha sempre e sopratutto cercato di essere uomo d'azione, di sollecitare intorno a se l'azione - preferibilmente l'azione di masse, che credeva più nec- essaria, ma altrettanto instancabilmente, poichè quella non sempre è possibile, l'azione di gruppi e individuale.

L'idea per lui non era viva che attraverso l'azione. Non l'azione fine a se stessa, s'intende; non gli scatti incomposti di folle esasperate ritornanti dopo un momento d'ira più passive di prima, nè le violenze cieche di disperazione individuale senza un bersaglio giusto e determinato. Egli comprendeva tutto ciò e ne trovava la spiegazione e la scusante nell'ingiustizia sociale provocatrice, ma nè lo voleva nè l'approvava, e sollecitava bensì fatti di popolo o di singoli, mossi da una volontà premeditata di bene, guidati dalla ragione e da un sentimento superiore di umanità. Ma che fossero fatti e non soltanto parole, azione e non vana accademia.

Basti ricordare qui che l'antico organizzatore della «propaganda coi fatti» delle bande di Castel del Monte e di Benevento del 1874-1877 continuò sempre fino all'ultimo ad accorrere dovunque vi fosse speranza e possibilità di «pescare nel torbido» - secondo l'espressione maligna della polizia inter- nazionale - di agire cioè utilmente per la rivoluzione, secondo le sue intenzioni: palesemente dove poteva, clandestinamente nei paesi da cui era espulso o in cui aveva processi e condanne da subire - nell'Erzegovina insorta ed in Serbia contro il governo turco prima del 1880; nell'Egitto sollevato contro gli inglesi nel 1883; a Parigi pei movimenti del I Maggio nel 1890 e nel 1906; in Spagna nel 1892 e nel Belgio nel 1893 durante le sommosse di quegli anni nei due paesi; in Italia al tempo dei moti del 1891, poi del 1894, quindi nel 1898, e più tardi partecipando alla «settimana rossa» del 1914.

Tutti noi ricordiamo la sua presenza dovunque in Italia, nel dopoguerra, nelle fabbriche occupate come nelle vie e le piazze in mezzo al popolo. Nel 1921- 22 egli partecipò attivamente a tutti i tentativi di azione per opporre un argine al fascismo, incoraggiando le formazioni armate degli «arditi del popolo» e la

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preparazione dell'ultimo sciopero generale precedente la «marcia su Roma».

Nessun apriorismo dottrinario gl'impediva di esaminare tutte le probabilità che si presentassero di un'azione rivoluzionaria su vaste basi, se le circostanze gli sembrava permettessero di utilizzare movimenti collaterali di gente lontana dalle sue idee - o magari di deviare verso scopi rivoluzionari qualche fatto di orig- ine avversa, come l'impresa dannunziana di Fiume nel 1920 con un progetto che però lasciò subito cadere, senza occuparsene oltre, appena vide l'insufficienza degli elementi necessarii a superarne e vincerne le tendenze peggiori e nemiche. Ma in tali casi delicati e pericolosi, in cui aveva cura di agire sotto sua person- ale responsabilità e senza impegnare altri che se stesso, sapeva sempre serbare l'equilibrio e le dovute distanze, sfuggendo ad ogni possibile insidia di chi lo avvicinasse con secondi fini, restando costantemente l'anarchico coerente a se stesso, che non perdeva di mira neppure per un attimo lo scopo liberatore della rivoluzione.

L'idea dominante in Malatesta era l'insurrezione popolare, la cui preoccupazione lo accompagnava in ogni altra attività e ne ispirava tutti i criteri di tattica e di metodo. Poichè un lavoro serio di preparazione in tal senso, fatto aperta- mente e direttamente, non sarebbe mai stato tollerato dalle forze preponderanti governative e borghesi, che lo avrebbero troncato a ogni costo all'inizio e per- sonalmente avrebbero messo subito fuori gioco lui stesso, Malatesta soleva quasi sempre iniziare di pari passo o in antecedenza un altro lavoro di «copertura», legalmente permesso, che più richiamasse l'attenzione di tutti e stornasse quella dell'autorità - per solito qualche giornale (rincaro di viveri, domicilio coatto, vit- time politiche, libertà di stampa, ecc.) - che servisse agli scopi più comuni e vivi della propaganda, e nel medesimo tempo fiancheggiasse indirettamente l'altro la- voro più importante ma meno palese, creandogli intorno un ambiente spirituale favorevole fra i simpatizzanti, gli elementi affini e le masse in generale. Si vide spesso per esempio nel 1897, nel 1914 e nel 1920, come l'abilità di Malatesta sapesse sfruttare questo suo sistema con ottimo successo.

Degli atti di rivolta individuale - pur convinto dell'utilità morale e politica che quelli di essi meglio diretti possono assumere in momenti decisivi o per mo- tivi speciali, ma conscio d'altra parte della grande difficoltà che giungano ogni volta a riunire le due doti più rare a trovarsi insieme del'estrema energia e della medesima consapevolezza, che pur sono indispensabili - non fece mai propaganda eccitatrice. Nelle sue conferenze (negli scritti vi faceva pure talvolta evidenti al- lusioni) parlava solo di quelli che s'inseriscono necessariamente nel corso di una insurrezione vera e propria. Nonostante ciò, anche fuori di questo ultimo caso,

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pur senza istigare alcuno, nè dissimulava la necessità che talvolta le circostanze ne creavano, nè negava all'occasione la sua cooperazione fraterna per qualche fatto di rivendicazione suprema a coloro che vi fossero volontariamente e irre- vocabilmente decisi con giustezza e bontà di propositi.1 Ed all'indomani non si avvolgeva in riserve o in denegazioni prudenti, ma testimoniava apertamente ai ribelli tutta la più commossa e completa solidarietà del suo pensiero e del suo sentimento.

Questa linea di condotta di rivoluzionario sagace e completo, che non si lasciava sfuggire nessun elemento piccolo o grande di azione che potesse influire sugli avvenimenti in un senso di libertà e di progresso civile, trova riscontro nella storia italiana nella condotta non dissimile che tenne in proposito durante i molti anni del suo lungo esilio quell'altro grande apostolo che fu Giuseppe Mazzini - malgrado che posteriormente la calunnia stupida dei nemici e la prudenza op- portunista degli amici abbiano in vario senso contribuito ad oscurare e dissimulare questo lato ancor troppo misconosciuto dell'attività rivoluzionaria del più grande artefice della liberazione politica di Italia.

Per l'azione Malatesta non conosceva divisioni di tendenze. E se amava molto i compagni che sapevan comprendere il suo pensiero nella sua migliore espressione, amava non meno fortemente quelli che avevano la sua stessa pas- sione di rivolta, anche se erano divisi da lui da qualche dissenso di teoria e di tattica. Nè si trattenne, talvolta, dal manifestare rudemente la sua riprovazione per qualche suo più prossimo amico, se questi parve per un istante subordinare il dovere della solidarietà coi ribelli a considerazioni di opportunità contingente o di freddo dottrinarismo. V'erano certamente dei fatti di violenza ch'egli dis- approvava e respingeva; e, se ne avvenivano, diceva su essi chiaro e netto il suo giudizio avverso. Ma non coinvolgeva nella avversione aprioristicamente le per- sone degli autori, in cui non vedeva che altre vittime dell'ingiustizia imperante, la vera e maggiore responsabile; e se ne sapeva il disinteresse e la bontà orig- inaria delle intenzioni, insorgeva a loro difesa, senza curarsi dell'ostilità della cosiddetta opinione pubblica, contro la vendetta legale che si scatenava su di loro.

Quando sorgeva la necessità di qualche azione che più gli stesse a cuore, non si limitava a consigliarla, non amava mandare gli altri; faceva egli stesso con gli altri e come gli altri. Lo si vide durante i giorni della «settimana rossa» in Ancona nel 1914, e in altre occasioni. Nè sdegnava le mansioni modeste, o più pericolose. Qualche amico mi raccontò che, appunto nel 1914, prima dei fatti del giugno - si prevedeva imminente lo sciopero generale dei ferrovieri e un pos- sibile sbocco insurrezionale grandioso, e vi fu un momento di febbrile e affrettata

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preparazione di mezzi per non essere colpiti impreparati - Malatesta un giorno traversò mezza Ancona con una valigia di esplosivi, sotto il naso dei poliziotti che lo sorvegliavano. Gli chiesi dopo se era vero e perchè non avesse affidato ad altri quell'incarico. «Perchè non avevo tempo (mi rispose) di mandare a chiamare le persone più adatte; e volli tener io quella roba, perchè non saltasse in mente a qualcuno di servirsene anzitempo per qualche altro fatto che avrebbe rovinato tutto il nostro lavoro allora più urgente».

Quest'ultimo episodio, si trova a lumeggiare il senso di responsabilità che mai abbandonava Malatesta, potrebbe però far pensare a mancanza di pru- denza in lui. Sarebbe un errore. I rischi li accettava, ma non li cercava senza ragione; e prendeva tutte le precauzioni occorrenti; senza ostentare una inutile temerità. Talvolta anzi prendeva precauzioni che altri intorno a lui, non sapen- done il perchè trovava esagerate: specialmente quando era contemporaneamente impegnato in qualche altra iniziativa che gli premeva di più o quando il rischio poteva implicare terze persone. In realtà non mancava punto di astuzia per de- ludere le ricerche della polizia e le istruttorie della magistratura. Ma quasi tutta la sua astuzia consisteva nella spontanea bonomia e naturalezza; l'astuzia illustrata così bene da Edgardo Poe in una celebre novella, del nascondersi il meno pos- sibile o niente affatto, come quando visse per nove mesi in incognito in Ancona e, mentre la polizia lo cercava dovunque, egli girava tranquillamente per la città, frequentava tutti i luoghi pubblici e si recava dovunque con l'unica precauzione di non farsi vedere per strada insieme con compagni troppo conosciuti.

Il fatto che Malatesta durante cinquant'anni si è mescolato a una quantità di fatti e movimenti piccoli e grandi d'indole rivoluzionaria e sovversiva; è stato incarcerato un'infinità di volte, sempre sospettato, spesso processato, poichè la polizia intuiva la sua presenza fattiva dovunque. Eppure quasi mai è stato preso, come suol dirsi, con le mani nel sacco. Forse è il rivoluzionario italiano che, avendo fatto di più, si è riusciti a condannare di meno, due o tre volte appena in tutta la sua lunga vita, ed anche allora ingiustamente, cioè senza prove o per fatti non suoi o non costituenti reato. «Sono stato condannato solo quando ero innocente!» mi disse un giorno scherzando, non senza una punta di malizia.

Intellettuale

QUESTA FEBBRE d'azione che sempre possedè Malatesta è forse ciò che più di tutto lo distolse dal dedicarsi ad un lavoro intellettuale metodico e continuato, che lo avrebbe certamente posto fra i più illustri del mondo scientifico e letterario, a seconda del ramo di ricerca cui avesse consacrata la sua più geniale intelligenza, o lo avrebbe reso assai più noto di quel che non sia oggi come teorico

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primissimo dell'anarchismo, quale pure nonostante tutto egli fu.

Eppure egli non sprezzava affatto le gioie del lavoro dell'intelligenza e ne sentiva spesso un'acuta nostalgia. Ma egli le considerava un po' l'otium dei Romani dell'antica tempestosa repubblica, di poco anteriore l'impero, pei quali vero lavoro era soltanto quello dedicato alle cure dello Stato, alle guerre civili o di conquista, alle battaglie del foro, del tribunale o del senato, mentre la cul- tura delle lettere e della filosofia era semplicemente il gradito riposo dei giorni di tregua tra una spedizione militare in lontane province e una lotta accanita interna contro un partito avversario. In Malatesta l'uomo di studio era di continuo vinto dall'uomo d'azione. Egli aveva veramente «tutti quei diavoli in corpo» che Bakunin - al quale tanto assomigliava in questo suo subordinare sempre il lavoro di teorizzazione a quello di agitazione - sopratutto desiderava nei suoi compagni, collaboratori e discepoli. Il grande rivoluzionario russo vide ciò subito in lui, fin dal primo incontro nel 1872 col focoso giovanetto italiano; e prese ad amarlo e considerarlo come il suo «Beniamino», ch'era il nome con cui Bakunin chiamava Malatesta nel linguaggio convenzionale della cospirazione.

Alla tranquillità del puro lavoro intellettuale Malatesta aveva rinunciato fin dall'età di 18 anni, quando cominciò a trascurare gli studi e poco dopo li abbandonò del tutto per dedicarsi completamente alla propaganda, all'agitazione rivoluzionaria e alla lotta, senza più voltarsi indietro, fino alla morte. Più volte, nell'abbandono di qualche intima conversazione, quando egli esponeva certe sue idee originali e nuove sui più ardui problemi del pensiero contemporaneo, ed io gli chiedevo quando si sarebbe deciso ad esporle completamente e non soltanto ad accennarne di volo in qualche articolo occasionale, egli ebbe a rispondermi: «Più tardi, n'avrò tempo; tu vedi bene che ora c'è tanto di più urgente da fare!». Ed in verità il lavoro pratico del movimento era sempre molto, e tutti noi sentivamo la indispensabilità dell'opera sua; ma pure, quando sarebbe stato utile anche l'altro lavoro, specialmente per quando egli non ci sarebbe stato più!

Parecchi di noi, fra gli altri con maggiore insistenza Max Netlau e Luigi Bertoni, gli suggerimmo spesso di scrivere le sue memorie, che di tanta utilità sarebbero state per la storia contemporanea e per la comprensione degli avveni- menti in cui s'era trovato mescolato; ed egli rispondeva: «Si, forse... Ma non c'è fretta; ci penserò quando non ci sarà altro di più importante da fare, quando sarò vecchio». Ma poichè egli trovava sempre qualche cosa di più importante da fare e non riconobbe mai d'esser vecchio, le sue memorie non le scrisse mai. In fondo, non voleva scriverle, un po' per un'intima ritrosia a parlar di se stesso ed un po' perchè non tutte le verità i suoi scrupoli gli avrebbero consentito di dire. «Non si scrive la storia mentre il combattimento dura», soleva egli dire,

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«e la storia importava più farla che scriverla». Eppure gli erano state fatte proposte vantaggiosissime per un lavoro del genere, da qualche editore inglese mentr'era a Londra e da un editore italiano negli ultimissimi anni. Ma egli sentiva anche ripugnanza a chiedere mezzi di vita ad occupazioni puramente intellettuali che lo avrebbero distolto dal movimento.

Il riposo della vecchiaia lo vedeva sempre lontano davanti a se'. «E' vecchio solo chi vuole, diceva, e la vecchiaia è una malattia dello spirito» e spingendosi scherzando fino al paradosso aggiungeva che «la morte è un pregiudizio». A questo proposito è caratteristico il seguente episodio. Dei giovanetti operai e studenti gli comunicavano un giorno (lui aveva quasi 70 anni) di avere costituito un «Gruppo anarchico giovanile». «Benissimo!» egli disse, «iscrivete anche me nel vostro gruppo». Garbatamente egli così crit- icava l'erronea tendenza a separare gli elementi più giovani dagli altri e faceva rilevare la verità, che egli veniva dalla lunga esperienza e dal suo spirito medes- imo, che spesso certi giovani sono più vecchi dei vecchi, e viceversa. Egli infatti, a 75 anni, era ancora il più giovane fra tutti noi.

Malgrado tutto, a denotare in Malatesta un intellettuale di prim'ordine bas- tano i pochi opuscoli tanto conosciuti ch'egli ci ha lasciato - in specie Fra Con- tadini, Al Caffe', e L'Anarchia sono tre capolavori nella sostanza e nella forma che basterebbero a stabilire la fama di un uomo. Ma più ancora lo riconoscereb- bero come tale coloro che potessero consultare una raccolta degli scritti, oggi purtroppo sconosciuti ai più, ch'egli ha sparso per sessant'anni in giornali e riv- iste di tutto il mondo. Se ne farebbero parecchi volumi. La maggior parte di questi scritti, anche quelli brevissimi e più di attualità, non hanno quasi mai un carat- tere effimero; e difficilmente se ne troverebbe uno, anche su argomenti fugaci e secondarissimi, che non contenga qualcosa di originalmente suo e meritevole per le più varie ragioni di essere ricordato. Ma innumerevoli sono gli articoli suoi che, pur prendendo lo spunto da fatti contingenti o da questioni polemiche del momento, si elevano a considerazioni generali ed espongono in proposito tutto un ordine d'idee nel modo più esauriente.

Certo, sarebbe stato augurabile che Malatesta ci avesse lasciato anche qualche più vasta opera elaborata organicamente e sistematicamente sull'anarchismo e la rivoluzione, cui egli stesso avesse dato un carattere permanente e defini- tivo. Ma cause più forti di lui, oltre la febbre d'azione di cui ho già; parlato, glielo hanno impedito: alcune intrinseche in lui ed altre più materiali ed esteriori, benchè egli non ne rifuggisse punto di deliberato proposito.

A più riprese egli s'era proposto, e n'aveva parlato agli amici, di dedi-

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carsi a un lavoro di ampie proporzioni, che fosse l'espressione del suo pensiero personale. Fin dal 1897 mi diceva di un suo libro sull'anarchia, di cui aveva abbozzato lo schema e accumulato del materiale, e che avrebbe forse fatto pubbli- care dall'editore Stock di Parigi. Altro materiale aveva messo insieme a Londra e scritto anche qualche cosa, verso il 1913, per un lavoro su «la previsione in sociologia». Negli ultimi anni, su le insistenze degli amici, aveva elabo- rato tutto il piano d'un'opera da svolgere in due o tre volumi, qualcosa di mezzo tra ricordi e discussioni d'idee e metodi, in cui avrebbe incorporato alcuni suoi scritti passati meno noti, completata da una visione di come potrebbe svolgersi una rivoluzione in cui gli anarchici potessero rappresentare una parte preponder- ante. Aveva ideato anche una specie di racconto utopistico di una rivoluzione immaginaria, in cui avrebbe voluto dire i suoi consigli pratici per preparare e far trionfare la rivoluzione e per dare poi a questa un indirizzo ricostruttore anar- chico. In una lettera del 1925 mi diceva a proposito di questi progetti, in risposta a qualcosa che glien'avevo scritto: «Tu aspetti da me l'anarchismo realizzabile e realizzatore che segni un passo avanti su Bakunin e Kropotkin; e a dirti il vero io non dispero di soddisfarti».

Non so che cosa egli abbia fatto di tutti questi bei propositi. Forse fra le carte restate di lui qualcosa potrebbe esservi; ma, se non proprio nulla, certo pochissimo. Negli ultimi tempi molto debbono essergli state d'impedimento e la sempre più malferma salute e la terribile intranquillità continua in cui lo man- teneva l'asfissiante e tormentosa sorveglianza fascista. Ma uno dei più forti im- pedimenti non materiali fu certamente, non soltanto negli ultimi tempi ma sem- pre, la sua stessa mentalità aborrente quasi per istinto da tutte le sistemazioni formali e definitive, e tendente di continuo a correggere ogni soluzione, in cui egli vedeva sempre di nuovo qualche difetto. Ciò, unito ad una modestia inte- riore invincibile, faceva si che fosse mai contento di quello che scriveva. Così, quando non scriveva sotto l'aculeo delle necessità della lotta o della polemica, o quando il tipografo non era lì a strappargli di mano il manoscritto per il giornale che non poteva aspettare, se opponeva da un lato i fogli già pieni per rileggerli l'indomani, il giorno dopo quel che aveva fatto non gli piaceva più, ci vedeva mille difetti e finiva spesso col lacerare e gettar tutto nel cestino; oppure rifaceva, correggeva, ecc., finchè le circostanze esteriori non lo costringevano a lasciar il lavoro iniziato, che così rimaneva sospeso per un pezzo e veniva poi col tempo abbandonato.

Nonostante tutto ciò, gli scritti che ci restano di Malatesta costituiscono di per se stessi una produzione così vasta ed hanno un così gran valore che

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sarebbero più che sufficienti, se ritrovati e riuniti, a darci se non l'opera che ancora egli avrebbe potuto, di certo un'opera non inferiore al nostro desiderio. Chissà, del resto, che anche dal punto di vista più strettamente intellettuale, il pensiero di Malatesta sviluppatosi ed espressosi frammentariamente in migliaia di articoli, senza un ordine logico apparente, tra una battaglia e l'altra, in uno studio che era tenuto costantemente in rapporto coi fatti cui egli partecipava, al contatto infuocato della lotta e della vita reale più viva, in mezzo a tutto il movimento proletario e popolare, sotto il controllo costante dei contrasti e della polemica - chissà, dico, che il pensiero malatestiano non risulti più vicino alla verità, più attuale e vitale, più efficace a guidare gli uomini nella condotta e nell'azione, più dinamico (come si dice oggi), che non quello che avrebbe potuto essere elaborato nella calma solitaria di un gabinetto e scatturire da una speculazione intellettuale a tavolino, sempre, malgrado ogni sforzo contrario, forzatamente separata alquanto dal movimento continuo degli uomini e delle cose!

Malatesta stesso, malgrado la sua incontentabilità, non si mostrò contrario ad una raccolta dei suoi scritti giornalistici quando ultimamente glielo proposi; e sapendo che avevo messo insieme parecchio di questo suo materiale, altro me ne fornì in più volte - e solo mi pregava di aspettare e pubblicarlo che egli potesse occuparsi della scelta, del riordinamento e di qualche nota e correzione. La nostra separazione impedì anche questo lavoro; ma la morte di Malatesta dovrebbe de- ciderci alfine a procedere ora a questa ripubblicazione di tutti gli scritti suoi, per la quale sono cessati con la sua scomparsa i legittimi indugi ch'egli ci opponeva.1

La cosa non è facile, ma neppure impossibile. Le maggiori difficoltà vi sono opposte, è vero, dal momento critico di questo tumultuoso e catastrofico periodo storico. Ma queste difficoltà debbono essere vinte dagli uomini di buona volontà, poichè v'è per tutti un interesse materiale a che il pensiero di Malatesta sia presentato nel suo complesso più integrale all'attenzione dei rivoluzionari delle più giovani generazioni ed a tutti i lavoratori e combattenti per la libertà, i quali possono trarne luce e consiglio di valore impareggiabile proprio nelle lotte in cui più sono oggi impegnati e nelle rivoluzioni che più appaiono imminenti.

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Operaio

GLI IMPEDIMENTI di carattere intrinseco che Malatesta trovò in se stesso, di cui ho già parlato, non sarebbero bastati - bisogna ben dirlo - a far sì ch'egli finalmente non riuscisse, vincendo la sua incontentabilità, a raggiungere sul ter- reno intellettuale il coronamento finale e sintetico di tutta la vasta sua opera prece- dente, come era certo anche nel suo desiderio, se egli avesse potuto avere material- mente tutta la tranquillità ed il tempo necessario. La sua stessa incontentabilità

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avrebbe contribuito a render ancora più perfetta l'opera sua. Ma tempo e tran- quillità egli non ebbe mai!

Oltre alle necessità della propaganda, della lotta e dell'azione rivoluzionaria, che per lui costituiscono l'imperativo categorico di tutta la vita, egli incontrò dinanzi a se', di continuo, anche forti difficoltà materiali, estrinseche, le quali gl'impedirono di fatto di darsi ad un lavoro culturale metodico e di lunga lena, suo proprio. Non parlo qui delle persecuzioni poliziesche, prigionia, fughe, ecc., che non poco tempo gli rubarono; esse rientrano nell'ambito normale della vita d'ogni militante rivoluzionario il quale, come diceva Malatesta stesso, «non e' mai libero di sè ed è sempre in libertà provvisoria». L'impedimento materiale maggiore fu che egli dovette sempre lavorare per vivere.

Vero è che anche questo impedimento egli se l'era creato volontariamente.

Ricco di famiglia,1 appena aveva potuto si era sbarazzato di tutti i suoi beni, ce- dendoli alla propaganda ed ai poveri e abbandonati gli studi universitari per meglio «andare al popolo» (come si diceva al 1870, sull'esempio dei rivoluzionari russi), aveva per vivere voluto imparare un mestiere. Da allora fu sempre povero in canna. Si era fatto meccanico, nella bottega del suo amico internazionalista Agenore Natta a Firenze; e con quel mestiere potè in seguito guadagnarsi il pane quotidiano - tranne che negli intervalli in cui le ragioni superiori della lotta lo costringevano al lavoro di agitazione e giornalistico, anch'esso troppo assorbente e febbrile per permettergli di raccogliersi in una attività puramente intellettuale.

Vi furono periodi in cui, se non fosse stato il bisogno di lavorare manualmente al suo mestiere, egli avrebbe potuto godere della relativa tranquillità necessaria ad una attività culturale, specialmente nel tempo passato a Londra nelle soste piuttosto lunghe fra l'una e l'altra sua corsa nel continente europeo od americano. Ma proprio allora, nel tempo della sua maggiore virilità, un lavoro estenuante lo assorbiva dalla mattina alla sera, ed anche molte serate doveva sac- rificare per dare lezioni a pagamento con cui supplire alla scarsità del guadagno del suo lavoro manuale. Il lavoro di elettricista meccanico lo inchiodava nella sua botteguccia nel quartiere di Islington o lo costringeva a girare per Londra con la sua gerla di arnesi in spalla per recarsi dove era chiamato ad aggiustare apparec- chi elettrici o a gas, cucine economiche, ecc.: e «doveva spesso collocare tubi di gas e installazioni elettriche, o ripararle, in locali freddi ed esposto alle correnti d'aria, a volte steso per terra sul pavimento gelato e sulla dura pietra».

Pietro Gori mi raccontava che una volta, durante il suo esilio a Londra del 1894, essendo andato con Kropotkin e qualche altro compagno a cercare Malatesta, lo trovarono mentre in cima ad una scala con scalpello e martello stava forando un muro, sulla via, per applicarvi la targa di una ditta commer-

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ciale. Kropotkin nel vederlo aveva esclamato: «Che uomo ammirevole!». E Gori gli aveva risposto: «Sì, Malatesta è ammirevole; ma che tristo mondo e' questo, che costringe una così alta intelligenza a spender tempo, energia e salute in un lavoro come questo, che tanti altri saprebbero fare, impedendogli così di fare quello che solo lui saprebbe! e che gran torto è quello del nostro movimento di non trovare il modo di permettere a quest'uomo di fare quel lavoro utile all'umanità di cui sarebbe tanto capace!» Che Gori avesse non poca ragione lo sentii anche io dentro di me, quando nel dicembre 1906 fui a Londra e passai sette giorni di vita comune con lui nella casa in cui abitava, presso i coniugi Defendi. I familiari mi dissero ch'eran contenti della mia venuta, perchè Errico per star con me si era presa una settimana di vacanza, di cui (aggiungevano) aveva proprio bisogno per la sua salute, dato il lavoro gravoso che faceva.

Però anche a ciò non era estranea la volontà di Malatesta, non solo perchè quella vita l'aveva scelta lui per essere di fatto parte del popolo lavoratore in mezzo al quale e pel quale combatteva, ma perchè si era fatta una norma di condotta del non chiedere al movimento ed al partito in cui militava i mezzi ma- teriali per vivere. Egli stesso ne ha spiegato le ragioni in qualche lettera ad amici personali, pubblicata dopo la sua morte:1 non ne faceva questione di scrupoli o di obiezioni morali, ma trovava che il vivere della propaganda si traduceva prati- camente in un cattivo esempio, per l'effetto che produce sul pubblico, purtroppo tendente a vedere scopi interessati e personali in ogni cosa. Egli se ne sarebbe sen- tito diminuito e paralizzato, mentre il vivere d'un lavoro estraneo alla propaganda gli lasciava nel senso di questa una maggiore libertà spirituale e di movimenti.

Anche quando, per dedicarsi a determinate iniziative d'una certa durata e importanza per la causa che non gli avrebbero permesso alcun'altra occupazione, doveva smettere per qualche tempo di lavorare, preferiva vivere con l'aiuto di amici personali, piuttosto che pesare sulle iniziative stesse. A tale norma di con- dotta restò fedele finchè pote', fino alla più tarda età, costretto suo malgrado a farvi qualche eccezione solo negli ultimissimi anni. Nel 1923, dopo i tre anni di Umanità Nova , lavorava ancora. Era già settantenne, quando in quell'anno, recatomi a Roma a vederlo durante le vacanze di Pasqua, mi occorse un giorno di ritrovarlo nello stesso atteggiamento in cui l'avevano visto Gori e Kropotkin circa trent'anni prima, mentre in un grande stabilimento della capitale stava in cima a una scala a piuoli menando gran colpi di martello nella parete per rimettervi a posto delle condutture elettriche.

Quasi cinquant'anni è durata questa sua vita di artigiano e lavoratore, mano le parentesi apertevi dalle peripezie della lotta. Anche l'aspetto fisico si era com- pletamente in lui assimilato alla sua condizione. Nessuno di Londra nel 1900 o a

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Roma nel 1930 avrebbe immaginato il ricco e delicato studente dell'università di Napoli di trenta o sessant'anni prima, nell'uomo modestamente vestito, dal volto abbronzato e dalle mani callose, se non fosse stato per una certa signorilità di modi che ne rivelavano la fine educazione. Senza contare quando fece i più umili lavori (facchino, venditore di gelati, ecc.) cui circostanze particolarmente difficili lo costrinsero in più occasioni, egli ha lavorato nel suo mestiere di meccanico elettricista dovunque si trattenne un po' a lungo: già prima del 1880 a Parigi, poi a Firenze, a Buenos Aires, lunghissimamente a Londra ed a Roma infine - finche' qui l'età, la malattia e l'isolamento in cui l'immobilizzò la sorveglianza fascista non lo costrinsero ad abbandonare il lavoro manuale ed a permettere che l'aiuto per vivere gli venisse da quella sua famiglia di fratelli e figli del cuore ch'egli vedeva ed amava tanto nei compagni di fede sparsi per tutto il mondo.

Sui primi di novembre 1926 l'ultima bottega-officina in cui Malatesta la- vorava ancora tre anni prima, in una delle vie della vecchia Roma papale, veniva una notte invasa e devastata da un'orda di fascisti, in odio al nobile operaio del braccio e del pensiero che rappresentava per essi l'antitesi vivente della violenta dispotica e depredatrice impadronitasi del governo d'Italia.

Anarchico esemplare

CONSACRATOSI alla causa dell'emancipazione proletaria e della libertà umana, Malatesta fece ad essa sacrificio di tutto se stesso, senz'accorgersi di farlo ed avendo anzi sempre l'impressione di far troppo poco. Negli ultimi giorni ne scriveva in termini di amarezza a me ed a Bertoni, e forse anche ad altri. Avrebbe voluto vivere ancora «per fare qualche cosa di buono», lui che aveva fatto tanto e tanti sacrifici aveva durati senza stancarsi mai, forse appunto perchè egli non li considerava tali. E di questi, non il minore fu certa - quello della rin- uncia volontaria a ciò che avrebbe potuto farlo divenire il grande privilegiato dell'intelligenza, ai frutti della quale avrebbe avuto diritto anche al più rigoroso punto di vista delle sue idee.

Se avesse potuto e preferito dedicarsi ad un lavoro culturale estraneo alla politica, per esempio alla medicina che aveva lasciato ma che sempre continuò a interessarlo, oppure alle scienze fisico-meccaniche di cui a intervalli si occupò, o alle discipline storiche e filosofiche in cui era coltissimo benchè amasse spesso burlarsi dei dilettanti di filosofia - egli avrebbe potuto mietere i maggiori allori e crearsi lo stesso una posizione fortunata, senz'alcun bisogno di abbandonare le idee anarchiche, sull'esempio dei suoi amici Kropotkin e Reclus. Ma non volle; pur continuando sempre a studiare per suo conto, rubando le ore al sonno ed al riposo, per mantenersi al corrente di tutti i progressi della coltura e per non far

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invecchiare ed arrugginire le sue cognizioni, che erano vastissime. Ma anche la sua vasta e fresca coltura egli l'alimentava sempre in funzione di rivoluzionario, per trarne armi intellettuali e materiali per la propaganda e per la battaglia.

Parlava e scriveva in francese ed in spagnuolo come in italiano, ed abbas- tanza bene anche l'inglese, e fu giornalista ed oratore anarchico in tutt'e quattro le lingue. Conosceva pure il tedesco abbastanza da leggerlo, e se ne servì in ul- timo per tenersi al corrente del movimento attraverso i giornali anarchici tedeschi che più facilmente sfuggivano alla censura fascista. Fu per qualche tempo ap- passionato ed agile esperantista, non perchè credesse all'utopia d'una lingua uni- versale, ma solo perchè l'esperanto gli dava modo di stare in corrispondenza con rivoluzionari dei paesi più diversi e lontani. Si teneva informato delle ultime con- quiste della fisica e chimica applicate, dell'aviazione (di cui si occupava in Lon- dra, anche prima che l'aeroplano solcasse i cieli), ecc.: non per pura curiosità, ma perchè in ciascun ramo di queste scienze vedeva qualche possibile utilità pratica per arrivare ad opporre forze adeguate alle forze enormi del privilegio e dell'oppressione.

Come nel campo del pensiero così nella vita pratica, nell'ambito della lotta e fuori, non s'isolò mai dall'ambiente nè si allontanò dalla realtà, pur cozzando contro di loro. Come per l'antico scrittore latino, nulla di ciò che'è umano gli fu estraneo. Sapeva scorgere il bene, per quanto poco, anche quando era nascosto nel male, e non lo disprezzava. Ma non transigeva col male a niun costo. Sapeva cogliere tutte le opportunità favorevoli alla sua causa, ma sdegnava ogni oppor- tunismo. Severo con se stesso, era il più indulgente per le debolezze ed errori imputabili alla natura umana di coloro che gli parevano buoni nelle intenzioni. Ma per suo conto gli furono ignoti anche quei semplici ed in apparenza insignif- icanti opportunismi che nel seno di un medesimo partito talvolta spingono i più deboli o i meno disinteressati a indulgere a una tendenza dannosa, a un precon- cetto sbagliato, a una deviazione utilitaria, ad un errore di metodo o di dottrina.

La sua vita attiva di anarchico fu un monolito di umanità:unità del pen- siero e dell'azione; equilibrio fra il sentimento e la ragione; coerenza fra la predi- cazione e la condotta; aderenza dell'energia inflessibile del combattere alla bontà dell'uomo; fusione d'una dolcezza signorile, con la più rigida fermezza del carat- tere; concordanza fra la fedeltà più completa alla sua bandiera ed una agilità mentale che sfuggiva ad ogni dogmatismo e tutte gli faceva affermare le necessità contingenti del campo dell'azione - e tutti comprendere gli aspetti del progresso, anche se apparentemente contrastanti, nel campo del pensiero.

Fu l'anarchico completo. L'uso dei mezzi necessari a vincere restava,

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in ciò che diceva e faceva, in costante rapporto col fine liberatore da raggiun- gere; l'entusiasmo e l'ira del momento non perdevano mai di vista le necessità immediate e future; la passione e il buon senso, la distruzione e la creazione, armonizzavano sempre, nella sua parola e nel suo esempio; e questa armonia, così indispensabile per vincere con fecondità di risultati, impossibile a dettarsi dall'alto, egli la portava con efficacia in mezzo al popolo, confondendosi con esso, senza punto curarsi se ciò faceva scomparire la sua opera personale nel vasto e ondeggiante mare delle masse anonime. Il che, lungi dal diminuirlo come individ- ualità distinta, faceva rifulgere questa ancor più luminosamente. Le moltitudini, purtroppo, non lo intesero quando sarebbe stato necessario: intuirono bensì, in- torno a lui, per qualche breve istante, che nel suo insegnamento era la via della salvezza, ma non se ne impadronirono, nè fecero quindi lo sforzo indispensabile a realizzarlo. Acclamarono in certi momenti il suo nome, ma presero troppo poco del suo spirito. Ma non fu colpa sua.

Lungi da me ogni intenzione di voler presentare il queste pagine in Malatesta uomo perfetto e senza difetti! Di difetti n'avrà avuti certamente, anche se il do- lore per la sua dipartita e il grande affetto per lui non mi consentono ora di vederli o me li fanno dimenticare. Lo stesso fatto ch'egli sia stato così universalmente amato è una prova che la sua umanità partecipava delle comuni debolezze, ma più di quelle che avvicinano i cuori degli uomini che di quelle che li allontanano. Egli medesimo soleva confessarsi pieno di difetti, e forse i suoi più grandi er- ano quella sua eccessiva modestia e la incontentabilità di se stesso di cui ho già fatto qualche cenno, che talvolta ed in alcuni campi han limitato soverchiamente lo sviluppo dell'opera sua, ed in certi ambienti e circostanze hanno impedito a questa di dare tutti i frutti che se ne potevano aspettare. Ma non temo affatto di esagerare nè di cadere in una vana adulazione se dirò ciò che da vivo egli non mi avrebbe certo permesso: che egli, uomo di carne e d'ossa, fallibile come tutti i mortali, fu in ogni modo superiore di molto ai suoi contemporanei, già cittadino della città futura di armonia da lui auspicata, e insieme il meno lontano dai tempi suoi, ardente alla realtà obiettiva della natura umana e delle condizioni di fatto, non quali si vorrebbe che fossero o potrebbero essere in un lontano domani, ma quali esse sono odiernamente con tutti i loro errori e le loro deficienze.

Questo sopratutto ci fa rimpiangere enormemente il vuoto ch'egli ha lasciato fra noi come militante della rivoluzione, come animatore di folle, come suscitatore di energie, come coordinatore degli sforzi, in quella sua completa fusione dello spirito dell'idea col senso della realtà di cui ci sarà tanto bisogno negli aspettati giorni decisivi dell'ardimento e della lotta. La rivincita verrà, ne siamo certi,

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della sconfitta che a lui rese così angoscioso il tramonto della vita. Ma purtroppo egli non la vedrà più, non potrà più aiutarla e cooperarvi, com'era stato il sogno di tutta la sua vita ed il supremo anelito degli ultimi sconsolati suoi giorni.

Parte seconda: l'orientamento

Quadro dell'anarchismo

IL PROGRAMMA ANARCHICO, sia nelle finalità che nella tattica gen- erale della lotta, è per Malatesta, come ben si comprende, il medesimo di tutti gli anarchici, o della stragrande maggioranza di essi. Egli stesso lo ha esposto più volte, all'inizio dei vari periodici da lui redatti, e più completamente in una lunga «Dichiarazione di principi» che nel 1920 presentò in Bologna al II Congresso dell'Unione Anarchica Italiana, il quale lo approvò all'unanimità. 1

Le idee di Malatesta sono in sostanza quelle dell'anarchismo comunista rivoluzionario internazionale. Secondo la definizione sua «il programma comunista- anarchico rivoluzionario, che già da 50 anni fu sostenuto in Italia in seno alla I Internazionale sotto nome di programma socialista, che più tardi si distinse con nome di socialista-anarchico, e che poi, in seguito e per reazione alla crescente degenerazione autoritaria e parlamentare del movimento socialista, si disse sem- plicemente anarchico» (pag. 3 del Programma suddetto) egli lo sintetizzava brevemente, nello stesso scritto, nei termini seguenti (pag. 5 e 6):

1 - Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perchè nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il la- voro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente per l'interesse comune e conformemente alle proprie simpatie.

2 - Abolizione del governo e di ogni potere che faccia la legge e la im- ponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistrature, ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.

3 - Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e di consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall'esperienza, e liberi da ogni impo- sizione che non derivi dalle necessità naturali a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessita ineluttabile, volontariamente si sottomette.

4 - Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli, ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi.

5 - Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più

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elevati.

6 - Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere, fratellanza fra tutti i popoli.

7 - Ricostruzione della famiglia, in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.

Con quali vie e mezzi si potrà arrivare a questo scopo? Non certo con la sola propaganda che, pur restando necessarissima, presto esaurirebbe il suo compito con convertire tutti coloro che nell'ambiente attuale sono suscettibili di comprendere e accettare le idee anarchiche, bensì anche con l'azione. «Noi dobbiamo cercare il popolo, nella sua totalità o nelle sue varie frazioni, pretenda, imponga, prenda da sè tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, mano mano che giunge a desiderarle ed ha la forza d'imporle; e, propagando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre più fino a che non ha raggiunto l'emancipazione completa» (pag. 12).

Di qui la necessità della lotta economica e della politica. La prima deve tendere, attraverso l'azione diretta operaia, all'espropriazione dei mezzi di pro- duzione e di tutte le ricchezze sociali per metterle a disposizione di tutti. La con- quista di miglioramenti non deve essere trascurata, ma senza dissimularsi che essa non può giungere, nell'ambito della società attuale, che fino ad un certo limite consentito dal profitto dei padroni, oltre il quale la forza operaia viene a cozzare con quella dei padroni e quindi col governo che ne è l'organo politico ed armato di difesa. Allora la lotta economica diventa lotta politica cioè contro il governo, azione libertaria di rivolta, non soltanto perchè il governo è difensore del capi- talismo, ma perchè esso stesso è un organo di privilegi. La lotta politica, quindi secondo gli anarchici, mentre è il mezzo immediato di difesa, e di conquista en- tro l'ambiente attuale di tutte le libertà parziali possibili, contro ogni governo che tende per sua natura a limitarle o sopprimerle, deve essere rivolta ad abolire com- pletamente ogni specie di governo, cercando fin da oggi di diminuire il suo potere più ch'è possibile mediante la lotta diretta e l'agitazione della piazza, restando fuori e contro di esso, fuori e contro tutte le sue funzioni autoritarie e legislative, sia generali che locali.

Così concepita la lotta contro il governo, essa si risolve in ultima analisi, in lotta fisica, materiale, armata. L'insurrezione armata, proletaria e popolare di- venta quindi, prima o poi, una necessità imprescindibile, cui bisogna prepararsi

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moralmente e materialmente. E l'esito di essa dipenderà anche dalla propaganda e dall'energia che gli anarchici sapranno sviluppare. Ecco come Malatesta com- pendia il compito che gli anarchici dovranno esercitare nella rivoluzione (pag. 21 e 22).

«Noi dovremo spingere il popolo ad espropriare i proprietari e mettere in comune la roba, ed organizzare la vita sociale da se stesso, mediante associ- azioni liberamente costituite, senza aspettare gli ordini di nessuno e rifiutando di nominare o riconoscere qualsiasi governo, qualsiasi corpo costituito che , sotto un nome qualunque (costituente, dittatura, ecc.) si attribuisca, sia pure a titolo provvisorio, il diritto di far la legge ed imporre agli altri con la forza la propria volontà.

«E se la massa del popolo non risponderà all'appello nostro, noi dovremo - in nome del diritto che abbiamo di essere liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi, e per l'efficacia dell'esempio - attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantener viva la resistenza, e far sì che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano vivere a modo loro.

«Noi dovremo, sopratutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell'esercito, e profittare dell'occasione propizia per eccitare i lavo- ratori delle località non anarchiche a profittare della mancanza di forza repressiva per imporre quelle maggiori pretese che a noi riesca d'indurli ad avere.

«E comunque vadano le cose, continuare sempre a lottare, senza un is- tante di interruzione, contro i proprietari e contro i governanti, avendo sempre in vista l'emancipazione completa, economica, politica e morale, di tutta quanta l'umanità».

Qui è inutile diffondersi sui particolari della propaganda e dell'azione pratica che Malatesta ebbe in comune con tutti gli anarchici: difesa e rivendi- cazione della libertà per tutti in tutti i campi, opposizione intransigente a tutti i riformisti che tendono a collaborare o venire a patti col capitalismo e col governo, tattica antistatale e rivoluzionaria, rivolta collettiva e individuale a seconda delle circostanze e delle necessità, antiparlamentarismo, antimilitarismo, internazion- alismo, ecc.

Egli aveva bensì dei criteri suoi propri sui modi e le forme con cui con- durre la lotta: ne propugnava alcune da altri anarchici non approvate, altre da altri preferite le respingeva in tutto o in parte, altre ancora le accettava in comune con altri, ma con una sua diversa interpretazione o applicazione, ecc. Ma di questo e

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d'altro che rientra nell'ambito del pensiero peculiare di Malatesta si dirà da qui in avanti.

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Volontarismo

A DIFFERENZA di tutti gli altri teorici dell'anarchismo, Malatesta vedeva nel programma anarchico un complesso di scopi da raggiungere e di vie e mezzi per raggiungerli, del tutto indipendente da qualsiasi apriorismo dottrinario, sia sci- entifico che filosofico. Egli non subordinava cioè l'anarchismo a nessuno dei sis- temi o teorie scientifiche e filosofiche. L'anarchia per lui è semplicemente «un modo di vita individuale e sociale da realizzare per il maggior bene di tutti»1 non una teoria scientifica o un sistema filosofico.

Mentre tutti gli altri più noti scrittori anarchici hanno elaborate le loro idee quasi esclusivamente sulla base delle conclusioni scientifiche raggiunte fino a poco dopo i tre quarti del secolo scorso e delle ipotesi che ne scatturivano, egli respingeva tanto il «giusnaturalismo» del settecento quanto lo «scientificismo» dell'ottocento,2 non per negare i progressi che le loro constatazioni ed ipotesi permisero di realizzare, me per utilizzarli spregiudicatamente e superarli, senza subordinarvisi a priori nè farsene arrestare o impastoiare nel campo dell'attività sociale.

L'anarchia è per Malatesta il fine pratico che gli anarchici si propon- gono di raggiungere con le proprie forze, con l'aiuto di quanti son d'accordo in tutto o in parte con loro e con l'influenza di essi esercitata tra le masse; e l'anarchismo è il complesso dei metodi e movimenti di pensiero e d'azione de- terminati da tale volontà di realizzazione. La sua è quindi una concezione volontarista dell'anarchia e della rivoluzione, del tutto diversa e in gran parte con- trastante con quella determinista , la quale ultima invece concepisce la rivoluzione e l'anarchia come qualcosa di fatale e d'«inevitabile» (Kropotkin) determinata automaticamente da una supposta legge naturale del progresso e della scienza. L'anarchia è realizzabile solo in quanto e nella misura che gli uomini vorranno realizzarla; e la rivoluzione sarà realizzatrice di un progresso in senso anarchico solo in quanto e nella misura che l'anarchismo, cioè una cosciente volontà anar- chica, vi agirà dentro come forza di propulsione e sforzo di realizzazione.

«L'esistenza di una volontà capace di produrre effetti nuovi, indipendenti dalle leggi meccaniche della natura è un presupposto necessario per chi sostiene la necessità di riformare la società».1 Per produrre effetti anarchici è quindi necessaria una volontà anarchica; e a formare questa volontà tende la propaganda, che con la diffusione delle idee e l'esempio dei fatti determina con-

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vinzioni e sentimenti anarchici in un raggio sempre più vasto. Perchè un qualsi- asi consorzio umano, piccolo o grande, possa vivere anarchicamente è necessario l'intervento della volontà organizzatrice dei suoi componenti, la quale organizzi appunto su basi di libertà tutti quei rapporti sociali che oggi sono organizzati in forza dell'autorità. A tal uopo il solo distruggere gli organismi autoritari non e' sufficiente; bisogna anche creare degli organismi nuovi, senza dei quali ogni vita sociale sarebbe impossibile, e crearli secondo i propri intendimenti di libertà. Ma è grave errore il credere che questa creazione possa seguire alla distruzione degli organismi cattivi solo come conseguenza di tale distruzione, e come frutto auto- matico e spontaneo di una pretesa legge di armonia della natura. Anche per la creazione, come per la distruzione, è indispensabile l'intervento della volontà umana.

Ho raccontato altre volte come l'occasione per me di conoscere Malat- esta, nel 1897, fu determinata da un mio articolo sull'«Armonia naturale» mandato all'Agitazione di Ancona, redatta da lui. In quell'articolo, basandomi specialmente su citazioni di Kropotkin e da Bovio, io sostenevo appunto che in natura tutto è armonia anarchica dagli atomi agli astri e che, come gli astri grav- itando intorno al proprio centro percorrono la loro traiettoria in piena autonomia senza urtarsi fra loro, senza confondersi o degenerare nel caos. Non si trattava quindi, secondo le erronee mie idee di allora, che di sopprimere gli ostacoli statali e padronali perchè gli uomini, resi liberi e lasciati alle loro tendenze naturali, fossero da queste tendenze condotti a vivere anarchicamente.

Malatesta negava radicalmente, in un paio di articoli posteriori, quella mia tesi. «Anche distrutto lo stato e la proprietà individuale, l'armonia non nasce spontaneamente, come se la natura si occupasse del bene e del male degli uomini, ma bisogna che gli uomini stessi la creino».1 Anzitutto non è vero che nella stessa natura tutto sia armonia, nel senso da noi dato a questa parola: vi sono catastrofi cosmiche, cristalli contorti o mancati, terremoti, malattie, aborti, ecc. Ed in ogni modo quell'armonia che c'è nella natura non è armonia che vorrebbero gli uomini o che ad essi basterebbe. «Carlo Fourier, per dire di quanto la natura è superiore all'arte, si serve di un paragone divenuto classico a forza d'esser ripetuto. Mettete (egli diceva) in un vaso tanti sassolini di vario colore, agitateli, poi versateli sopra un tavolo ed avrete una combinazione di colori così bella che nessun pittore sarebbe riuscito a trovarla. E può anche darsi... Ma una madonna del Tiziano non l'avrete di certo; non avrete quello che vorreste voi, fosse anche una cosa brutta: e questo è l'essenziale».2 «L'armonia fra gli uomini non e' l'opera spontanea della natura, essa si deve conseguire e mantenere per l'opera cosciente e voluta degli uomini; vale a dire che è un fatto contingente che può

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essere o non essere secondo che gli uomini regolano in un modo o nell'altro i loro rapporti, non è un fatto necessario (una legge) indipendente dalla volontà umana».1

«Noi diciamo che bisogna fare la rivoluzione, che vogliamo fare la rivoluzione; e ci sforziamo di suscitare e riunire le volontà intente a tale scopo. Ma un'obiezione fondamentale ci si oppone. La rivoluzione, ci si dice, non si fa per capriccio degli uomini. Essa viene, o non viene, quando i tempi sono maturi. La storia non si muove a casaccio, ma si svolge secondo leggi naturali, ecc. In pratica, al- meno nella maggior parte dei casi, non si tratta che di un espediente polemico... o politico. Si afferma che una cosa è impossibile quando non la si vuole; si nega la potenza della volontà quando si è invitati a fare uno sforzo in una direzione che non conviene... Ma poi quando una cosa interessa e piace, si dimenticano tutte le teorie, si fa lo sforzo necessario e, se si ha bisogno del concorso degli altri, si fa appello alla loro buona volontà e della volontà si esalta la potenza».2

Malatesta non negava il principio di causalità, anzi affermava che esso «risponde ammirevolmente a certi bisogni del nostro intelletto ed è guida sicura nello studio del mondo fisico-chimico» e riconosceva che «il libero arbitrio as- soluto degli spiritualisti è contraddetto dai fatti e ripugna al nostro intelletto»; ciò non ostante osservava che applicando secondo la logica il principio determinista ai rapporti umani si arriva «a negare la volontà e far apparire risibile ogni sforzo per uno scopo qualsiasi», la qual cosa «ripugna ai nostri sentimenti». «E intelletto e sentimenti sono parti costituenti del nostro io, che non sapremmo sottomettere l'una all'altra». Però su questa apparente contraddizione sovrasta, secondo Malatesta, un fatto innegabile: che «noi dobbiamo vivere, e vivere da uomini che vogliono cavar della vita il massimo di soddisfazione possibile. 1

«Che cosa è la volontà nella sua essenza? (si domandava). Non lo sappiamo. Ma sappiamo forse che cosa sono nella loro essenza la materia e l'energia?... Ignoriamo: questa ci pare la parola ultima che possa dire, almeno per ora, una saggia filosofia. Ma noi vogliamo vivere una vita cosciente e fattrice; ed una tale domanda, in mancanza di cognizioni positive, certi presupposti necessari, che pos- sono essere incoscienti, ma sono sempre nell'animo di tutti. Ed il primo di questi presupposti è l'efficacia della volontà. Tutto quello che si può cercare sono le condizioni che della volontà limitano o aumentano la potenza».2

Ed ancora:

«Non si è anarchici, non si è socialisti, non si è uomini che s'adoperano per un fine qualsiasi, se non con questo presupposto, cosciente o no, confessato o no, della efficacia della volontà umana. Certamente, questa volontà non e'

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onnipotente, poichè è condizionata dalle leggi naturali; ma diventa tanto più potente quanto più s'inoltra nella scoperta di dette leggi, la cui conoscenza, men- tre sembra restringere il suo potere, gli dà la possibilità di attuare i suoi desideri, gli dà la potenza reale. E siccome non v'è un uomo solo al mondo... la volontà di ciascuno è più o meno efficace a seconda che le volontà degli altri secondino o contrastino la volontà sua».... Quindi «compito delle scienze sociali (e solamente assolvendo questo compito esse sono vere scienze) è quello di sco- prire, di determinare quali sono i fatti necessari, le leggi fatali che risultano dalla convivenza degli uomini nelle diverse circostanze in cui possono trovarsi; e così impedire gli sforzi vani, e far sì che le volontà dei varii uomini, invece di paral- izzarsi a vicenda, concorrano tutte ad uno scopo comune, utile a tutti».1

Ma la scienza, anche quella sociale, non è l'unica; in realtà ciascuno fa dire alla scienza ciò che gli conviene; ed è per ciò che quasi tutte le generalizzazioni a cui sono arrivati i cultori di scienze sociali mancano di base veramente scien- tifica, e sono la negazione dello spirito scientifico, che dovrebbe essere obbiettivo, spassionato, fedele ai fatti, ed indifferente alle conseguenze. Ed in questo errore di scambiare per fatti scientifici i propri desideri cadono un po' tutti, tanto fra i conservatori come tra i progressisti, tanto fra gli autoritari quanto fra gli anarchici.

A quelli, fra gli anarchici, che pretendono presentare l'anarchia quasi come una verità scientifica dimostrabile a tutti come tale col semplice ragionamento, Malatesta diceva: «Ma andate a persuadere che gli anarchici hanno ragione qualcuno che sia insensibile ai mali altrui, che ami vivere del lavoro degli altri, che trovi la soddisfazione nel vedersi circondato da schiavi obbedienti! Un ra- gionamento s'impone: chiunque non è demente è costretto a riconoscere una verità dimostrabile, anche quando essa non gli piace. Un sentimento non si co- munica se non risvegliando un sentimento analogo nell'animo altrui. E l'anarchia è tutta fondata sopra un sentimento: il rispetto alla personalità umana e l'amore verso tutti. La scienza, quando vi sarà una vera scienza sociale, potrà fornire in- dicazioni preziose sul miglior modo per soddisfare un dato sentimento, non può dire che un sentimento sia migliore dell'altro. E la redenzione umana non può es- sere che un'opera di volontà: la volontà di coloro che questa redenzione desider- ano».2

Nello spiegare, in fine dell'articolo precedentemente citato, il perchè egli

avesse scelto pel periodico da lui redatto in Ancona il titolo Volontà, Malatesta concludeva: «Noi abbiamo voluto affermare la potenza della volontà contro tutte le teorie essenzialmente fatalistiche, che, o restano vane teorie senza effetto pratico, ed allora sono uno sconcio logico che infirma di continuo ogni ragiona-

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mento, o sono logicamente seguite, ed allora tendono a spegnere ogni entusiasmo e a paralizzare ogni attività. Di più, ci è parso che, anche indipendentemente dal punto di vista filosofico, questa parola «volontà» sintetizza bene il con- cetto di una società anarchica, la quale non può essere che una società di uomini «volontariamente cooperanti al bene di tutti». 1

La scienza è sul terreno della lotta sociale utile e indispensabile - secondo Malatesta - «per stabilire i limiti dove finisce la necessità e comincia la libertà»; ma «perchè gli uomini abbiano la fiducia o almeno la speranza di poter fare opera utile, bisogna ammettere una forza creatrice, indipendente dal mondo fisico e dalle leggi meccaniche, e questa forza è quella che chiamiamo «volontà». I materialisti, deterministi e meccanicisti negano tutto ciò, pen- sano che tutto è sottoposto alla stessa legge meccanica, tutto è predeterminato dagli antecedenti fisico-chimici: così il corso degli astri, come lo svolgersi della storia umana.... Ma allora, malgrado tutti gli sforzi pseudo-logici dei deterministi per conciliare il sistema con la vita e con il sentimento morale, non vi resta posto, nè piccolo nè grande, nè condizionato nè incondizionato, per la volontà e per la libertà». 2

Se fosse vero, come sostengono i materialisti, e non pochi anarchici con essi, che si debba applicare anche ai fatti morali e sociali della vita umana la interpre- tazione meccanica dei fenomeni come in fisica, chimica, fisiologica, astronomia, ecc. si verrebbe alla conclusione di Laplace che tutto ciò che è stato doveva essere, tutto ciò che è deve essere, tutto ciò che sarà dovrà essere necessari- amente, fatalmente, in tutti i minimi particolari di posizione e di movimento, di intensità e di velocità.1

«In tale concezione» - si domanda Malatesta - «che significato possono avere le parole volontà, libertà, responsabilità? Se non si può modificare il corso predestinato degli avvenimenti umani, come non si può modificare il corso degli astri o la crescenza di un fiore, a che servirebbe l'educazione, le pro- paganda, la ribellione?».2 L'anarchismo verrebbe a mancare della sua principale funzione di propulsore del movimento sociale e della rivoluzione; e si toglierebbe alla lotta anarchica la principale ragion d'essere del suo sentimento di rivolta con- tro gli oppressori.

Malatesta ricordava a tal proposito la bella e notissima autodifesa di Giorgio Etievant nel 1892 avanti al tribunale della Senna, per cogliervi appunto il lato debole del determinismo degli anarchici. Etievant sosteneva che, se delitto aveva commesso (si trattava d'un furto di dinamite a scopo rivoluzionario), egli vi era stato forzato dalle circostanze e dalle ingiustizie altrui e, da buon determin-

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ista, volle dimostrare che non lo si poteva dichiarare responsabile e condannarlo, perchè egli non era un libero agente, visto che in natura tutto è necessario e predestinato. E Malatesta osserva che «un giudice di cattivo cuore, ma di spir- ito sveglio, avrebbe potuto rispondergli: Avete ragione, io non posso giustamente punirvi e nemmeno biasimarvi per le ragioni che così bene avete esposte; ma per le stesse ragioni non è responsabile il prete che vi ha ingannato, il padrone che vi ha affamato, il birro che vi ha torturato, - e non sono responsabile io che vi mando in galera o alla ghigliottina. Tutto quello che avviene deve avvenire».

In conseguenza di questa valutazione del fattore «volontà» Malatesta si opponeva a qualsiasi concezione fatalista, ottimista o pessimista che fosse, del divenire sociale. Egli respingeva il fatalismo marxista secondo cui la rivoluzione sarebbe conseguenza inevitabile della «miseria crescente» o della «concentrazione capitalistica»; o secondo cui la rivoluzione non si prepara, ma avviene o «diviene» come per una legge naturale dell'evoluzione e come fatto spontaneo delle grandi masse. Non v'è legge naturale che obblighi l'evoluzione in un senso progres- sivo invece che regressivo: nella natura vi sono progressi e regressi, ed è solo lo sforzo cosciente della volontà umana che, vincendo la natura e utilizzandola, può dare all'evoluzione una data direttiva. «L'evoluzione cammina nel senso in cui la sospinge la volontà degli uomini».2 In quanto alle grandi masse, esse tendono in generale ad adattarsi all'ambiente e al fatto compiuto; lasciare quindi alla loro tendenza spontanea, sono piuttosto una forza statica, che può di- ventare rivoluzionaria solo in circostanze eccezionali ed a seconda della spinta che ricevono dalla volontà cosciente di minoranze attive.

«Io credo che la nostra rivoluzione non si può fare senza le masse, ma bisogna incominciare col prendere le masse così come sono». Si son viste le masse applaudire freneticamente i rivoluzionari, disposte a gettarsi allo sbaraglio con questi, e poi sei mesi dopo, mutate le circostanze, lasciarsi trascinare da un'ondata reazionaria dietro i peggiori nemici della libertà, oppure subire passi- vamente le peggiori prepotenze controrivoluzionarie. «Le folle sono mobili»; ma se esse a un dato momento ci abbandonano «le ritroveremo quando le circostanze ci saranno propizie». L'importante è che vi sia una volontà rivoluzionaria nelle minoranze più capaci di reagire e ribellarsi col proprio sforzo contro l'ambiente. «L'importante è di formare nuclei, il più numerosi che si può, d'accordo, ma di gente cosciente, sicura e devota, che a suo tempo sapranno muovere le folle». 1 Il successo rivoluzionario di queste minoranze dipende, oltre che dalla forza nu- merica che avran saputo raggiungere, anche e forse più dalla consapevolezza e forza di volontà da cui saranno animate: elementi indispensabili alle minoranze per sollevare attorno a sè le maggioranze popolari.

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Tutto ciò non significa che anche le masse, così come sono, non siano suscettibili d'una certa preparazione, e questa la si debba trascurare. Al contrario! Senza di essa, le minoranze volitive non avranno mai una influenza bastante a muovere nelle migliori occasioni le grandi masse. Bisogna quindi in tempi normali curare «il lavoro lungo e paziente di preparazione e organizzazione popolare» e non cadere nella «illusione della rivoluzione a breve scadenza fattibile solo per iniziativa di pochi senza sufficiente preparazione nelle masse». 2 A questa preparazione, per quel tanto chè possibile conseguirla in un ambiente avverso, mirano fra l'altro la propaganda, l'agitazione e l'organizzazione tra le masse, che non devono mai essere trascurate.

Purchè però non si cada nell'errore contrario del rinviare di continuo l'iniziativa rivoluzionaria a quando le masse siano convinte e preparate completa- mente. La preparazione delle masse è sempre aleatoria e non può andare al di là della misura assai limitata consentita dall'ambiente ostile, che ha su di quelle abitualmente una influenza preponderante. «L'organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori, utile e necessaria finchè si vuole, non può estendersi e durare indefini- tamente; arrivata ad un certo punto, se non sbocca nell'azione rivoluzionaria, o il governo la strozza, o essa da se stessa si corrompe e si sfascia - e bisogna ricom- inciare da capo».1 Finchè quindi le minoranze rivoluzionarie, profittando di circostanze fortunate e delle disposizioni occasionalmente favorevoli delle masse, non avranno determinato col proprio sforzo un mutamento sufficiente dell'ambiente, sulle masse non si potrà contare in modo definitivo, perchè col cambiar delle cir- costanze, alle loro disposizioni favorevoli possono presto succedere disposizioni diametralmente opposte - e il compito rivoluzionario resterà ancora e sopratutto affidato alla volontà iniziatrice di quelle minoranze.

Anche per l'indomani della rivoluzione, per la riorganizzazione della vita so- ciale dopo la distruzione dell'organizzazione capitalista e statale, Malatesta faceva appello alla volontà creatrice e ricostruttrice, perchè prima della rivoluzione e durante di essa le minoranze rivoluzionarie si preoccupino del dopo e non si af- fidino fatalisticamente, con soverchio ottimismo, ad una immediata e spontanea capacità delle masse di rifare la propria esistenza collettiva su basi di libertà e di uguaglianza. È un errore secondo lui, «attribuire al popolo, alla massa dei lavoratori tutte le virtù e tutte le capacità». La massa non perderà d'un tratto, solo per la vittoria materiale dell'insurrezione, tutte le cattive tendenze acquisite durante secoli di servitù. Si può utilmente contare su «l'influenza moralizzatrice del lavoro», ma bisogna anche tener presenti «gli effetti deprimenti e corruttori della miseria e della soggezione». Sarebbe disastroso basarsi unica-

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mente sulla supposizione che «basterebbe abolire i privilegi dei capitalisti ed il potere dei governanti perchè tutti gli uomini cominciassero immediatamente ad amarsi come fratelli ed a badare agli interessi altrui come ai propri». 1

Questo non vuol dire che, nel pensiero di Malatesta, la massa, il popolo, sia incapace di vivere anarchicamente; vuol dire soltanto che la capacità non gli verrà dall'oggi al domani, solo con l'essersi liberato insurrezionalmente dagli ostacoli materiali. Questa liberazione è indispensabile, il primo atto, perchè il popolo abbia la possibilità materiale di imparare a fare da sè e di divenirne ca- pace. Ma bisogna che lo diventi; e non lo diventerà che quando la rivoluzione gliene avrà data la libertà, mano a mano che nella libertà ne sorgerà e crescerà in lui la volontà e perderà (abbattuto il governo) l'abitudine di farsi governare. Compito della minoranza anarchica volitiva è quindi, dopo abbattuto dalla rivoluzione il vecchio governo e conquistata la libertà per tutti, d'impedire il sorgere di al- tri governi o, se ne sorgessero suo malgrado, di tenerli in scacco e mantenerli nella situazione di maggior debolezza, in modo che al popolo sia conservata la facoltà di far da sè e secondo la volontà propria quanto più è possibile. «L'anarchia non può venire che gradualmente, a misura che la massa arriva a concepirla e desiderarla; ma non verrebbe mai se mancasse la spinta di una mi- noranza più o meno coscientemente anarchica, che agisce in modo da preparare l'ambiente necessario». 2 E questa preparazione dell'ambiente non consiste solo nell'abbattimento necessario del vecchio regime, ma nel dare anche contem- poraneamente, fin dai primi giorni, l'esempio pratico di come si può fare da se' organizzandosi anarchicamente, sia pure in minoranza, e organizzando attorno a sè quante più forme di vita libera possibili. Di qui la necessità per la minoranza anarchica di sapere per tempo «quello che vuol fare».

Vedremo più ampiamente, meritando l'argomento una esposizione a parte, la concezione libertaria della rivoluzione nel pensiero malatestiano. Qui mi sono limitato solo ad accennarne il lato che più si riferisce, fino a confondersi con essa, alla concezione volontarista dell'anarchismo.

Scienza filosofia anarchia

MALATESTA respingeva quello scientificismo che, determinato e alimen- tato dall'entusiasmo seguito alle scoperte veramente meravigliose della scienza, dominò le menti più assetate di progresso nel secolo scorso - per l'appunto nel periodo in cui l'anarchismo sorgeva e si affermava - e influenzò quindi fortemente il pensiero anarchico, facendolo cadere nel suo medesimo errore di credere che la scienza sia tutto e possa tutto.

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La scienza, come «ricerca della verità con metodo positivo, razionale e sperimentale, che non si illude mai di aver trovato la verità assoluta e si contenta di avvicinarvisi faticosamente, scoprendo delle verità parziali, che considera sempre come provvisorie e rivedibili» è certamente gran fattore del pro- gresso umano. Ma vero scienziato, secondo Malatesta è solo colui che «esamina i fatti e ne trova le logiche conseguenze quali che esse siano, in opposizione a col- oro che si foggiano un sistema e poi ne cercano la conferma nei fatti e, per trovarla, inconsciamente scelgono i fatti che loro convengono trascurando gli altri, e mag- ari sforzano e travisano la realtà per serrarla nei ceppi delle loro convinzioni. Egli adopera delle ipotesi da lavoro , vale a dire fa delle supposizioni che gli servono di guida e di sprone nelle sue ricerche, ma non resta vittima dei suoi fantasmi, pigliando, a forza di servirsene, per verità dimostrate le sue supposizioni e gen- eralizzando ed elevando a legge, con arbitraria induzione, ogni particolare che convenga alla sua tesi».1

Grave errore, quindi, «è l'accettare come verità definitive, come dommi, ogni scoperta parziale; è errore il confondere la Scienza con la Morale, la Forza nel senso meccanico della parola, che è una entità definibile e misurabile, con le forze morali, la Natura con il Pensiero, la Legge naturale con la Volontà. Esso conduce, in altre parole, a conclusioni logicamente inconciliabili ed anzi in con- trasto con l'iniziativa rivoluzionaria e con l'anarchismo.

«La scienza è la raccolta e la sistemazione di ciò che si sa, o si crede di sapere: dice il fatto e cerca di scoprire la legge del fatto, cioè le condizioni nelle quali il fatto necessariamente avviene e si ripete. Essa soddisfa certi bisogni intellettuali ed è nello stesso tempo strumento validissimo di potenza. Mentre indica nelle leggi naturali il limite all'arbitrio umano, accresce la libertà effettiva dell'uomo dandogli modo di volgere quelle leggi a proprio vantaggio. Essa e' uguale per tutti e serve indifferentemente per il bene o per il male, per la liber- azione come per l'oppressione.

«La filosofia può essere una spiegazione ipotetica di quello che si sa, o un tentativo d'indovinare quello che non si sa. Essa pone i problemi che sfuggono, almeno finora, alla competenza della scienza ed immagina delle soluzioni che per non essere, allo stato attuale delle cognizioni, suscettibili di prove, variano e si contraddicono da filosofo a filosofo. Essa, quando non diventi un giuoco di parole ed un fenomeno d'illusionismo, può essere di sprone e di guida alla scienza, ma non è la scienza.

«L'anarchia invece è un'aspirazione umana, che non è fondata sopra nessuna vera o supposta necessità naturale, e che potrà realizzarsi o non realiz-

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zarsi secondo la volontà umana. Essa profitta dei mezzi che la scienza fornisce all'uomo nella lotta contro la natura e contro le volontà contrastanti; può prof- ittare dei progressi del pensiero filosofico, quando essi servano ad insegnare agli uomini a ragionare meglio ed a meglio distinguere il reale dal fantastico; ma non può essere confusa, senza cadere nell'assurdo, nè con la scienza, ne con qualsiasi sistema filosofico.

«Si può essere anarchici qualunque sia il sistema filosofico che si preferisce. Vi sono anarchici materialisti come ve ne sono di spiritualisti, ve ne sono di monisti e di pluralisti, ve ne sono di agnostici e vi sono quelli, come me, che senza nulla pregiudicare sui possibili sviluppi futuri dell'intelletto umano, preferiscono dichiararsi semplicemente ignoranti». 1

«L'anarchismo nella sua genesi, nelle sue aspirazioni nei suoi metodi di lotta non ha nessun legame necessario con un qualsiasi sistema filosofico. L'anarchismo è nato dalla rivolta morale contro le ingiustizie sociali. Quando si sono trovati degli uomini che si sono sentiti come soffocati dall'ambiente so- ciale in cui erano costretti a vivere e la cui sensibilità è stata offesa dal dolore altrui come dal proprio, e questi uomini si sono convinti che buona parte del dolore umano non è la conseguenza fatale di inesorabili leggi naturali e soprannaturali, ma deriva invece da fatti sociali dipendenti dalla volontà umana ed eliminabili per opera umana - allora fu aperta la via che doveva condurre all'anarchismo.

«Bisognava ricercare le cause specifiche dei mali sociali ed i mezzi atti a distruggerle. E quando alcuni han veduto che la causa fondamentale del male era la lotta tra gli uomini col conseguente dominio dei vincitori e l'oppressione e lo sfruttamento dei vinti, e videro che questo dominio degli uni e questa soggezione degli altri, attraverso le vicende storiche, avevano messo capo alla proprietà capitalista dello Stato, e si proposero di abbattere lo Stato e proprietà - allora l'anarchismo era nato.

«.... I più colti fra gli anarchici adottano o si foggiano una filosofia per il bisogno dell'intelletto umano di sistemare e unificare il pensiero; ma ciò che importa, ciò che li fa anarchici è il sentimento, è l'aspirazione alla libertà, al benessere per tutti, all'amore fra tutti».1

Ho già incidentalmente toccato in qualche punto i contrasti d'idee fra Malatesta e Kropotkin. Una delle differenze più forti era appunto questa sui rapporti (o non rapporti) fra scienza, filosofia ed anarchia, pur non avendo essa impedito fra i due per quasi quarant'anni - fino al 1914, quando il dissenso sulla guerra li divise radicalmente - le più intime relazioni di stima reciproca, di fra- terna amicizia e di collaborazione attiva nel campo dei fatti. Kropotkin concepiva

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l'anarchia come una filosofia scientifica; sosteneva che «l'anarchia è una con- cezione dell'universo basata sull'interpretazione meccanica dei fenomeni che ab- braccia la Natura, compresa la vita delle società»; e credeva di trovare nella scienza la dimostrazione che l'anarchia è l'ordine naturale, per cui l'armonia dovrebbe regnare in tutte le cose, comprese le società umane. Si vede subito quale contrasto fondamentale v'è fra questa concezione e quella di Malatesta, il quale dichiarava di «non essere mai riuscito a comprendere ciò che può significare» la suddetta definizione kropotkiniana e per il quale invece l'anarchia e' semplicemente un programma elaborato dalla volontà umana in «lotta contro le disarmonie della natura». Kropotkin sembrava a piuttosto un «poeta della scienza», nel quale, più che lo scienziato, era l'anarchico l'uomo di grandis- sima bontà.

È avvenuto spesso a Malatesta di esprimersi in modo piuttosto irriverente sui filosofi e sulla filosofia; e gli è accaduto più di una volta di rispondere a qualche contradditore, che lo combatteva appellandosi all'autorità di questo o quel filosofo: «io di filosofia non me ne intendo!». Infondo era questa in lui una forma di reazione al mal vezzo dei molti dilettanti di filosofia che s'incontrano nel campo rivoluzionario - i quali se ne intendono spesso e davvero assai poco - di adoperare un linguaggio oscuro infarcito di termini filosofici e scientifici. Ma la sua, piuttosto che avversione alla filosofia, era fastidio del lin- guaggio astruso, del gergo speciale filosofico, o sedicente tale, incomprensibile ai più: «è nebbia!» soleva egli dire - era sopratutto repulsione al sistema, di al- cuni di trasportare tale linguaggio nel campo della propaganda e delle discussioni di partito.

In realtà però Malatesta «se ne intendeva» assai più di quel ch'egli dicesse, non solo per le vaste e sempre fresche cognizioni ch'egli aveva in propos- ito, ma anche e sopratutto perche', se si prende la parola «filosofia» non in un senso strettamente scolastico ma in quello più umano e più largamente intel- lettuale, egli fu certo un filosofo assai più di tanti che passano per tali - benche' la parola sembrasse non piacergli. Dirò di più, benchè sia certo che non al- lacciava il suo anarchismo a sistemi filosofici preesistenti od esistenti fuori di questo, come fecero Bakunin , Kropotkin ed altri, gli è perchè in sostanza e senza proporsela, egli aveva una filosofia sua propria - che a me sembra la vera filosofia dell'anarchia, una filosofia originale e distinta da tutte le altre, insepara- bile dall'anarchismo e inconciliabile con qualsiasi sistema autoritario - la quale potrebbe essere definita come concezione libertaria della vita umana.

Religione

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LA POSIZIONE assunta da Malatesta di fronte al problema religioso era in rapporto con quella, più sopra lumegiata, di fronte alla scienza ed alla filosofia. Vale la pena di parlarne, poichè anch'essa è molto diversa dalla posizione che prendono di fronte alla religione gran parte di anarchici, la grande maggioranza almeno fino ad oggi.

Non si tratta, intendiamoci, di una differenza fondamentale. Malatesta era avverso a tutte le religioni di tutte le chiese, alla pari di qualsiasi altro an- archico, ed includeva la lotta contro la Chiesa, contro il clericalismo e contro le superstizioni religiose nel suo programma anarchico, come una parte necessaria e niente affatto secondaria di questo. Era egli stesso irreligioso ed ateo nel senso più completo della parola, ed ha combattuto sempre tutte le tendenze a subor- dinare gli scopi di benessere e di libertà nella vita umana a qualsiasi apriorismo trascendentale e soprannaturale. Però egli concepiva la lotta contro la religione secondo criteri teorici e pratici suoi propri che più volte lo hanno messo in con- trasto con compagni di diverso parere, coi quali ebbe di tanto in tanto occasione di polemizzare.

L'anarchismo, specialmente quello italiano e dei paesi cattolici in genere, ha subito molto l'influenza delle ideologie anticlericali ed antiecclesiastiche del rad- icalismo borghese del secolo scorso, in particolar modo di quelle naturalistiche e materialistiche che credevano di combattere efficacemente la metafisica religiosa, ed i suoi apriorismi dommatici sulle origini e la natura dell'universo, opponendole una concezione opposta ma altrettanto metafisica ed aprioristica, per quanto pre- sentata con terminologia scientifica. Secondo quest'ultima, solo perchè le ipotesi scientifiche e le opinioni degli scienziati materialisti sembravano più ragionevoli o meno ripugnanti all'intelletto umano della metafisica religiosa, si era finito col prendere per verità dimostrate quelle che non erano in realtà altra cosa che opin- ioni e supposizioni sempre discutibili ed ipotesi senza prove di certezza. Di qui negazioni e affermazioni altrettanto dommatiche sull'esistenza e inesistenza di Dio e dell'anima, sull'origine dei mondi e della vita, sullo spirito o energia e ma- teria, sull'evoluzione delle specie e su tanti consimili problemi dell'universo, che affaticano da secoli la mente umana, alla cui soluzione questa probabilmente si va sempre più avvicinando, ma che in realtà restano tuttora dei problemi insoluti.

Gli anarchici, o molti di essi, prendono per soluzioni definitive, per verità dimostrate, quelle che erano soltanto soluzioni ipotetiche e provvisorie, commet- tevano l'errore di basare su di esse il proprio anarchismo, di collegarle ad esso così strettamente come se ne fossero una premessa indispensabile, o di farne ad- dirittura una cosa sola con l'anarchismo. E ciò presentava due inconvenienti prin- cipali: l'uno di rendere in pratica inutilmente più difficile e meno accessibile la

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propaganda fra le masse, e l'altro di subordinare in teoria la propria volontà anar- chica a delle tesi scientifiche controverse, un errore eventuale delle quali avrebbe offerto agli avversari il migliore argomento per mettere in dubbio o negare la fon- datezza e la serietà del principio anarchico.

Queste ed altre considerazioni ed osservazioni mi obbiettava Malatesta nelle prime e lunghe discussioni che ebbi con lui, quando anch'io, giovanissimo, ero tutto infatuato delle teorie materialiste di Buchner e di Molescott e facevo, per esempio, dipendere dall'inesistenza di Dio l'abolizione d'ogni autorità terrena. Una volta mi chiese: «Se per caso un giorno o l'altro una scoperta qualsiasi ren- desse l'ipotesi di Dio più verosimile di quella che lo nega, cesseresti tu d'essere anarchico?» Imbarazzato, gli risposi con la semplice domanda: «E tu?»

- «Ma niente affatto! (mi replicò). Io resterei anarchico, perchè le ragioni per cui sono anarchico non hanno nulla a che fare con l'esistenza o inesistenza di Dio. Io sono anarchico perchè voglio la libertà ed il benessere per me e per gli altri, cose possibili indipendentemente da tale questione, come sono stati possibili tanti altri progressi dell'umanità fino ad oggi benchè la questione divina non sia stata ancora risolta definitivamente per tutti; e progressi se ne ebbero anche quando e dove nessuno pensava a negare Dio».

Malatesta era ateo. «Io non credo in Dio perchè la sua esistenza mi pare inconcepibile e assurda» egli diceva, ma non dava a questa sua «opinione», certamente per lui assai più probabile dell'opinione opposta, il valore di un al- tro «credo» dei deisti. E sopratutto si rifiutava a mettere la sua opinione di ateo a base della dottrina anarchica. Egli combatteva «l'assurda pretesa di far dipendere l'anarchia da una qualsiasi ipotesi sull'origine e sulla costituzione dell'universo» e spiegava: «Io non credo in Dio; ma non già perchè se ci fosse dio i padroni e i tiranni avrebbero ragione» (quest'ultima, era all'incirca l'opinione di Bakunin)... «Anche se credessi in Dio, vorrei che i tiranni mi mostrassero i documenti autentici coi quali Dio ha comunicato loro la sua volontà ed ha dato loro il diritto di tiranneggiare. E sarebbe molto facile predicare la eguaglianza in nome di Dio, padre comune di tutti gli uomini, com'è stato tante volte fatto con successo in mezzo a popolazioni fanatiche». E ad un compagno, che si affermava spiritualista e deista, il quale gli domandò una volta se nonos- tante ciò poteva dichiararsi anarchico dal momento ch'ei voleva praticamente tutto quello che vogliono gli anarchici, Malatesta gli rispondeva affermativamente. Secondo lui la questione di Dio, dello spiritualismo o materialismo, ecc. «non ha nulla da vedere con l'anarchia». Se l'amico Fiordaliso non crede nelle reli- gioni, la cui essenza è quella di sottomettere gli uomini alle pretese ingiunzioni

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di una pretesa Divinità quali sono espresse da quelli che se ne dicono interpreti, e vuole l'integrale libertà per tutti e il benessere per tutti, e l'amore fra tutti gli umani, egli, secondo me, può essere e dirsi anarchico in tutta tranquillità di co- scienza». 1

Insomma, se l'anarchia non ha alcun bisogno dell'ipotesi di Dio o spiritual- ista, neppure l'ipotesi contraria le è indispensabile. Ciò ch'è indispensabile e' odiare l'oppressione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che è cosa tangibile e distruggibile sol che gli uomini lo vogliano, e combattere contro gli oppressori e sfruttatori del popolo, non esclusi naturalmente i preti di tutte le religioni e le loro chiese, che si servono del nome di Dio per tenere assoggettate le masse, in- dipendentemente dal fatto che Dio sul serio esista o non esista. Di fatto ci sono e ci sono stati sempre molti atei dichiarati fra gli oppressori e sfruttatori del popolo e perfino qualche prete ateo. Certi borghesi atei han detto che «la religione ci vuole per il popolo» ed un papa vantava cinicamente l'utilità della «favoletta di Cristo» - come non mancano dei deisti (non cattolici, si capisce, nè seguaci di una chiesa determinata) perfino fra gli anarchici. Inutile dire che pei nemici del popolo, fossero pur atei e magari mangiapreti, Malatesta sentiva la stessa profonda avversione che per gli altri, mentre prendeva le difese di tutti gli oppressi, anche se credenti, ed era prontissimo a cooperare praticamente con ogni rivoluzionario sul terreno che gli pareva migliore, senza curarsi se fosse deista o no, o se la pensasse in un modo o nell'altro sulle tante questioni metafisiche sempre controverse.

Di fronte a queste questioni - alle quali del resto egli non ammetteva molta importanza, non gli piaceva di mescolarle alle cose di propaganda, e se n'è oc- cupato di rado, «en passant», solo quando vi era tirato bei capelli - quella di Malatesta era una posizione di dubbio, e preferiva confessarsi ignorante. «Io non credo appunto perchè non so; ma ho un vantaggio sopra tanti, ed è che io sono un ignorante che sa di esserlo e che lo dice... Io dubito...».1 Quello che egli, nella sua modestia, non diceva era di essere però assai meno ignorante di quelli che credono di saper tutto.

Egli inoltre, pensava che l'errore di mettere a base dell'anarchismo certe affermazioni aprioristiche sui problemi più astratti, che in realtà gli sono es- tranei, può condurre in pratica qualche anarchico (com'è avvenuto talvolta) ad assumere degli atteggiamenti autoritari, poichè chiunque si crede in possesso as- soluto della verità è portato inconsciamente all'intolleranza. Invece, secondo lo spirito dell'anarchismo ogni verità è sempre relativa ed implica libertà anche per l'errore - quando l'errore è condiviso in buona fede e non pretende imporsi con la forza agli altri, ma conta soltanto, a parità con gli altri, sulla forza civile della propaganda, della discussione e dell'esempio.

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Questa posizione mentale di Malatesta di fronte agli aspetti più astratti del problema religioso - di cui le chiese e le religioni rivelate non costituiscono che lo sfruttamento pratico e la materializzazione più assurda nelle più assurde superstizioni - non lo rendeva affatto più indulgente verso le stesse chiese e reli- gioni e meno nemico loro. «Noi siamo nemici di tutte le religioni in genere e della cristiana in specie, per il sentimento di rinuncia e di rassegnazione che esse ispirano nel cuore degli oppressi; siamo nemici delle religioni perchè sono armi potenti di governo, perchè piegando l'uomo a schiavitù volontaria, facendogli credere che i mali di questa terra sono decretati da Dio e troveranno compenso in un'altra vita, consolidano quello stato di cose che con il solo appoggio della forza brutale non potrebbe reggersi a lungo. Siamo nemici della religione, come siamo nemici dell'economia politica borghese, che ai «credenti di Dio» sosti- tuisce le «leggi naturali», e tende, con un altro ordine di ragionamenti assurdi e di false allegazioni, allo scopo stesso cui tende la religione: la giustificazione ed il consolidamento della dominazione e dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo». 1

La lotta anarchica contro le religioni non esclude affatto (al contrario!) l'appello alla ragione umana contro tutte le forme concrete di superstizione di cui le chiese si servono per fuorviare le menti e i cuori; e le conclusioni vera- mente accertate della scienza come il medesimo buon senso più elementare pos- sono fornire gli argomenti più adatti all'uopo. Ma bisogna evitare di lasciarsene trascinare sul terreno astratto e metafisico dove i più non ci seguirebbero, dove alle ipotesi indimostrabili non potremmo opporre che ipotesi altrettanto indimostrabili e dove finiremmo solo col fare accettare un «credo» in sostituzione di un'altro. Praticamente ciò sarebbe inconcludente e non colpirebbe nel bersaglio perche', per esempio, vi possono sempre essere di quelli che «dall'idea di Dio tirano l'eguaglianza e la fratellanza umana, e gli altri il dovere dell'ubbidienza ai supe- riori e della rassegnazione; così come dall'ipotesi darviniana, gli uni cavano la giustificazione del regime borghese e gli altri la giustificazione del socialismo». 2

Inoltre bisogna tener presente che «la propaganda teorica contro la religione è poco efficace in mezzo alle masse misere ed ignoranti... Ad alcuni nostri amici pare di avere ottenuto un gran risultato se riescono a convincere un con- tadino dell'assurdità di qualche racconto biblico; noi ci sentiamo ben contenti ed incoraggiati quando vediamo i contadini alzar la testa e guardare in faccia ai padroni.... anche se continuano a credere in Dio». Gli è che, come Bakunin dimostrava agli anticlericali non socialisti al Congresso per la pace e la libertà

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in Berna nel 1868, « chi è ad un certo grado oppresso economicamente, e non può mangiare quando ha fame e coprirsi quando ha freddo, non può emanciparsi intellettualmente, e chi non ha alcuna consolazione in questa terra ha bisogno di crearsene una ideale nel cielo... Con ciò noi non facciamo che ripetere l'abbici del socialismo e del positivismo, affermando che la questione dei mezzi materiali di esistenza e di sviluppo precede tutte le questioni morali ed intellettuali». Per ciò, a chi gli diceva «che prima di fare l'anarchico uno bisogna farlo ateo», Malatesta rispondeva: «noi, avvalorati da una certa esperienza, crediamo completamente inutile discutere sul domma con chi muore di fame, e preferiamo fargli vedere come il prete, ministro della religione, è il difensore degli affamatori ed affamatore egli stesso». 1

Tutto questo non significa che, dove la propaganda teorica può utilmente farsi, specie fra gli elementi che vi siano più preparati dalla propria situazione materiale e intellettuale, essa debba escludersi. Ma pure allora «quel che mag- giormente c'interessa, anche dal punto di vista teorico, nella questione religiosa è la questione morale, è il metodo di vita che la religione predica, inculca e, quando può impone; la dommatica ci lascia freddi».2 Ed anche questa propa- ganda, per restare libertaria e riuscire efficace, deve evitare le affermazioni as- siomatiche astratte, che possono diventare un modo di coercizione spirituale, ma far leva soprattutto con mezzi morali di libertà: risvegliare il senso di dignità umana, eccitare il dubbio, formare l'abitudine del ragionare, sviluppare il sen- timento di rivolta contro i dogmi, non soltanto religiosi ma anche scientifici (o pseudoscientifici), politici ed economici.E ciò, tenendo sempre per norma che le idee erronee ed i sentimenti inferiori non possono mai essere combattuti con suc- cesso con la violenza, l'irrisione o l'oltraggio, ma soltanto con l'opporvi idee più giuste e sentimenti superiori, con l'opporre propaganda a propaganda.

A chi poi fosse tentato di obiettargli che da un atteggiamento di dubbio come il suo su certi problemi religiosi, filosofici e scientifici, potesse scaturire una irres- olutezza d'idee e di azione come anarchici e come rivoluzionari, Malatesta rispon- deva: «Si, io dubito, dubito di tutto. Ma questo mio dubbio, utile alla ricerca, utile per tenere la mente sempre aperta per ricevere nuove verità, non paralizza la mia capacità di azione, perchè la mia volontà non è mossa da convinzioni scientifiche, sempre incerte e mutabili, ma da un desiderio, da un sentimento, che è la parte migliore e permanente dell'essere mio. Io ho la fede che fa muovere le montagne»... Ma non «la fede di coloro che han bisogno di credere più che di comprendere, quella che fa prendere i fantasmi per realtà e fa piegare la volontà innanzi al fantasma», la quale fede «non serve a formare rivoluzionari cosci- enti, bensi' prepara il gregge per i furbi pastori...» «La fede» - nel nostro

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caso - «non è credenza cieca: essa è il risultato di una ferma volontà unita ad una forte speranza». 1

Liberta' per tutti

MALATESTA soleva dire che l'anarchia potrebbe sintetizzarsi nella formula «libertà per tutti»: non una libertà semplicemente teorica o giuridica, ma la libertà di fatto - che consiste nell'assenza di qualsiasi coercizione violenta dell'uomo sull'uomo, e nella presenza di tutte le condizioni materiali possibili, per cui ciascuno possa disporre liberamente di se stesso e fare ciò che vuole senz'altro limite che l'eguale libertà di tutti gli altri.

V'è in ciò non soltanto un ideale di realizzazione futura, ma anche una norma di condotta ed un metodo di lotta, validi fin da oggi, nella stessa società nella quale viviamo: praticare la libertà quanto più le circostanze, l'ambiente e le proprie forze lo consentono, rivendicarla e difenderla per tutti contro i suoi violatori in ogni sua estrinsecazione, piccola o grande che sia, e non violarla mai nè consentire che altri la violi a danno di nessuno, neppure dei nemici.

Quest'ultimo aspetto, più contingente, dell'anarchismo - pur essendo stato sempre insito nell'anarchismo stesso - viene perduto facilmente di vista da molti anarchici, per essere più implicito che esplicito nella propaganda corrente ed abit- uale, e resta fra loro più come affermazione teorica che come volontà pratica. I più appassionati parlano bensì della libertà dell'individuo, del proletariato, del popolo e anche della libertà per tutti; ma praticamente mostrano di preoccuparsi quasi esclusivamente della libertà propria, della propria collettività, classe o par- tito che sia, senza curarsi troppo degli altri, con una evidente tendenza a violare la libertà o a non tenerne conto quando si tratta di avversari o nemici, lasciandosi trascinare nella foga del movimento e della lotta ad atteggiamenti tipicamente au- toritari. Specialmente il loro errore di immaginare una soluzione di continuità tra il presente e l'avvenire li spinge ad agire autoritariamente oggi ed a rimandare all'indomani della rivoluzione, a rivoluzione vittoriosa, la pratica della libertà. Contro questa tendenza Malatesta ha di continuo cercato di reagire con la sua propaganda.

Una volta, in una piccola città dell'Umbria (a Foligno, nel giugno 1897) un Circolo cattolico volle inaugurare la sua costituzione con una processione re- ligiosa. Gli anticlericali del luogo, non esclusi gli anarchici, attesero i clericali all'uscita della loro sede, li assalirono a pugni e a bastonate e li costrinsero a dis- perdersi. Così la processione fu impedita. Ecco uno dei casi cui alludevo più sopra, in cui il dogmatismo sulla questione religiosa (sia pure dogmatismo neg-

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ativo) può condurre anche gli anarchici ai peggiori atteggiamenti autoritari sul terreno dei fatti! Il corrispondente de L'Agitazione, il periodico anarchico che allora era redatto in Ancona da Malatesta, scrisse la notizia del fatto al giornale, compiacendosene come di un trionfo «liberale». Ma ecco come Malatesta lo commentò:

«Che i liberali facciano di questa roba, si capisce. Ormai un'esperienza secolare ha mostrato all'evidenza che cosa intende per libertà la classe che ha trionfato con la rivoluzione del 1789. Essa cominciò il suo regno massacrando i prigionieri e ghigliottinando in massa nobili e popolari, realisti e comunisti; lo ha difeso con ferocia inaudita sempre che ha visto, o ha creduto di vedere in pericolo la sua borsa, ed ora è arrivata a ristabilire le letters de cachet ed a rinnovare i fasti dell'inquisizione. Ma pare che alle violenze contro i clericali pigliassero parte anche gli anarchici - e questo ci riempie di vergogna e di sdegno.

«Veramente saremmo poco sinceri se affettassimo una eccessiva merav- iglia. Sappiamo purtroppo che, malgrado le affermazioni scritte nei programmi, lo spirito di violenza e di dominazione, la tendenza ad abusare della forza, la libidine di imporre agli altri le proprie idee sono ancora vivaci nell'animo di tanti, che pur si professano amanti della libertà completa integrale, magari «assoluta». Ma è tempo di reagire contro questo grosso avanzo di autoritarismo che ancora esiste in mezzo a noi - e gridare forte sempre che non è anarchico chi non rispetta negli altri la libertà che reclama per se'; che è un ipocrita o un incosciente chi, mentre odia e disprezza il birro, fa poi da birro contro gli altri non appena se ne sente la forza e gliene capita l'occasione.

«Noi non siamo teneri dei clericali, che consideriamo come i peggiori nemici del popolo; nè pigliamo sul serio i loro elogi della libertà, perchè sap- piamo quel che hanno fatto quando erano i più forti, e quello che farebbero se riuscissero ad avere il sopravvento. Ma perchè mai la gente dovrebbe pigliare sul serio le proteste nostre in favore della libertà, se noi ci mostriamo così proclivi ad impedire agli altri la libera espressione del loro pensiero, e se invece di opporre la propaganda alla propaganda, noi ricorriamo appena possiamo all'arme degli aguzzini?

«...Se il prete ha fatto tanto male, se resta sempre il grande pericolo dell'avvenire, non è già perchè ha e propaga delle credenze assurde, ma perche' quella credenza ha imposto e vorrebbe ancora imporre con la forza; non è già perchè opponeva S. Agostino a Giordano Bruno, e Tolomeo a Copernico e Galileo, ma perchè tormentava Galileo e condannava al rogo Giordano... Il bastone non fa che creare despoti e schiavi. Il bastone è tutta la religione - il resto non es- sendo che una spiegazione più o meno assurda del sistema del mondo, che spetta

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alla scienza criticare, correggere e distruggere. Che importa che si scriva sulle bandiere viva il Papa o viva l'anarchia? che importa che si creda nella Bibbia o in Carlo Darwin, se poi in sostanza si resta obbligati a pensare come vogliono gli altri?

«Anarchici, sappiate essere uomini di libertà. Alla violenza fisica op- ponete, poichè è necessario, la resistenza fisica; ma alla propaganda opponete la propaganda, niente altro che la propaganda. Altrimenti la gente crederà, e non a torto, che quando saremo i più forti, saremo tiranni come gli altri - e che l'anarchia resterà una parola vana, come è restata vana la parola libertà, di cui i borghesi, prima del trionfo, si dicevano i difensori. - Combattiamo il prete, ma non con armi da prete». 1

Queste opinioni di Malatesta non avevano per lui valore soltanto per il momento, nè si riferivano solo alla lotta contro il clericalismo. Infatti, due anni dopo, mentre durava ancora in Francia l'entusiasmo per l'agitazione ormai vitto- riosa in difesa di Dreyfus, avendo il vecchio compagno Constant Martin sostenuto nel Libertaire di Parigi che la libertà andrà bene nella società futura, ma non va bene sempre nella società attuale, e dichiarato che in seno a questa si deve negare ai propri nemici tutte le libertà e tutti i diritti, Malatesta commentava:

«...Non possiamo fare a meno di protestare altamente contro questa teo- ria reazionaria, autoritaria, liberticida, che afferma la libertà come un principio buono per una futura società e lo rinnega per il presente. È in nome di questa teo- ria che si sono stabilite le presenti tirannie; è in nome di essa che si stabiliranno, se il popolo vi si lascia prendere, le tirannie future... Sappiamo bene che non v'è libertà per chi è economicamente soggetto e per chi deve subire il dominio dello Stato. Ma per combattere. e combattere efficacemente, i nostri nemici, noi non abbiamo bisogno di rinnegare il principio di libertà, nemmeno per un momento: ci basta il volere la libertà vera e volerla per tutti, per noi come per gli altri... Se noi, in un modo o nell'altro, dominiamo gli altri ed impediamo loro di fare quello che vogliono, noi cessiamo praticamente di essere anarchici. Libertà, dunque, per tutti ed in tutto, senza altro limite che l'eguale libertà degli altri: il che non sig- nifica - è perfino ridicolo il doverlo dire - che ammettiamo e vogliamo rispettare la libertà di sfruttare , di opprimere, di comandare, che è oppressione e non già libertà». 1

Ne', a quattordici anni di distanza, era diverso il suo linguaggio. Basti riportare quest'altro breve trafiletto:

«Ci sono segnalati dei casi in cui dei compagni nostri avrebbero, colla violenza diretta o provocando dei disordini, impedito ad altri di dire liberamente il

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loro pensiero. Senza entrare a esaminare e discutere i fatti particolari, ci teniamo a dichiarare che per noi la libertà di parlare, di scrivere, di manifestare, in qualsiasi modo che non violi la libertà altrui, deve essere sacra per tutti, e che non si conduce da anarchico chi quella libertà non riconosce e rispetta.

«L'avversario può essere nell'errore, può avere tutti i torti immaginabili, la sua propaganda può esser dannosa: egli ha diritto lo stesso alla libertà più completa. Chè altrimenti chi giudicherebbe quale è la verità permessa e quale l'errore proibito? Il diritto di combattere e sopprimere l'errore colla violenza e' teoria da inquisitori, che ha servito a giustificare tutte le tirannie. Gli anarchici predicano e praticano (o dovrebbero praticare) la violenza per resistere e sottrarsi alla violenza: all'errore o alla menzogna non possono opporre che il ragionamento e la prova dei fatti.

«D'altra parte, noi che siamo piccola minoranza fra la massa arretrata e contro tutti i partiti che sfruttano ed ingannano la massa, perderemmo il diritto di reclamare la libertà per noi se violassimo quella degli altri quando per avventura in certi luoghi e certi momenti, ci troviamo in maggioranza».2

Su queste idee Malatesta ha continuato sempre ad insistere, fino all'ultimo.

Valga un altro ricordo, che non posso suffragare con una citazione perche' non rammento in che occasione disse quel che riferisco. Mentre più infuriava il Italia la violenza liberticida fascista, gli fu chiesto: «riconoscete dunque la libertà anche ai fascisti?». Egli rispose «certamente, a patto che per libertà s'intenda la libertà vera, quella medesima che reclamiamo per noi e per tutti (di stampa, parola, riunione, associazione, ecc.) e non la sedicente libertà di saccheggiare, d'incendiare, di bastonare e d'ammazzare, che è arbitrio infame, prepotenza e violazione di tutte le libertà. Il necessario non è mai di levare agli altri la liberta', bensì di conquistarla ed esercitarla noi, e saperne usare per opporre alla violenza liberticida altrui una vittoriosa resistenza liberatrice».

Ed a coloro che accusano gli anarchici di restar sulle nuvole col volere «la libertà assoluta», rispondeva: «Non c'è niente di assoluto nelle nostre concezioni, poichè siamo profondamente convinti della relatività di tutte le cose, almeno per quanto gli uomini possono concepirle. Noi non reclamiamo una lib- ertà astratta, metafisica che, rompendo i vincoli che legano l'uomo alla natura ed alla società, negherebbe ed annullerebbe l'umanità. Noi reclamiamo semplice- mente quella che si potrebbe chiamare la libertà sociale, cioè l'eguale libertà per tutti, un'eguaglianza di condizioni tale che permetta a tutti di fare il proprio volere col suo limite imposto dalle ineluttabili necessità naturali e dalla eguale libertà degli altri».1

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Non sono queste certamente cose nuove, nè dette dal solo Malatesta, poichè sono le idee di tutti gli anarchici più consapevoli e conseguenti ai loro fini; ma non mi pare vi sia chi le abbia dette in un modo più chiaro e preciso, da non prestarsi ad equivoci. Esse si riallacciano a quella concezione libertaria della rivoluzione, che già Bakunin aveva magnificamente delineata intorno al 1870, in opposizione alle concezioni autoritarie della «democrazia sociale» e della «dittatura proletaria».

Anarchismo relativista e realizzatore

UNA DELLE CARATTERISTICHE del pensiero e della propaganda di Malatesta è stata quella di tener sempre presente quella «relatività di tutte le cose» cui si appellava nell'articolo più sopra citato e per la quale egli ha sem- pre evitato di rinchiudersi in formule troppo secche ed aride, o in limiti troppo angusti. La sua mente aborriva ad ogni irrigidimento. Per quanto ottima fosse una soluzione trovata, per quanto utile riconoscesse un dato metodo, non escludeva mai che si potesse trovare un metodo od una soluzione migliore: pronto a rifi- utare o a mettere in seconda linea ciò che gli sembrasse superato, o inopportuno o sconsigliabile, anche se quel metodo o quella soluzione era stato lui stesso a consigliarla. Malatesta non si rendeva schiavo neppure di se stesso, pur essendo d'una coerenza rettilinea che Mussolini, mutevole come una banderuola, credette forse di insultare chiamandola «mostruosa» non ricordo in quale occasione.

Gli è che il pensiero di lui era come liquido, nel senso che restando sempre il medesimo per elementi costitutivi e per limpidezza e per costanza d'indirizzo, non si faceva imprigionare in nessun apriorismo e scorreva sempre nel senso della vita e della lotta, aderendo ad ogni nuova necessità di queste. V'era in Malatesta un senso straordinario della relatività, che gl'impediva d'uscir d'equilibrio fra il pensiero e l'azione, fra il mezzo e il fine - come pure avviene a tanti uomini d'idee e di battaglia, che così facilmente si fanno trascinare fuori della realtà per amor d'un principio spinto all'assurdo, oppure si lasciano spingere dal'azione pratica su vie che li mettono in direzione opposta allo scopo voluto. Egli invece ha conser- vato sempre il necessario equilibrio fra l'idea e la pratica, fra la teoria e la tattica, con un rapporto incessante fra l'una e l'altra nella propaganda e nell'azione.

Non dava mai valore assoluto od esclusivo ad alcuna affermazione di princi- pio, nè ad alcuna norma di condotta pratica. Ogni teoria ed ogni metodo avevano per lui valore non tanto per se stessi, nella fredda lettera, quanto per il loro spirito, in rapporto ai fatti, alle circostanze, alle necessità della lotta. Dove e quando essi venivano a cozzare con il bene degli uomini, a non essere più in relazione col fine della libertà e del benessere di tutti, trovavano subito in Malatesta una tempestiva

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opposizione. Egli accettava e consigliava tutti i mezzi, piccoli e grandi, di edu- cazione e di rivoluzione che possono essere utili nel movimento e nel cammino verso l'anarchia ma non si esclusivizzava in nessuno di essi, in nessuno vedeva un toccasana infallibile, nessuno ne riduceva a sistema preconcetto; e d'altra parte di tutti vedeva i lati manchevoli, le possibili illazioni assurde, i pericoli, il punto in cui cessano d'essere in rapporto con le necessità reali della rivoluzione e col fine anarchico, per diventare fine a se stessi e produrre effetti contradditori e nocivi.

Vedremo più particolarmente in seguito la posizione di Malatesta di fronte a certe questioni più importanti di dottrina e di tattica. Qui mi limiterò ad ac- cennare fuggevolmente, come esempio, qualche segno del relativismo malates- tiano.

Si sa che Malatesta fu uno dei primi teorici dell'anarchismo comunista, e che egli rimase comunista-anarchico fino alla morte; eppure egli ha sempre reagito contro la tendenza a vedere nel comunismo l'unica soluzione anarchica del prob- lema economico nella società futura: patrocinava l'accordo con gli anarchici non comunisti e prospettava la possibilità di soluzioni intermedie, transitorie, eclet- tiche a seconda degli ambienti e delle circostanze.

Egli fu uno dei precursori del sindacalismo, ed è stato incessantemente partigiano dell'organizzazione operaia sul terreno della lotta di classe; eppure si e' rifiutato sempre ad accettare le formule sindacaliste, è stato fra i primi a reagire contro le degenerazioni del movimento sindacale, si è opposto al sindacalismo come dottrina e come movimento per se stante e non s'è stancato mai di mettere in guardia gli operai contro le tendenze opportuniste, riformiste ed antirivoluzionarie delle organizzazioni sindacali e di classe.

Auspicava l'azione diretta rivoluzionaria delle masse e tutte le misure d'energia, anche se dolorose, che essa implica, senza riguardi; eppure combat- teva le tendenze del terrorismo.

Preferiva la rivolta collettiva a quella individuale, e combatte l'uso della violenza individuale quando gli parve che questa esorbitasse le ragioni umane dell'anarchismo; eppure seppe vedere quando anche la rivolta individuale era nec- essaria, affermo la sua solidarietà coi ribelli e si levò spesso contro quelli dei suoi compagni che questa solidarietà dimenticavano o rinnegavano.

Fu sempre partigiano dell'organizzazione anarchica di partito; ma, oltre al concepirla nel senso meno partigiano possibile, non le subordinò mai le ne- cessità rivoluzionarie del momento e seppe prescindere quando queste ultime lo esigevano.

E così via...

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Questa felice predisposizione intellettuale e psicologica permetteva a Malat- esta di evitare, tanto nella enunciazione teorica come nella scelta e nell'uso dei mezzi di lotta e di agitazione, gli scogli del settarismo da un lato e dell'opportunismo dall'altro.

Le necessità rivoluzionarie del presente e quelle dell'avvenire erano sempre e contemporaneamente presenti al suo spirito. Egli partiva dall'idea che l'anarchismo non aspetta di vivere domani nell'attività dei suoi seguaci, ma vi si realizza fin da oggi: esso ne informa di continuo la condotta e l'azione, e le determina nei limiti consentiti delle circostanze avverse e in opposizione a queste. Gli anar- chici combattono e lavorano per preparare una possibile realizzazione di società anarchica, ed hanno quindi un loro programma di organizzazione sociale futura - concepita anch'essa realisticamente non in base alle possibilità già accertate e con gli uomini quali sono tutt'ora, con tutti i loro difetti e deficienze naturali - però la realizzazione anarchica s'inizia fin da ora nel lavoro e nella battaglia attuale.

Secondo Malatesta è grave errore - attribuito agli anarchici dagli avversari, ma in cui cade davvero qualche anarchico poco avveduto - il ritenere «che l'anarchia debba venire di un colpo solo, come conseguenza immediata d'una insurrezione, la quale abbattuta violentemente tutto ciò che esiste e vi sostitu- isca istituzioni veramente nuove... Questo pregiudizio spiega perchè moltissimi credono che l'anarchia sia impossibile; e spiega pure perchè alcuni compagni, vedendo che, date le presenti condizioni del popolo, l'anarchia non può venire subito, oscillano tra un dommatismo che li mette fuori della vita reale, ed un op- portunismo che fa loro praticamente dimenticare che sono anarchici e che per l'anarchia debbono combattere.

«ora è certo che l'anarchia non può essere l'effetto di un miracolo e non può avvenire in contraddizione con la legge generale, assiomatica, dell'evoluzione, che niente avviene senza causa sufficiente, che nulla si può fare senza avere la forza di farlo... Siccome la coscienza, la volontà, la capacità si svolgono gradualmente e trovano occasione e modo di svilupparsi nel graduale modificarsi dell'ambiente, nella realizzazione delle volontà a misura che si formano e diven- tano imperiose, così l'anarchia non può avvenire che a poco a poco, crescendo gradualmente in intensità ed in estensione. Non si tratta dunque di fare l'anarchia oggi o domani o tra dieci secoli; ma di camminare verso l'anarchia oggi, domani, sempre.

«...Ogni colpo portato alle istituzioni della proprietà e del governo, ogni elevamento della coscienza popolare, ogni eguagliamento di condizioni, ogni

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menzogna smascherata, ogni parte dell'attività umana sottratta al controllo dell'autorità, ogni aumento dello spirito di solidarietà e d'iniziativa è passo verso l'anarchia... Ogni indebolimento dell'autorità, ogni aumento di libertà sarà un progresso verso l'anarchia, sempre che è conquistato e non mendicato, sempre che serva a darci maggior lena nella lotta... » A patto cioè di «non confondere i progressi veri con quelle ipocrite riforme, che col pretesto dei miglioramenti immediati ten- dono a distrarre il popolo dalla lotta contro l'autorità e contro il capitalismo, a paralizzare la sua azione ed a fargli sperare che qualche cosa si puo' ottenere dalla bontà dei padroni e dei governi». A patto «sempre che ci ricordiamo bene che la diminuzione dei mali prodotti dal governo consiste nella diminuzione delle sue attribuzioni e della sua forza, e non già nell'aumentare il numero dei governanti e nel farli scegliere dagli stessi governati».1

«Si può concepire l'anarchia come la perfezione assoluta, ed è bene che questa concezione resti sempre presente alla nostra mente, quale faro ideale che guida i nostri passi». Ma, lasciando da parte la considerazione obiettiva che la perfezione assoluta è qualcosa cui possiamo sempre più avvicinarci senza illuderci di poterla raggiungere mai nel senso completo delle parole, certo è che «tutto nella natura e nella vita procede a gradi e che l'anarchia non può venire che poco a poco»; e quindi non è da credere «che per fare l'anarchia bisogni aspettare che tutti siano anarchici.

«Io credo al contrario - e perciò sono rivoluzionario - che nelle condizioni attuali solo una piccola minoranza favorita da circostanze speciali possa arrivare a concepire l'anarchia, e che sarebbe una chimera lo sperare nella conversione generale se prima non si cambia l'ambiente, nel quale prosperano l'autorità ed il privilegio. Ed appunto per questo credo che bisogna, appena è possibile, cioè appena si sia conquistata la libertà sufficiente e vi sia in un dato luogo un nucleo di anarchici abbastanza forte per numero e capacità da bastare a se stesso ed ir- radiare intorno a sè la propria influenza, bisogna, dico, organizzarsi per applicare l'anarchia quel tanto di anarchia che diventa mano a mano possibile. Poichè non si può convertire la gente tutta in una volta e non si può isolarsi per necessità di vita e per l'interesse della propaganda, bisogna cercare il modo di realizzare quanto più di anarchia è possibile in mezzo a gente che non è anarchica o lo e' in gradi diversi».1

Da tutto ciò Malatesta derivava una concezione, altrettanto relativista e insieme realizzatrice, sia della rivoluzione sia della condotta anarchica in seno ad essa. Partendo dal presupposto che «la rivoluzione non la possiamo fare noi soli anarchici, nè sarebbe desiderabile il farla da soli» e che «gli anarchici,

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non vogliono nulla imporre salvo il rispetto della libertà, e contano per la realiz- zazione dei loro ideali sulla persuasione e sui vantaggi sperimentati della libera co- operazione», giungeva alla conclusione che per la rivoluzione «bisognerebbe agire di conserva con tutte le forze progressiste esistenti, con tutti i partiti d'avanguardia; ed attirare nel movimento e sommuovere e interessare le grandi masse, lasciando che la rivoluzione, della quale noi saremmo un fattore fra gli altri, produca tutto quello che può produrre... senza per questo rinunciare al nostro scopo specifico, anzi tenerci ben uniti fra noi e distinti dagli altri per combattere in favore del nostro programma; ...e in tutti i casi reclamare ed esigere, magari con la forza, la nostra piena autonomia ed il diritto e i mezzi per organizzarci a modo nos- tro ed esperimentare i metodi nostri... Intransigenti contro ogni imposizione ed ogni sfruttamento, noi dovremo essere tolleranti con tutte le concezioni sociali che prevalgono nei varii aggruppamenti umani, purchè non ledano la libertà ed il diritto eguale degli altri; e contentarci di progredire gradualmente a misura che si eleva il livello morale degli uomini e crescono i mezzi materiali e intellettuali di cui dispone l'umanità - facendo, questo s'intende, il più che possiamo, con lo studio, il lavoro, la propaganda, per affrettare l'evoluzione verso ideali sempre più alti».2

Anche in uno dei suoi scritti ultimi, recentissimo, Malatesta insisteva in questo concetto che «la rivoluzione deve attuare subito ciò che si può, ma non più di quello che si può»: 1 cioè non quello per la cui attuazione bisognerebbe ricorrere al mezzo autoritario di costringere con la forza gli altri a fare quello che vorremmo noi.

Anarchia e comunismo

I CRITERI DI RIORGANIZZAZIONE sociale di Malatesta, come di quasi

tutti gli anarchici fino dal 1880 (eccettuati per qualche tempo gli spagnoli), sono stati sempre comunisti. Anzi il comunismo di Malatesta - socializzazione della proprietà e distribuzione dei prodotti a seconda dei bisogni - risale più addi- etro, al 1876, quando (come ho avuto occasione di dire nei cenni biografici) al Congresso delle sezioni italiane dell'Internazionale in quel di Firenze, egli, Costa, Cafiero, Covelli ed altri formularono per primi la concezione del comunismo an- archico, accettata poi da Kropotkin, Reclus, la Federazione del Giura e a poco a poco da tutto l'anarchismo internazionale - esclusa la minoranza individualista che (pur avendo avuto dei precursori isolati da molto tempo prima) cominciò a manifestarsi nel movimento e nella propaganda solo dopo il 1890.

È risaputo che prima del 1880 la generalità degli anarchici militanti erano e si dicevano «collettivisti» come Bakunin: socializzazione della proprietà e

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distribuzione «a ciascuno secondo il suo lavoro» o «a ciascuno il prodotto del suo lavoro». Il collettivimo anarchico continuò poi ad essere difeso, per altri dieci o quindici anni, da gran parte degli anarchici spagnuoli, finchè anche tra questi il nome ne andò in disuso, attenuanndosi a poco a poco ogni dissenso dottrinario sulla questione.

Non bisogna però confondere il comunismo degli anarchici dagli ultimi tempi della I^ Internazionale in poi, col comunismo autoritario e statale di Carlo Marx del 1848, e meno ancora col comunismo bolscevico odierno. Mentre Marx affidava la realizzazione del comunismo allo Stato democratico (e Lenin, poi, allo Stato dittatoriale), gli anarchici la affidano alla libera e volontaria organizzazione dei comuni, dei gruppi e delle associazioni operaie confederati. Questa differenza metteva un abisso fra le due concezioni, benchè dal punto di vista strettamente economico anche Marx accettasse la formula comunista della distribuzione a sec- onda dei bisogni - intesa però solo come previsione d'un futuro lontano oltre che subordinatamente alla sua concezione statale. Praticamente la differenza tra collettivisti anarchici e comunisti anarchici era infima, in confronto alla differenza enorme fra l'anarchismo delle due tendenze e il comunismo autoritario: differenza quest'ultima che non riguardava solo il lontano avvenire ma anche e soprattutto il movimento immediato e l'indirizzo stesso della rivoluzione.

Il comunismo anarchico di Malatesta, come il collettivismo di Bakunin, come gran parte dell'anarchismo per circa una ventina d'anni ancora, includeva all'inizio nel suo bagaglio intellettuale e fra i suoi argomenti di propaganda molte idee marxiste e dei marxisti (materialismo storico, miseria crescente, concen- trazione del capitale, legge ferrea dei salari, ecc.); ma ciò non aveva nulla a che fare con la concezione pratica del movimento rivoluzionario e della rivoluzione, nè con la questione più importante del sistema - autoritario o libertario - di realiz- zazione del comunismo. Su questi ultimi punti, i soli che veramente interessavano e si riflettevano nel movimento pratico, il dissenso degli anarchici dal marxismo fu radicale e fondamentale fin dai primi momenti. Bisogna aggiungere poi che an- che sulle questioni dottrinarie suaccennate, Malatesta fu tra i primissimi a sottrarsi all'influenza marxista e ad abbandonare gli apriorismi pseudoscientifici di Marx. Da questo punto di vista Malatesta potrebbe essere considerato come un antesig- nano dei revisori del marxismo, se avesse maggiormente scritto sull'argomento, come fece il suo amico e compagno Saverio Merlino (e più tardi Cerkesoff ed altri), insieme e d'accordo con il quale combattè le teorie marxiste fino da prima del 1890, sbarazzandosene completamente. Ho già detto più addietro, accen- nando alla evoluzione delle idee malatestiane, in quali scritti Malatesta ha esposto le sue opinioni critiche sul marxismo.

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Nello stesso campo anarchico però il comunismo di Malatesta si differen- ziava alquanto da quello di molti suoi compagni. La differenza forse non è molto visibile, trattandosi più che altro di tendenze nei più poco pronunciate, quasi subcoscienti, di diversità di misura nella propaganda, di atteggiamenti mentali subordinate, nei punti di partenza, di sfumature. Ma la differenza c'era; e se in principio potè passare inosservata, col tempo acquistò una certa consistenza. Tale differenza era determinata soprattutto dal senso relativista con cui Malatesta accettava il comunismo, mentre altri molti lo predicavano nel senso più asso- luto. Mentre per moltissimi anarchici il comunismo divenne a poco a poco quasi un articolo di fede, fuori del quale essi non concepivano alcuna anarchia possi- bile, Malatesta non cadde mai in quella specie di dogmatismo. Pur difendendo la concezione comunista dell'anarchia, egli preferì per gran tempo, fino a dopo il 1900, dirsi più genericamente «Socialista-anarchico» e poi semplicemente «anarchico», sia per considerazioni di tattica contingente, sia per non circo- scrivere in una formula esclusivista il principio dell'anarchia.

Quando, intorno al 1890, egli s'interessava ad un progetto d'organizzazione internazionale degli anarchici, ed era viva ancora in Spagna la polemica tra col- lettivisti e i comunisti dell'anarchismo, Malatesta insorse a difendere il diritto di cittadinanza dei primi in seno al partito anarchico non solo per amore di con- cordia rivoluzionaria, ma anche perchè egli vedeva nei collettivisti dei compagni come gli altri «dall'esperimento dei quali non v'è nulla da paventare, e che anzi può, in certe circostanze ed in certi paesi, aiutare a superare (nella rivoluzione) le difficoltà dei primi momenti».1 E più tardi, quando sorsero e si affermarono le diverse tendenze individualiste ed anti-organizzatrici nell'anarchismo italiano, Malatesta s'è sforzato, meno che in un primo periodo - pur sostenendo rigida- mente le sue idee contrarie a quelle tendenze - di mantenere con i loro seguaci i migliori rapporti di cooperazione rivoluzionaria, nell'opinione che con la mag- gior parte di essi il dissenso è più di parole che di sostanza.1 «Rientrano nell'anarchismo tutti, e solamente, quei modi di vita che rispettano la libertà e riconoscono in ciascuno l'eguale diritto a godere dei beni naturali e dei prodotti della propria attività».2 «È pacifico che l'essere qualche cosa di superiore di cui l'individuo sia lo strumento e lo schiavo, non deve essere che l'unione di uomini associati per il maggior bene di ciascuno. E da questo punto di vista si potrebbe dire che siamo tutti individualisti. Ma per essere anarchici non basta volere l'emancipazione di tutti, non basta ribellarsi all'oppressione, ma bisogna rifiutarsi ad essere oppressori; bisogna comprendere i vincoli di solidarietà, nat- urale o voluta, che legano gli uomini tra di loro, bisogna amare i propri simili,

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soffrire dei mali altrui, non sentirsi felici se si sa che altri sono infelici». Di qui la necessità dello sforzo «di trovare ai problemi pratici della vita le soluzioni che meglio rispettano la volontà e meglio soddisfano i sentimenti d'amore e di solidarietà». E poichè egli era convinto «fino a prova in contrario, che più gli uomini sono affratellati e più intima è la cooperazione dei loro sforzi a favore di tutti gli associati, più grande è il benessere e la libertà di cui ciascuno può godere», Malatesta arrivava alla concezione comunista-anarchica che meglio ar- monizza l'indipendenza individuale col benessere comune. Ma poichè si rendeva pur conto delle immense difficoltà per praticare, prima di un lungo periodo di evoluzione, quel volontario comunismo universale considerato l'ideale supremo dell'umanità, giungeva alla conclusione che, secondo lui, potrebbe esprimersi con la formula: «Quanto più comunismo è possibile per realizzare il più pos- sibile d'individualismo, vale a dire il massimo di solidarietà per godere il mas- simo di libertà».1

A questo punto mi par necessario ricordare che, posteriormente al 1897 - com'egli mi diceva in una lettera di cui ho riprodotto un passaggio incidental- mente più addietro - la posizione mentale di Malatesta di fronte al comunismo si modificò alquanto, non sul principio in sè ma sulle sue possibilità pratiche in rapporto al tempo ed ai mezzi materiali per realizzarlo. «Nel 1897 (al tempo dell'Agitazione di Ancona) il comunismo mi sembrava una soluzione più sem- plice e più facile di quello che mi sembra ora».2 Per ciò negli scritti posteriori troviamo più accentuato il relativismo di Malatesta sull'argomento, subordinando egli il comunismo ancor più di prima, non solo alla volontà dei lavoratori asso- ciati che dovrebbero attuarlo, come aveva fatto sempre, ma anche alle disponi- bilità sufficienti della produzione, ad una organizzazione più avveduta del mu- tuo accordo, ecc. Nonostante, con tutte le riserve e concessioni suggeritegli dallo studio e dall'osservazione dei fatti sociali, le sue preferenze restano sempre per il comunismo.

«Il comunismo è un ideale. Esso sarebbe un regime, un modo di con- vivenza sociale in cui la produzione è organizzata nell'interesse di tutti, nella maniera che meglio utilizza il lavoro umano per dare a tutti il maggior benessere e la maggiore libertà possibile, e tutti i rapporti sociali sono intesi a garantire a cias- cuno la massima soddisfazione, il massimo sviluppo possibile materiale, morale ed intellettuale. In comunismo, secondo la formula classica, ciascuno dà sec- ondo le sue capacità e ciascuno riceve secondo i suoi bisogni».... Un tal regime economico non potrebbe mai essere applicato autoritariamente, da un governo qualsiasi; tutt'al più un governo non potrebbe realizzare che un falso comunismo

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da caserma in cui nessuno sarebbe soddisfatto e l'uguaglianza sarebbe formale, apparente, mascherante le più esose disuguaglianze. «Non è possibile una so- cietà comunistica se essa non sorge spontanea dal libero accordo, se essa non e' varia e variabile come la vogliono e la determinano le circostanze esteriori ed i desideri, le volontà di ciascuno». Insomma il vero comunismo non è possibile che in anarchia. «La formula classica che abbiamo citata può sussistere solo se s'interpreta con l'altra: ciascuno dà e prende ciò che vuole. E ciò suppone l'abbondanza e l'amore».1 quindi una realizzazione sufficiente del comunismo anarchico è subordinata al raggiungimento di un determinato progresso materiale nella produzione e morale nei rapporti umani - progresso che trova oggi un osta- colo insuperabile nell'ordinamento statale e capitalistico, ma a cui la rivoluzione aprirà la strada.

«Io mi dico comunista - scriveva Malatesta nel 1929 - perchè il comu- nismo mi pare l'ideale al quale l'umanità si accosterà a misura che crescerà l'amore tra gli uomini e l'abbondanza della produzione li libererà dalla paura della fame e distruggerà così l'ostacolo principale al loro affratellamento». Ma, affermato ciò, Malatesta si chiedeva quale potrebbe essere, in attesa che l'evoluzione maturi l'ideale, la forma pratica di organizzazione della proprietà in seno alla rivoluzione. «Quali le forme che prenderanno la produzione e lo scambio? Trionferà il comunismo (produzione associata e consumo libero a tutti), o il collettivismo (produzione in comune e ripartizione dei prodotti sec- ondo il lavoro di ciascuno), o l'individualismo (a ciascuno il possesso individuale dei mezzi di produzione e il godimento del prodotto integrale del proprio lavoro), o altre forme composite che l'interesse individuale e l'istinto sociale illuminati dall'esperienza potranno suggerire? Probabilmente tutti i possibili modi di ripar- tizione dei prodotti saranno sperimentati contemporaneamente, nelle stesse o in diverse località, e s'intrecceranno e contempereranno in vario modo, fino a che la pratica avrà insegnato quale è la forma o quali sono le forme migliori».1

Nello scritto da cui ho tolto quest'ultima citazione - che è fra i suoi più recenti, anzi l'ultimo di lui sull'argomento - Malatesta esamina partitamente i tre suddetti sistemi economici e ne delinea i pregi e difetti principali. Il com- pleto individualismo sarebbe anti-economico e impossibile; e così pure, per ora, sarebbe impossibile ed antilibertario il completo comunismo, specie se esteso a un territorio troppo vasto; al collettivismo, poi, si potrebbero rivolgere molte delle obiezioni possibili al primo e al secondo, pur prevedendosi che avrà applicazioni in un primo periodo transitorio. E, malgrado le sue preferenze pel comunismo, Malatesta si decide pel metodo sperimentale che lasci a ciascuna tendenza di ci- mentarsi liberamente nei fatti, perchè «le società umane debbono essere il

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risultato dei bisogni e delle volontà, concorrenti o contrastanti, di tutti i loro membri che, provando e riprovando, trovano le istituzioni che in un dato momento sono le migliori possibili, e le sviluppano e cambiano a misura che cambiano le circostanze e le volontà».2

Intanto, nella rivoluzione e dopo, «la necessità di non interrompere la produzione e l'impossibilità di sospendere il consumo delle cose indispensabili faranno si che, man mano che si procederà all'espropriazione, si prenderanno gli accordi necessari alla continuazione della vita sociale. Si farà come si può, e purchè s'impedisca il costituirsi di nuovi privilegi, si avrà tempo a cercare le vie migliori... Si può preferire il comunismo, o l'individualismo, o il col- lettivismo, o qualsiasi altro immaginabile sistema, e lavorare con la propaganda e con l'esempio al trionfo delle proprie aspirazioni; ma bisogna guardarsi bene, sotto pena di un sicuro disastro, dal pretendere che il proprio sistema sia il sistema unico ed infallibile... e che si debba far trionfare altrimenti che con la persuasione che viene dall'esperienza dei fatti. L'importante, l'indispensabile, il punto dal quale bisogna partire è di assicurare a tutti i mezzi per essere liberi».1

Come si vede, i leitmotiv di Malatesta, la bussola che lo ha guidato fino all'ultimo nella ricerca delle soluzioni di tutti i problemi, è sempre la stessa: la libertà.

Concetto anarchico della rivoluzione

IN TUTTO QUANTO precede è già implicita la concezione anarchica della rivoluzione secondo il pensiero malatestiano.

Ho già detto che questa concezione non è particolare di Malatesta, bensì propria di tutto l'anarchismo fin dai tempi di Bakunin ed anche prima. Già in Proudhon, Dejacques ed altri la si trova delineata abbastanza chiaramente. Ma la rivoluzione russa, ed il trionfo su essa così deleterio del bolscevismo, han posto di nuovo l'argomento sul tappeto della discussione; poichè non sono stati pochi gli anarchici, dal 1917 in poi, che la suggestione bolscevica ha trascinato a rinnegare o sminuire la pratica della libertà.

Malatesta ha scritto moltissimo sull'argomento, sopratutto negli ultimi quindici anni e specialmente nelle sue polemiche, sia in contradditorio coi social- isti e comunisti autoritari, sia con quei suoi compagni medesimi più abbagliati dal mito bolscevico russo, per sostenere che nella rivoluzione la funzione specifica degli anarchici è di difendere, aumentare ed estendere quanto più è possibile l'esercizio della libertà in tutti i campi, in opposizione costante a qualsiasi gov- erno dovesse sorgere o risorgere, e senza mai assumere per se stessi alcun compito di comando e di coercizione violenta.

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Quando ancora, nel 1919, s'ignoravano in gran parte nei paesi occidentali le idee precise dei bolscevichi russi - i quali del resto neppur essi le avevan precisate ancora abbastanza - quando una cognizione sufficiente di quel che avveniva in Russia non aveva aperto gli occhi a tanta gente, e quando anche molti anarchici s'illudevano su pretese tendenze libertarie del bolscevismo, perchè scambiavano per anarchismo dei fatti esclusivamente insurrezionali, Malatesta mi scriveva (30 luglio di quell'anno) una lettera in cui prendeva chiaramente posizione contro la sedicente «dittatura del proletariato»: «Anarchia significa non governo e quindi a maggior ragione non dittatura, che è governo assoluto senza controllo e senza limiti costituzionali.... Il proletariato naturalmente c'entra come c'entra il popolo nei regimi democratici, cioè semplicemente per nascondere l'essenza reale della cosa. In realtà si tratta della dittatura vera e propria, coi suoi decreti, con le sue sanzioni penali, coi suoi agenti esecutivi e sopratutto con la sua forza armata, che serve oggi anche a difendere la rivoluzione dai suoi nemici esterni, ma che servirà domani per imporre ai lavoratori la volontà dei dittatori, arrestare la rivoluzione, consolidare i nuovi interessi che si vanno costituendo e difendere contro la massa una nuova classe privilegiata».1

La volontà rivoluzionaria di Malatesta è ben nota. «Noi vogliamo fare la rivoluzione al più presto possibile, profittando di tutte le occasioni possibili che si possono presentare... Gli anarchici sono tutti d'accordo in questo desiderio».2 Ma in che consiste la rivoluzione, secondo Malatesta?

«La rivoluzione che vogliamo noi consiste nel togliere il potere e la ric- chezza agli attuali detentori, e nel mettere la terra, gli strumenti di lavoro e tutti i beni esistenti a disposizione dei lavoratori - cioè di tutti, perchè tutti se non lo sono debbono diventare lavoratori. E questa rivoluzione i lavoratori debbono difenderla vegliando a che nessuno, individuo, partito o classe, possa trovare i mezzi per costituire un governo e ristabilire il privilegio a favore di nuovi o vec- chi padroni.... Dare il potere a chiunque di limitare la libertà degli altri sig- nificherebbe uccidere la rivoluzione stessa.... Per difendere e salvare la rivoluzione non v'è che un mezzo: spingere la rivoluzione a fondo. Fino a che vi sarà uno che potrà obbligare un altro lavoratore a lavorare per lui, fino a che vi sarà uno che potrà violentare la libertà di un altro prendendolo per la gola o per il ventre, la rivoluzione non sarà finita; noi staremo ancora in stato di legittima difesa e contro la violenza che opprime opporremmo la violenza che libera....

«Che se poi un popolo armato, in possesso della terra, delle fabbriche, della ricchezza tutta, fosse incapace di difendersi e si lasciasse di nuovo sottomet- tere al giogo, vorrebbe dire che quel popolo è ancora incapace di libertà. La

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rivoluzione sarebbe fallita.... Ma alla possibile incapacità popolare non si ri- media mettendoci noi al posto degli oppressori decaduti. Solo la libertà, o la lotta della libertà può essere scuola di libertà.... Per iniziare e menare a fine una rivoluzione ci vuole una forza armata e organizzata.... Però questa forza, o meglio le molteplici organizzazioni armate dei rivoluzionari faranno opera rivoluzionaria se serviranno a liberare e ad impedire ogni costituzione di governo autoritario; saranno invece strumento di reazione e distruggeranno la stessa opera loro se vor- ranno servire ad imporre un dato tipo di organizzazione sociale, il programma speciale di un dato partito».1

Con tutto ciò, Malatesta non subordinava affatto la rivoluzione alla con- dizione ch'essa sia anarchia e debba scaturirne a forza l'anarchia. Al contrario. La rivoluzione, egli diceva, sarà quale potrà essere; e siccome l'anarchia non si fa per forza, e si realizzerà nell'ampiezza necessaria per produrre tutti i suoi benefici effetti solo quando grandi masse di popolo la comprendano e seguano, e queste grandi masse non è possibile si convertano all'anarchia finchè durano le attuali condizioni economiche e politiche, è bensì necessaria la rivoluzione che cambi violentemente tali condizioni, ma questa rivoluzione «non può esser fatta per attuare direttamente ed immediatamente l'anarchia, ma piuttosto per cercare le condizioni che rendano possibile una rapida evoluzione verso l'anarchia.... La rivoluzione serve, è necessaria, per abbattere la violenza dei governi e dei privile- giati; ma la costituzione di una società di liberi non può essere che l'effetto della libera evoluzione. Ed alla libertà dell'evoluzione, continuamente minacciata fino a che esisterà negli uomini sete di dominio e di privilegi, gli anarchici debbono vegliare».1

L'azione anarchica, destinata a restare azione di minoranza finchè le grandi masse non siano evolute e capaci di organizzare anarchicamente, ha il compito di abbattere in seno alla rivoluzione gli organismi e istituti d'oppressione e di sfruttamento per aprire la via più ampia alla libertà; ma non potrebbe poi, per la contraddizione che non lo consente, diventare coercitiva sulle masse per obbligare queste a piegarsi ai suoi schemi e progetti. All'infuori del vegliare a difesa della libertà, pronti ad insorgere contro ogni nuova tirannide, per l'attuazione del loro ideale gli anarchici non potranno contare che sulla forza civile della persuasione, per mezzo della propaganda e dell'esempio.

All'esempio, alla propaganda coi fatti, Malatesta dava la maggiore impor- tanza, e perciò egli pensava che nella rivoluzione gli anarchici debbano organiz- zare più forme di vita libera che sarà loro possibile, profittando della libertà che ne avranno acquistata abbattendo il potere capitalistico e statale. «Poichè non

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possiamo e non vogliamo imporre le nostre idee a nesuno ed in fin dei conti, se la gente crede necessario un governo, noi non possiamo impedire che se lo faccia e se lo goda, noi dobbiamo reclamare, per noi e per coloro che riusciremo ad attirare nella nostra orbita, il diritto ai mezzi di lavoro e la piena libertà di non riconoscere il governo costituito.... la libertà di propaganda e di esperimentazione.... la lib- ertà di organizzare (nei limiti delle possibilità materiali che avremo) una nos- tra vita sociale rispondente ai nostri ideali.... E questa libertà siamo disposti a difendere, potendo, anche con le armi.».1

Ma per poter esplicare efficacemente questa loro funzione, non soltanto distruttrice, ma anche realizzatrice, durante la rivoluzione e dopo, bisogna che gli anarchici si preoccupino anche prima di essa, fin da oggi, di ciò che dovranno fare e del come lo potranno. È un altro punto caratteristico, questo, della propaganda di Malatesta, al quale egli ha dedicato molti sforzi sempre, ma più specialmente negli ultimi tempi. Già fin da prima del 1900 egli reagiva contro l'eccessivo ot- timismo e semplicismo degli scrittori anarchici del secolo scorso, secondo i quali, distrutto il Capitalismo e lo Stato, basterà che tutti facciano quel che vogliono, perchè il popolo improvvisi spontaneamente e automaticamente una società di liberi e di uguali. Fidavano per questo, in modo straordinario e niente affatto consentito dalla realtà, sulle tendenze naturali anarchiche del popolo, così mag- nificate da Bakunin, e sopra una abbondanza di prodotti e mezzi necessari alla vita in caso di rivoluzione, tali da consentire la «presa nel mucchio», secondo la concezione di Kropotkin al tempo de «La Conquista del Pane», e di Reclus di quando furono scritti (nel 1884-87) i notissimi opuscoli di propaganda «I prodotti della terra» e «I prodotti dell'industria».2

È verissimo che nel popolo, cioè in tutti gli uomini, vi sono delle tendenze anarchiche (ma occorre non confondere queste col semplice spirito di rivolta), cioè insofferenza del giogo e desiderio di libertà, ma vi sono anche, e forti, tendenze al servilismo ed alla prepotenza, cioè tendenze autoritarie; e le prime, finchè sono soltanto istintive, non bastano a neutralizzare le seconde. Bisogna dunque vincere queste ultime, e per vincerle in misura sufficiente è necessario «organizzare» razionalmente una società che favorisca le tendenze di libertà e non alimenti le tendenze opposte. In quanto poi all'abbondanza dei prodotti, essa è completamente inesistente; e se in tempo di rivoluzione non si pensasse a continuare la produzione, presto la miseria e la fame ucciderebbero la rivoluzione stessa e favorirebbero il risorgere della tirannide. In specie su ciò ha insistito sem- pre Malatesta e ormai l'opinione degli anarchici è concorde con lui. Kropotkin stesso se ne dichiarò convinto fin da 15 o 20 anni prima della sua morte.

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Da questa correzione del primitivo ottimismo eccessivo degli anarchici, Malatesta derivava la sua preoccupazione di una preparazione, prima della rivoluzione, per affrontare le difficoltà e non trovarsi un giorno messi con le spalle al muro dai fatti, senza aver pensato prima a ciò che praticamente si può fare per orga- nizzare la vita sociale senza padroni e senza governi. Non si tratta d'architettare arbitrari progetti obbligatorii, «non si tratta d'imporre niente ai nepoti. È da sperare che essi faranno meglio di noi: ma noi dobbiamo fare oggi quel che sap- piamo e possiamo, per vivere noi, e per lasciare ai nepoti qualche cosa di più che belle parole e vaporose aspirazioni....». Dobbiamo quindi «pensare a quel che bisogna fare perchè una insurrezione non resti uno sterile atto di violenza, a cui poi verrebbe a rispondere un altro atto di violenza reazionaria.... O alla riorganiz- zazione ci pensiamo tutti, ci pensano i lavoratori e ci pensano subito, man mano che vanno distruggendo il vecchio, e si avrà una società più umana, più giusta, più aperta ai progressi futuri; o ci penseranno i dirigenti ed avremo un nuovo governo, che farà quello che han fatto sempre i governi, cioè farà pagare alla massa gli scarsi e cattivi servigi che rende, togliendole la libertà e lasciandola sfruttare da parassiti e privilegiati di tutte le specie».1

«Io dico che per abolire.... le istituzioni sociali malefiche bisogna saper che cosa vogliamo sostituirvi, non in un domani più o meno lontano, ma subito, il giorno stesso della demolizione. Non si distrugge, realmente e permanentemente, se non quello che si sostituisce; e rimandare a più tardi la soluzione dei problemi che si presentano con l'urgenza della necessità sarebbe dare alle istituzioni che si pretende abolire il tempo di rifarsi della scossa ricevuta ed imporsi di nuovo, forse con altri nomi ma certo con la stessa sostanza....

«L'importante, l'immediatamente urgente è l'organizzazione della vita materiale, la soddisfazione cioè dei bisogni primordiali ed il lavoro che a quei bisogni deve provvedere. Poichè quello che non riusciremo a fare ed a far fare con metodi nostri sarà fatto necessariamente da altri con metodi autoritarii. L'anarchia non si realizzerà se non quando si saprà vivere senza autorità, ed in quelle pro- porzioni in cui si riuscirà a far a meno dell'autorità».2

Anche su ciò che riguarda la distruzione, bisogna intendersi; e non si può pretendere che gli anarchici debbano essere i soli a ricostruire.

«Distruggere le istituzioni, i meccanismi, le organizzazioni sociali es- istenti? Certamente, se si tratta di istituzioni repressive; ma esse in fondo non sono che piccola cosa nella complessità della vita sociale. Polizia, esercito, carcere, magistratura, cose potenti per il male, non esercitano che una funzione parassi- taria. sono altre le istituzioni e le organizzazioni che, bene o male riescono ad

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assicurare la vita all'umanità; e queste istituzioni non si possono utilmente dis- truggere se non sostituendole con qualche cosa di meglio.

«Lo scambio delle materie e dei prodotti, la distribuzione delle sostanze alimentari, le ferrovie, le poste, tutti i servizii pubblici eserciti dallo Stato o dai privati, sono stati organizzati in modo da servire interessi monopolistici e capi- talistici, ma rispondono ad interessi reali della popolazione. Non possiamo dis- organizzarli (e del resto non ce lo permetterebbe la popolazione interessata) se non riorganizzandoli in modo migliore. E questo non si può fare in un giorno; ne', allo stato delle cose, noi abbiamo le capacità necessarie a farlo. Felicissimi dunque che, aspettando che possano farlo gli anarchici, lo facciano altri, magari con criteri diversi dai nostri.

«La vita sociale non ammette interruzioni, e la gente vuol vivere il giorno della rivoluzione, il giorno dopo, e sempre. Guai a noi, guai all'avvenire delle nos- tre idee, se noi dovessimo assumere la responsabilità di una distruzione insensata che compromettesse la continuità della vita».1

Ma la condizione indispensabile perchè la vita sociale possa riorganizzarsi in modo da provvedere ai bisogni di tutti i membri della società, senza dar lu- ogo al riformarsi di altri organismi di sfruttamento e di oppressione, vale a dire in modo che la rivoluzione non divori se stessa e non fallisca al suo scopo libera- tore, è che questa sia fin dall'inizio antistatale, e lo rimanga durante tutto il suo sviluppo, e sia nel medesimo tempo, fin dal primo momento della sconfitta delle forze statali, espropriatrice. Il compito degli anarchici nella rivoluzione è appunto quello di darle e mantenere più ch'è possibile questo carattere espropriatore ed antigovernativo. Il risultato potrà essere diverso od avverso, pel prevalere di forze o tendenze diverse; ma esso sarà sempre tanto più vicino allo scopo, tanto più libertario - e cioè tanto più la rivoluzione salverà se stessa e rinculcherà tanto di meno - quanto più nel seno della rivoluzione lo sforzo anarchico si sarà fatto sen- tire ed avrà premuto con la propaganda e l'esempio di distruzione e ricostruzione nel senso espropriatore ed antistatale.

Nelle lunghe polemiche coi comunisti bolscevichi, dal 1919 in poi, Malat- esta ha battuto insistentemente su questo tasto. A insurrezione vittoriosa, il ri- mandare a più tardi l'espropriazione dei capitalisti e, peggio ancora, l'affidarne il compito per più tardi ad un nuovo Stato, condurrebbe a perdere la maggior parte dei frutti raccolti dalla vittoria rivoluzionaria. O i capitalisti non espro- priati riescono a mezzo della conservata loro potenza economica a ritornare (ma- gari sott'altro nome) al governo, e sarà la reazione; o il nuovo governo farà lui l'espropriazione, e questa sboccherà in un capitalismo di Stato, a profitto privi- legiato dei governanti e funzionari costituenti una classe dirigente nuova, a tutto

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danno della massa lavoratrice rimasta nella condizione di sfruttata a salario. E allora sarà lo stesso governo rivoluzionario che per conservarsi al potere orga- nizzerà i nuovi privilegi e la reazione. Così come avviene all'incirca ora in Russia.

Malatesta però, come tutti gli anarchici, non aveva aspettato l'esperimento bolscevico russo per comprendere una cosa oggi tanto evidente. Le idee sovra esposte erano già tutte negli scritti di Malatesta anteriori al 1900, specialmente in quelli di critica al marxismo e al socialismo autoritario. Egli è stato forse il primo a reagire consapevolmente contro l'idea marxista che lo Stato sia soltanto il comitato d'affari della classe borghese, espropriata la quale ogni governo si tramuterebbe spontaneamente in semplice organo amministrativo.

«I governanti costituiscono essi stessi una classe, e tra loro si sviluppa una solidarietà di classe ben più potente di quella che esiste nelle classi fondate sui privilegi economici.... È vero che oggi il Governo è servo della borghesia, ma, di più perchè governo, lo è perchè i suoi membri sono borghesi.... Chi sta al potere vuole restarvi e vuole a qualunque costo far trionfare la sua volontà.... e se anche non abusa e non ruba personalmente, fomenta intorno a sè il sorgere di una classe che deve a lui i suoi privilegi, ed è interessata alla sua permanenza al potere.... proprietà individuale e potere politico sono i due anelli della catena che avvinghia l'umanità, sono come le due facce della lama di un coltello d'assassino. Non è possibile liberarsi dell'una senza liberarsi dell'altro. Abolite la proprietà individuale senza abolire il governo, e quella si ricostituirà per opera dei gover- nanti. Abolite il governo senza abolire la proprietà individuale, e i proprietari ricostituiranno il governo.

«Quando Federico Engels, forse per parare la critica anarchica, diceva che sparite le classi lo Stato propriamente detto non ha più ragione di esistere e si trasforma da governo degli uomini in amministrazione delle cose, non faceva che un vacuo gioco di parole. Chi ha il dominio sulle cose, ha il dominio sugli uo- mini; chi governa la produzione governa il produttore; chi misura il consumo e' il signore del consumatore. La questione è questa: o le cose sono amministrate secondo i liberi patti degli interessati, e allora è l'anarchia; o esse sono amminis- trate secondo la legge fatta dagli amministratori, e allora è il governo, è lo Stato, e fatalmente riesce tirannico».1

Ricordo in proposito una lunga discussione fra compagni (era presente anche Luigi Bertoni), un giorno del 1920 a Milano, sui rapporti fra politica ed economia e sulla probabile origine della proprietà e dello Stato. Contrariamente all'opinione della grande maggioranza dei socialisti di tutte le scuole (compresi gli

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anarchici), che lo Stato sia sorto per opera dei primi proprietari, che lo crearono per difendere con la forza il proprio possesso e privilegio, Malatesta emetteva l'ipotesi che invece dev'essere stato il primo governo militare, sorto probabil- mente da una delle tante guerre fra tribù e tribù, che impadronitosi di un territo- rio per forza di conquisa, avrà obbligato i vinti a lavorare pei vincitori, ripartendo fra questi i beni che quelli forse prima godevano in comune, costituendo così le prime proprietà private e il primo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Vero è che Malatesta dava poca importanza a queste questioni sulle origini di cose risalenti tanto lontano nella notte dei tempi, e quindi di soluzione sempre incertissima; ma la sua opinione giova a comprendere il suo concetto dello Stato e l'idea della rivoluzione che ne deriva.

Quanto al compito specifico degli anarchici come tali nella rivoluzione, nella ipotesi più che probabile che dalla rivoluzione risulti uno stato di cose ancora molto lontano dalla anarchia, Malatesta esclude ogni adesione a regimi autoritari, tanto a quelli repubblicani o social-democratici della costituente, quanto a quelli bolscevichi della dittatura. Pur riconoscendo obiettivamente che i primi sarebbero meno nocivi dei secondi, egli trova che gli anarchici fortunatamente hanno a loro disposizione un altro mezzo, il proprio, che è «l'azione diretta delle masse»:

«Noi dobbiamo fare, ed indurre le masse a fare, senza aspettare che vengano gli ordini da un potere e da un centro qualsiasi. Prima di tutto prop- ugnare l'armamento generale, lo armamento di tutti...» Evitare in ogni modo «la costituzione di corpi armati al servizio del partito dominante... Il migliore e forse il solo modo di evitare, o diminuire, l'uso delle armi e le offese alla lib- ertà è quello di armare tutti, e mettere ciascuno nella possibilità di difendere, da solo o con l'aiuto degli amici e dei vicini, la propria libertà. E poi procedere subito, e come si può alla espropriazione dei capitalisti: occupazione da parte dei lavoratori delle fabbriche, delle terre, delle navi, delle ferrovie ed altri mezzi di trasporto; inventario di tutti i generi di consumo disponibili ed organizzazione della distribuzione e della produzione per mezzo dei sindacati, delle cooperative, delle Camere del lavoro, dei gruppi di volontari e di ogni specie di associazioni esistenti o che si costituirebbero per i bisogni immediati.

«Riunione di assemblee rionali, comunali, intercomunali, regionali, nazion- ali, che prenderebbero le iniziative necessarie, le concorderebbero con le iniziative degli altri e le attuerebbero, senza la pretesa di far la legge per tutti ed imporla con la forza ai riluttanti. Rivolta attiva, armata se occorre, contro ogni tentativo di dittatura. Rifiuto di partecipare, come elettori e come eletti, ad ogni corpo rappre- sentativo, costituente od altro, che pretendesse fare la legge e costituire una forza

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armata per farla rispettare.

«Del resto, lasciar fare agli altri tutto ciò che noi non possiamo fare meglio di loro: fortunatissimi anzi che vi sia chi se ne incarichi, se si tratta di cose necessarie o utili, e pronti a dare quando occorra il nostro concorso volontario. Adattamento alle condizioni imposte dalla natura delle cose e dalle necessità del momento, ma resistenza ad ogni pretesa d'imporsi con la forza. Concilianti e transigenti finchè si può senza contravvenire ai principi basilari della nostra rivoluzione - cioè, che nessuno violi colla forza la libertà degli altri; e nessuno abbia i mezzi di obbligare altri a lavorare per lui ed a lasciarsi sfruttare.

«Con tutto questo faremo l'anarchia? Allo stato attuale delle forze nostre e del livello morale della popolazione, probabilmente no. Probabilmente si metterà capo ancora una volta ad una costituzione sociale infetta dall'autoritarismo e dal privilegio. Ma più grande sarà stata la nostra attività nel periodo rivoluzionario, più grandi saranno state le conquiste fatte direttamente dal popolo, più numerose e larghe le realizzazioni attuate prima che venga la nuova legge, e meno oppressiva sarà la residua autorità, meno pesante il residuo di privilegio. E più larga e più facile la via dell'avvenire».1

Naturalmente bisogna prendere questi suggerimenti sommari - che Malatesta stesso presentava come semplice suo «contributo alla discussione», invitando i compagni a sviscerare ancor più l'argomento - non come qualche cosa di definitivo o invariabile, ma come indicazione d'indirizzo, come bussola di di- rezione pratica, per sapere fin da ora per quale via mettersi per camminare più sicuramente verso l'anarchia.

Come si vede, la concezione della rivoluzione di Malatesta entrava nel pieno della condotta e della realizzazione pratica, e superava la solita e vecchia discussione teorica sui rapporti fra «evoluzione» e «rivoluzione», cui egli non annetteva troppa importanza. Il contrasto che tanti vedono fra le due cose, egli lo attribuiva più che altro all'equivoco prodotto dal vario significato che si può dare alle due parole. In sostanza i due termini sono inscindibili, potendosi dire che la rivoluzione è una fase dell'evoluzione, e questa è la preparazione e la continuazione di quella. In fondo «la rivoluzione è l'evoluzione stessa, che convertendosi da incosciente in cosciente irrompe con tutti gli impedimenti, con- tro tutti gli ostacoli che le si oppongono ed entra ad un tratto nello sviluppo libero e spontaneo della società».1 L'evoluzione, se si prende in senso generico e si afferma con tale parola un fatto generale della natura e della storia, la si può dis- cutere sul terreno delle scienze naturali, ma non è messa in dubbio da nessuno nel campo della sociologia. Però sarebbe un errore il credere che l'evoluzione debba

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essere sempre e a forza un progresso, che «debba fatalmente metter capo alla libertà piuttosto che alla divisione della società in dominatori e dominati»,2 poichè di fatto, come si è detto già, «l'evoluzione umana cammina nel senso in cui la sospinge la volontà degli uomini»; e quando prevale la volontà di uomini autoritari, non è la libertà che trionfa. Si ha regresso e non progresso.

«È certamente vero che la società è in continua, lenta evoluzione; ma evoluzione in fondo non è che cambiamento, e se alcuni cambiamenti sono in quella che per noi è la buona via, favoriscono cioè l'elevazione dell'uomo verso un ideale superiore di fratellanza e di libertà, altri invece rinforzano le istituzioni vigenti o respingono indietro ed annullano i progressi già realizzati».1 Si noti come quest'ultimo fenomeno, che Malatesta segnalava come probabile nel 1920, in un momento di grandi speranze rivoluzionarie, si è avverato in Italia e mi- naccia di generalizzarsi nel mondo, se la rivoluzione non sorgerà a spezzarne lo sviluppo. La rivoluzione è quindi una necessità perchè l'evoluzione significhi progresso; e la rivoluzione è sempre un progresso, anche se raggiunge pochi dei risultati che i rivoluzionari si propongono, perchè «dopo una rivoluzione le cose non ritornano mai esattamente come prima» ed un qualche progresso generale, per quanto relativo, ne resta sempre acquisito.

Coloro che prendono «la parola evoluzione nel senso di cambiamento lento, graduale, regolato da leggi fisse nel tempo e nello spazio, che esclude ogni salto, ogni catastrofe, ogni possibilità di essere affrettato o ritardato e sopratutto di essere violentato e diretto dalla volontà umana in un senso o nell'altro», sono di fatto degli antirivoluzionari che danno all'evoluzione cotesto significato «per giustificare teoricamente i loro precedenti propositi», per «contrapporlo alla parola ed alla idea di rivoluzione».2 Malatesta, che aveva fiducia nell'intervento della volontà umana, non solo sapeva che nella storia come nella natura vi sono pure salti e catastrofi - e quindi anche rivoluzioni - ma la rivoluzione stessa con- cepiva come l'avvenimento storico in cui la volontà di libertà e di progresso degli uomini deve e può esercitare il massimo d'influenza per determinarlo e dirigerlo verso i loro fini di redenzione e di elevazione.

Egli però, per essere più chiaro, per evitare le confusioni generate dalle diverse interpretazioni delle parole - e sopratutto per «distinguere bene tra col- oro che la rivoluzione la vogliono fare oggi, domani, il più presto possibile in- somma... e quelli che, predicando che la rivoluzione la dovran fare i nostri figli o i nostri nipoti, inducono la gente a non pensarvi e quindi a trovarsi impreparati quando capitano le occasioni» - invece di contrapporre teoricamente rivoluzione ad evoluzione, come si era fatto da altri, preferiva porre la questione in modo più pratico e parlare di «evoluzione e insurrezione».1

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Insurrezione

LA RIVOLUZIONE è stata la preoccupazione costante e l'ardente deside- rio di Malatesta per tutta la sua vita. In ogni modo ed in ogni manifestazione del suo pensiero l'idea della rivoluzione fu sempre presente, dichiarata o chiara- mente sottintesa. Egli non ne prescindeva mai, perchè l'anarchia per lui sarebbe restata platonico sogno di poeti, senza possibilità reali, se la rivoluzione non ne creasse le condizioni materiali e non le sgombrasse dinanzi la via degli ostacoli costituiti dalle vigenti istituzioni statali e capitalistiche. Ma quando egli faceva propaganda rivoluzionaria, insisteva sopratutto sul significato storico e popolare insieme della parola «rivoluzione», sul significato cioè di un fatto preciso (o serie di fatti) che rompa l'equilibrio attuale e spezzi l'involucro giuridico, politico ed economico che comprime nelle sue strettoie l'evoluzione sociale, del quale fatto storico è condizione sine qua non la «insurrezione».

Naturalmente egli non respingeva affatto la rivoluzione nel suo senso più ampio e profondo di rinnovazione e riforma continua, che integra il concetto di evoluzione e si confonde con esso fino a farne una cosa sola, e nel senso di cambi- amento radicale e completo di tutta l'organizzazione sociale; senso tanto implicito nell'ideale stesso dell'anarchia da non aver bisogno di alcuna dimostrazione. Ma questo solo per lui non era sufficiente, pur essendo il presupposto indispensabile di ogni idea rivoluzionaria. «In quel senso però, tutti possono dirsi rivoluzionari, solo che usino la prudenza di rimandare a tempi lontanissimi (a tempi maturi, come dicono) l'attuazione dei cambiamenti auspicati. Ma perchè la rivoluzione sia realmente tale, per gli uomini che vogliono realizzarla col proprio concorso attivo e cosciente, è indispensabile che essa sia intesa anche - ed in questo senso soltanto acquista nel campo pratico la sua importanza - «nel senso di cambi- amento violento, fatto per forza contro le forze conservatrici, ed allora implica lotta materiale, insurrezione armata, con il corteggio di barricate, bande armate, sequestro dei beni della classe contro cui si combatte, sabotaggio dei mezzi di co- municazione, ecc.».1 Insomma: abbattimento per mezzo dell'insurrezione degli istituti governativi e proprietaristi delle caste e classi privilegiate.

L'insurrezione è il fatto necessario e imprescindibile di ogni rivoluzione, il fatto concreto attraverso il quale questa diventa una realtà per tutti. Di qui l'avversione di Malatesta per tutte le teorie e i metodi tendenti, direttamente o in- direttamente, a screditarla, a stornare da essa l'attenzione delle masse e l'attività dei rivoluzionari, a sostituirla con mezzi apparentemente più comodi e pacifici. Così egli insorse contro il marxismo «che ha cullato i malcontenti ed i ribelli coll'idea che il sistema capitalista portava con sè i germi di morte e menava fa-

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talmente alla trasformazione sociale»; contro l'educazionismo che sosteneva che «a forza di propagar l'istruzione, di predicare il libero pensiero, la scienza positiva, ecc. si possa rendere incapace di reggersi il regime che mira a distrug- gere»; contro il sindacalismo «il quale pretende che l'organizzazione operaia conduca per virtù propria, automaticamente, alla distruzione del salariato e dello Stato».2

Certamente egli non negava affatto l'utilità del mostrare le contraddizioni e illogicità insite nel sistema capitalistico, nè quella dell'educare fin da ora più che è possibile le masse, nè dell'organizzare i proletari sul terreno di classe. Al contrario, egli stesso non faceva che servirsi di continuo di tutti i mezzi di propaganda e di educazione; e per tutta la vita non ristette mai dallo spingere i lavoratori ad organizzarsi. Non disprezzava neppure i mezzi più piccoli, purche' presentassero una qualche utilità o ragionevolezza dai più diversi punti di vista, anche se d'importanza discutibile. Ma insisteva sulla necessità di dare a ogni cosa il valore che merita, e non di più; e sopratutto non la si mutasse in diver- sivo, a danno dei compiti rivoluzionari più serii ed impellenti, col risultato di far dimenticare o trascurare la preparazione spirituale e materiale dell'insurrezione.

Vi sono quelli che, pur dicendosi rivoluzionari a parole, respingono sempre ogni idea d'insurrezione nel momento in cui parlano perchè «i tempi non sono maturi». Ma v'è un criterio sicuro per giudicare della maturità dei tempi? E i tentativi insurrezionali non possono anch'essi giovare alla maturazione dei tempi, ed essere il modo migliore per accertarsi se essa vi sia? D'altra parte «i giudizi sulla situazione politico-sociale di un dato momento sono la cosa più incerta di questo mondo, poiche', malgrado tutte le pretese di essere obiettivi ed anche tutti gli sforzi per riuscire ad esserlo, essi riflettono sempre lo stato d'animo di chi li emette. Il desiderio, dice un proverbio inglese, è padre del pensiero».... Se «le condizioni in cui si trovano le masse impediscono che l'educazione e la propaganda possano penetrarle e trasformarle profondamente prima che esse condizioni siano cambiate per mezzo di una rivoluzione.... è necessaria una in- surrezione per abbattere almeno i piu' grossi tra gli ostacoli che si oppongono al progredire delle masse. Questa insurrezione non può essere che l'opera di una minoranza cosciente, preparata, volente, che profitti delle circostanze o le crei, per trascinare le masse all'assalto dell'ordine esistente.

«Se il momento presente non è favorevole, ebbene, lavoriamo per renderlo favorevole. Cerchiamo le cause - deficienze nostre o fatti indipendenti da noi - che rendono difficile l'insurrezione, e lavoriamo per correggerle o distruggerle. Cerchiamo i mezzi per acquistare la forza ad agire e per predisporre le masse

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a secondare, o almeno non ostacolare, la nostra iniziativa. Cerchiamo i mezzi perchè l'arma che possiede il governo per impedire o sopprimere l'insurrezione, l'esercito, abbia ad infrangerglisi tra le mani.... Alcuni di noi possono credere l'insurrezione possibile domani; altri possono crederla più difficile e più lon- tana: l'importante è che tutti lavoriamo a facilitarla ed avvicinarla il più che sia possibile».1

Sia essa possibile oggi, domani o poi, certo è «che l'insurrezione e' necessaria e non può essere sostituita dall'evoluzione; che bisogna infondere nell'animo di quanta più gente è possibile la coscienza della sua necessità e della sua possibilità, e raccomandare ai nostri compagni di tenersi pronti per tutte le evenienze».2

A tal uopo bisogna tener presente «che il nostro nemico immediato, il nemico a cui dobbiamo dare il nostro primo assalto, è lo Stato, il governo. Noi consideriamo la lotta contro lo Stato di una importanza pratica superiore alla stessa lotta contro la borghesia. Non già perchè ignoriamo che l'emancipazione eco- nomica deve stare a base di ogni progresso; non già perchè non sappiamo che, se la rivoluzione lasciasse sussistere il privilegio economico, presto si ricostituirebbe lo Stato a difesa di esso privilegio; ma perchè crediamo che se il governo fosse disfatto, basterebbero le forze attuali del proletariato cosciente a regolare i conti con i padroni».3

«Fortunatamente, l'esame della vita sociale e tutta quanta l'esperienza storica mostrano che tutte le rivoluzioni, tutti i progressi, sono sempre stati l'opera di minoranze coscienti ed attive, spesso piccolissime di numero, e che le masse hanno poi accettato e difeso i fatti compiuti. Certamente noi non potremo emanci- pare le masse contro di loro e senza il loro concorso. Ma le masse ora si volgono da una parte ed ora dall'altra e spetta alle minoranze (che naturalmente debbono cer- care con la propaganda e coll'organizzazione di diventare quanto più è possibile numerose e forti), spetta, dico, alle minoranze coscienti di tenersi pronte per prof- ittare del momento in cui l'onda popolare si volge favorevole ai loro scopi».1

Sarebbe quindi grave errore il rimandare l'insurrezione «a quando le masse siano preparate». Senza rinunciare a predisporre con la propaganda e l'esempio le grandi masse in nostro favore, cosa sempre utile e necessaria, bisogna ricordare che la loro educazione su di una scala sufficientemente larga sarà più una con- seguenza che un antecedente della rivoluzione - mentre una loro predisposizione a secondare l'insurrezione o ad accettarne il fato compiuto può derivare in qualsiasi momento, prima che noi crediamo, da fatti e circostanze improvvisi più o meno indipendenti dalla nostra volontà. Compito della nostra volontà è di profittare di

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ogni eventuale predisposizione delle masse, per dirigerne il movimento in senso liberatore e svolgervi un'azione nostra che lo spinga verso i nostri scopi - senza di che il movimento di massa potrebbe esaurirsi in conati inutili o controprodu- centi. Poichè la rivoluzione, l'insurrezione, non verrà da sè nè si svolgerà nella direzione migliore per la cosiddetta forza delle cose o per legge naturale, come dicono alcuni anarchici deterministi, o come conseguenza degli sviluppi o delle crisi del capitalismo, come dicono i marxisti: verrà solo e si svolgerà nel senso migliore che le avran saputo imprimere le forze coscienti che vi agiranno dentro. Sarà quindi tanto più anarchia quanto più vi sarà gente numerosa a volerla tale e capace a darne l'esempio in coerenza con le proprie idee.

Come s'è già detto, Malatesta non subordinava la partecipazione degli anarchici nella rivoluzione alla possibilità o meno del suo svolgersi in senso an- archico. Respingeva recisamente la formula di alcuni anarchici «la rivoluzione sarà anarchica o non sarà», se questa dovesse significare indifferenza per una rivoluzione solo perchè se ne prevedano risultati non anarchici. Il dovere degli anarchici è sempre d'essere in mezzo al popolo in rivolta, anche se le aspirazioni ne sono limitate; è sufficiente, perchè gli anarchici partecipino all'insurrezione, che questa avvenga contro i dominatori ed abbia un qualsiasi carattere di rivendi- cazione politica od economica nell'interesse del popolo, per quanto piccola possa essere.

Chè poi, soleva dire Malatesta , «da cosa nasce cosa». La nostra asten- sione sarebbe cecità imperdonabile, un «suicidio morale». Prima di tutto l'insurrezione senza il concorso delle nostre forze avrebbe meno probabilità di vincere e quindi per causa nostra trionferebbe la reazione governativa, che pre- cluderebbe poi la via alla nostra stessa propaganda ed a qualsiasi progresso. «Di più, facendosi il movimento senza il nostro concorso, noi non potremmo cavar nulla dalle occasioni che si presentano sempre nel periodo di transizione tra un regime ed un altro, saremmo discreditati come partito di azione e non potremmo per lunghi anni fare alcuna cosa d'importanza.... Invece, pigliando parte all'insurrezione, e pigliandovi la parte più grande possibile, noi avremo la simpatia del popolo in- sorto, e potremo spingere le cose più avanti che si può».

Non dovremmo disinteressarci dell'insurrezione neppure se vi partecipano frazioni della borghesia o da esse ne sia stata presa l'iniziativa, «perchè in un movimento insurrezionale la forza, per lo meno materiale, è sempre il popolo che la dà, e se noi non siamo nel movimento, dividendo coi combattenti i peri- coli e i successi e tentando di trasformare il moto politico in rivoluzione sociale, esso popolo non servirà che di strumento in mano agli ambiziosi che aspirano a

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dominarlo».1

Malatesta era altresì favorevole a stabilire determinate intese con elementi d'azione di vari partiti od idee avanzati per preparare l'insurrezione. Tutti ricor- dano come egli nel 1919-20 fosse propugnatore di un «fronte unico» rivoluzionario in tal senso. Lo era poi in modo speciale per quei paesi, come l'Italia, dove i regimi politici più reazionarie tirannici rendono più forte e diffuso il bisogno di conquistare almeno i diritti più elementari della vita civile. Più volte in Italia - nel 1891, 1898-99, 1914, per non risalire più indietro - partecipò a tentativi del genere o se ne fece iniziatore. Nel 1899 pubblicò a Londra un «Appello a tutti gli uomini di progresso contro la monarchia» in cui proponeva un progetto di accordo ed un piano generale di azione rivoluzionaria. Vale la pena citarne qualche brano:

«Si tratta di opporre la forza alla forza: e l'insurrezione popolare si pre- senta di nuovo come mezzo necessario per abbattere la tirannia. Ma non basta in- sorgere: bisogna vincere». Occorre quindi un accordo, «unirsi per sbarazzarsi della monarchia che impedisce qualsiasi progresso, qualsiasi miglioramento... Resti ciascuno quello che è e faccia pure la propaganda con le proprie idee e per il proprio partito; ma le differenze, per quanto grandi, che dividono i varii partiti non debbono impedire che essi si uniscano1 per uno scopo determinato, quando realmente esiste un interesse comune a tutti. E quale interesse più ur- gente di quello di conquistare le condizioni essenziali di libertà senza delle quali il popolo cade nell'abbruttimento e diventa incapace a reagire, ed i partiti non hanno modo di propagare le proprie idee. Innanzi alla brutalità di certe situazioni ogni discussione si trova necessariamente interrotta: bisogna agire... Sarebbe er- rore grandissimo l'agire ciascuno per proprio conto senza intesa alcuna, e correre il pericolo di paralizzarsi a vicenda con vantaggio del nemico comune, anziche' cercare con un'azione concertata di assicurarsi quella vittoria materiale che e' condizione necessaria di qualunque trasformazione dell'ordine di cose attuale... Dopo, se tutti avranno per la libertà il rispetto che dicono di avere, e lasceranno a tutti il diritto ed i mezzi di propagandare e di sperimentare le proprie idee, la libertà produrrà quel che può produrre, e trionferanno quei metodi e quelle is- tituzioni che meglio rispondono alle condizioni materiali e morali del momento. Se no, la caduta della Monarchia significherà comunque la soppressione del peg- giore dei nemici - e la lotta ricomincerà, ma in condizioni più umane e più civili».1

Tutti questi propositi e queste ragioni consiglianti l'intesa insurrezionale fra rivoluzionari dei vari partiti non volevano però agli occhi di Malatesta il pericolo che gli anarchici siano portati ad abdicare ai propri principi per confondersi con

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gli altri. In altro scritto dello stesso anno, (1899), che può considerarsi come un complemento del precedente (già citato poco prima di questo), egli spiegava: «... Altri compagni vorrebbero che noi lasciassimo da parte per il momento la propaganda anarchica e ci occupassimo solo della lotta contro la monarchia, per poi ad insurrezione vinta ricominciare il nostro lavoro speciale di anarchici. E non pensano che se noi ci confondessimo oggi coi repubblicani, lavoreremmo a beneficio della propaganda repubblicana, disorganizzeremo le nostre file, con- fonderemmo la mente dei nostri, e non avremmo poi, quando volessimo, la forza d'impedire che la repubblica si faccia e si fortifichi. Fra questi due errori opposti (astensione dall'insurrezione, e rinuncia momentanea alla propaganda anarchica) la via che dobbiamo seguire ci pare chiara: noi dobbiamo concorrere con i re- pubblicani, con i socialisti democratici e con qualsiasi partito antimonarchico ad abbattere la monarchia, ma dobbiamo concorrervi come anarchici, per gli inter- essi dell'anarchia, senza scompaginare le nostre forze e confonderle con quelle degli altri, e senza prendere nessun impegno che vada oltre alla cooperazione nell'azione militare. Così solo possiamo avere, nei prossimi avvenimenti, tutti i vantaggi di un'alleanza cogli altri partiti antimonarchici senza rinunziare a nes- suna parte del nostro programma».1

Quando alle forme d'azione nell'insurrezione egli diceva: «bisogna colpire di consenso, con forza e decisione. Bisogna che, prima che le autorità siano rin- venute dalla sorpresa, il popolo, o per parlare più propriamente, i gruppi prece- dentemente organizzati per l'azione, abbiano messo la mano sul più gran numero possibile di capi dell'esercito e del governo; bisogna che ciascun gruppo insorto, ciascuna folla tumultuante, senta che non è sola, e incoraggiata dalla speranza della vittoria persista nella lotta e la spinga all'estremo; bisogna che i soldati si accorgano che sono di fronte a una vera rivoluzione e siano tentati a disertare e fraternizzare col popolo, prima che l'ebbrezza del sangue li abbia inferociti; bisogna che le notizie utili siano rapidamente propagate e che i movimenti della truppa siano ostacolati con tutti i mezzi possibili; bisogna con movimenti simulati attirare le truppe in luoghi diversi da quelli in cui s'intende agire; bisogna ai fu- cili a tiro rapido ed ai cannoni opporre bombe, mine, incendii; bisogna insomma ai mezzi di guerra dei nemici opporre mezzi adeguati»... All'organizzazione preventiva spetta il compito di accordarsi per mettere in pratica questi propositi, procurarsi le armi, studiare «il modo per impossessarsene per forza e di sorpresa, distribuirsi le parti per erigere le barricate, applicare il fuoco dove occorre», dis- porre, «previo accordo dei gruppi d'azione in comunicazione fra loro, la simul- taneità dell'insurrezione nei vari punti, o almeno un espandersi del movimento

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tanto rapido da impedire al governo di concentrare le truppe e soffocare uno ad uno i vari centri d'insurrezione»; e così via.1

Si comprende bene che tutti questi erano consigli riassuntivi, appena ac- cennati, che l'iniziativa rivoluzionaria dovrà sviluppare a momento opportuno, modificare nell'applicazione pratica, ampliare, ecc. a seconda dei luoghi, delle circostanze e delle possibilità materiali; e che prima ancora d'esser messi in prat- ica dovranno essere studiati di nuovo e completati dai gruppi d'azione, nonche' aggiornati in base ai progressi tecnici ed alle mutate condizioni di fatto. Non e' male tener presente che lo scritto sovracitato è già vecchio di più di trent'anni. Ricordo che Malatesta stesso, in riunioni riservate ed in conferenze private nel 1913-142 e nel 1919-20 a Bologna - ritornando su què vecchi suggerimenti, ve ne aggiungeva dei nuovi più in armonia coi tempi. Ma, com'egli diceva, di questo argomento non si tratta pubblicamente, nei giornali o nei libri, sotto gli occhi del nemico. Quanto ho riferito è già sufficiente per dare ai lettori una idea dei criteri direttivi di Malatesta sull'importante questione.

Anarchia e violenza

L'IDEA DELLA RIVOLUZIONE in Malatesta non si scompagnava mai dall'idea umana dell'anarchia; per ciò egli non si lasciò mai trasportare dalla foga rivoluzionaria a dimenticare lo scopo umano della Rivoluzione. Egli ha sem- pre protestato contro la tendenza degli avversari e nemici dell'anarchismo - infil- tratasi poco a poco anche in molti ambienti anarchici - a identificare l'anarchia con la violenza.

«... Invece è risaputo che l'anarchia è la negazione della violenza ... la negazione della forza fisica impiegata dall'uomo sull'uomo, come fattore d'ordine e di evoluzione sociale... E negli scritti e negli atti di qualche anarchico, esso non è che un avanzo dell'educazione autoritaria ricevuta e non completamente disfatta, non è che un'influenza d'ambiente, cui non tutti e non sempre riescono a resistere... Molto spesso contro la violenza non vi è altro modo di difendersi che con la violenza; ma anche allora il violento non è chi si difende, ma chi costringe altri a doversi difendere».1

L'oppressione statale e lo sfruttamento capitalistico sono le forme tipiche di violenza a danno dei sudditi, dei salariati e dei diseredati in generale; questi ultimi per ciò si trovano, di fronte a quelli nella posizione di violentati, e quando si ribellano, individualmente o collettivamente, non fanno che esercitare il loro diritto di legittima difesa. Atti e fatti di legittima difesa sono dunque la rivolta, l'insurrezione, la rivoluzione. Poichè i privilegiati sostengono «con la forza un ordine di cose che produce il martirio, l'abbruttimento e la morte per stenti a

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milioni di creature umane, noi siamo nella necessità; siamo nel dovere di opporre la forza alla forza».1

Sull'uso della forza, della violenza rivoluzionaria, Malatesta aveva scritto parecchio, fin dal 1892, al tempo degli attentati anarchici in Francia così clam- orosi in quegli anni e precisamente al tempo di Ravachol. Sui fatti d'allora lo scrittore e giornalista Jules Huret pubblicò nel Figaro di Parigi un'intervista con Malatesta, in cui questi distingueva gli atti di rivolta coscientemente anarchici da quelli che sono semplicemente un frutto dell'esasperazione e dell'acciecamento prodotti dalla violenza provocatrice della tirannide borghese.2 Le stesse idee esponeva poi in modo più sistematico in un suo scritto più esteso, nel quale, dopo aver a lungo illustrato la necessità in cui si trovano i rivoluzionari di opporre alla vio- lenza che opprime, la violenza che libera, avvertiva che per gli anarchici, o almeno per quegli anarchici che la pensavano come lui, «ogni atto di propaganda e di realizzazione, con la parola e coi fatti, individuale o collettivo, è buono quando serve ad avvicinare e facilitare la rivoluzione, quando assicura ad essa il concorso cosciente delle masse e le dà un carattere di liberazione universale - senza del quale potrebbe bensì aversi una rivoluzione, ma non quella rivoluzione che noi desideriamo...

«Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti, materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, vendetta ed anche ferocia che potranno prodursi... Può accadere che nella febbre della battaglia, nature origi- nariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto dif- ficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare in atti selvaggi. Ma altro e' comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli a rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare. Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo altresì sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità... In una parola dobbiamo essere ispirati e gui- dati dall'amore per gli uomini, per tutti gli uomini. Questo sentimento di amore e' il fondo morale, l'anima del nostro programma. Solo concependo la rivoluzione come il più grande giubileo umano, come la liberazione e l'affratellamento di tutti gli uomini - non importa a quale classe o partito abbiano appartenuto - il nostro ideale potrà realizzarsi.

«La rivoluzione brutale avverrà certamente e potrà servire, anzi, a dare il colpo di spalla, l'ultima spinta che dovrà atterrare il sistema attuale; ma se essa non troverà il contrappeso nei rivoluzionari che agiscono per un ideale, una tale rivoluzione divorerà se medesima. L'odio non produce l'amore, e con l'odio

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non si rinnova il mondo. E la rivoluzione dell'odio o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchica, come si chiamano liberali i governanti di oggi, ma che non sarebbe meno per questo una oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione».1

Cinque anni dopo, ad un compagno sconosciuto che gli chiedeva la sua opinione più specialmente a proposito degli attentati ed atti di rivolta individuali, rispondeva: «Un atto non è ne buono o cattivo per la sola ragione che è stato commesso da uno, da pochi, o da molti individui. Degli individui isolati possono commettere, ed hanno infatti commesso atti sublimi di eroismo e di abnegazione, come altri han commesso atti di follia o di brutale malvagità. E nello stesso modo ora trovi le folle insorte per la libertà e la giustizia, ed ora le trovi che acclamano ai peggiori oppressori e si scagliano, vili e feroci, contro coloro che hanno urlato i loro pregiudizi o hanno semplicemente avuto il torto di farsi vincere.

«Ciò che fa giudicare un atto più o meno buono è il suo maggiore o minore approssimarsi a quelle regole di condotta che sono l'ideale di colui che giudica. Così per noi è buono ogni atto che s'ispira ai setimenti di amore, di gius- tizia, di solidarietà umana, e tende alla realizzazione della società armonica che vagheggiamo; come è cattivo ogni atto che è ispirato dall'odio, dalla vendetta, dalla rivalità e tende a perpetuare lo stato di lotta che oggi strazia l'umanità». Per ciò «non basta che un atto sia commesso da uno che si dice anarchico, e rivendicato in nome dell'anarchia, perchè si debba approvarlo»... Per esempio, «non fa opera buona e utile colui che, oppresso, invece di ribellarsi contro gli oppressori e coi mezzi che meglio servono a distruggere l'oppressione, colpisce alla cieca, senza guardare a rei o innocenti e senza curarsi se l'atto commesso avvicina o allontana il trionfo della causa...

«Vi sono degli atti buoni ed utili, come ve ne sono dei cattivi e dannosi, tanto fra gli atti individuali, quanto fra i collettivi. Ma generalmente parlando, noi che vogliamo l'emancipazione integrale di tutti gli esseri umani e non abbiamo nessuno scopo di dominazione, dobbiamo mirare sempre e per quanto è possibile all'azione collettiva, nella quale le masse si abituano a lottare direttamente...».1

Bisogna avvertire a questo punto che gli scritti sopra citati risalgono a quando, sulla fine del secolo scorso e il principio dell'attuale, le condizioni politiche e sociali di liberismo e democrazia consentivano di più lo sviluppo di un'azione collettiva di masse. Non escludeva Malatesta, neppure allora, la possibile utilità di atti individuali in determinate circostanze; ma si comprende la preferenza sua di

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gran lunga maggiore per l'azione collettiva, quando ancora non erano risorti dalle mal chiuse tombe della storia i regimi autocratici, dittatoriali, assolutisti che, dopo la fine della guerra 1914-18, van curvando sempre più sotto tirannidi accentrate in singole persone un così gran numero di paesi europei ed americani. Sempre restando preferibile l'azione collettiva a quella individuale, è evidente che la sec- onda va assumendo un carattere di importanza e necessità molto maggiore di tanti anni prima.1

Più tardi ancora, in una polemica a proposito dei fatti della banda Bonnot di Parigi, nel 1913, Malatesta reagiva contro la tendenza che hanno molti anar- chici «a trasformare i fatti, idealizzarli, e finire col credere ch'essi sono quali si desidera che fossero», contro «la tendenza a scambiare per ribellione libera- trice degli atti di violenza che sono in realtà forma di oppressione, non sanzionata dalla legge solo perchè i loro autori non sono abbastanza forti per poter fare la legge...

«I miei critici inneggiano alla ribellione ed alla violenza. D'accordo... ma con criterio. Non bisognerebbe che il fatto che la ribellione contro le leggi è condizione prima dell'emancipazione e che la violenza è necessaria per dis- truggere lo stato di violenza che ci opprime ci facesse prendere per anarchismo ed approvare alla cieca ogni ribellione ed ogni violenza estralegale. L'anarchismo e' ribellione, ma ribellione fatta per un dato scopo, mossa da certi dati sentimenti. La rivoluzione dovrà farsi con la violenza, ma violenza contro gli oppressori, non già contro i poveri... Certamente la ribellione, purchè non diventi a sua volta op- pressione, è giusta ed utile anche senza che il ribelle sia anarchico. Certamente la violenza, purchè sia impiegata per liberarsi e non già per sottoporsi gli altri, è necessaria in una società fondata sulla violenza. Ma se non v'è un'idea su- periore di solidarietà umana, la ribellione resta sterile, la violenza è origine di oppressione».1

Malatesta vedeva una degenerazione dello spirito rivoluzionario (derivata dalla corruzione borghese che s'infiltra anche fra i nemici della borghesia) nelle forme di ribellione e di violenza determinate da scopi d'interesse personale, non solo dalla fame, il che sarebbe giustificabilissimo - «la necessità di rubare può in certe circostanze non solo costituire un diritto, ma anche un dovere» - ma sopratutto dalla voglia di vivere senza lavorare e godersi la vita a spese degli altri: «Vi sono stati dei circoli che si dicevano anarchici, i quali affermavano che l'individuo non deve curarsi che di se stesso e sfruttare gli altri più che può». Si riferiva con ciò alla pratica del furto, della «reprise individuelle» come si diceva in Francia nei suddetti circoli, teorizzandola. Egli combatteva questa

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«corrente d'idee, considerata a torto come anarchia, che serve a dare apparenza di ragione a coloro che qualificano anarchici dei fatti che sono in contrasto colle idee anarchiche, e ripugnano ai sentimenti degli anarchici».2

In altra occasione, Malatesta aveva detto già sullo stesso argomento.

«Partigiani dell'espropriazione fatta dal popolo a profitto di tutti, non possiamo come anarchici, aver nulla di comune con una operazione in cui non si tratta che di far passare la ricchezza dalle mani di un proprietario in quelle di un altro... Le idee anarchiche, come non possono spingere la gente a diventar capitalisti, non la possono spingere a diventare ladri. Al contrario, col dare ai malcontenti un'idea di vita superiore ed una speranza di emancipazione collettiva, li distolgono nella misura del possibile, dato l'ambiente attuale, da tutte quelle azioni legali od ille- gali, che non sono che un adattamento al sistema capitalista e tendono a perpetu- arlo. Ad onta di tutto ciò l'ambiente sociale è così potente ed i temperamenti personali così diversi, che vi possono ben essere tra gli anarchici alcuni che di- ventano ladri, come ve ne sono che diventano commercianti o industriali; ma in tal caso gli uni e gli altri agiscono non a causa delle loro idee anarchiche, ma malgrado queste idee».1

Quando poi questi ladri, come ve ne sono stati talvolta, pur dicendosi anar- chici, e atteggiandosi a superuomini, «non s'imbarazzano di scrupoli, vogliono vivere la loro vita, irridono alla rivoluzione e ad ogni aspirazione avvenieristica, vogliono godere oggi a qualunque costo e a costo di chiunque siasi--(XXX lost punctuation?) allora essi sono dei ribelli, ma non sono anarchici; essi hanno la mentalità, i sentimenti dei borghesi mancati... Noi possiamo qualche volta, nelle vicende della lotta, trovarceli a lato; ma non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo confonderci con loro».2

Pur giungendo lo stesso a conclusioni praticamente negative, diverso era il giudizio morale di Malatesta sul furto a scopo rivoluzionario e di propaganda. «Affermo recisamente che l'espropriazione, il furto, per chiamare le cose col loro nome, a scopo rivoluzionario è un atto di guerra cui nulla si può opporre dal punto di vista dell'opportunità e della tattica».3

«Teoricamente non pare che vi possa esser dubbio sul diritto di adop- erare, in una guerra giusta, tutti i mezzi atti a facilitare ed assicurare la vittoria senza ledere il sentimento di umanità. Ma bisogna poi vedere se un mezzo è poi realmente utile, se ciò che è moralmente permesso è praticamente consigliabile.

«Il metodo (il furto per la propaganda) è stato in varii paesi ed in varie epoche predicato e praticato da speciali gruppi anarchici; ma ha dato sempre frutti disastrosi. Il denaro corrompe, e corrompe pure la necessità di nascondere il

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proprio essere, di fingere, d'ingannare, di adoperare quelle arti necessarie al ladro se non vuole andare in prigione come un imbecille. Quanti giovani generosi, quante belle nature si sono sciupate per questa fisima del rubare per la propaganda! S'incomincia col ricercare la compagnia dei ladri di mestiere, perchè anche il rubare è un mestiere che bisogna imparare. Si perde l'abitudine e poi la voglia di lavorare, e quindi sul prodotto del furto bisogna prelevare la quota per alimentare il ladro; alla propaganda va quel che resta, se ce ne resta. E coll'abitudine del non lavorare viene il gusto del lusso e dell'orgia, e si finisce col dimenticare le idee, la propaganda, i principii e si diventa un ladro volgare...

«I migliori, quelli che riescono a salvarsi dalla peggiore decadenza morale, son quelli che si lascian cogliere all'inizio della carriera e vanno in galera prima di essersi completamente corrotti. Vi possono essere delle eccezioni individuali: io stesso ne potrei citare se l'argomento non fosse così delicato. Ma il certo si è che in tutti gli ambienti in cui è stato ammesso il furto per la propaganda è entrata la corruzione, la sfiducia tra compagni, la maldicenza, il sospetto e quindi l'inerzia e la dissoluzione... No, meglio la penuria di mezzi, meglio il soldino versato e raccolto con fatica che da al lavoratore l'orgoglio di concorrere col proprio sforzo all'opera comune, anziche', per la speranza quasi sempre illusoria della grossa somma, correre il rischio di veder corrompersi e sparire alcuni tra i compagni più energici e più intraprendenti».1

Per tornare alla violenza propriamente detta, Malatesta era avverso anche al terrore esercitato durante la rivoluzione dal popolo o in nome del popolo. «Vano, e peggio che vano, micidiale, il cosiddetto terrore rivoluzionario. Certo è tanto grande l'odio, il giusto odio, che gli oppressi covano nell'animo loro, sono tante le infamie commesse dai governi e dai signori, disprezzo della vita e delle sofferenze umane che ostentano le classi dominanti, che non c'è da meravigliarsi se in un giorno di rivoluzione la vendetta popolare scoppia tremenda ed inesorabile. Noi non ce ne scandalizzeremmo e non cercheremmo di frenarla se non con la propa- ganda, poichè il volerla frenare altrimenti porterebbe alla reazione. Ma è certo, secondo noi, che il terrore è un pericolo e non già una garanzia di successo per la rivoluzione. Il terrore in generale colpisce i meno responsabili; mette in valore i peggiori elementi, quelli stessi che avrebbero fatto i birri e i carnefici sotto il vecchio regime e sono felici di sfogare, in nome della rivoluzione, i loro cattivi istinti e soddisfare sordidi interessi.

«E questo se si tratta del terrore popolare esercitato direttamente dalle masse contro i loro oppressori diretti. Chè se poi il terrore dovesse essere orga- nizzato da un centro, fatto per ordine di governo, per mezzo della polizia e dei tribunali cosiddetti rivoluzionarii, allora esso sarebbe il mezzo più sicuro per uc-

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cidere la rivoluzione e sarebbe esercitato, più che a danno dei reazionari, contro gli amanti di libertà che resistessero agli ordini del nuovo governo ed offend- essero gli interessi dei nuovi privilegiati... Vane sono le misure di polizia: esse possono ben servire ad opprimere, ma non serviranno mai per liberare... Alla difesa, al trionfo della rivoluzione si provvede interessando tutti alla sua riuscita, rispettando la libertà di tutti e levando a chiunque non solo il diritto, ma la pos- sibilità di sfruttare il lavoro altrui... Mettendo tutti, tutti gli uomini validi, nella impossibilità di vivere senza lavorare».1

«L'odio ed il desiderio di vendetta sono sentimenti irrefrenabili che l'oppressione naturalmente risveglia ed alimenta; ma se essi possono rappresentare una forza utile a scuotere il giogo, sono poi una forza negativa quando si tratta di sostituire all'oppressione, non un'oppressione novella, ma la libertà e la fratel- lanza fra gli uomini. E perciò noi dobbiamo sforzarci di suscitare quei sentimenti superiori che attingono l'energia nel fervido amore del bene, pur guardandoci dallo spezzare l'impeto, fatto di fattori buoni e cattivi, necessario a vincere. Las- ciamo che la massa agisca come la passione la spinge, se per meglio indirizzarla occorresse metterle un freno che si tradurrebbe in una nuova tirannia - ma ricor- diamoci sempre che noi anarchici non possiamo essere nè dei vendicatori, nè dei «giustizieri». Noi vogliamo essere dei liberatori e dobbiamo agire come tali per mezzo della predicazione e dell'esempio». La fiducia nel terrore «è un pregiudizio corrente in certi ambienti rivoluzionari, che ha origine dalla retorica e dalle falsificazioni storiche degli apologisti della Grande Rivoluzione francese e che è stato rinvigorito in questi ultimi anni dalla propaganda dei bolscevichi. Ma la verità è proprio l'opposto: il terrore è sempre stato strumento di tirannia»... «Coloro che credono nella ferocia hanno la stessa mentalità arretrata dei giuristi i quali credono che si possa evitare il delitto e moralizzare il mondo per mezzo di pene severe. Il terrore, come la guerra, risveglia i sentimenti atavici belluini ancora mal coperti da una vernice di civiltà, e porta ai primi posti gli elementi peggiori della popolazione. E piuttosto che servire a difendere la rivoluzione serve a dis- creditarla, a renderla odiosa alle masse e, dopo un periodo di lotte feroci, mette capo necessariamente a quello che oggi chiamerebbero «normalizzazione», cioè alla legalizzazione e perpetuazione della tirannia. Vinca una parte o l'altra, si arriva sempre alla costituzione di un governo forte, il quale assicura agli uni la pace a spese della libertà e agli altri il dominio senza troppi pericoli».1

La morale anarchica

È EVIDENTE NELLA LORO stessa enunciazione, che tutte queste idee, costituenti in certo modo la concezione della pratica anarchica nella lotta e nella

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rivoluzione, hanno in Malatesta un substrato morale, come del resto tutto quanto il suo modo di pensare e di agire. Egli non s'è curato mai di formulare una «morale anarchica», ma questa è implicita in tutta la sua attività intellet- tuale e pratica. Le sue idee in proposito ha avuto più volte occasione di esporle più o meno incidentalmente, sopratutto quando si è trovato a polemizzare con qualche anarchico che si atteggiava a negatore della morale («amoralista»). Egli ne combatteva le affermazioni paradossali con molta energia, pur rilevando che spesso certi paradossi hanno intenzioni prevalentemente letterarie e nascon- dono sentimenti che non sono molto diversi da quelli di tutti gli altri anarchici.

Malatesta era d'accordo con la maggior parte dei suoi compagni pei quali «la negazione della morale è un semplice modo di dire per significare che, dal punto di vista teorico (gli anarchici), non ammettono una morale assoluta, eterna, immutabile, e che nella pratica, si ribellano contro la morale borghese...». Ma reagiva contro coloro che «prendono la figura retorica per l'espressione esatta della verità»; e ad essi rammenta che «nella morale corrente, oltre le regole inculcate dai preti e dai padroni... si trovano pure... anche quelle regole che sono la conseguenza e la condizione di ogni coesistenza sociale... Il ribellarsi contro ogni regola imposta con la forza non vuol dire affatto rinunziare ad ogni ritegno morale e ad ogni sentimento di obbligazione verso gli altri... Per combattere ra- gionevolmente una morale, bisogna opporle, in teoria ed in pratica, una morale superiore». Senza di che alcuni possono, «per poco che il temperamento e le circostanze aiutino, finire col divenire immorali nel senso assoluto della parola, cioè, uomini senza regola di condotta, senza criterio per guidarsi nelle loro azioni, che cedono passivamente all'impulso del momento.

«La morale è la regola di condotta che ciascun uomo considera buona. si può trovare cattiva la morale dominante in una data epoca, in un dato paese, in una data società, e noi infatti troviamo pessima la morale borghese; ma non si può concepire una società senza una morale qualsiasi, nè un uomo cosciente che non abbia un qualsiasi criterio per giudicare di quello che è bene e di quello che e' male per se stesso e per gli altri. Quando noi combattiamo la presente società noi opponiamo alla morale individualistica dei borghesi, alla morale della lotta e della concorrenza, la morale dell'amore e della solidarietà, e cerchiamo di stabilire delle istituzioni che corrispondono a questa nostra concezione dei rapporti fra gli uomini...

«Dannosa affermazione inoltre è quella che l'ambiente sociale non per- mette di essere morali; e che per conseguenza è inutile fare sforzi che non pos- sono riuscire, ed il meglio è di cavare il più che si può per se stesso dalle circostanze presenti senza curarsi degli altri, salvo cambiar vita quando sarà

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cambiata l'organizzazione sociale. Certamente ogni anarchico, ogni socialista, comprende le fatalità economiche che oggi costringono l'uomo a lottare con- tro l'uomo, ed ogni buon osservatore vede l'importanza della ribellione person- ale contro la forza dell'ambiente sociale. Ma è ugualmente certo che senza la ribellione dell'individuo, che si associa agli altri individui ribelli per resistere all'ambiente e cercare di trasformarlo, questo ambiente non cambierebbe mai».1

Questa concezione della morale umana dell'amore e della solidarietà la si ritrova come guida costante in tutti gli scritti di Malatesta, dai primissimi intorno al 1870, fino agli ultimi alla vigilia della morte - come il lettore avrà potuto notare in tutte le nostre citazioni del suo pensiero. Egli la sentiva così profondamente, che essa era in lui nel medesimo tempo pensiero e azione, sentimento e idea, pal- pito del cuore e vibrazione del cervello. Il suo battagliero amore dell'umanità lo teneva alla stessa distanza dai partigiani del terrorismo e da quelli del tolstoismo: «Non retrocediamo innanzi alle dure necessità [della violenza nella lotta e nella rivoluzione] e prepariamoci ad usarne [della forza fisica] vittoriosamente. Ma non facciamo vittime inutili, nemmeno tra i nemici. Lo scopo stesso per cui lottiamo ci astringe ad essere buoni ed umani anche nel furore della battaglia; anzi non si capisce come potremmo voler lottare per uno scopo quale è il nostro, se buoni ed umani non fossimo».1

Ed a chi dinanzi ad affermazioni come queste credeva di vedere in Malatesta un tolstoiano (ciò è avvenuto parecchie volte), egli rispondeva: «No, secondo me la dottrina tolstoiana, per quanto appaia sublilmente altruista, è in realtà la negazione dell'istinto e dei doveri sociali. Un uomo, se è molto... cristiano, può soffrire pazientemente ogni sorta di angarie senza difendersi con tutti i mezzi pos- sibili e restare forse un uomo morale. Ma non sarebbe egli, in pratica e quantunque senza volerlo, un terribile egoista, se lasciasse opprimere gli altri senza tentare di difenderli? se, per esempio, preferisse che una classe fosse ridotta alla miseria, che un popolo fosse calpestato dall'invasore, che un uomo fosse offeso nella vita o nella libertà, piuttosto che ammaccar la pelle dell'oppressore? Vi sono dei casi in cui la resistenza passiva è un'arma efficace, ed allora sarebbe certamente la migliore delle armi, poichè sarebbe la più economica di sofferenze umane. Ma, il più delle volte professare la resistenza passiva significa rassicurare gli oppres- sori contro la paura della ribellione, e quindi tradire la causa degli oppressi.

«È curioso osservare come i terroristi ed i tolstoisti, appunto perchè sono gli uni e gli altri dei mistici, arrivano a conseguenze pratiche presso che uguali. Quelli non esiterebbero a distruggere mezza umanità pur di far trionfare l'idea; questi lascerebbero che tutta l'umanità restasse sotto il peso delle più grandi

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sofferenze piuttosto che violare un principio. Per me, io violerei tutti i principi del mondo pur di salvare un uomo; il che sarebbe poi infatti rispettare il principio, poiche', secondo me, tutti i principii morali e sociologici si riducono a questo solo: il bene degli uomini, di tutti gli uomini».1

La base morale dell'anarchismo malatestiano è tutta qui. Ad un individualista che voleva dimostrargli che l'anarchico è colui che afferma la sua personalità e vive libera e piena la propria vita «senza curarsi degli altri», Malatesta op- poneva: «Bisogna cercare la garanzia di libertà e di sviluppo del proprio io nella solidarietà con tutti gli esseri umani... Poiche', se noi ci siamo preoccupati della questione sociale, di cui crediamo vedere la soluzione nell'abolizione del monopolio politico ed economico, gli è perchè noi soffriamo vedendo soffrire e non sapremmo esser felici se non circondati da uomini felici. Potremmo cessare di essere comunisti ed anarchici, se ci sembrasse di aver trovato una soluzione migliore, ma la forza che ci sostiene e sospinge resterebbe sempre l'amore degli uomini. E questo amore si sente o non si sente: non lo dà la scienza, non lo dà la filosofia. Spesso però è un sentimento latente, che può essere evocato e messo in attività: ed è questo lo scopo principale della propaganda».2

«L'insofferenza della oppressione, il desiderio di essere libero o di poter espandere la propria personalità in tutta la sua potenza non basta a fare un anar- chico; quell'aspirazione all'illimitata libertà, se non è contemperata dall'amore degli uomini e dal desiderio che tutti gli altri abbiano eguale libertà, può far dei ribelli, ma non basta a fare degli anarchici». L'anarchico per esser tale deve avere scelto «tra l'odio e l'amore, tra la lotta fratricida e la cooperazione fra- terna, fra l'egoismo e l'altruismo»,1 ed aver scelto, naturalmente, l'altruismo, la cooperazione fraterna e l'amore.

E a chi gli obbiettava il solito sofisma pseudofilosofico che l'altruismo non esiste, perchè in realtà ognuno è mosso sempre da spirito egoistico, an- che quando fa il bene e si sacrifica per giovare agli altri, Malatesta replicava: «Questo dibattito ormai secolare tra egoisti e altruisti non è in fondo che una miserevole questione di parole. È cosa evidente, ammessa da tutti, che tutto ciò che si fa volontariamente lo si fa perchè il farlo soddisfa i nostri sensi, o i nostri gusti, o i nostri sentimenti. Anche il più puro martire si sacrifica perchè sente nel sacrificarsi una soddisfazione intima che lo compensa ad usura delle sofferenze in- corse; e se rinuncia coscientemente e volontariamente alla vita gli è perchè agli occhi suoi vi è qualche cosa che vale più della vita. Quindi in un certo senso si può dire, senza tema di sbagliarsi, che tutti gli uomini sono egoisti. Ma nel lin- guaggio comune, senza generare equivoci, si chiama egoista colui che non pensa

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che a se ed a se stesso sacrifica gli altri, e si chiama altruista colui che in un grado più o meno elevato si preoccupa anche degli interessi degli altri e fa quel che può per giovar loro. Insomma l'egoista sarebbe l'egoista cattivo, e l'altruista sarebbe l'egoista buono: questione di parole».2

Questo altruismo, od egoismo buono, è ed è stato sempre in sostanza la molla più forte del progresso morale dell'umanità. «Malgrado i fiumi di sangue sparso, malgrado lo sfruttamento e la tirannia a danno dei più deboli... malgrado insomma la lotta e tutte le sue conseguenze, quello che forma l'elevamento vitale e progressivo nella convivenza umana, è il sentimento di simpatia, il senso di comune umanità che, nelle condizioni normali, mette alla lotta un limite oltre il quale non si può andare senza eccitare una ripugnanza profonda ed una gen- erale riprovazione. È la morale che diviene... L'esistenza dei sentimenti d'affetto e di simpatia fra gli uomini, l'esperienza e la coscienza dei vantaggi individuali e sociali che derivano dalla soddisfazione di quei sentimenti, hanno prodotto e vanno producendo delle idee di giustizia, di diritto, di morale, che pur tra mille contradizioni, ipocrisie e menzogne interessate, costituiscono una meta, un ideale verso cui l'umanità cammina.

«Questa morale è mutevole e relativa; essa varia da epoca a epoca, da popolo a popolo, da classe a classe, da individuo a individuo, ed è da ciascuno adoperata per i proprii interessi e quelli della sua famiglia, della sua classe, del suo paese. Ma, respinto tutto ciò che nella morale ufficiale serve a difendere i privilegi e la violenza dei dominatori, si trova sempre un residuo che risponde agli interessi generali ed è conquista comune di tutta quanta l'umanità senza distinzione di classe o di razza. Il solo fatto che i privilegiati sentono il bisogno di giustificare la loro posizione, che è il risultato della forza brutale, con una specie qualunque di morale, è già una prova che il privilegio non si sente sicuro di se' e che è destinato a sparire».1

«Gli anarchici, al pari degli altri, hanno la loro morale: non averla significherebbe non aver criterio alcuno per giudicare il bene ed il male, condursi in modo incoerente e incosciente, ed accettare passivamente, indifferentemente, tutto ciò che gli altri fanno. Cosa assurda!... È quella degli anarchici una Morale superiore a tutte le altre perchè basata sul rispetto della libertà e sul desiderio del bene di tutti, ma non si potrebbe chiamare altrimenti che Morale»... Però «la Morale anarchica oggi non può essere che un'aspirazione, un ideale. Nes- suno oggi può vivere veramente da anarchico» perchè l'ambiente sociale, che abbiamo trovato e non siamo riusciti ancora a trasformare, ci obbliga per vivere a mille transazii e mille adattamenti. «Ma l'ambiente non è tutto: chè altrimenti

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non vi sarebbe nessun cambiamento possibile per opera umana, e le generazioni si seguirebbero monotone senza speranza di miglioramenti. Se l'ambiente modella l'uomo, l'uomo con la sua volontà e l'opera sua resiste all'ambiente e lo modi- fica. Si è anarchici in quanto ci si ribella alle cattive influenze dell'ambiente e si è tanto miglior anarchico quanto più si è riuscito a sfuggire a quelle cattive influenze e più si lotta per modificare l'ambiente malefico.

«Naturalmente si tratta di più o meno, perchè nessuno può mettersi completamente fuori e contro dell'ambiente: ma chi con la scusa dell'ambiente fa tutto il male che l'ambiente comporta e non fa nessuno sforzo per migliorarsi e migliorare chi sta al suo contatto non può essere anarchico, nè uomo che aspira a un qualsiasi progresso. E quelli che l'ambiente ha completamente corrotti tanto da farne o degli strumenti degli oppressori e dei delinquenti senza scrupoli, o degli schiavi abbruttiti incapaci di qualsiasi ribellione, noi possiamo compatirli e lavorare anche alla loro redenzione, ma non potremmo certo considerarli dei nostri. Quindi nessun puritanismo eccessivo, nessuna pretesa di trovare uomini perfetti (chè noi stessi siamo ben lontani dalla perfezione); ma nemmeno l'idea assurda di aprir le braccia a tutti e far dell'anarchismo la sentina di tutti i rifiuti e la bandiera che serve a coprire ogni merce avariata»1

In conclusione, la morale anarchica in azione potrebbe venir definita, nella concezione di Malatesta, «la rivolta contro il male, per la dignità, la libertà e la fratellanza umana».2

Guerra patria militarismo

COME TUTTI GLI ANARCHICI, Malatesta era nemico della guerra, del nazionalismo e del militarismo. Sarebbe inutile qui ripetere gli argomenti su queste questioni, così comuni nella propaganda anarchica, socialista e in gen- erale pacifista. Mi limiterò ad accennare a qualche lato del pensiero di Malatesta e a qualche atteggiamento che gli furono più particolari; e ripeterò solo quel tanto che è necessario per far comprendere il resto.

Malatesta negava che la guerra potesse procurare vantaggi materiali ad un paese, all'infuori che ad un piccolo numero di accaparratori e fornitori militari; ma non dava importanza a questa questione, perchè quei vantaggi in ogni modo non giustificherebbero mai l'aggressione militare. Sarebbe come voler giustifi- care l'assassinio per furto con l'argomento che la vittima designata è più de- bole, ha molti quattrini e c'è modo di ammazzarla e derubarla senza troppi peri- coli. Altrettanto cinico e spregevole è il presentare la guerra come «igiene del mondo» come fanno i nazionalisti. Questi dicono. «La vita è energia,

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è forza, è azione, è lotta, e noi vogliamo vivere». E Malatesta rispondeva: «Sta benissimo. Ma poichè siamo uomini e non bestie brute e la vita che vogliam vivere è vita umana, bisognerà pure che l'energia da spiegare abbia delle qualificazioni. è forse l'energia della bestia da preda quella a cui si as- pira? O quella del bravaccio, del brigante, dello sbirro, del boja? O quella - e forse questo è paragone che meglio si attaglia al caso - del bruto vigliacco che, avendone toccato in piazza, torna a casa e dà prova di bravura... bastonando la moglie? L'energia della gente civile, la forza che produce davvero intensità di vita non è quella che si spiega nelle lotte inter-umane, colla prepotenza contro i deboli, coll'oppressione dei vinti. Ma è quella che si esercita nella lotta contro le forze avverse della natura, nei compiti del lavoro fecondo, nelle ardue ricerche della scienza, nell'aiutare a progredire quelli che restano indietro, nel sollevare i caduti, nel conquistare per tutti gli esseri umani sempre maggiore potenza e mag- giore benessere... Non è la guerra che può dare energia e volontà di progredire, come non dà energia a chi non sa e non vuol lavorare il mettersi a vivere di furto e di prostituzione».1

Pretesto bugiardo è quello che «con la guerra si propaga la civiltà».

«Se fosse vero, dovremmo prima conquistar per noi la libertà e il possesso della ricchezza, dovremmo far sparire di mezzo a noi la miseria, l'ignoranza, l'oppressione, l'alcoolismo, la prostituzione, e poi portare agli altri i benefizi che avremmo saputo realizzare per noi stessi. Portare in altri paesi la strage per offrir loro il capitalismo ed il regime parlamentare, per aggiungere i mali della civiltà nostra a quelli della civiltà loro sarebbe cosa da matti quando non fosse opera di delinquenti. Ma non è vero. La guerra, la violenza non produce civiltà, ma bar- barie, schiavitù, odio, miseria: essa opprime il vinto, corrompe ed abbruttisce il vincitore. Non v'è guerra santa se non quella fatta per liberarsi dall'oppressione, non vi è violenza giusta se non quella che respinge la violenza.

«La civiltà si propaga con la propaganda, l'esempio, i benefizii; e se un giorno i lavoratori emancipati di Europa dovran portare le armi fra i popoli arretrati, non sarà per opprimerli, non per imporre loro sistemi di vita ch'essi non apprezzeranno, ma per aiutarli a liberarsi, per sbarazzarli della tirannia indigena o forestiera a cui si troveranno soggetti. E colla libertà porteranno loro grano, bestiame, medicine, strumenti da lavoro. Allora sì che la civiltà sarà accettata e si espanderà per tutto il mondo, a far libera, ricca, gaja, sapiente tutta quanta l'umanità».1

Vi sono di quelli che giustificano la guerra col patriottismo. «Ma in che consiste propriamente il patriottismo? L'amore del loco natio, o piuttosto

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il maggiore amore per il luogo dove siamo stati allevati, dove abbiamo ricevute le carezze materne, dove bambini giocammo coi bambini, e giovanetti conquis- tammo il primo bacio di una fanciulla amata, la preferenza per la lingua che comprendiamo meglio e quindi le più intime relazioni con coloro che la par- lano, sono fatti naturali e benefici. Benefici, perchè, mentre riscaldano il cuore di più vivi palpiti e stringono più solidi vincoli di solidarietà nei varii gruppi umani e favoriscono la originalità dei varii tipi, non fanno male ad alcuno e non contrastano, anzi favoriscono, il progresso generale. E se le dette preferenze non rendono ciechi ai meriti altrui ed ai proprii difetti, se non vi fanno spezzatori di una vanità e borie ridicole che fan credere che si val meglio di un altro perche' si è nati all'ombra di un certo campanile o in certi dati confini, allora esse pos- sono riuscire elemento necessario nell'evoluzione futura dell'umanità. Poiche', abolite quasi le distanze dai progressi della meccanica, aboliti dalla libertà gli os- tacoli politici, aboliti dall'agiatezza generale gli ostacoli economici, esse restano la garanzia migliore contro il rapido accorrere di masse enormi di emigranti verso i siti più favoriti dalla natura o meglio preparati dal lavoro delle generazioni pas- sate: cosa che creerebbe un grave pericolo per il pacifico progredire della civiltà.

«Ma non è solo da questo sentimento che è alimentato il così detto patriottismo. Nell'antichità l'oppressione dell'uomo sull'uomo si compieva prin- cipalmente a mezzo della guerra e della conquista. Era lo straniero vincitore che s'impadroniva delle terre, che costringeva gl'indigeni a lavorarle per lui, ed era, se non l'unico, certo il più duro ed esecrato padrone. E questo stato di cose, se è quasi sparito nelle nazioni di razza europea, dove il padrone è ora il più delle volte un compatriota delle sue vittime, resta ancora il carattere prevalente nei rap- porti degli europei coi popoli di altra razza. Quindi la lotta contro l'oppressione ha avuto ed ha spesso ancora il carattere di lotta contro lo straniero. Disgraziata- mente però, ma comprensibilmente, l'odio dello straniero in quanto oppressore divenne odio dello straniero in quanto straniero, e trasformò il dolce amor di pa- tria in quel sentimento di antipatia e di rivalità verso gli altri popoli, che si suol chiamare patriottismo, e che gli oppressori indigeni dei varii paesi sfruttano a loro vantaggio. E compito della civiltà è di dissipare questo equivoco nefasto, ed affratellare i popoli tutti nella lotta per il bene comune.

«Noi siamo internazionalisti, vale a dire che, come dalla patria minuscola che si raccoglieva intorno ad una tenda o ad un campanile e viveva in guerra colle tribù e coi comuni circostanti si è passasto alla più grande patria regionale e nazionale, così noi estendiamo la patria al mondo tutto, ci sentiamo fratelli di tutti gli esseri umani e vogliamo benessere, libertà, autonomia per tutti glìindividui e tutte le collettività. Come per i cristiani, all'epoca in cui il Cristianesimo era

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creduto e sentito, la patria era la Cristianità tutta quanta e lo straniero da conver- tire o da distruggere era il pagano, così per noi son fratelli tutti gli oppressi, tutti coloro che lottano per l'emancipazione umana - e sono nemici tutti gli oppressori, tutti coloro che il proprio bene fondano nel male altrui, dovunque essi sian nati e qualunque sia la lingua che parlano».1

Posteriormente Malatesta aggiungeva sullo stesso argomento queste altre considerazioni: «Il sentimento patriottico, quando non è una semplice montatura fatta nell'interesse

di una classe ed esiste realmente nell'animo popolare, è buono allorchè serve ad animare la rivolta contro l'oppressore che si trova essere uno straniero; cattivo allorchè spinge ad opprimere gli altri ed a fare meglio accettare l'oppressione in- digena. Esso resta sempre un sentimento inferiore, che la civiltà dovrà sostituire col sentimento largo della fratellanza umana, ma è rispettabile e può evolvere ed alargarsi se riconosce e rispetta negli altri il diritto al sentimento equivalente; cioè quando, domandando una patria per se', sa rispettare la patria degli altri, o, meglio ancora, sa combattere, come già i patrioti italiani, per aiutare gli altri a rivendicare una patria. Disprezzabile invece, e conducente ai più orribili mis- fatti ed alle più miserevoli degenerazioni, se serve alla soddisfazione di criminosi istinti di rapina e di dominio.

«I governi e le classi dominanti si servono del sentimento patriottico (come di quell'altro difetto umano che è il sentimento religioso) per far meglio accettare dal popolo il loro potere e per trascinare il popolo in guerre ed imprese coloniali fatte a loro esclusivo profitto. Ed i loro teorici dicono che al di sopra della lotta tra poveri e ricchi, tra proletarii e proprietarii, vi è una solidarietà nazionale che unisce in un sentimento ed in un interesse comuni tutta la gente di uno stesso paese, tutti i membri di una stessa nazione. Naturalmente questa è dottrina pei soggetti, chè in quanto ai dominatori essi trattano i loro connazionali come carne da macello, e piazzano il loro denaro dove dà più interesse, preferiscono gli op- erai che producono di più e si contentano di meno, comprando e vendendo sul mercato più vantaggioso, curanti solo del loro profitto e completamente indiffer- enti alle sofferenze dei loro connazionali.

«Però fosse pur vero - e qualche volta lo è, come avviene anche nei rapporti tra le diverse provincie di uno Stato o tra le diverse categorie di lavora- tori - fosse pur vero che dal saccheggio e dallo sfruttamento successivo ne venga qualche vantaggio materiale ad una parte o magari a tutto il proletariato del paese conquistatore, non sarebbe perciò meno condannabile la conquista, o la com- plicità nella conquista di quelli che si dicono amici dei lavoratori, sia dal punto di vista superiore della giustizia e della libertà umana, sia anche da quello degli

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interessi duraturi del proletariato stesso che per un momento può profittarne, ma poi paga il delitto in moneta di servitù».1

Quando, nel giugno 1924, una banda di fascisti assassinò in Roma il deputato Giacomo Matteotti, Malatesta commentando il fatto lamentava che il popolo italiano sopportasse il regime fascista e disse di farlo «non senza un senso di vergogna quale uomini e quale italiani». Quel «quale italiani» gli procurò delle obiezioni da parte di un compagno che ci vide come un residuo di nazion- alismo: «O che c'è bisogno di essere italiani?, non basta essere uomini per sentire orrore di un atroce delitto?». A cui Malatesta rispose: « Basta per l'orrore, non basta per la vergogna, che è sentimento di responsabilità.

«... Noi siamo e restiamo internazionalisti, meglio cosmopoliti.2 Noi ci stimiamo cittadini del mondo; noi amiamo tutti qualunque sia il loro paese natio, la loro nazionalità, la loro razza. Tutto ciò che è umano ci riguarda; ogni grandezza umana ci inorgoglisce, ogni umana vergogna ci umilia. E nel caso malaugurato di un conflitto tra popoli noi parteggeremo non per «la nostra patria», ma per chi ci sembrerebbe aver ragione: il nemico non sarebbe chi e' nato al di là dei confini, non chi parla una lingua diversa dalla nostra, ma chi ha torto, chi volesse violare la libertà e l'indipendenza degli altri. Ma noi siamo stati allevati in Italia, e (a parte l'oscura e dibattuta questione dell'eredità fisiologica) abbiamo subita l'influenza dell'ambiente speciale italiano; e perciò, malgrado lo sforzo che ciascuno può fare per distinguersi, noi somigliamo moralmente sempre più ai nostri connazionali che agli uomini cresciuti in ambienti diversi. Se, per dannata ipotesi, risultasse che il popolo italiano è un popolo di assassini e di vili o di scemi, non potremmo evitare che la gente ci guardasse con sospetto e non potremmo non sentirne vergogna.

«Ma v'ha di più. Ciascuno di noi esercita intorno a sè una certa influenza per il bene e per il male. La esercitano tutti gli uomini in generale; e tanto più dovremmo cercare di esercitarla noi che siamo uomini di parte, noi che abbiamo un ideale da realizzare, e vogliamo indurre gli altri uomini ad accogliere il nostro ideale. Ora, se tutta la nostra predicazione di giustizia, di fratellanza, di libertà e di rivolta contro l'oppressione, non è riuscita ad impedire il trionfo di un regime tutto basato sul bastone (Malatesta si riferiva qui al trionfo del fascismo in Italia), noi certamente non abbiamo di che essere orgogliosi. Sarebbe eccessivo, sarebbe assurdo volere attribuire a noi una qualunque responsabilità per le infamie che si commettono e si subiscono, per esempio, in Cina. Ma sarebbe sciocco negare che una parte di responsabilità spetta a noi per le infamie che si commettono e si subiscono in Italia».1

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In tutto quanto precede mi sembra ve ne sia più che a sufficienza per lumeg- giare la posizione di Malatesta di fronte alla guerra e al patriottismo. Quella di fronte al militarismo ne deriva così strettamente, e del resto è così comune con tutti gli altri antimilitaristi, che è inutile ricercarla particolareggiatamente. Basterà qui accennare all'opinione di Malatesta sull'atteggiamento da tenere di fronte all'esercito, specie nel caso di una insurrezione. Egli combatteva l'apriorismo di quei rivoluzionari che credono non si possa insorgere senza prima aver conquis- tato a sè l'esercito. Egli era bensì favorevole a fare tutta la propaganda possibile tra i soldati, a procurarsi tra loro utili intelligenze, ecc., ma il più importante e' sempre di star disposti e preparati a battersi armata mano contro l'esercito.

«La rivoluzione si dovrà fare contro l'esercito, e considero come la più nefasta delle illusioni la speranza che l'esercito abbia a mettersi con noi, se prima non gli diamo una buona... lezione. Naturalmente bisogna con la propaganda cercare di mettere in mezzo all'esercito il germe di dissoluzione, e se nella popo- lazione vi è una minoranza di ribelli coscienti, la stessa proporzione, o maggiore vi sarà fra i soldati che il governo trae per forza di mezzo alla parte più gio- vane della popolazione. Ma la grande massa dei soldati, pur servendo per forza e anelando di tornare a casa, è tenuta dalla paura della disciplina e dallo spirito pecorile che viene dall'incoscienza; e comincia sempre con l'ubbidire ai capi e far fuoco addoso ai rivoltosi. Poi, quando vede che la cosa è seria e deve scegliere fra due paure, allora si sbanda, o volta bandiera, e determina il trionfo degli insorti. Spetta perciò ai rivoluzionari a pensare, come vi han pensato tutti i rivoluzionari del passato, ai mezzi con cui affrontare vantaggiosamente i soldati».1

Un'altra questione particolare, su cui Malatesta si è trovato in dissenso con una opinione molto diffusa anche oggi tra rivoluzionari e anarchici, è quella del rapporto intercorrente fra guerra e rivoluzione. Non sono pochi quelli che pensano alla guerra come ad una felice ed augurale occasione di rivoluzione. Malatesta ha sempre combattuto tale opinione. «è vero che la guerra, scuotendo la com- pagine dello Stato e distruggendo, nel paese vinto, il prestigio dell'esercito e del governo, può in certe circostanze essere occasione propizia per radicali trasfor- mazioni politiche e sociali - e, se quelle circostanze si presenteranno, speriamo che il proletariato e i partiti avanzati dei diversi paesi sapranno profittarne. Ma è purtroppo vero che il sentimento patriottico, nel senso peggiore della parola, e gl'istinti sanguinarii sono tutt'altro che spenti, e ripiglian vigore inaspettato ogni volta che tuona il cannone ed il sangue corre... Perciò una rivoluzione sociale fatta in tempo di guerra o in presenza dell'invasore straniero è sempre molto

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difficile, ed anche avvenendo, facilmente degenera in puro movimento politico e nazionalista».1 Per queste ragioni è sempre interesse maggiore del proletariato e dei rivoluzionari l'impedire per quanto è loro possibile la guerra.

«Non bisognerebbe abituarsi a considerare la guerra come una condizione necessaria, o addirittura utile, per una insurrezione popolare... La guerra, incomin- ciata o semplicemente attesa, è la peggiore occasione che si possa immaginare per fare un'insurrezione vittoriosa. I pregiudizi e le passioni nazionaliste, le antipatie, nonchè gli odii di razza, disgraziatamente ancora assai vivi nell'anima profonda dei popoli, sono risvegliati e sovreccitati dalla propaganda della grande stampa e con tutti i mezzi di menzogna che possiedono i governi e le classi dirigenti. Le questioni economiche e di politica interna passano in ultima linea, e gli antago- nismi di classe sono dimenticati in nome di una pretesa solidarietà nazionale, di cui i dominatori sono i soli a profittare. Ed i governi possono permettersi delle misure di prevenzione e di repressione legali o arbitrarie, che l'opinione pubblica non permetterebbe in tempi ordinari.

«Ciò è così ben risaputo da coloro stessi che si fanno una specialità di predicare l'insurrezione in caso di guerra, ch'essi contano sopratutto sulla sper- anza d'una sconfitta. Ma anche allora le condizioni sarebbero assai sfavorevoli, perchè l'insurrezione rischierebbe d'esser fatta più in vista della rivincita e con- tro i capitolanti che per cambiare da cima a fondo l'organizzazione economica e politica della società; perchè si dovrebbe fare l'insurrezione in presenza d'un es- ercito straniero e vittorioso, che non mancherebbe d'aiutare nella repressione gli avanzi dell'esercito nazionale; e perchè si avrebbe contro di sè quella parte della popolazione che sarebbe favorevole, o almeno passiva, in altre circostanze, ma che vedrebbe una specie di tradimento nell'insurrezione in presenza del nemico.

«Se la guerra potesse essere una buona occasione per insorgere e tentare, con probabilità di successo, la trasformazione sociale, i rivoluzionari lungi dal cercare d'impedirla dovrebbero fate tutto il possibile per farla scoppiare. Ma sic- come ciò non è , noi siamo contro la guerra; ciò che non toglie che se essa scoppiasse, bisognerà fate tutto ciò che si potrà per profittarne, malgrado le circostanze sfavorevoli, nell'interesse della rivoluzione sociale».1 Se la minac- cia d'insurrezione può giovare ad impedire la guerra, tanto meglio; e meglio ancora di più, se l'insurrezione avviene: con essa si potrà nel tempo stesso im- pedire la guerra e iniziare la rivoluzione sociale, poichè «noi non minacciamo l'insurrezione solo per impedire la guerra; noi vogliamo l'insurrezione perche' essa ci pare il mezzo indispensabile per mettere fine alla miseria e all'oppressione, per abbattere la prepotenza economica e politica della borghesia, per distruggere lo Stato per realizzare l'espropriazione e mettere a disposizione di tutti i mezzi di

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produzione e di vita, ed aprire così, la via alla costituzione di un ordine basato sulla libertà ed il benessere di tutti e di ciascuno».2

Da queste idee, era impossibile che Malatesta nel 1914 cadesse nel tranello sentimentale della «guerra rivoluzionaria» - come veniva presentata dai gior- nali di sinistra nei paesi dell'Intesa anglo-franco-russa, la guerra contro la Germa- nia e l'Austria - ed infatti egli, in contrasto con altri anarchici (pochissimi, ma fra essi alcuni dè suoi più cari e vecchi amici e compagni di lotta) che diventarono favorevoli alla guerra a fianco della Francia, dell'Inghilterra e della Russia, non di- menticò i suoi principii, si oppose all'interventismo e restò sulla breccia contro la guerra sul terreno intransigente dell'antimilitarismo e dell'internazionalismo rivoluzionario. Ho già narrate in succinto, nella biografia di lui, le vicende di questa sua costante opposizione alla guerra.

Malatesta ai partigiani della guerra dell'Intesa, i quali invocavano la civiltà da salvare dal militarismo tedesco opponeva che invece quella guerra non aveva «nulla in comune con l'emancipazione umana», che «la missione di col- oro che augurarono la fine di ogni oppressione e di ogni sfruttamento dell'uomo a danno di altri uomini» restava «quella di svegliare la coscienza dell'antagonismo fra dominatori e dominati, tra sfruttatori e sfruttati» e che «la guerra lungi dal diminuire tale verità, la avvalorava ancora di più». Per ciò era «dovere dei socialisti, e specialmente degli anarchici, fare tutto quanto possono per indebolire lo Stato e le classi capitalistiche, e prendere ad unica norma della loro condotta gli interessi del socialismo; o almeno, se mancano loro le forze materiali per agire ef- ficacemente a pro della propria causa, di rifiutare ogni volontario aiuto alla causa del nemico, e tenersi in disparte per salvare almeno i propri principii - vale a dire per salvare l'avvenire». Aveva egli bensì l'impressione che la sconfitta della Germania vi avrebbe provocata la rivoluzione, e per questo, - ma solo per questo - si augurava la sconfitta; ma l'augurio non gli impediva di prevedere che la pace , qualunque pace venisse poi stipulata avrebbe «lasciate aperte tutte le ques- tioni e preparato così una nuova guerra più micidiale». Di qui la necessità di «tenersi fuori di ogni e qualunque compromesso coi governi e con le classi dominanti, per poter approfittare di ogni favorevole evenienza, e in ogni caso poter riprendere la nostra preparazione e la nostra propaganda rivoluzionaria».1

In una lettera a Benito Mussolini - che, diventato d'un tratto partigiano della guerra, si afferrava all'augurio di Malatesta d'una sconfitta germanica, per avval- orare la sua tesi della «guerra rivoluzionaria» - Malatesta replicava che «non è detto che sia sempre utile concorrere a produrre ciò che uno si augura, poiche' spesso una cosa giova solo a condizione che non costi nulla, al più, che costi,

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materialmente e moralmente, meno di quel che vale». L'interventismo, invece, in cambio di vantaggi del tutto problematici e sproporzionati al disastro enorme che ne sarebbe derivato, avrebbe costato al proletariato e alla libertà il sacrificio di tutto il loro avvenire. «Per fare la rivoluzione... ci vogliono i rivoluzionari; e se questi incominciano col mettere da parte le loro idee e gl'interessi specifici che rappresentano, se si solidarizzano colla causa delle classi dominanti nel loro paese e spendono le loro forze per aiutarle a vincere, essi non solo rinunziano alla possi- bilità di profittare delle situazioni rivoluzionarie che potrebbero prodursi durante o subito dopo la guerra, ma mostrano di ritenere essi stessi utopistico ed assurdo il programma che predicavano prima, e quindi si precludono la via ad ogni ef- ficace azione avvenire». Perciò «coloro che mettono al di sopra di tutto la causa della libertà, della giustizia e della fratellanza umana... debbono più che mai invocare la pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressori, ed evitare ogni transazione, ogni dedizione ai propri avversari».1

A coloro che, durante la guerra, immaginavano che, dopo la vittoria dell'Intesa, un congresso internazionale dei vincitori avrebbe dato all'Europa un assetto più conforme alle aspirazioni dei popoli, con la sparizione o almeno una forte dimin- uzione del militarismo in una pace internazionale assicurata per sempre o per lunghissimo tempo, Malatesta rispondeva: «Generosa, ma sciocca illusione! Il prossimo congresso della pace sarà, come furono tutti i congressi del genere, un mercato in cui i potenti disporranno dei popoli come di armenti. Vinca l'una o l'altra parte, il risultato totale sarà un aumento di tirannia, un maggiore sviluppo del militarismo, un risveglio di tutte le forze reazionarie».1 E quando nel 1916 vi fu il gruppo di anarchici interventisti summentovato che pubblicò il noto «Manifesto dei Sedici» per deprecare la pace che allora si sperava, solo perchè non ci si vedeva una probabile vittoria sufficiente dell'Intesa, e per patrocinare la guerra a fondo fino allo schiacciamento completo della Germania, Malatesta molto logi- camente osservava: «Se oggi è necessario lavorare in armonia coi governi e i capitalisti per difenderci contro la minaccia tedesca, ciò sarà altrettanto neces- sario dopo la guerra che durante questa. Per quanto grande possa essere la disfatta dell'esercito tedesco, non sarà mai possibile impedire ai patrioti tedeschi a una rivincita e di prepararla; e i patrioti degli altri paesi, molto ragionevolmente, dal loro punto di vista, vorranno tenersi pronti in modo da non essere sorpresi da un attacco di quelli. Ciò significa che il militarismo prussiano diventerà una isti- tuzione permanente in tutti i paesi...

«La linea di condotta degli anarchici è chiaramente tracciata dalla logica stessa delle loro aspirazioni. La guerra avrebbe dovuto essere impedita dalla

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Rivoluzione, o almeno incutendo ai governi la paura della Rivoluzione. La forza o l'audacia necessaria è mancata. La pace deve essere imposta dalla Rivoluzione, o, almeno, dalla minaccia di farla. Fino ad oggi, la forza o la volontà manca. Ebbene! non v'è che un rimedio: far meglio in avvenire... Intanto, mi sembra criminale fare qualsiasi cosa che tenda a prolungare la guerra, questo massacro di uomini, che distrugge la ricchezza collettiva e paralizza ogni ripresa della lotta per l'emancipazione. Mi sembra che predicare «la guerra a fondo» è fare real- mente il gioco dei dirigenti tedeschi, che ingannano il loro popolo e l'eccitano a combattere col mostrargli che i loro avversari vogliono schiacciare ed asservire il popolo tedesco. Oggi, come sempre, questa sia la nostra parola d'ordine: Abbasso i capitalisti ed i governi, tutti i capitalisti e tutti i governi. Vivano i popoli, tutti i popoli!».1

Individualismo

SONO STATO in forse se dedicare un capitoletto a parte alla questione dell'individualismo. Per molte ragioni. Un po' in omaggio alla riluttanza che aveva lo stesso Malatesta, negli ultimi anni, ad occuparsene. In una lettera, di cui ho citato già qualche altro passo (dell'11 luglio 1913), mi diceva scherzosamente: «Per ciò che riguarda l'individualismo è una bestia che preferisco nominare il meno possibile, perchè si danno a quella parola tanti significati diversi, che ogni volta che si pronuncia bisognerebbe aggiungere un capitolo di spiegazioni. In un certo senso siamo tutti individualisti, anzi direi che siamo noi i veri individualisti, ed in un altro senso l'individualismo è il borghesismo spinto all'eccesso - e tra i due estremi si trovano tutte le gradazioni e tutti i miscugli possibili». Inoltre, l'occuparmi di questo argomento in particolare è un rischio per me di cadere in soverchie ripetizioni, poichè una gran quantità delle idee di Malatesta che ho esaminate fin qui, - a proposito di volontarismi, armonismo, comunismo, morale, violenza, ecc. - sono idee sostenute da lui per l'appunto in contrasto con indi- vidualisti o con tendenze individualiste più o meno inconsciamente accolte fra anarchici. Pure, Malatesta ha dedicato tanta parte della sua attività intellettuale, specialmente polemica, alla trattazione di questo argomento, che il non parlarne darebbe l'impressione di un vuoto nella mia esposizione, che mi occorre l'obbligo di evitare.

Ma innanzi tutto un'avvertenza. La posizione ideologica di Malatesta è ri- masta sempre la stessa, di fronte all'individualismo anarchico, dai primi tempi che questo si manifestò fino all'ultimo momento di sua vita. Egli, cioè, ha sostenuto sull'argomento, ogni volta che ne ha trattato, sempre le medesime idee. Però il suo atteggiamento pratico verso gli individualisti e i loro gruppi mutò

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alquanto attraverso gli ultimi trent'anni. Più ostile in principio, a poco a poco l'atteggiamento di Malatesta si è andato facendo più conciliante, più benevolo. Quando veniva in campo una questione d'idee, egli difendeva intransigentemente le sue e combatteva le altre; ma preferiva superare le differenze teoriche, per quanto gravi, per fare appello alla solidarietà nella lotta e nella rivolta contro il nemico comune; - e ciò lo portava a pensare che tanti individualisti, in cui vedeva dei compagni sinceri e pieni d'energia, in fondo avessero gli stessi senti- menti, idee e propositi di tutti gli altri anarchici, pur lasciandosi essi trascinare, per voglia di distinguersi, per gusto del paradosso, per amore del linguaggio let- terario o filosofico, ad affermazioni contrastanti con veri loro propositi, idee e sentimenti. L'importante per Malatesta era ch'essi fossero anarchici nella con- dotta e nell'azione, e si potesse andar con essi d'accordo sul terreno della lotta - pur non tralasciando all'occasione di discuterne le idee sul terreno teorico o dei metodi.

Vediamo dunque di presentare il più brevemente possibile il pensiero concreto di Malatesta sull'individualismo.

«V'è chi si dice individualista, per intendere che l'individuo ha diritto al suo completo sviluppo fisico, morale ed intellettuale e che deve trovare nella società un aiuto, e non già un'ostacolo, per raggiungere il massimo di felicità possibile. Ma in tal senso siamo individualisti tutti e non sarebbe questione che di una parola in più; e noi non l'adoperiamo solo perchè , avendo altre e varie accezioni, non servirebbe che a generare confusione. Nè soltanto noi, anarchici o socialisti di tutte le scuole, siamo individualisti nel senso suaccennato, ma lo sono tutti quanti gli uomini di qualunque scuola o partito; poichè l'individuo è il solo essere senziente e co- sciente, e sempre che si parla di godimenti o di sofferenze, di libertà o di schiav- itù, di diritti, di dovere, di giustizia, ecc., non si ha, nè si può avere in vista che gli individui viventi.

«Qualche volta dunque si tratta di una semplice questione di parole... Ma spesso una importante differenza di idee tra quelli che professano e quelli che ripudiano l'individualismo v'è realmente, ed importa determinarla... Esaminando tutto ciò che è stato detto e scritto dagli anarchici individualisti noi ci scorgiamo la coesistenza di due idee fondamentali, contraddittorie fra loro, che molti non affermano esplicitamente, ma che in una forma o nell'altra si trovano sempre - e spesso anche nelle idee di molti anarchici che individualisti non soglion chiamarsi.

«La prima di queste idee consiste nel considerare la società come un aggregato d'individui autonomi, completi in se stessi e capaci di bastare a se stessi,

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che non han ragione di star insieme se non vi trovano il proprio tornaconto, e che potrebbero separarsi quando trovassero che i vantaggi che la società offre loro non compensano i sacrifici di libertà individuale che essa esige... Oggi, essi dicono, siccome pochi individui hanno accaparrato tutte le ricchezze naturali o prodotte, tutti gli altri si trovano obbligati a subire per forza le regole imposte dalla società o da quelli che nella società hanno l'imperio. Ma se la terra, se i mezzi di lavoro fossero liberi a tutti, e se la forza organizzata di una classe non costringesse il popolo in schiavitù, nessuno avrebbe ragione di restare in società quando il suo interesse gli consigliasse altrimenti. E siccome, una volta soddisfatti i bisogni materiali, il supremo bisogno dell'uomo è la libertà, ogni forma che esigesse un qualsiasi anche minimo sacrificio della volontà individuale è da ripudiarsi. Fa quel che vuoi, preso nel senso più stretto e assoluto della frase, è il principio supremo, la regola unica della condotta.

«Ma d'altra parte, ammesso l'individuo autonomo e la sua assoluta, illim- itata libertà, ne deriva che non appena gli interessi si trovano in antagonismo e le volontà divariano, sorge la lotta, e nella lotta gli uni restano vincitori e gli altri vinti, e quindi si torna all'oppressione ed allo sfruttamento cui si vuol porre riparo. Perciò occorreva agli anarchici individualisti... un modo per potere, più o meno logicamente, conciliare con il bene permanente di tutti, il principio dell'assoluta libertà individuale. E questo modo lo trovarono adottando un altro principio: quello dell'armonia per legge naturale. Fa quel che vuoi; ma è certo, essi dissero, che spontaneamente, naturalmente tu non vorrai che quello che non può nuocere all'egual diritto degli altri a fare quello che vogliono... E tutto andrà bene: tutti andranno naturalmente d'accordo... e non vi sarà bisogno nè di regole nè di patti perche', facendo ognuno quello che vuole si troverà aver fatto, senza saperlo ne' volerlo, proprio precisamente quello che volevano gli altri».1

Orbene, secondo Malatesta, questi due principii fondamentali dell'individualismo anarchico (che sono accettati, malgrado l'apparente contradizione dei termini, an- che da molti che professano il comunismo) sono completamente erronei.

«L'individuo umano non è un essere indipendente dalla società, ma ne e' il prodotto. Senza società esso non avrebbe potuto uscire dalle sfere dell'umanità brutale e diventare veramente uomo, e fuori della società non potrebbe che ri- tornare più o meno rapidamente all'umanità primitiva... L'uomo può essere nella società libero o schiavo, felice o infelice, ma nella società deve restare, perchè questa è la condizione del suo essere uomo. Quindi, invece di aspirare ad un'autonomia nominale ed impossibile, deve cercare le condizioni della sua lib- ertà e della sua felicità nell'accordo con gli altri uomini, modificando d'accordo con gli altri quelle istituzioni sociali che non gli convengono. E vana è pure, e

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completamente smentita dai fatti, la credenza in una legge naturale per la quale l'armonia tra gli uomini si stabilisce automaticamente senza necessità della loro azione cosciente e voluta. Anche distrutto lo Stato e la proprietà individuale, l'armonia non nasce spontaneamente, come se la natura si occupasse del bene e del male degli uomini, ma bisogna che gli uomini stessi la creino».1

Qualche lettore noterà che le poche parole ultime - «anche distrutto lo Stato, ecc.» sono la ripetizione d'una citazione già fatta quando s'è parlato della concezione volontarista dell'anarchismo e del divenire sociale in genere, propria di Malatesta. Gli è che questa concezione è la negazione di quella specie di spontaneismo automatico, di provvidenzialismo attribuito alla natura, che sta a base dell'individualismo anarchico. Per la confutazione teorica del quale, come l'ha ripetuta Malatesta in più occasioni, non mi resta che rimandare il lettore alle pagine dedicate appunto a quell'argomento, strettamente connesso con questo di ora.

«Lo Stato e la Proprietà individuale sono certamente la causa oggi dei

più gravi antagonismi sociali; ma quelle istituzioni non possono essere state prodotte da una miracolosa sospensione delle leggi di natura, e bisogna che siano l'effetto di antagonismi preesistenti. Distrutte, si riprodurrebbero, se gli uomini non provvedessero a comporre altrimenti quei conflitti che già le produssero una volta. E conflitti d'interessi e di passioni esistono ed esisteranno sempre; poiche', anche se si potessero eliminare quelli esistenti, al punto da conseguire l'accordo automatico fra gli uomini, altri se ne presenterebbero ad ogni nuova idea che ger- mogliasse in un cervello umano...

«Non bisogna contentarsi di vane parole. Quando si dice che la libertà dell'uno non trova il limite ma il completamento nella libertà degli altri, si es- prime in forma affermativa un ideale sublime, il più perfetto che possa assegnarsi all'evoluzione sociale; ma se si intende affermare un fatto positivo, attuale, o che sarebbe attuato col solo distruggere le istituzioni presenti, si scambia semplice- mente la realtà obiettiva con le concezioni ideali del nostro cervello». Nella re- altà vera la nostra libertà trova di continuo in molte e molte cose piccole e grandi un limite nella libertà degli altri, e ve lo troverebbe anche senza l'oppressione che sopportiamo oggi come sfruttati e come governati. «I conflitti si producono nat- uralmente anche nella soddisfazione dei bisogni essenziali, e spetta agli uomini di eliminarli o comporli per il maggior bene di tutti... Si potrà provvedere perche' ogni specie di cibo possa esser messa a disposizione, perchè ognuno trovi da ac- comodarsi, ecc., ma bisogna provvedere. Dire che naturalmente, senza patti, si produrrà proprio quella roba che è desiderata ed i luoghi si troveranno pronti

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come uno li desidera, significa prepararsi disillusioni terribili, significa in pratica rinunziare a fare, e quindi mettersi in posizione da dover subire quello che faranno gli altri.

«Così è il lavoro in genere. Si dice che tutti lavoreranno perchè il la- voro è esercizio igienico e bisogno organico di esplicare le proprie facoltà; ed è vero. Ma quello che non è vero si è che questo bisogno di esercizio cor- risponderà esattamente al bisogno di prodotti che hanno gli uomini, e si adatterà spontaneamente alle condizioni imposte dallo strumento di produzione. Se og- nuno fosse convinto che facendo quel che meglio gli aggrada, fa tutto quello che deve perchè tutto andrà bene lo stesso, certamente molti lavori necessari non sarebbero fatti perchè non aggradano a nessuno, e molti altri non si potrebbero fare perchè per farli è necessario che un certo numero di uomini si accordino e rispettino gli accordi presi. è vero che la terra può nutrire abbondantemente i suoi abitanti e che il lavoro può organizzarsi in modo che sia un piacere, o alla peggio, un lieve sforzo che tutti farebbero volentieri; ma bisogna organizzarlo. Credere che, lavorando ognuno a caso, quando gli pare, come gli pare, senza tener conto di quello che fanno gli altri e senza coordinare e subordinare l'attività pro- pria a quella collettiva, si debba poi trovare che alla fin dell'anno si è prodotto tanto grano e tante macchine, tante scarpe e tanti carciofi quanti ne occorrono per soddisfare ai desideri di tutti... è come rimettersi nelle mani di Dio!

«In conclusione l'uomo ha bisogno di vivere in società; e per vivere ha bisogno di accordarsi con gli altri uomini e cooperare con loro. O questa cooper- azione sarà raggiunta volontariamente, per liberi patti, e sarà a vantaggio di tutti; o sarà raggiunta per forza, per l'imposizione d'alcuni, e sarà sfruttata a beneficio particolare di coloro che l'avranno imposta. La cooperazione libera, volontaria, a beneficio principale di certe date classi è il regime autoritario».1

Questa critica e confutazione dell'individualismo anarchico non era rivolta soltanto, come sarà compreso, all'individualismo propriamente detto e che tale si proclama, ma anche all'individualismo inconscio che determina l'atteggiamento di molti anarchici comunisti.

Del resto l'individualismo è in seno all'anarchismo, cosa relativamente recente, posteriore di almeno venti anni al sorgere del movimento anarchico. Esso apparve all'incirca verso il 1890; prima di allora, dalla fine della Ia Inter- nazionale, v'erano semplicemente delle tendenze antiorganizzatrici, in mezzo alle quali a poco a poco si svilupparono correnti nettamente ed esplicitamente indi- vidualiste. È sopratutto con queste tendenze antiorganizzatrici e individualiste insieme che Malatesta ebbe a sostenere le sue maggiori polemiche, asprissime specialmente fino al 1900 circa. Tali tendenze erano al principio caotiche, si dice-

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vano ultra-rivoluzionarie, e per qualche tempo continuarono a richiamarsi al co- munismo, che infine abbandonarono. Un loro gruppo fece specialmente parlare di se'; ebbe vita piuttosto lunga (dal 1889 al 1897 circa), prima a Parigi e poi a Londra, sotto il nome di «Intransigenti», poi «Gruppo dell'anonimato», poi «Individualisti»; faceva propaganda per mezzo di manifesti con titoli im- pressionanti, come Il Pugnale, e simili. L'ultimo dei suoi manifesti, Ai camorristi del Comunismo, del 1897, attaccava violentemente Merlino, Malatesta, Cipriani, Kropotkin ed altri.1

A proposito di quest'ultimo manifesto, Malatesta così sintetizzava le at- tività di quel gruppo, mentre si rallegrava che finalmente smettesse di dirsi co- munista e si mettesse «a combattere apertamente il comunismo e noi che siamo comunisti, con tutti gli argomenti degli economisti borghesi»: «Insultavano e calunniavano qualunque compagno desse prova di attività - e dicevano di farlo per spingere tutti ad agire liberamente e coscientemente ed impedire che sorgessero dei capi, i quali profittando dell'influenza acquistata, potessero sfruttare e tradire l'anarchia. Combattevano qualunque individuo o gruppo che iniziava qualche cosa che potesse avere un seguito e portare dei risultati - e si dicevano partigiani dell'iniziativa individuale. Combattevano le associazioni operaie - e dicevano di farlo per impedire che l'operaio fosse irregimentato sotto la direzione di capi am- biziosi che poi li avrebbero traditi e venduti. Cercavano di ostacolare qualunque tentativo degli anarchici per organizzarsi in partito - e dicevano di farlo per im- pedire che le forze rivoluzionarie fossero paralizzate. Ridicolizzavano il 1o mag- gio, lo sciopero generale, l'organizzazione dei lavoratori sul terreno economico, ecc. - e sempre in nome della rivoluzione e dell'anarchia. Predicavano il furto per conto proprio, anche e magari specialmente contro i compagni e contro i poveri - e si dicevano comunisti. Scrivevano che ognuno doveva pensare per sè non curandosi degli altri - e si dicevano nemici del sistema borghese e desiderosi del bene generale e dell'armonia sociale. Inneggiavano a fatti obbrobriosi, antisociali, selvaggi - e, confondendo quei fatti con altri fatti nobili e generosi, che appunto per essere stai avvicinati e assimilati ai primi erano mal giudicati dal pubblico, li bollavano per fatti anarchici. Sostenevano ogni assurdità, che balordaggine d'incosciente o malignità di nemico avesse mai attribuito agli anarchici - e dice- vano che quella era l'anarchia pura».1

Prescindendo dal tono acre di questo scritto, ch'era risposta ad altro incom- parabilmente più violento, e da qualche generalizzazione forse eccessiva, esso però riepiloga abbastanza bene certi atteggiamenti e posizioni mentali che con- fluivano generalmente allora nell'individualismo (in parte vi si riscontrano anche oggi); e se ne può agevolmente dedurre l'opposta posizione pratica assunta da

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Malatesta di fronte a loro sul terreno della tattica e del movimento, in corrispon- denza con la posizione teorica che abbiamo vista in precedenza. Nella sostanza la posizione di Malatesta è rimasta sempre tale e quale, come criterio direttivo della condotta anarchica, benchè all'antica asprezza polemica siano subentrate con l'andar del tempo (come già ho avuto occasione di dire), una maggiore cor- dialità di rapporti, una discussione più serena e amichevole, ed una maggiore comprensione reciproca - da parte di Malatesta in special modo.

Molti anni più tardi, discutendo l'«individualismo amoralista» di un anarchico italiano - che ostentava in un suo articolo odio e disprezzo per i de- boli, per i vinti che aspirano ad unirsi, aiutarsi e rafforzarsi reciprocamente, che affermano l'eguaglianza, ecc., ed opponeva loro il tipo del dominatore, uomo animale da preda e solitario, irritato e turbato dall'organizzazione - Malatesta diceva: «Quello che mi offende non è che quel compagno amoralista non ammette morale; ma è il fatto ch'egli in realtà ammette e predica la morale degli oppressori, è il fatto che egli vorrebbe privare gli oppressi del solo mezzo di emancipazione che hanno, persuadendo loro al disprezzo della solidarietà e dell'associazione»... E poichè l'individualista amoralista diceva che sono i servi che hanno escogitato ed imposto la morale, il codice di condotta, per cui la servitù permane, Malatesta gli osservava: «Gli è come dire che sono i deru- bati che hanno inventato e santificato il diritto dei ladri a derubarli! A me pare più ragionevole invece il credere che siano i vincitori che dopo avere, colla forza, asserviti i vinti, si sono poi ingegnati coll'astuzia, e profittando delle speranze e dei timori d'oltre tomba, degli odii di razza, dell'ignoranza dei fenomeni naturali, ecc., di far loro accettare la morale del rispetto e della soggezione ai padroni».1

Per le idee che Malatesta opponeva a quelle degli individualisti (di tutta una categoria d'individualisti), per lo meno su questa questione della morale, ho già detto e riferito abbastanza antecedentemente, appunto nella parte di questo lavoro dedicata alla morale anarchica. Rimanendo per ciò i lettori a quelle pagine. Per mostrare quanto fosse intransigente su questo argomento, ricordo che avendo egli pubblicato in Umanità Nova di Roma (nel 1922) «per eccesso di tolleranza» L'articolo di un altro individualista sempre nello stesso senso (al di là del bene e del male, sprezzo del gregge umano, schiacciamento dei deboli, ecc.), egli vi faceva seguire una nota in cui diceva che se quello scritto fosse stato «veramente l'espressione del pensiero e dei sentimenti dell'Autore, e non già una posa letter- aria di dubbio gusto, il suo anarchismo non avrebbe proprio nulla di comune col nostro; se anarchico è lui non lo siamo noi, o viceversa».2

Una prova che talvolta certo individualismo, che ostenta di disprezzare

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«la vaga umanità», è davvero più posa letteraria che sentimento reale, la trovava Malatesta nel linguaggio stesso di qualcuno dei suoi predicatori. Una volta a Roma, nel 1913, ebbe una lunga discussione con un individualista amoral- ista ed egoarca, che gli espose la solita teoria del diritto del più forte a infischiarsi dei diritti degli altri. Ma alla fine, raccontava Malatesta nel riferire il colloquio: «il mio contradditore, che a udirlo sembrava un flagello per la povera umanità, mostrò che in realtà egli si preoccupa degli effetti che le azioni dei singoli pos- sono produrre sulle condizioni degli altri e che s'interessa egli pure alla causa gen- erale, quando conchiuse esclamando: Ah! che cosa avverrebbe se tutti facessero come Bonot! Come sarebbe più possibile l'oppressione?

«In quella esclamazione vi è la chiave dell'errore in cui sono gl'individualisti, o almeno tutti quelli pei quali l'individualismo.... è un metodo che si propone l'emancipazione integrale di tutti gl'individui. Essi credono che l'amore e la sol- idarietà tra gli uomini possono e debbono derivare dal contrasto degli egoismi in lotta; che l'emancipazione umana possa e debba derivare dalla ribellione dei singoli, di tutti i singoli, ciascuno per conto suo, incurante degli interessi degli altri.

«Ora, durante tutta quanta la vita dell'umanità, gli egoismi sono stati in contrasto, e i singoli hanno lottato, come le loro forze permettevano, per i propri interessi, indifferenti o avversi agli interessi altrui. E quello che ne è derivato e' la società attuale; la quale, se non è ancora peggiore, e se ha lasciato una certa possibilità di progresso e di sviluppo, gli è perche', nel corso dell'evoluzione, i sentimenti altruistici - amore, simpatia, spirito di sacrificio, mutuo appoggio - hanno sempre corretti o attenuati i mali effetti dell'egoismo e della lotta. Se tutti facessero come Bonnot, vi sarebbero i Bonnot più forti o più fortunati, che vincerebbero, ridurrebbero in schiavitù gli altri e li costringerebbero a lavorare per loro... L'emancipazione non può venire che quando gli oppressi si ribellano contro gli oppressori nell'interesse di tutti... Dalla lotta fatta per conto individuale non può derivare che la vittoria degli uni e quindi la sconfitta e la sottomissione degli altri».1

Per concludere su questo speciale aspetto dell'individualismo, poichè non di rado si è magnificata in giornali anarchici la figura del Dott. Stockmann del Nemico del Popolo di Ibsen e specialmente la sua frase famosa «l'uomo isolato è il più forte di tutti», più volte Malatesta è insorto contro chi voleva vedere in ciò una manifestazione di anarchismo: «Il Dott. Stockmann... che irritato dal non essere compreso e seguito dal pubblico esclamava l'uomo più forte e' quello che è più solo, e che è stato preso per un anarchico mentre non era che un aristocratico, diceva un solenne sproposito. Se egli sapeva più degli altri e

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più degli altri poteva, era perchè più degli altri aveva vissuto in comunicazione intellettuale con gli uomini presenti e passati, perchè più degli altri aveva prof- ittato della società - e perciò più degli altri doveva alla società».1 « Tutta la scienza e tutto lo zelo del dottor Stockmann riuscirono inutili, perchè egli non trovò l'appoggio di un numero sufficiente di uomini che lo comprendessero e sposassero la causa alla quale egli si era dedicato. Dunque la sua forza era basata sulla possibilità di utilizzare il lavoro fatto ed accumulato dagli altri, al quale egli aggiungeva il suo contributo, tanto più importante quanto maggiore era il sapere attinto alla fonte comune; la sua impotenza, la sua debolezza dipendeva dal fatto che nell'applicazione dei suoi trovati egli era ridotto alla sola sua forza d'individuo incompreso ed isolato in mezzo alla gente tra cui viveva. Così nel dramma di Ibsen, così nell'umanità reale... In ogni modo l'uomo più forte e' l'uomo meno isolato; l'uomo più indipendente è quello che ha più larghe re- lazioni, più numerose amicizie e quindi un campo più largo per scegliere i suoi collaboratori immediati; l'uomo più sviluppato è quello che meglio può e sa utilizzare il retaggio comune dell'umanità e l'opera dei suoi contemporanei».2

In quanto all'individualismo, nel significato che gli si dà di sistema eco- nomico della proprietà individuale, inutile dire perchè Malatesta ne fosse avver- sario, poichè le sue son le stesse ragioni di tutti gli anarchici e socialisti in genere. A coloro che preferiscono l'individualismo perchè temono nel socialismo o nel comunismo una uniformità ledente la libertà individuale, egli rispondeva che in- vece proprio «in una società individualistica, basata cioè sulla lotta e sulla con- correnza, si tende necessariamente all'uniformità, poichè i vincitori nella lotta sociale sottopongono gli altri e gl'impongono, direttamente o indirettamente, una determinata maniera di vivere».1 E se egli preferiva, anche se eliminata la lotta e la concorrenza, il criterio comunista di organizzazione economica a quello indi- vidualista, è perchè vedeva nel primo il mezzo migliore «di dare a ciascuno i mezzi per poter esplicare la propria volontà e di trovare modo che la libertà di uno non offenda la libertà di un'altro... Poichè vogliamo tutti siano liberi, noi dobbiamo volere che tutti siano proprietari... Ma se si vuole far tutti proprietari non vi è che un mezzo: far tutti comproprietari di tutto ciò che esiste».2

Qui s'entra di nuovo nell'argomento dei rapporti fra anarchia e comunismo, di cui si è parlato a tempo e luogo. Inutile tornarvi su. Mi limito a ricordare che su questa questione Malatesta subordinava l'attuazione del comunismo alla libera volontà degli interessati, e la misura e modo di tale attuazione alle possibilità materiali fornite dall'ambiente e dalla produzione possibile nel momento in cui essa avverrà. Solo l'esperimento fatto in regime di libertà dirà in ultima istanza se, quando e quanto esso sia realizzabile; nè Malatesta escludeva a priori in modo

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assoluto soluzioni diverse, non importa se a tipo più o meno individualistico - alla sola condizione che esso non riproduca o favorisca alcuna forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo.

Organizzazione operaia e sindacalismo

RIVOLUZIONARIO d'agitazione e di azione, le questioni di metodo e di

tattica - cioè delle forme pratiche con cui sviluppare e condurre il movimento sul terreno dei fatti - non potevano essere indifferenti a Malatesta. Moltissima, quindi, della sua produzione intellettuale attraverso tutto il corso della sua vita egli la dedicò a tali questioni. E su di esse era continuamente alle prese con gli stessi suoi compagni, sia con quelli che per voglia d'esser pratici si lasciano tirare dalla pratica fino ad un malsano opportunismo, sia con gli altri che per eccessivo spirito puritano abbandonano la realtà per chiudersi in uno sterile dog- matismo. Sopratutto ebbe egli a discutere continuamente, poichè la discussione gli scaturiva d'intorno ad ogni piè sospinto, sulla questione dell'organizzazione - sia sull'organizzazione operaia, sindacale, di classe, sia sull'organizzazione anar- chica propriamente detta, di partito, sulla base delle idee.

Egli dava a questa questione dell'organizzazione la massima importanza, poichè in fondo l'anarchia stessa è un problema d'organizzazione: il problema di sostituire una organizzazione libertaria dei rapporti sociali alla attuale organiz- zazione autoritaria. Egli ha sempre incitato i compagni ed i lavoratori in gen- erale ad organizzarsi; e dove ha potuto ha tentato di mettere in pratica le sue idee in proposito. Fin dai primi tempi dell'internazionale in Napoli egli cer- cava di suscitare la formazione di organizzazioni di mestiere, oltre che di sezioni dell'Internazionale, caldeggiava e fiancheggiava gli scioperi dei lavoratori, ecc. Nella Repubblica Argentina è sempre viva la memoria di quando, intorno al 1886, sorsero sotto la sua influenza le prime organizzazioni di classe. E più tardi, dal 1892 al 1896 egli esercitò non poca influenza personale su uomini come Pell- outier, Pouget ed altri, che avevano frequenti occasioni di avvicinarlo in Londra e divennero in seguito i pionieri del sindacalismo in Francia. La propaganda di lui in Italia dal 1897 in poi contribuì fortemente a orientare verso il sindacalismo parecchi anarchici italiani, fra cui Armando Borghi, allora giovanissimo e già fra i più attivi agitatori del Bolognese e della Romagna.

Molto prima che questa parola «sindacalismo» diventasse di moda nel mondo operaio, Malatesta ne propugnò la pratica associativa dell'«azione di- retta», dello «sciopero generale» e della solidarietà di classe al di sopra d'ogni divisione ideologica e di partito. Fin dal 1890, all'indomani del 1o mag- gio, egli deplorava l'impotenza degli anarchici come partito di azione, perche'

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troppo discosti dalla massa operaia: «Noi dovremmo avere una influenza diretta sulle masse, e l'avremmo, se vivessimo con loro, se facessimo loro una propa- ganda chiara, semplice, terra-terra, se si vuole, invece di darci l'aria di filosofi, di voler ad ogni costo far trasecolare il mondo e di restare poi fra noi a discutere di bagatelle, a fare i coraggiosi col dire cose terribili, che poi... non si fanno».1

E continuò sempre ad incitare i compagni a stare in mezzo alla classe lavoratrice, per «spingere gli operai a far da sè i loro interessi, allontanarli dalla politica e convincerli che non possono emanciparsi che con l'espropriazione e l'abolizione del potere politico... Noi non ci contentiamo del godimento aristo- cratico di conoscere o credere di conoscere la verità. Vogliamo la rivoluzione fatta dal popolo e per il popolo...» e quindi «per quanto è possibile oggidì, vogliamo conquistare le masse alle nostre idee, e perciò dobbiamo restar sem- pre tra le masse, lottare e soffrire con loro e per loro... entrare nelle associazioni operaie e dove queste non ci sono crearne... Organizzarci nei nostri gruppi per coordinare le nostre forze e intenderci per rendere più efficaci i nostri sforzi... Ma fuori dei nostri gruppi cercare di penetrare dovunque e servirci di tutti i mezzi di organizzare le masse, educarle alla rivolta... e alla resistenza contro il capitale e il governo...». «Noi crediamo che l'accordo, l'associazione, l'organizzazione sono la legge della vita e il segreto della forza, oggi come dopo la rivoluzione». E a chi credeva di trovare nuovo tale linguaggio, rispondeva che fin dai tempi dell'Internazionale egli non aveva «mai pensato nè detto differentemente».1

Due anni dopo, in un appello agli anarchici italiani in cui constatava malin- conicamente che i compagni non si erano mostrati all'altezza della situazione du- rante i moti di popolo del 1893-94 in Italia, ne vedeva la causa nel loro isolamento e tornava a dire: «Andiamo tra il popolo, questa è l'unica via della salvezza... Entriamo in tutte le associazioni di lavoratori, fondiamone più che possiamo, provochiamo federazioni sempre più vaste, sosteniamo e organizziamo scioperi, propaghiamo dappertutto e con tutti i mezzi lo spirito di cooperazione e di sol- idarietà tra i lavoratori, lo spirito di resistenza e di lotta... Come anarchici noi dobbiamo organizzarci tra noi, tra gente perfettamente convinta e concorde; ed intorno a noi dobbiamo organizzare, in associazioni larghe, aperte, quanti più la- voratori è possibile, accettandoli quali essi sono e sforzandoci di farli progredire il più che si può. Come lavoratori noi dobbiamo essere sempre e dappertutto coi nostri compagni di fatica e di miseria».2

Dopo appena altri tre anni e mezzo Malatesta poteva costatare come le sue idee, 1 si eran fatte strada tra i compagni francesi, quando al congresso delle

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Borse del Lavoro di Francia, a Tolosa (20 settembre 1897), gli anarchici apparvero inaspettatamente come una forza non trascurabile, e molte risoluzioni a tendenza rivoluzionaria e libertaria furono approvate, compresa una all'unanimità sul sabo- taggio e il boicottaggio proposta dal militante anarchico Paul Delesalle, Malatesta in quel tempo era in Italia e redigeva in Ancona L'Agitazione, dove aveva ricom- inciato, fra l'altro anche la sua propaganda per l'organizzazione sindacale - allora si diceva «di resistenza operaia» - per gli scioperi, ecc. Ecco come egli delin- eava la funzione dello sciopero e del sindacato (in Italia «lega di resistenza»): «Lo sciopero è un buon mezzo per mantenere l'operaio in un certo grado, pur sempre infimo, di benessere - e in tutti i casi, è una necessità della vita del prole- tario, se questi non vuole scendere ad una condizione di vita sempre più bassa e animalesca. Lo sciopero e, anche più, la preparazione dello sciopero, affratellano gli operai tra loro, li abituano a riflettere sulla loro condizione, fanno compren- der loro la causa delle miserie sociali e, mentre li uniscono per il miglioramento immediato, li preparano alla loro futura emancipazione. Ma non bisogna credere che con gli scioperi si possa risolvere la questione sociale, e nemmeno miglio- rare in modo serio e stabile la condizione di tutti i lavoratori... Perciò le leghe di resistenza, mentre combattono la battaglia quotidiana della resistenza operaia, debbono mirare a qualche cosa di più alto e di più generale: la trasformazione del sistema di proprietà e di produzione».1

Quando si seppe in Italia dell'importante affermazione dell'anarchismo francese nel suaccennato congresso sindacale di Tolosa, Malatesta vi dedicò quasi un numero completo del suo giornale, dette un esteso resoconto, ripubblicò il rap- porto di Desealle, facendo precedere a tutto ciò un suo scritto, più volte ripub- blicato in seguito, per eccitare gli anarchici italiani a seguire l'esempio di quelli francesi: «Il congresso di Tolosa fu una vittoria importante delle tendenze e della tattica socialista-anarchica... Certamente esso non è stato un congresso an- archico - ed è bene che non lo sia stato... Noi non intendiamo imporre il nostro programma alle masse non ancora convinte, e ancor meno vogliamo darci una ap- parenza di forza facendo votare dagli operai, per mezzo di sorprese o di manovre più o meno abili, delle dichiarazioni di principii che gli operai non accettano ancora... A noi basta che gli operai imparino a far da loro, che riconoscano l'antagonismo v'è tra loro e i padroni, e che cerchino nell'unione e nella re- sistenza sotto tutte le sue forme, il mezzo di uscire dallo stato di degradazione e di miseria in cui si trovano. Il socialismo e l'anarchia coscienti verranno man mano, a misura che il conflitto si allarga e si approfondisce, e che si va facendo evidente per tutti la necessità di rimedi radicali ed organici.

«Il congresso di Tolosa ci ha mostrato che la parte cosciente del proletari-

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ato francese, anche quando non comprende e non accetta i nostri principii generali, sa distinguere la via che deve portare alla fine dello sfruttamento umano, e siamo orgogliosi di constatare la parte importante che vi hanno avuto i nostri compagni. Ci serva di sprone l'esempio loro... Spetta a noi, spetta ai socialisti in generale, il coltivare nel proletariato la coscienza dell'antagonismo di classe e della necessità della lotta collettiva, ed il desiderio di por fine alla lotta e risolvere l'antagonismo stabilendo nel mondo l'eguaglianza, la giustizia, la libertà per tutti...

«Qualche amico nostro troverà che questi (sabotaggio, boicottaggio, ecc. approvati dal congresso di Tolosa), sono piccoli mezzi... Questione di retorica di cui non ci siamo ancora completamente sbarazzati! Noi siamo cresciuti, come individui e come partito, sotto la influenza dell'amministrazione e del desiderio delle forme classiche tradizionali della rivoluzione: barricate, bande armate, fu- cili, ecc. ecc. E siamo d'opinione che queste forme sono ottime, quando non hanno l'inconveniente di non poter essere messe in pratica e di restare un pio desiderio. Diciamo di più: questa nostra educazione e questo nostro desiderio ci saranno grandemente utili il giorno della crisi risolutiva, e sarebbe errore e colpa lasciarli cadere in discredito ed in oblio. Ma pensiamo pure che trascurando i pic- coli mezzi, quando non si possono impiegare i grandi, e restando nell'inerzia con la scusa di voler fare solo delle grandi cose, si finisce col diventare impotenti ed incapaci a fare il molto ed il poco».1

Un forte numero di anarchici italiani non fu sordo all'appello, e a poco a poco, dal 1904 in poi, la loro presenza nel movimento operaio si fece notare sempre più, fino a divenire preponderante nella sua ala sinistra rappresentata dalla «Unione Sindacale Italiana», specie dal 1914 in poi. Il successo divenne poi travolgente e più rapido in Francia, dove per qualche anno - dal 1902 al 1911 circa - si può dire che il sindacalismo ebbe un vero carattere rivoluzionario, con prevalenza delle tendenze libertarie.

Ma Malatesta nell'ora del successo non era già più completamente d'accordo con tanti compagni, che pure si erano gettati nel movimento sindacale anche perchè spronati dalla sua propaganda. Ho già citato un brano di lettera sua in cui egli diceva che nel 1897 aveva più fiducia, più speranza nel sindacalismo di quella che vi riponeva più tardi, ed ho anche parlato nella biografia, della delusione ch'egli provò, durante una sua breve permanenza clandestina a Parigi nel 1906, al costatare da vicino l'insufficienza del sindacalismo francese, la sua decadenza e la diminuzione di combattività che ne derivava in mezzo ad alcuni elementi anarchici. Non che Malatesta avesse cambiate le sue idee; era piuttosto il sindacalismo che, nelle teorie e nella pratica, che si erano sviluppate nel suo

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movimento, era andato prendendo man mano un indirizzo in contrasto o diver- gente coi fini più importanti pei quali era sorto, ed in ogni modo in contrasto e in deviazione coi fini libertari e rivoluzionari per cui in principio Malatesta l'aveva incoraggiato.

Pure nel 1906 Malatesta sperava ancora che dal movimento sindacale francese potesse scatturire la scintilla rivoluzionaria. Alla vigilia del 1o mag- gio di quell'anno, in cui era in previsione qualche cosa di grosso, si recò (come s'è detto) a Parigi. «Il grande avvenimento - scriveva egli allora - è che i lavoratori francesi tentano uno sforzo organizzato per conquistare la giornata di otto ore per azione diretta e si propongono di affrontare e vincere la resistenza dei padroni mediante lo sciopero generale». Il fatto era importante, o almeno egli sperava che diventasse importante, non per la riforma delle otto ore in se', che «al pari di tutte le altre» avrebbe lasciato «intatte le basi della società capitalistica», ma per lo spirito che animava il movimento e poteva spingere il proletariato «finalmente a rompere le sue catene e ad inaugurare l'era nuova di benessere e di libertà per tutti».1 Il movimento in realtà non ebbe l'esito sperato; ed all'incirca da allora il sindacalismo francese entrò in un periodo di in- voluzione dottrinaria e tattica all'inizio inavvertita, che doveva condurlo più tardi alle peggiori degenerazioni corporativiste, riformiste e guerraiuole.

Ma poichè nel 1906 tali deviazioni non si erano manifestate abbastanza, da essere evidenti agli occhi di molti, fu una sorpresa quasi generale vedere un anno dopo, al congresso Internazionale Anarchico di Amsterdam (24-31 agosto 1907), Malatesta assumere un atteggiamento di opposizione al sindacalismo, quale veniva presentato allora anche da parecchi congressisti anarchici, come Monatte, Dunois, Fuss-Amorè ed altri, gran parte dei quali hanno più tardi abbandonato l'anarchismo. Egli segnalò i sintomi di degenerazione che aveva notato in certe affermazioni dottrinarie e atteggiamenti pratici del sindacalismo, e ne denunciò specialmente gli errori teorici e tattici che lo ponevano in contrasto con l'anarchismo. Restava bensì Malatesta partigiano dell'organizzazione sindacale, e favorevole alle sue più importanti armi di lotta (azione diretta, scioperi, sciopero generale, ecc.) ma si rifiutava di vedere in esse le sole forme di combattimento e rivoluzione, e so- pratutto si rifiutava a subordinare loro la lotta e i fini dell'anarchismo o, peggio, a considerare il sindacalismo quale sostituto o superazione sia dell'anarchismo come dottrina avvenieristica, sia dell'insurrezione come mezzo rivoluzionario.

«Ammetto tutta l'utilità, la necessità anzi della partecipazione attiva degli anarchici al movimento operaio... Ma essa non è utile che alla condizione di restare anzitutto anarchica e considerare tutto il resto dal punto di vista della

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propaganda e dell'azione anarchica... Non domando che i sindacati adottino un programma anarchico... Voglio dei sindacati largamente aperti a tutti i lavora- tori...; ma conosco altresì tutti i pericoli che presentano per l'avvenire questi aggruppamenti fatti con lo scopo di difendere, nella società attuale, degli inter- essi particolari, e domando che gli anarchici nei sindacati si diano per missione di salvar l'avvenire, lottando contro la tendenza naturale di tali aggruppamenti a di- ventare corporazioni chiuse, in antagonismo con altri proletarii ancor più che con i padroni... Credenza erronea, benchè generale è che gli interessi degli operai sono sempre solidali e che quindi basta il miglioramento delle loro condizioni, perchè siano naturalmente condotti a difendere gli interessi di tutto il proletariato contro il padronato. La verità è, secondo me, ben differente. Gli operai subis- cono, come tutti gli uomini, la legge d'antagonismo generale che deriva dal regime della proprietà individuale; ed ecco perchè i gruppi d'interessi, rivoluzionari sempre in principio, finchè sono deboli ed hanno bisogno della solidarietà degli altri, diventano conservatori ed esclusivisti quando acquistarono una certa forza e, con la forza, la coscienza dei loro interessi particolari....

«È solo in vista d'una trasformazione completa della società che l'operaio può sentirsi solidale con l'operaio, l'oppresso solidale con l'oppresso; ed è fun- zione degli anarchici quella di tenere sempre acceso il fuoco dell'ideale e di cer- care di dirigere per quanto è possibile tutto il movimento verso le conquiste dell'avvenire, verso la rivoluzione, fosse pure, se è necessario, a detrimento dei piccoli vantaggi che può ottenere oggi qualche frazione della classe operaia, van- taggi ottenuti d'altronde quasi sempre a danno di altri lavoratori e del pubblico consumatore».1

«Il sindacato deve restar neutro, per poter restare aperto a tutti»; ma gli anarchici debbono nel suo seno lavorare «con criteri propri, perchè esso diventi di fatto sempre più rivoluzionario, sempre più socialista, sempre più an- archico». Il grave errore del sindacalismo come dottrina consiste nel sostenere che «il fatto solo del sindacato operaio ha una virtù speciale che deve auto- maticamente, quasi senza la coscienza e la volontà degli operai associati, portare all'emancipazione dal gioco capitalistico ed alla costituzione di una nuova soci- età. Noi non crediamo in questa virtù rinnovatrice propria del sindacato; ed i fatti non confortano a credervi. I sindacati operai, se tendenza propria hanno, indipendentemente dalle influenze esterne ed extra-economiche, essa è piuttosto quella di dividere la massa in corporazioni chiuse, lottanti per interessi particolari in opposizione agli interessi della generalità».1 Intorno a queste idee Malatesta sostenne ripetute polemiche nel 1913-14 con James Guillaume, Armando Borghi, Livio Ciardi, Biteli, ecc. difendendo il suo punto di vista.

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Egli vedeva, fra l'altro, una deviazione particolarmente pericolosa del sindacalismo nella tendenza a fare dello sciopero generale un sostitutivo dell'insurrezione, a intenderlo come il mezzo delle braccia incrociate sufficiente a costringere la borghesia alla resa per fame. Lo sciopero generale è bensì, secondo Malatesta, «un mezzo per tirare in piazza le masse, per provocare, per lanciare l'insurrezione e facilitarne il successo... è il mezzo migliore non solo perchè esso impegna grandi masse di popolo su tutti i punti del paese e costringere il governo a dis- perdere le sue forze e può in mille modi paralizzarle, ma anche, e sopratutto, perchè mette fin dal principio sul tappeto la questione economica, ed impedisce che il moto abbia ad esaurirsi con un semplice cambiamento politico. Ma bisogna ch'esso sia fatto allo scopo insurrezionale, che diventi subito insurrezione».2 La lotta armata è la cosa più importante, che non deve essere subordinata al fatto materiale dell'astensione del lavoro; la quale astensione deve essere intesa come rifiuto di lavorare pei padroni e pel governo, ma in modo che continui la produzione per l'alimentazione e l'approvigionamento delle masse insorte.

Nel 1922 tornava Malatesta a mettere in guardia gli operai, specialmente gli anarchici, contro «l'ubriacatura sindacalista» perchè «non prendessero per un mezzo unico e sicuro di rivoluzione, una forma di lotta che ha in sè molta potenzialità rivoluzionaria, ma può anche, se abbandonata alle sue naturali ten- denze, divenire uno strumento di conservazione del privilegio e di adattamento delle masse più evolute alle presenti istituzioni sociali». «Il sindacalismo, che vuol essere una dottrina ed una pratica a se', e pretende che l'organizzazione operaia, fatta a scopo di resistenza e di lotta attuale pei miglioramenti attual- mente conseguibili, porti naturalmente, col suo crescere ed alargarsi, alla com- pleta trasformazione delle istituzioni sociali, e sia condizione e garanzia di una società ugualitaria e libertaria «è completamente in errore». Al contrario «il sindacalismo operaio è per sua natura riformista e non già rivoluzionario; il rivoluzionarismo vi deve essere immesso, sviluppato e mantenuto per l'opera costante dei rivoluzionari che agiscono fuori e dentro del suo senso, ma non può essere la esplicazione naturale e normale della sua funzione...

«Gli interessi attuali ed immediati degli operai associati... sono molto spesso in opposizione colle aspirazioni ideali ed avvenieristiche... Ed in pratica avviene sovente che, malgrado la conclamata solidarietà proletaria, gli interessi di una categoria di operai sono opposti a quelli di altri operai e armonici con quelli di una categoria di padroni; come avviene sovente che, malgrado la conclamata solidarietà proletaria, gli interessi di una categoria di operai sono opposti a quelli di altri operai e armonici con quelli di una categoria di padroni; come avviene che,

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malgrado la voluta fratellanza internazionale, gli interessi attuali di un dato paese li leghino ai capitalisti paesani e li mettano in contrasto coi lavoratori forestieri... Il movimento operaio, per se stesso, senza il fermento delle idealità rivoluzionarie, senza la critica e la spinta dei rivoluzionarii, lungi dal menare alla trasformazione della società a vantaggio di tutti, tende a fomentare gli egoismi di categoria ed a creare una classe di operai privilegiati sovrapposta alla grande massa dei dis- eredati... Dunque, secondo me, il movimento operaio è un mezzo da utilizzare oggi per la elevazione e l'educazione delle masse, domani per l'inevitabile urto rivoluzionario. Ma è un mezzo che ha i suoi inconvenienti e i suoi pericoli. E noi anarchici dobbiamo adoperarci per neutralizzare gli inconvenienti, parere i pericoli, ed utilizzare più che si può il movimento ai fini nostri».1

A Malatesta «sembra un errore l'idea dei sindacalisti, che pretendono che l'organizzazione operaia di oggi servirà di quadro alla società futura... I quadri dell'organizzazione operaia attuale corrispondono alle condizioni odierne della vita economica quale è risultata dalla evoluzione storica e dalla imposizione cap- italistica. E la nuova società non può realizzarsi, se non rompendo quei quadri e creando organismi nuovi, corrispondenti alle nuove condizioni ed ai nuovi fini sociali».2

Però egli ammetteva che i sindacati possano essere utilizzati come organi per lo meno provvisori, atti a continuare in qualche modo l'organizzazione della produzione e della distribuzione, che non potranno subire interruzioni anche in periodo rivoluzionario, visto che non si passerà ad un tratto dalla società borgh- ese a quella anarchica completamente formata. Ciò egli ammetteva non solo pei sindacati, ma anche per le cooperative; però insisteva nel sostener che la loro utilità può essere neutralizzata da un ideale rivoluzionario e libertario superiore agli interessi immediati. «Possono cioè (sindacati e cooperativa)) essere organi, oggi, di conservazione o trasformazione sociale, servire domani la relazione o la rivoluzione, secondo che si limitino alla loro funzione propria di diffusori degli interessi attuali dei soci, o siano animati e travagliati dallo spirito anarchico, che fa loro dimenticare gli interessi in omaggio agli ideali»... Insomma «i sinda- cati saranno utilissimi nel periodo rivoluzionario, ma a condizione di essere... il meno sindacalisti possibile».3

A proposito di certe tendenze di anarchici a costituire organizzazioni sinda- cali con programma od etichetta anarchica, - anarcosindacaliste russe e tedesche e sindacali anarchiche sud americane - Malatesta vi si dichiarò sempre con- trario. Come abbiam visto egli parlava sempre di sindacati «aperti a tutti». «Perchè il sindacato possa servire al suo proprio scopo di difendere gli inter-

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essi attuali dei lavoratori e migliorare le loro condizioni, e nello stesso tempo es- sere mezzo di educazione e campo di propaganda per una futura radicale trasfor- mazione sociale, bisogna ch'esso raccolga tutti i lavoratori, o almeno tutti quei lavoratori che aspirano a migliorare le loro condizioni e che si riesce a rendere ca- paci di una qualsiasi resistenza contro i padroni... Ogni fusione o confusione tra il movimento anarchico e rivoluzionario ed il movimento sindacalista finisce, o col rendere il sindacato impotente al suo scopo specifico, o con l'attenuare, falsare, spegnere lo spirito anarchico».1

Organizzazione anarchica

ANCHE SULLA QUESTIONE dell'organizzazione degli anarchici per gli scopi della propaganda e della lotta, Malatesta s'è trovato a polemizzare di continuo con gli anarchici avversari dell'organizzazione stessa.1 Spesso questa discussione si confondeva con quella sull'individualismo, non solo perchè gli avversari più logici e più irreducibili dell'organizzazione nel campo anarchico sono sempre stati gli individualisti, ma anche perchè erano le tendenze individu- aliste che determinavano l'avversione per l'organizzazione pur fra molti anarchici che non amano dirsi individualisti ed anzi sogliono chiamarsi comunisti anarchici. Un'avversione inconscia, del resto, la si riscontra perfino in mezzo a non pochi che si professano bensì partigiani dell'organizzazione, ma l'accettano come una necessità della lotta col preconcetto di fare con ciò una forzata transazione col principio anarchico, e ne sono portati o a darle poca importanza e a trascurarla, op- pure ad accettarla qual'è, coi difetti di autoritarismo che ha nella società attuale quasi sempre.

«Vi sono degli anarchici i quali, pur ammettendo che gli uomini debbono organizzarsi per la difesa delle loro idee, e dei loro interessi, veggono sempre nell'organizzazione un'autorità; e perciò l'accettano a malincuore... e sperano che un giorno verrà in cui, ciascuno potendo e volendo fare da sè, non vi sia più bisogno di organizzazione... Noi crediamo invece che l'organizzazione non sia una necessità transitoria, una questione di tattica e di opportunità, ma sia invece una necessità inerente alla società umana, e debba essere da noi consid- erata come una questione di principio. E crediamo che, lungi dall'esservi con- tradizione tra l'idea anarchica e l'idea di organizzazione, l'anarchia non possa esistere, non possa concepirsi se non come l'organizzazione libera, fatta dagli in- teressati stessi, di tutti gli interessi comuni».1 Queste sue parole spiegano il perchè dell'insistenza di Malatesta a propagare l'organizzazione come idea e come metodo e a combattere in mezzo agli anarchici tanto la differenza di chi l'accetta a malincuore come l'avversione di chi la respinge nel modo più cate-

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gorico.

Questa avversione e diffidenza di una notevole parte di anarchici per l'organizzazione, risale al periodo immediatamente susseguente alla fine della Ia Internazionale, in- torno al 1880. Essa si manifestò chiaramente al Congresso Internazionale di Londra del 1881 - che si disse socialista rivoluzionario, ma fu in realtà un con- gresso anarchico vero e proprio - e fu da allora una delle cause principali per cui l'anarchismo ebbe molto meno successo di quello che avrebbe potuto avere e determinò in gran parte la crescente prevalenza della social-democrazia nel mondo operaio, dove altrimenti l'anarchismo avrebbe forse potuto raccogliere molto maggiori adesioni.

Secondo Malatesta l'avversione per l'organizzazione di tanti anarchici si spiega storicamente con gli errori di autoritarismo in cui era caduta la Ia Inter- nazionale, anche nel suo ramo bacuniano. Fu da allora che «s'incominciò a predicare e sperimentare la disorganizzazione, e si volle levare a principio l'isolamento, il disprezzo degli impegni presi e l'insolidarietà, quasi fossero una conseguenza del programma anarchico, mentre invece ne sono la più completa negazione».1 (In quel primo tempo, di individualismo non si parlava ancora e gli antiorganizza- tori solevano chiamarsi «autonomisti»). «La necessità della organizzazione nella vita sociale, e quasi direi la sinonimia tra organizzazione e società, è cosa tanto evidente che si stenta a credere come la si sia potuto negare». Pure il fenomeno ha la sua spiegazione nella funzione specifica e caratteristica del movi- mento anarchico di opposizione radicale all'organizzazione sociale attuale e nel fatto che «gli uomini e i partiti sono soggetti a lasciarsi assorbire dalla ques- tione che più direttamente li riguarda, dimenticando tutte le questioni connesse, a guardare più la forma che la sostanza, infine a vedere le cose da un lato solo e perdere così la giusta nozione della realtà.

«Il movimento anarchico cominciò come reazione contro lo spirito di autorità, dominante nella società civile, nonchè in tutti i partiti e tutte le orga- nizzazioni operaie, e si è andato ingrossando man mano di tutte le rivolte soll- evatesi contro le tendenze autoritarie ed accentratrici. Era naturale quindi che molti anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta contro l'autorità e che, credendo, per l'influenza dell'educazione autoritaria ricevuta, che l'autorità e' l'anima dell'organizzazione sociale, per combattere quella, combattessero e ne- gassero questa.. E l'ipnotizzazione arrivò al punto da far sostenere cose vera- mente incredibili. Si combattè ogni sorta di cooperazione e d'intesa, ritenendo che l'associazione era l'antitesi dell'anarchia; si sostenne che senza accordi, senza obblighi reciproci, facendo ognuno quello che gli passa per il capo senza nem-

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meno informarsi di quello che fa l'altro, tutto si sarebbe spontaneamente armoniz- zato; che anarchia significa che ogni uomo deve bastare a se stesso e farsi da sè tutto quello che gli occorre senza scambio e senza lavoro associato...». Questi errori sono poi stati aggravati dall'esagerato spirito di coloro che, una volta ac- cettate certe premesse sbagliate, «ne tirano le conseguenze fino all'ultimo e, se così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più grandi assurdità, alla negazione dei fatti più evidenti». E la premessa sbagliata, «l'errore fonda- mentale degli anarchici avversari dell'organizzazione è il credere che non sia pos- sibile organizzazione senza autorità - ed il preferire, ammessa quella ipotesi, pi- uttosto di rinunziare a qualsiasi organizzazione che accettare la minima autorità.

«Ora, che l'organizzazione, vale a dire l'associazione per uno scopo de- terminato e con le forme ed i mezzi necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria alla vita sociale ci pare evidente. L'uomo isolato non può vivere nem- meno la vita del bruto: esso è impotente... Dovendo perciò unirsi cogli altri uomini, anzi trovandosi unito in conseguenza della evoluzione antecedente della specie, esso deve, o subire la volontà degli altri (essere schiavo), o imporre la volontà propria agli altri (essere un'autorità), o vivere con gli altri in un fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti (essere un associato). Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più eccessivi anti-organizzatori non solo subis- cono l'organizzazione generale della società in cui vivono, ma anche negli altri atti volontari della loro vita, anche nelle rivolte contro l'organizzazione, si unis- cono, si dividono il compito, si organizzano con quelli con cui vanno d'accordo e utilizzano i mezzi che la società mette a loro disposizione...

«Anarchia significa società organizzata senza autorità, intendendosi per autorità la facoltà di imporre la propria volontà e non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende e sa fare una cosa riesce più facilmente a far ac- cettare la sua opinione, e serve di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui. Secondo noi l'autorità non solo non è necessaria all'organizzazione sociale, ma, lungi dal giovarle, vive su di essa da parassita, ne inceppa l'evoluzione, e volge i suoi vantaggi a profitto speciale di una data classe che sfrutta ed opprime le altre... Crediamo così, e perciò siamo anarchici: chè se credessimo che non vi possa essere organizzazione senza autorità, noi saremmo autoritari, perchè preferiamo ancora l'autorità, che inceppa ed addolora la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile».1

Tutto questo per ciò che riguarda l'organizzazione in generale nella società e l'idea di una futura organizzazione sociale anarchica. Però questi concetti si applicano al caso specifico dell'organizzazione anarchica, «politica» o di

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«partito» (come è stata chiamata talvolta anche da Malatesta), nella lotta e nella propaganda in seno e contro la società attuale. Bisogna però avvertire che Malatesta dava a queste parole «politica» e «partito» un senso che non deve confondersi con quello dato dai politicanti e dagli autoritari. «Politica, secondo lui, è ogni attività che ha per oggetto particolarmente gli organismi politici e soprattutto lo Stato, sia pure per negarli o combatterli, la lotta contro il governo, la difesa della libertà, ecc. Per esempio, si chiamano fatti politici anche l'insurrezione, gli attentati contro i capi del governo, e così via; e la parola è ad- operata più che altro per distinguere certi fatti da altri di carattere economico, o religioso, o scientifico, ecc. «Partito» è semplicemente l'insieme di tutti col- oro che combattono per un dato scopo politico-sociale, con gli stessi intendimenti e criteri, indipendentemente dalle loro forme specifiche di organizzazione, ed an- che dalla loro esistenza o meno. Però Malatesta dava poca importanza a queste questioni di parole; e non esitava a lasciar da parte una data terminologia, quando si accorgeva che essa poteva dar luogo ad equivoci. Per esempio, mentre prima del 1900 soleva spesso parlare del «partito anarchico»,2 in seguito preferiva parlare dell'anarchismo, come fatto generale, oppure di unione, federazione, ecc., nel caso di organizzazioni anarchiche determinate.

Ma nella sostanza le sue idee sull'argomento non variarono. «Ammessa possibile l'esistenza di una collettività organizzata senza autorità, cioè senza coazione - e per gli anarchici è necessario ammetterlo, perchèaltrimenti l'anarchia non avrebbe senso» - anche l'organizzazione anarchica ci sembra «utile e nec- essaria. Se partito significa l'insieme d'individui che hanno uno scopo comune e si sforzano di raggiungere questo scopo, è naturale ch'essi s'intendano, uniscano le loro forze, si dividano il lavoro e prendano tutte le misure stimate atte a rag- giungere quello scopo. Restare isolati, agendo o volendo agire ciascuno per conto suo senza intendersi con altri, senza prepararsi, senza unire in un fascio potente le deboli forze dei singoli, significa condannarsi all'impotenza, sciupare la propria energia in piccoli atti senza efficacia e ben presto perdere la fede nella meta e cadere nella completa inazione».1

Alcuni anarchici sogliono dire che non sono un partito, e che non hanno programma. Un tal linguaggio sarebbe comprensibile «se si trattasse di studiosi che cercano il vero senza curarsi delle applicazioni pratiche... : essi (gli studiosi) vogliono conoscere, non vogliono fare qualche cosa. Ma anarchia e socialismo non sono delle scienze: sono dei propositi, dei progetti che anarchici e social- isti vogliono mettere in pratica e che perciò hanno bisogno di essere formulati in programmi determinati... Noi intendiamo per partito anarchico l'insieme di

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quelli che vogliono concorrere ad attuare l'anarchia, e che perciò han bisogno di fissarsi uno scopo da raggiungere ed una via da percorrere...».2 Dunque gli an- archici sono un partito ed hanno un programma, anche per quelli cui queste parole dispiacciono.

Ma la ragione addotta da quegli anarchici che sono avversi all'organizzazione, è che questa crea dei capi, delle autorità. «Se è vero, se è vero cioè che gli anarchici sono incapaci di riunirsi ed accordarsi tra loro senza sottoporsi ad un'autorità ciò vuol dire che essi sono ancora molto poco anarchici e che prima di pensare a stabilire l'anarchia nel mondo debbono pensare a rendersi capaci essi stessi di vivere anarchicamente»... Ma anche allora il rimedio sta «nella cresciuta coscienza dei singoli membri, e non nella non organizzazione. Al con- trario, nelle piccole come nelle grandi comunità, a parte la forza brutale di cui non può essere questione nel caso nostro, l'origine e la giustificazione dell'autorità sta nella disorganizzazione... Quando una collettività ha un bisogno e i suoi mem- bri non sanno organizzarsi spontaneamente da loro stessi per provvedervi, sorge qualcuno, un'autorità che provvede a quel bisogno servendosi delle forze di tutti e dirigendole a sua voglia... Vedete che cosa è successo in mezzo a noi:meno siamo stati organizzati e più ci siamo trovati alla discrezione di qualche indi- viduo... L'organizzazione, lungi dal creare l'autorità, è il solo rimedio contro di essa ed il solo mezzo perchè ciascuno di noi si abitui a prender parte attiva e cosciente nel lavoro collettivo, e cessi di essere strumento passivo in mano dei capi... Un'organizzazione, si dice, suppone l'obbligo di coordinare la propria azione a quella degli altri, quindi viola la libertà, inceppa l'iniziativa. A noi sem- bra che quello che veramente leva la libertà e rende impossibile l'iniziativa, e' l'isolamento che rende impotenti. La libertà non è il diritto astratto, ma la pos- sibilità di fare una cosa: questo è vero tra noi, come nella società in generale. È nella cooperazione degli altri uomini che l'uomo trova i mezzi per esplicare la sua attività, la sua potenza d'iniziativa»1.

«La differenza tra l'organizzazione anarchica e quella statale... è che l'organizzazione anarchica è volontaria, fatta liberamente dagli interessati per gli scopi loro e quindi sempre adattabile al cambiamento degli interessi e delle opin- ioni, mentre la organizzazione statale è coatta, imposta agli organizzati nell'interesse di individui e classi dominanti. E per le organizzazioni libere, indipendenti dallo Stato, è autoritaria quell'organizzazione in cui gli aderenti rimettono il loro diritto d'iniziativa e di controllo nelle mani di alcuni individui che debbono pensare per tutti e possono servirsi della forza collettiva per attuare la loro particolare volontà; mentre è organizzazione anarchica quella in cui ciascun membro resta un indi- viduo autonomo che si associa, in condizioni di parità, con quelli che hanno gli

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stessi scopi suoi, per trovare nell'associazione la potenza che gli mancherebbe se restasse isolato».1

In quanto alle forme di organizzazione anarchica, essa non può che pren- dere quelle che le circostanze consigliano e impongono. Possono essere «diversi i criteri con cui si formeranno i gruppi di propaganda e quelli di azione: vi saranno gruppi isolati, cui la natura dei fatti che compiono non permette di comunicare i loro segreti se non a persone sicurissime e che possono realmente concorrere alla riuscita di quei fatti; come vi saranno federazioni di gruppi che avranno esistenza pubblica e trarranno forza ed efficacia dalla loro pubblicità. Vi saranno gruppi permanenti e gruppi transitorii, che si sciolgono appena compiuto l'atto per cui si formano; e così di seguito per tutte quelle forme di aggruppamento che si creder- anno convenienti».2 Non si vuole quindi un'organizzazione unica, «una sola mastodontica associazione»... bensì molteplici «aggruppamenti modificabili a seconda del modificarsi delle idee e degli interessi; aggruppamenti minuscoli quando si tratta di uno scopo comune a pochi individui, transitorii quando si tratta di interessi transitorii; ma tanto più vasti e duraturi quanto più gli scopi da raggiungere sono comuni a gran numero di persone ed hanno bisogno del con- corso di molti e sono di carattere permanente. La preparazione materiale per l'insurrezione domanda forse altro genere di organizzazione».1

Ad un compagno che gli obiettava di volere bensì la solidarietà e la cooper- azione, ma di voler praticarle «senza organizzazione» per mezzo dell'associazione, Malatesta rispondeva: Questione di parole! «Il nome non fa nulla alla cosa. Si chiami organizzazione, associazione, unione, partito, o come si voglia, ogni aggruppamento di persone riunite per uno scopo comune cade sotto il dominio di un'autorità se non v'è nei singoli aderenti la coscienza chiara di quello che vogliono e la ferma decisione di non essere uno strumento in mano degli altri... In realtà organizzazione e asociazione sono sinonimi o quasi. Forse, se v'è dif- ferenza, essa è che l'associazione è il concetto astratto e l'organizzazione e' l'associazione realizzata».2

Malatesta annetteva molta importanza all'organizzazione «vasta e duratura», con criteri organici e forme determinate, per la propaganda e l'agitazione pubblica. Egli la concepiva secondo la vecchia formula dell'individuo libero nel gruppo, del gruppo libero nella federazione, della federazione libera nella Inter- nazionale, come si diceva fin dai tempi di Bakunin. L'individuo non vi è im- pegnato a seguire deliberazioni che non approvi, nè la minoranza è obbligata a sottomettersi alla maggioranza, a meno che essi non credano liberamente di uni- formarvisi per ragioni superiori da loro stessi riconosciute. I congressi, utilissimi

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sempre, specie se fatti spesso e in luoghi diversi, non fanno la legge: sono i gruppi che devono giudicare se seguire o meno le decisioni. Ma in ogni caso è sempre adesione volontaria, non obbligata. Ed in nome di questa concezione libertaria dell'organizzazione, più di una volta Malatesta si è opposto non solo agli avver- sarii dell'organizzazione, ma anche a quei partigiani di essa che per troppo zelo, e magari senza rendersene conto, hanno in qualche occasione proposto metodi ed idee di organizzazione in cui egli scorgeva difetti, errori o germi di autori- tarismo. Leggere, per esempio, la sua critica ad un progetto di «piattaforma d'organizzazione» di un gruppo di compagni russi esiliati propostaci a Parigi nel 1926-27.1

L'importante perchè una organizzazione di anarchici riesca quanto più e' possibile anarchica, è che tutti i suoi componenti partecipino alla sua attività direttamente, e che l'organizzazione sia attiva e risponda a un bisogno reale. «L'esperienza c'insegna che le organizzazioni che si fanno per iniziativa di pochi e senza che il bisogno sentito da molti lo imponga, con la speranza che poi s'ingrandiranno e troveranno il da fare, o restano sterili e muoiono, oppure confondono il mezzo col fine, diventano fine a loro stesse e consumano le loro forze in inutili formalità e riescono ostacolo anzichè aiuto al movimento». Per ciò pessimo sistema è quello di certi compagni che sorgono a un tratto a pro- porre vaste federazioni e magari internazionali, senza essersi curati prima del più importante; e l'importante è «di continuare a formare gruppi, moltiplicare le relazioni fra questi gruppi e riunirli in federazioni locali, provinciali e regionali. Se poi le necessità reali del lavoro domandassero veramente la costituzione for- male di una federazione nazionale allora la domanda sorgerebbe da mille parti e sarebbe giustificato ed utile il farlo».2

«Desideriamo che gli aggruppamenti anarchici si moltiplichino e si al- larghino. Si faccia una federazione, se ne facciano due, se ne facciano cento: l'importante è che ciascuno trovi l'ambiente che gli conviene, che ciascuno possa lavorare secondo le sue idee e il suo temperamento, e trovi nell'associazione non già un limite alla sua libertà, ma il modo di rendere più efficace la sua attività, più vera la sua libertà.... Libertà dell'individuo nel gruppo e del gruppo nella federazione.... sì; ma siccome le parole sono elastiche, e le formule verbali sono sempre più o meno equivoche, è bene spiegarsi. Se uno si mette in contradizione con le idee professate, se reclama il diritto di mancare agli impegni presi, se per esempio, si dice astensionista e si vende ad un candidato, se fa la spia, ecc. ecc., allora la sola libertà che possiamo riconoscergli è quella... di andar fuori dalle scatole. In un certo senso noi dobbiamo essere più disciplinati degli altri, perchè

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la nostra disciplina non è ubbidienza al volere di minoranze o maggioranze, ma è volontario rispetto delle convinzioni affermate, è coerenza logica e morale con noi stessi».1

«Deploriamo che vi sia, anche in mezzo a noi, chi non pensa con la propria testa ed aspetta l'opinione di Tizio e di Caio quando la logica delle idee professate dovrebbe bastare a deciderlo; e riconosciamo il pericolo sempre pre- sente di cattivi pastori. Ma non crediamo affatto che questi mali siano una con- seguenza dell'organizzazione. Al contrario, più i compagni sono disorganizzati ed isolati, e più l'influenza dell'oratore e del giornalista diventa preponderante, e non trovando resistenza e controllo efficace nella collettività può degenerare in autorità effettiva e nefasta. Dopo tutto la base di tutto è sempre la coscienza dell'individuo, di ciascun individuo; e questa coscienza tanto più si sviluppa e si eleva quanti più sono i contatti, le discussioni, le cose fatte in comune».2

Combattendo le idee degli antiorganizzatori anarchici, Malatesta era però convinto che questi siano in realtà meno avversari dell'organizzazione di quello ch'essi stessi dicono, almeno nella pratica. «Così noi vediamo sovente gli an- tiorganizzatori meglio organizzati di coloro che predicano sempre l'organizzazione; come d'altra parte, vediamo sovente più residui autoritari nei gruppi proclamanti la libertà assoluta dell'individuo, che negli altri accusati d'avere tendenze autori- tarie, perchè si dicono partigiani dell'organizzazione».1

Insomma, quando si tratta di gente che vuol fare e non di chi non fa nulla, o fa solo le rare cose cui bastano le forze dell'individuo isolato, il dissenso e' piuttosto frutto di equivoci e di reciproca incomprensione: questione di parole, in- somma. Di qui l'assenza in Malatesta di ogni settarismo ed esclusivismo di fronte ai compagni che si dicono avversari dell'organizzazione. Al di sopra delle parole, e pur difendendo l'idea dell'organizzazione ogni volta che veniva attaccata, egli cercava di evitare divisioni troppo aspre su questo terreno, sollecitava la buona ar- monia fra i compagni delle diverse tendenze e collaborava volentieri anche con gli antiorganizzatori, ogni volta che ne sorgeva l'occasione o l'opportunità, in tutto ciò in cui non vi fosse dissenso.

Anche per l'organizzazione, come per l'anarchia in generale, ciò che in- teressava a Malatesta era lo spirito più che la lettera, la convinzione cosciente più che le forme appariscenti. Se nelle forme esteriori o nella fredda lettera l'organizzazione riusciva difficile, o durava poco, ma non c'era da perdersi d'animo: «Noi siamo neppure riusciti a fare la rivoluzione.... eppure il non aver vinto an- cora non basta per farci cessare dal combattere.... Del resto, più che l'organizzazione effettiva, regolare, la quale trova enormi difficoltà nelle condizioni dell'oggi -

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....sopratutto per le persecuzioni governative, che rendono pericoloso lo scrivere e il tenere indirizzi e che con scioglimenti ed arresti in massa disfano periodica- mente il lavoro già fatto - quel che importa si è lo spirito di organizzazione, vale a dire la convinzione della utilità e necessità di cercare in tutte le cose la co- operazione degli altri e l'animo sempre pronto ad unirsi coi compagni e lavorare insieme non appena se ne presenta la possibilità. Quando questo spirito esiste, un'organizzazione può disfarsi mille volte, per difficoltà interne o per violenze esterne; ma il lavoro fatto durante il tempo in cui è esistita non è mai perduto, e tosto riprende più forte di prima».1

Questo, Malatesta scriveva nel 1899. Quando, al suo ritorno ultimo in Italia nel 1919 l'organizzazione anarchica era già possibile e si era concretata nella «Unione Anarchica Italiana», egli vi partecipò con entusiasmo e tutta l'attività possibile.2 Ma anche più tardi, quando la reazione fascista di nuovo schiantò ogni forma di vita libera, ed anche l'organizzazione anarchica si rese im- possibile - almeno nelle sue estrinsecazioni palesi e pubbliche - tornò a ripetere, quasi con le stesse parole, ciò che aveva detto trent'anni prima: «Per conto mio, più che alle organizzazioni ed alle associazioni, che si fanno e si disfanno, dò importanza allo spirito di associazione, od organizzazione che dir si voglia. Quando questo spirito c'è, l'organizzazione, o associazione, sorge appena v'è il bisogno e la possibilità».1

Revisionismo anarchico

NEGLI ULTIMI ANNI della vita di Malatesta aveva cominciato a serpeg- giare in mezzo al movimento anarchico un senso d'incertezza e quasi di smarri- mento, attraverso tendenze vaghe e imprecise a rimettere in discussione i principii fondamentali dell'anarchismo, sia per ciò che riguarda la tattica (organizzazione anarchica, movimento sindacale, ecc.), sia per ciò che si riferisce al compito degli anarchici nella rivoluzione. Benchè dei portavoce di tali tendenze, per lo più isolati qua e là fra la disattenzione generale, nessuno abbia detto chiaro quali delle idee dell'anarchismo, fin qui comunemente accettate dalla generalità degli anarchici, siano secondo loro errate e che cosa ad esse di concreto vor- rebbero sostituire, l'impressione che faceva il loro linguaggio è che nel fondo i «revisionisti» - come molti di loro amavano chiamarsi - non si sentissero più anarchici come gli altri e fossero presi da una specie di nostalgia autoritaria, da cui erano portati a patrocinare metodi di lotta e criteri di condotta in contrasto con lo spirito libertario dell'anarchia.

A Malatesta, già prigioniero della coercizione fascista, non sfuggivano questi sintomi, poichè gli amici riuscivano a fargli pervenire ogni tanto giornali

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o ritagli di articoli in cui quelle tendenze si manifestavano. Egli se ne è occupato spesso ed a lungo, combattendole. Non che il «rivedere» le proprie idee fosse ripugnante allo spirito malatestiano. Al contrario, egli era stato un «revisore» per tutta la vita, da quando nel 1876 «rivedeva» il collettivismo bakuniano, e poi man mano l'individualismo, il fatalismo marxista e quello kropotkiniano, il sindacalismo, ecc. Ma il suo era stato sempre un revisionismo nel senso an- archico, perchè la tattica e la teoria dell'anarchia avessero un carattere sempre più cosciente, liberatore e rivoluzionario, assicurante cioè un sempre maggiore sviluppo della libertà nei mezzi e nel fine. Il revisionismo che egli combatteva negli ultimi tempi era invece quello in cui vedeva, o credeva di vedere, un cam- mino a ritroso antilibertario, un ripiegamento verso l'autorità, verso l'uso della coercizione violenta (sia pure con intenzioni rivoluzionarie) dell'uomo sull'uomo, che sarebbe la negazione nelle idee e nei fatti dell'anarchia e di ogni progresso di libertà. Purtroppo la morte lo colse, mentre ancora durava la sua polemica; ma questa esposizione delle sue idee resterebbe incompleta se non dedicassi qualche pagina anche a ciò che ha scritto sull'argomento.

Già fin dal 1913, a proposito di un compagno che proponeva di rivedere il programma anarchico in senso educazionista, abbandonando «il vecchio motivo insurrezionistico» - la discussione dell'argomento qui non importa, poiche' delle idee sull'insurrezione di Malatesta s'è parlato abbastanza - egli osservava: «Di tanto in tanto vien fuori, anche nel campo nostro, qualcuno che, pur prote- stando che conserva sempre le stesse idee ed è sempre disposto a combattere per il loro trionfo, annunzia a suon di gran cassa la necessità di una revisione tat- tica e dottrinale. Confessiamo subito che questi annunzi ci fanno sempre a prima giunta un'impressione sgradevole, e ci appaion sospetti... Ci si scusi se siamo di- ventati alquanto sospettosi, tanto più che il sospetto non riguarda la sincerità e l'onorabilità personale dei detti innovatori, ma è piuttosto l'impressione ch'essi siano in uno stato d'animo speciale che fa loro credere di correggere e migliorare quello che in realtà essi già ripudiano e detestano senza averne ancora chiara coscienza. Noi siamo disposti, come studiosi, a discutere le idee nuove e ad ac- cettarle se ci persuadono; sempre disposti a sottoporre alla critica ed a rigettare le idee accettate, se esse ci appaiono erronee. Ma come anarchici e come propagan- disti, noi miriamo ad essere un partito di azione e non un'accademia di indagatori.

«Il giorno in cui noi dubitassimo della nostra via ci ritrarremo della lotta per sottomettere a rigoroso esame il nostro pensiero e la nostra coscienza, e non ritorneremmo in campo se non quando ci fossimo rifatti una nuova convinzione, ed una nuova volontà, e combatteremmo per l'anarchia o contro di essa secondo

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quello che ci consiglierebbe la nostra rifatta coscienza. Intanto, e fino a quando non ci avranno persuasi diversamente, noi restiamo anarchici e rivoluzionari, nel senso accettato delle parole, e facciamo appello per la lotta comune a tutti coloro che restano o diventano anarchici e rivoluzionari, per invitare le masse a fare certe determinate cose in vista di certi determinati fini, e non già per proporre loro dei problemi da risolvere».1

Ma una vera e propria polemica sul revisionismo cominciò verso il 1924, quando, passate le fuggevoli prime illusioni sul bolscevismo russo, ma restate nel fondo di alcuni compagni delle innegabili tendenze autoritarie, questi ultimi s'erano bensì schierati contro i bolscevichi, ma per patrocinare anch'essi una specie di dittatura senza la parola, con cui gli anarchici dovrebbero imporre, per forza agli altri le proprie idee e le proprie soluzioni pratiche nel corso della rivoluzione.

Ad un compagno di Roma che sosteneva ciò, Malatesta obiettava: «Siccome anarchia significa libertà, imporre l'anarchia vorrebbe dire costringere la gente ad essere libera! Chi non vede l'assurdità della contraddizione?». Per obbligare la gente per forza «occorrerebbe un governo (lo si chiami pure come si vuole) fondato su di una burocrazia... e su di una forza militare, reclutata come sia, ma ubbidiente agli ordini dei governanti...». Il fatto che i governanti si dicessero anarchici non cambierebbe nulla alla cosa. «O si crede che noi, solo perche' ci diciamo anarchici, siamo di tanto migliori degli altri? Ed anche dato e non concesso che noi fossimo incorruttibili ed omniscienti per eccellenza, si crede che potremmo resistere alle necessità della situazione in cui ci saremmo messi, e di più completare il miracolo... di educare la gente alla libertà a suon di nerbate, e dare agli schiavi dignità di uomini sottomettendoli alla forza brutale, e provo- care le iniziative dei singoli sostituendo la volontà nostra a quella degli altri? Camminare verso l'anarchia non può significare il rinnegamento dell'anarchismo mediante la costituzione d'un governo di sedicenti anarchici».1

Caso curioso, vi fu in quel tempo qualcuno che, atteggiandosi a «puro» dell'anarchismo, volle vedere proprio in Malatesta un «revisionista» meno- mante i principii anarchici. In realtà nell'articolo che aveva dato occasione a quelle critiche, Malatesta, accennato brevemente a certe esagerazioni o errori di ottimismo e facilonismo in cui incorre talvolta certa propaganda anarchica, non aveva fatto che ripetere quello che aveva detto sempre, sulla necessità di «un programma pratico attuabile l'indomani stesso della insurrezione vittoriosa, tale che senza violare la libertà di nessuno permettesse a noi di attuare, o cominciare l'attuazione delle nostre idee, ed attirasse a noi le masse con l'esempio e con la prova della superiorità dei nostri metodi». «Bisogna tendere a quel che si

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vuole, facendo quel che si può»;2 ma non facendo il contrario di quel che si vuole, non realizzare per realizzare a qualunque costo, anche violando la libertà altrui. Qui è la differenza essenziale del revisionismo libertario, insito nelle idee di Malatesta (a parte la parola equivoca che egli respingeva) dal revisionismo au- toritario o inficiato da tendenze autoritarie.

«Non è di revisione che si tratta, ma di sviluppo delle idee e della loro applicazione... Che fare dunque? Provocare, se ci è possibile, noi stessi il movi- mento, parteciparvi in ogni modo con tutte le nostre forze, imprimervi il carattere più libertario e più egualitario che per noi si potrà, appoggiare tutte le forze di progresso, difendere il meglio quando non si può raggiungere l'ottimo; ma conservare sempre ben distinto il nostro carattere di anarchici che non vogliono il potere e mal sopportano che altri lo prenda».1 è altresì «tempo di finirla con quella rettorica che voleva compendiare tutto il programma anarchico nel famoso demoliamo»; demoliamo, sì, ogni tirannia ed ogni privilegio, ma «per abolirli non occorre rinunciare a nessuno dei portati dell'ingegno e del lavoro umano... ed intanto lavorare in tutti i rami per migliorarci e migliorare... Prepararsi intellettual- mente e materialmente alla funzione pratica spettante agli anarchici», cercando fin da ora la soluzione «adattabile alle varie circostanze che possono presentarsi nello svolgersi della vita sociale prima, durante e dopo la rivoluzione». «Per conto mio, io credo che non vi sia una soluzione ai problemi sociali, ma mille soluzioni diverse e variabili, come è diversa e variabile, nel tempo e nello spazio, la vita sociale».2

Ho già accennato, esponendo le idee di Malatesta sull'organizzazione, alle critiche di questi ad un progetto o piattaforma di organizzazione anarchica di un gruppo di compagni russi emigrati a Parigi (1926). Si trattava di una specie di revisionismo» che, senza dirsi tale, applicava le sue tendenze autoritarie alla tattica anarchica nel movimento e nella lotta. Come Malatesta intendeva l'organizzazione degli anarchici è stato già detto ed è inutile ripetere. Ciò ch'egli criticava nei «piattaformisti» (come vennero chiamati allora i pro- ponenti della «piattaforma» e quelli che li seguivano) era «l'idea di riu- nire tutti gli anarchici in una sola colletività rivoluzionaria attiva», perche' praticamente «irrealizzabile», e se realizzabile , col risultato di «mettere fuori dell'anarchismo», di «scomunicare» tutti gli anarchici che non ac- cettassero il programma dell'organizzazione. Criticava la struttura della proposta organizzazione, consistente in tante organizzazioni parziali con segretariati che ne dirigerebbero ideologicamente l'opera politica e tecnica, tutte a loro volta dirette da un «comitato esecutivo dell'Unione», incaricato della esecuzione delle decisioni prese e «della condotta ideologica e organizzativa delle organiz-

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zazioni». Ciò, secondo Malatesta, era «un governo ed una chiesa», non una cosa anarchica. Ben lungi dal facilitare il trionfo dell'anarchismo, non poteva che falsare lo spirito anarchico e portare a conseguenze contrarie a quelle volute dagli anarchici.

Poichè i «piattaformisti» giustificavano i loro criteri autoritari di tattica col «principio della responsabilità collettiva», che essi le davano come base, secondo cui «tutta l'Unione comunista anarchica sarà responsabile dell'attività rivoluzionaria e politica dell'Unione» - Malatesta notava e dimostrava che tale principio «è la negazione assoluta di ogni indipendenza individuale e di ogni libertà d'iniziativa e di azione».1 In una replica più tardi insisteva: «La re- sponsabilità collettiva, se non è la cieca sottomissione di tutti alla volontà di alcuni, è una assurdità morale in teoria, e, in pratica la irresponsabilità gen- erale... La responsabilità morale (poichè nel caso nostro non può trattarsi che di responsabilità morale) è individuale per sua natura. Soltanto lo spirito di dominazione, nelle sue diverse manifestazioni politiche, militari, ecclesiastiche, ecc. ha potuto ritenere responsabili gli uomini di ciò che questi non hanno fatto volontariamente».2

Ma l'errore principale che, pur se dissimulato, fa capolino in quasi tutti gli scritti dei revisionisti è quello che crede utile una qualche autorità gover- nativa nella rivoluzione e s'illude che si possa educare la gente alla libertà per mezzo della coercizione, mentre è vero proprio il contrario. E quelli che sosten- gono questo errore son proprio coloro che si atteggiano a «gente pratica»! Ma, «come avviene spessissimo, quelli che più si vantano di essere pratici e di non perdersi nei sogni, sono poi quelli che più sognano cose impossibili. In- fatti, è chiaro che per impossessarsi del governo e non esporci ad un fiasco si- curo che ci disintegrerebbe e c'impedirebbe per molto tempo ogni azione utile, bisognerebbe disporre di una forza numerica e di una capacità; ma, supposto che l'avessimo, che bisogno ci sarebbe allora di farsi governo?... Essendo così forti, noi potremmo facilmente mettere la gente sulla buona via per mezzo della propaganda e dell'esempio, e sviluppare e difendere la rivoluzione con metodo perfettamente anarchico».1

A un certo momento di questa polemica Malatesta trovava necessario di richiamare i suoi contraddittori a non cavillare sulla parola «governo»; a non presentarla nel suo significato troppo generico come «le regole per ben con- durre una casa o un'impresa», ecc., ma in quello specifico, «nel senso storico e politico della parola, quale è generalmente compreso e accettato, vale a dire di un individuo o gruppo di individui che detiene il monopolio ed il comando di una forza armata e se ne serve per imporre al popolo la sua volontà». E quindi, ricer-

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cando «la causa per la quale alcuni compagni... sono indotti a rimettere in dis- cussione le basi stesse dell'anarchismo», trovava che «fenomeni simili si pro- ducono in tutti i partiti all'indomani di una sconfitta». «Ma a me pare che, nel caso nostro, questa ricerca affannosa di vie novelle, piuttosto che la conseguenza di nuove e più ardite e più vere concezioni, sia l'effetto della persistenza di vec- chie illusioni che quei compagni, malgrado la lunga esperienza, sperano ancora di poter realizzare immediatamente, come lo si sperava agli inizii del movimento... ancora sotto l'influenza dei pregiudizi dell'anarchismo primitivo, il comunismo e l'anarchia d'un colpo solo. Ma siccome comprendono anch'essi che la massa è ancora impreparata, cadono nell'assurdo di volerla preparare coi metodi autori- tari... essi vorrebbero fare il comunismo rimandando la libertà a più tardi, e vor- rebbero educare il popolo alla libertà per mezzo della tirannia»... Ma «allora essi, invece di spingere verso l'anarchia colla propaganda e con l'esempio, con- tribuirebbero, volenti o nolenti, a strappare al popolo quelle conquiste ch'esso avrebbe fatte nel periodo insurrezionale; farebbero insomma quello che han fatto sempre tutti i governi».1

Ad un compagno che, pur protestando le intenzioni le più anarchiche, pro- poneva di profittare della tendenza del popolo a voler fare un nuovo governo ap- pena abbattuto il precedente, col dargli un governo di anarchici che non fosse gov- erno, o lo fosse solo nelle apparenze, Malatesta obiettava: «Ma questo popolo, accettando un governo aspetta che esso governi, cioè che emani ordini e decreti e mandi dappertutto i suoi funzionari per farli eseguire». E se gli ordini non ven- gono, e il governo non governa, allora il popolo ne crea o accetta un altro che gov- erni davvero. Non si può educare il popolo a far senza del governo ed a fare per quanto è possibile come se esso non ci fosse»(XXX punct). Volendo invece far «credere al popolo che v'è un governo quando governo non vi fosse, non si riuscirebbe che a paralizzarne l'azione... Facendo credere agli altri che sono condotti quando invece camminano da soli» si darebbe l'educazione contraria a quella libertaria, cioè un'educazione «che servirebbe a formare dei sudditi e non degli uomini liberi, dei pappagalli e non degli uomini intelligenti».1

L'ansia della ricerca di vie sempre più pratiche e realizzatrici per gli an- archici nella rivoluzione era pienamente condivisa da Malatesta; era stata anzi una delle preoccupazioni più vive di tutta la sua vita di militante e di propa- gandista. Ma egli voleva che fossero vie conducenti davvero verso un avvenire di libertà e non ripieganti verso il passato, dietro risorgenti illusioni di autorità. Bisogna studiare i problemi della condotta e della ricostruzione rivoluzionaria con spirito di libertà e per risolverli nel senso della libertà. Ecco, fra l'altro, quat- tro problemi che, secondo Malatesta, erano «per gli anarchici di tutti i paesi i

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problemi massimi dell'ora presente: - 1o concorrere all'insurrezione con tutte le forze rivoluzionarie progressive, senza lasciarsi assorbire e dominare dai partiti più numerosi, più ricchi e meglio organizzati; - 2o utilizzare le organizzazioni operaie per la demolizione e la ricostruzione, pur evitando i mali ed i pericoli del sindacalismo; - 3o assicurare l'alimentazione del popolo senza l'intervento di un potere centrale che, avendo il monopolio delle cose di prima necessità, diven- terebbe il peggiore e più potente dei tiranni; - 4o provvedere all'armamento di tutta la popolazione, cosa indispensabile perche', se qualcuno (individuo, partito o classe) avesse il monopolio della forza armata, egli sarebbe in fin dei conti il dominatore di tutto e di tutti».2

Nell'ultimo scritto di Malatesta, poco prima che il male gli fermasse la mano per sempre, sullo stesso argomento d'un ipotetico «governo libertario» che dovrebbe preparare ed educare le masse alla libertà, egli insisteva: «se è vero che si può e deve educare il popolo alla libertà ed al pieno godimento dei suoi diritti, obbligandolo a fare quello che vogliono alcuni uomini che dispongono di sufficiente forza materiale per farsi governo, che cosa resta dell'anarchismo?... La prima cura di ogni governo è quella di assicurare la sua permanenza al potere. Sempre, qualunque siano gli uomini che lo compongono. Se questi sono dei mal- vagi vogliono restare al potere per arricchirsi e sodisfare la loro libidine di co- mando; e se sono degli uomini onesti e sinceri credono loro dovere il restare al potere per fare il bene del popolo... Io non so se i revisionisti sanno dove li con- duce la loro predicazione e dove condurrebbe il movimento anarchico se fosse accettata. Non è questione di buona o di cattiva fede, di bontà o di malvagità. Si può essere sinceramente desiderosi del bene di tutti anche essendo autoritari. Ma non si è anarchici se non si è convinti che il bene non s'impone con la forza, ma si raggiunge suscitando nell'animo degli uomini il desiderio di conquistarlo, e se non si considera la libertà come il primissimo di tutti i beni - la libertà reale, s'intende, cioè quella che suppone il possesso dei mezzi per essere liberi.

«È una pericolosa illusione questa di voler creare un simulacro di un governo per facilitare il trionfo dell'anarchia. Gli anarchici che potranno e dovranno, nei prossimi rivolgimenti, esercitare in mezzo alle masse un'azione potente in fa- vore della integrale emancipazione, non potrebbero, anche se ne avessero la forza materiale, diventar governo se non rinnegando se stessi e tutta la loro dottrina; ed in questo caso sarebbero un governo come gli altri, forse peggiore degli altri.

«Disgraziatamente i revisionisti di cui si tratta qui, non sono i soli anar- chici che, per illusione di essere pratici e di far presto, cadono nell'autoritarismo. Io ebbi ad occuparmi altra volta dei piattaformisti russi; ora sento certe tendenze, manifestantesi in Francia, che chiamerò anarchico-militariste; e leggo di certi

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progetti anarco-sindacalisti che menerebbero alla più opprimente burocrazia. Sti- amo in guardia contro le deviazioni, e non dimentichiamo il criterio fondamentale dell'anarchismo: arrivare alla libertà per mezzo della libertà».1

Parte terza: atteggiamenti

Fascismo

QUANDO MALATESTA, nei primi mesi del 1920, ripeteva come un ritor- nello ammonitore in quasi tutte le sue conferenze attraverso l'Italia, che bisognava affrettare la rivoluzione, chè altrimenti si sarebbe pagata a lacrime di sangue la paura che la borghesia aveva allora del proletariato e della montante marea rivoluzionaria, nessuno avrebbe pensato - e forse neppure egli stesso - che la sua profezia si sarebbe avverata in modo tanto crudele. La tirannide fascista, im- padronitasi dell'Italia, ha veramente sorpassato con la sua realtà ignobile e dis- umana ogni pessimistica previsione.

L'atteggiamento di Malatesta di fronte al fascismo, e come se ne sia vendi- cato il fascismo dopo il trionfo, è noto. Qui mi limiterò a riassumere le opinioni di Malatesta sul successivo svolgersi del fenomeno fascista dal primo affermarsi di questo fino a che gli fu possibile esprimere più o meno liberamente il suo pensiero sull'argomento.

Allorchè nell'ottobre 1920, Malatesta fu arrestato a Milano e chiuso in carcere, dove doveva restare nove mesi e mezzo, il fascismo era ancora una cosa tanto meschina che egli non aveva quasi avuto occasione alcuna d'occuparsene. Aveva bensì destato contro di sè il sordo rancore di Mussolini, quando, appena arrivato in Italia, avendogli questi rivolto degli opportunistici elogi dalle colonne de Il Popolo d'Italia, egli rispose seccamente: «Chè se poi qualche giornale borghese - borghese anche se si dice socialista - per iscopi suoi mi copre di fiori, io non so che farci; mi conforta la coscienza di non meritare quegli elogi».1 Ma, all'infuori di un altro sdegnoso trafiletto contro «i signori fascisti, impu- denti e manigoldi» del Comitato Centrale dei Fasci italiani di Combattimento,1 che lo avevano ingiuriato con un loro manifestino, per tutto quell'anno 1920 egli non trovò necessario di scriver nulla contro il fascismo in particolare, poichè la lotta contro di questo era implicita nell'ardente attacco quotidiano del suo giornale Umanità Nova contro la borghesia ed il governo.

Però durante la sua prigionia (ottobre 1920-luglio 1921) il fascismo aveva avuto modo di svilupparsi, e al tempo del processo di Milano (27-29 luglio 1921) era già padrone incontrastato di parecchie province, che teneva sotto un terrore di sangue, d'incendi, omicidi e violenze d'ogni sorta. Le violenze tipiche del fas-

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cismo erano cominciate, con sistema metodico e su larga scala, solo dopo l'arresto di lui. Prima non se n'era avuto che qualche raro episodio isolato di scarsa im- portanza. Malatesta in carcere doveva aver notizia dei fatti; ma le notizie non potevano non giungergli incomplete, inesatte, deformate (nelle prigioni italiane è proibita la lettura dei giornali); e questo determinò in lui qualche impressione sul fenomeno forse meno realistica che negli altri ch'eran fuori. Ciò sembrò da qualche accenno delle brevi sue dichiarazioni ai giurati alla fine del processo, in cui si poteva notare, con la bontà dell'animo, anche qualche illusione che presto i fatti si sarebbero incaricati di far svanire.

«Questa lotta civile ripugna tutti - diss'egli tra l'altro. Ripugna a tutti per sentimento elementare di comune umanità, e poi non giova a nessuno... Non giova ai capitalisti... non ai proletari... non ai conservatori... Non giova a noi che mal sapremo fondare sull'odio una società armonica, una società di liberi di cui deve essere condizione e garanzia la tolleranza, il rispetto di tutte le opin- ioni».2 Per lo meno era assai dubbio che le violenze fasciste, sia pure a caro prezzo, potessero «non giovare» ai padroni ed ai reazionari; e solo era vero, e Malatesta aveva tremendamente ragione, che nuocevano a noi e preparavano un avvenire terribile al proletariato e a tutti gli uomini di liberi sensi. Sopratutto però non era vero che le violenze fasciste ripugnassero a tutti. Ripugnavano a noi e a tutti coloro d'ogni classe od idea in cui il sentimento umano prevaleva sulle egoistiche considerazioni d'interesse o di partito. Ma non ripugnavano affatto agli esponenti della grossa proprietà agraria e della grande industria che pagavano le squadre fasciste, alle caste militaresche e poliziesche che le rifornivan di armi e assicuravan loro l'impunità, ai circoli di Corte di cui la regina-madre Margherita di Savoia, all'incirca in quel tempo, esprimeva cinicamente il sentimento brutale ad un capo delle bande nere (il De Vecchi) con le parole: «Non dovrei dirvelo, ma fate bene a fare quel che fate».

Qualche traccia di quella prima impressione si trova ancora in uno o due dei primi articoli di Malatesta in Umanità Nova a pochi giorni dall'uscita dal carcere; ma già in essi si fa strada la chiara visione del combattente. Se «i professionisti della violenza sicuri dell'impunità e di un congruo compenso, si sono abbandonati a tutti gli eccessi e a tutti i delitti» gli è che han profittato «delle paure di certi gruppi di agrari e d'industriali, dell'acquiscenza del gov- erno e, purtroppo, dello smarrimento delle masse che, educate a votare e a lasciar fare, non han potuto opporre resistenza adeguata». Vedeva che sarebbe stato in- teresse del proletariato o della libertà la cessazione di quel genere di lotta feroce per poter «ricominciare a combattere una lotta chiara che abbia uno scopo con-

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fessato e che possa menare a qualche soluzione»1 e quindi indirizzava la sua propaganda, con sano criterio di opportunità, in quel senso, guardandosi bene dal dire al nemico, sull'esempio dei freddi dottrinari della lotta di classe: quello che fate è logico, ed il vostro maggior interesse è di picchiar forte e senza scrupoli su noi e sui nostri.

Ma il miglior mezzo per far terminare una mischia così feroce, era, secondo Malatesta, l'opporre con la massima energia la forza alla forza; l'organizzare la resistenza al fascismo sul terreno dei fatti. «Per far finire l'avventura fascista importa innanzi tutto saper opporre una resistenza organizzata. In realtà il fas- cismo si è imposto perchè gli altri sono scappati. Lo stesso governo non avrebbe tollerato benignamente gli attentati fascisti, se avesse sentito che quegli attentati potevano mettere in moto le masse lavoratrici e sboccare senza volerlo in uno svol- gimento generale».1 Di fatto poi, Malatesta non fece fin da allora che incitare l'azione; tentò ad ogni occasione di suscitarla, tanto la individuale che la collet- tiva, di spingere all'intesa tra le forze rivoluzionarie ed operaie e di determinare la sollevazione generale del proletariato italiano contro il fascismo - come ho scritto nella biografia di lui.

Ma lo preoccupava il fatto che la lotta contro il fascismo facesse dimenti- care quella contro il regime monarchico e borghese... «Noi vogliamo lottare per uno scopo chiaro contro il governo e contro i capitalisti, e per ciò abbiamo fretta che finisca questa zuffa selvaggia, la quale tra gli altri danni produce anche quello d'indurre dei sovversivi ad invocare il dominio della legge, proprio di quella legge ch'è la causa prima del male di quella legge che ci disarma, ci lega e ci lascia in- difesi ai colpi dei nemici». Ma per farla finita occorre «la resistenza energica, metodica, organizzata contro la violenza avversaria» e respingere i sedicenti tentativi di pacificazioni ufficiali, «tanto più che coloro i quali funzionano da rappresentanti avversari in queste trattative diplomatiche di pace o di tregua sono proprio coloro coi quali non vorremmo nè pace nè tregua».2

«È tempo, gran tempo, (scriveva al principio del 1922, dopo uno scate- narsi più feroce di violenze squadriste) di farla finita, noi facciamo appello a tutti gli uomini di buona volontà, a tutti gli uomini di coraggio a tutti quelli che non intendono accettare supinamente la nuova schiavitù, perchè s'intendano, così come possono, al di fuori ed al di sopra dei partiti costituiti e delle organiz- zazioni ufficiali, e rispondano immediatamente, in tutti i modi possibili ad ogni attacco fascista, senza aspettare gli ordini di chicchessia».1 E metteva in guardia tutti contro l'illusione, che sotto la spinta della disperazione faceva vedere a molti la salvezza nel sostituirsi della reazione legale governativa alla reazione illegale

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fascista: «Comprendiamo lo stato d'animo di quelli... che considerano come il bisogno più urgente del momento la distruzione del fascismo ed il ritorno alla normalità... Nessuno vorrà sospettarci di indugenza per il fascismo, milizia ir- regolare della borghesia e dello Stato, che in un dato momento ha fatto, fa e farà quello che il governo non potrebbe fare senza rinnegare la legge e svelare troppo apertamente e con troppo pericolo la sua vera natura... Ma noi non vorremmo abbattere il fascismo per sostituirgli qualche cosa di peggio, e peggio del fascismo sarebbe il consolidamento dello Stato... Bisogna dunque uccidere il fascismo, ma ucciderlo direttamente, per forza di popolo, senza invocare l'aiuto dello Stato, in modo che lo Stato ne riesca non già rafforzato, ma maggiormente discredi- tato ed indebolito... Voler sopprimere il fascismo per mezzo del governo sarebbe come combattere un sintomo di una malattia aggravando le cause che producono la malattia stessa».2

Sulla necessità d'unione delle varie forze proletarie e di libertà contro il fascismo scriveva Malatesta poco più d'un mese prima dello sciopero gen- erale del 1922. «La situazione è grave e minacciosa... Da soli non possiamo abbattere il fascismo e anche meno abbattere le istituzioni. Dunque, o unirsi a coloro che, pur non essendo anarchici, hanno comuni con noi gli scopi imme- diati, o lasciare che i fascisti continuino, colla complicità del governo, a tiran- neggiare l'Italia, e che la monarchia regni indisturbata. Ma (si dice) nelle alleanze rivoluzionarie si è sempre traditi. è possibile; ma noi preferiamo rischiare di essere traditi dagli altri, anzichè tradirci da noi spegnendoci nell'inazione...».1

E dopo lo sciopero generale, soffocato nel sangue dalla polizia e dal fascismo alleati, senza indugiarsi in recriminazioni o nella ricerca di errori o colpe altrui, non pensava che al da fare per una sollecita riscossa: «Lasciamo che ciascuno faccia quello che può e vuole. Chi crede nei fatti individuali (vi cre- diamo anche noi se sono fatti con giudizio) li faccia e sarà più utile che se si limita alle apologie ed alle commemorazioni. Ma chi è persuaso che i fatti indi- viduali, anche se fatti bene e non a parole soltanto, non bastano, e che ci vuole l'azione concertata, pensino a concertarsi davvero. In ciascuna località dove ci sono dei compagni, si costituiscano dei gruppi che agiscano costantemente e disc- retamente. Ogni località stabilisca rapporti regolari colle località vicine, e così da vicino a vicino si arrivi, ad un'intesa permanente nella provincia, nella re- gione, nella nazione. Si stabiliscano mezzi di collegamento, indirizzi sicuri, fidu- ciari sconosciuti al governo; si faccia insomma tutto ciò che è necessario per utilizzare tutte le nostre forze... Chi condivide queste nostre opinioni si metta all'opera... Non vale all'indomani di una sconfitta dire che avremmo dovuto fare

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questo o quell'altro, se non si profitta della lezione».2

Quando poi il fascismo trionfò definitivamente, con la famigerata «marcia su Roma», devastati gli uffici del giornale anarchico, non appena fu possibile a Malatesta farne uscire un altro numero in altra tipografia, egli commentava: «A coronamento di una lunga serie di delitti, il Fascismo si è infine insediato al Gov- erno. E Mussolini, il duce, tanto per distinguersi, ha cominciato col trattare i deputati al parlamento come un padrone insolente tratterebbe dei servi stupidi e pigri. Il Parlamento, quello che doveva essere il palladio della libertà, ha dato la sua misura. Questo ci lascia perfettamente indifferenti. Tra un gradasso che vitu- pera e minaccia perchè si sente al sicuro, ed una accolta di vili che pare si delizi nella sua abbiezione, noi non abbiamo da scegliere». Col fascismo si è ripetuta «la vecchia storia del brigante che diventa gendarme!». E poichè v'eran di quelli che, abbagliati dal successo del fascismo, dicevano che «i fascisti hanno insegnato come si fa la rivoluzione», egli protestava: «No, i fascisti non ci hanno insegnato proprio nulla... Tradire i propri amici, rinnegare ogni giorno le idee professate ieri, mettersi al servizio dei padroni, assicurarsi l'acquiscenza delle autorità, far disarmare dai carabinieri i propri avversari per attaccarli in dieci contro uno, prepararsi militarmente senza bisogno di nascondersi, anzi ricevendo dal governo armi e mezzi di trasporto, e poi esser chiamato dal Re e mettersi sotto la protezione di Dio... è tutta roba che noi non potremmo e non vorremmo fare. Ed è tutta roba che noi avevamo preveduto che avverrebbe il giorno in cui la borghesia si sentisse seriamente minacciata. Piuttosto l'avvento del fascismo deve servire di lezione... a quanti credono ancora che si possa abbattere la borghesia mediante i voti della metà più uno degli elettori, e non vollero crederci quando dicemmo e volessero (tanto per fare delle ipotesi assurde) attuare il socialismo dal Parlamento, ne sarebbero cacciati a calci nel sedere!

«... In quanto a noi, non abbiamo che da continuare la nostra battaglia, sempre pieni di fede, pieni di entusiasmo. Noi sappiamo che la nostra via è seminata di triboli, ma la scegliemmo coscientemente e volontariamente, e non abbiamo ragione per abbandonarla. Così sappiano tutti coloro i quali han senso di dignità e pietà umana e vogliono consacrarsi alla lotta per il bene di tutti, che essi debbono essere preparati a tutti i disinganni, a tutti i dolori, a tutti i sacrifizii».1

In queste ultime parole v'è come una specie di traccia della via che Malatesta segnava per sè e i suoi compagni sotto la torturante tirannia che s'era impiantata in Italia. Spezzatagli in mano la penna con la soppressione di Umanità Nova, ecco che cosa scriveva due o tre mesi dopo in un numero unico a favore delle vittime politiche: «Sono questi tempi tristi per noi. Il lavoro nostro di tanti anni sembra distrutto. Tanti nostri compagni languono nelle carceri e nelle galere,

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o vagano sconsolati per le terre d'esilio; noi tutti siamo ridotti quasi all'impotenza completa. Siamo dei vinti. Ma non abbiamo l'animo di vinti. Fervida è sem- pre in noi la fede, forte la volontà, sicura la speranza della ineluttabile riscossa. Questa nostra sconfitta è una di quelle che hanno sempre di tratto in tratto ar- restato i lottatori per l'elevazione umana sulla via faticosa del progresso. Non è che un episodio di una lunga guerra. Non v'è ragione per scoraggiarsi. V'è però abbondante ragione per sentirsi profondamente addolorati. Non è il trionfo transitorio del Fascismo che ci affligge e ci meraviglia di più... Secondo noi ha poca importanza il danno politico ed economico che il fascismo ha apportato - e può anche essere un bene in quanto mette a nudo, senza maschere ed ipocrisie, la natura vera dello Stato e del dominio borghese... Il male vero e grande che il Fascismo ha fatto, o ha svelato, è la bassezza morale in cui si è caduti dopo la guerra e la sovreccitazione rivoluzionaria degli ultimi anni.

«È incredibile lo strazio che si è fatto della libertà, della vita, della dig- nità di esseri umani... Ed è umiliante per chi sente la comune umanità che lega insieme tutti gli uomini, buoni e cattivi, il pensare che tutte le infamie commesse non abbiano prodotto nella folla un senso adeguato di ribellione, di orrore, di dis- gusto. è umiliante per la natura umana la possibilità di tanta ferocia e di tanta vigliaccheria. è umiliante che gli uomini, i quali sono arrivati al potere solo perchè privi di ogni scrupolo morale o intellettuale, han saputo cogliere il buon momento per ricattare una borghesia tremebonda, possano trovare il consenso, sia pure per una passeggera aberrazione, di un numero di gente sufficiente per imporre a tutto il paese la propria tirannia. Perciò la riscossa che spettiamo ed in- vochiamo deve essere prima di tutto una riscossa morale: la rivalorizzazione della libertà e delle dignità umane. Deve essere la condanna del Fascismo non solo come fatto politico ed economico, ma anche e sopratutto come fenomeno di crim- inalità, come l'esplosione di un bubbone purulento che era andato formandosi e maturando nel corpo ammalato dell'organismo sociale».1

«La forza materiale può prevalere sulla forza morale, può anche distrug- gere la più raffinata civiltà... Ogni bestia feroce può sbranare un galantuomo, fosse anche un genio, un Galileo od un Leonardo, se questi è tanto ingenuo da credere che può frenare la bestia mostrandole un'opera d'arte o annunziandole una scoperta scientifica! Però la brutalità difficilmente trionfa, ed in tutti i casi i suoi successi non sono mai generali e duraturi, se non riesce ad ottenere un certo consenso morale, se gli uomini civili la riconoscono per quello che è e, se anche impotenti a debellarla, ne rifuggono come da cosa immonda e ripug- nante. Il fascismo, che compendia in sè tutta la reazione e richiama in vita tutta l'addormentata ferocia atavica» ha vinto come fenomeno di sopraffazione di

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classe e politica, «ma sopratutto ha vinto perchè le sue violenze ed i suoi delitti hanno bensì provocato l'odio e lo spirito di vendetta degli offesi, ma non hanno suscitato quella generale riprovazione, quella indignazione, quell'orrore mortale che ci sembrava dovesse nascere spontaneamente in ogni animo gentile...

«Diciamolo francamente... Fascisti ve ne sono anche fuori del partito fascista in tutte le classi ed in tutti i partiti: vi sono cioè dappertutto delle per- sone che pur non essendo fascisti, pur essendo antifascisti, hanno però l'animo fascista, lo stesso desiderio di sopraffazione che distingue i fascisti. Ci accade, per esempio, d'incontrare degli uomini che si dicono e si credono rivoluzionari e magari anarchici i quali per risolvere una qualsiasi questione affermano con fiero cipiglio che agiranno fascisticamente, senza rendersi forse conto che ciò significa insomma agire da camorrista e da poliziotto... Purtroppo è vero: si può agire, spesso si agisce fascisticamente senza aver bisogno d'iscriversi tra i fascisti; ma non sono certamente coloro che così agiscono, o si propongono di agire, quelli che potranno provocare la rivolta morale, il senso di schifo che ucciderà il fas- cismo... E purtroppo non vi potrà essere riscossa materiale se prima non v'è rivolta morale».1

Questa predicazione fu continuata da Malatesta anche negli altri tre anni, 1924-1926, in cui nel primo periodo della dominazione fascista, che ancora si copriva d'un manto relativamente costituzionale, potè redigere in Roma la sua nuova rivista Pensiero e Volontà. Già nella circolare di presentazione egli con- statava che si andava «verso un cataclisma generale», di cui il fascismo era una anticipazione; e pensava che gli anarchici debbano prepararvisi ad agire perche' il risultato ultimo ne sia «l'inizio di una civiltà superiore» e non «il naufra- gio di quella qualsiasi civiltà che, attraverso lavoro, lotte e sacrifici secolari, l'umanità aveva raggiunto». E precisava di nuovo la loro posizione: «Anarchici, noi restiamo anarchici malgrado tutto e malgrado tutti. Noi siamo stati vinti... Ma non sarà una sconfitta, del resto prevedibile, che ci farà rinunziare alla lotta... Non vi rinunzieremo nemmeno per cento, per mille sconfitte, poichè sappiamo che nei progressi umani è stato sempre a forza di perdere che s'è finito col vin- cere».1

Quando, dopo l'assassinio di Matteotti, la censura fascista sequestrò per la prima volta la rivista di Malatesta, questi serenamente osservava: «Noi ci sforziamo di formare degli uomini che abbiano coscienza chiara di quello che vogliono e dei mezzi migliori per tradurre in pratica gl'ideali vagheggiati - perchè domani, quando verrà quella rivoluzione che sta nella necessità delle cose e che baionette e manganelli non potranno evitare, essa non sia uno scoppio selvaggio

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di odii repressi che si consumerebbe in una cieca guerra civile, non sia insomma un male che si sostituisce a un male opposto, ma sia invece un movimento inteso a metter fine alla barbarie attuale ed aprire le vie ad una più alta civiltà. è questo che si vuole impedire? Noi non diremo che i sequestri ci giovano, quantunque la storia ha mille volte provato che le persecuzioni contro le idee finiscono sempre col rivolgersi a vantaggio dell'idea e a danno dei persecutori. Diremo però che se si vieta la propaganda educatrice che noi andiamo facendo, il danno maggiore sarà per gli oppressori. La rivoluzione verrà lo stesso, perchè fattori più potenti della povera opera nostra la vanno determinando; ed essa sarà tanto più violenta, tanto più feroce contro i dominatori del giorno quanto meno sarà illuminata e cosciente. Ma queste cose i poliziotti, alti e bassi, non le hanno mai capite e non le capiranno mai. Tiriamo avanti».2

Nell'autunno del 1924 si tenne a Livorno un congresso dei liberali monar- chici costituzionalisti, il cui risultato suonava opposizione, sia pure timida e con- dizionata, al governo di Mussolini. Comparve allora nel quotidiano fascista Il Popolo d'Italia di Milano un iroso articolo (che si attribuiva al Mussolini stesso) in cui si diceva fra l'altro: «si è finalmente concluso l'anello Malatesta-Albertini;1 dall'anarchia allo Statuto, o viceversa». Malatesta insorse contro l'insinuazione confusionista dell'organo fascista nei termini più energici: «...Questo com- prendere in un solo anello antifascista tutti i partiti, dai più conservatori ai più rivoluzionari, dimostra che i fascisti stessi sentono quanto essi siano isolati nel paese, quale sia il disgusto generale che hanno generato... Però non bisogna con- fondere. Nell'interesse pratico della lotta che noi combattiamo, occorre ben rile- vare che, se l'immensa maggioranza del paese è avversa al partito che ora detiene il potere, diversi ed opposti sono i motivi e gli scopi delle varie opposizioni...

«V'è differenza tra i conservatori del genere Albertini e i fascisti. Quelli sono reazionari di razza, difensori coscienti e intelligenti dell'ordine borghese vi- gente, che non vogliono toccare, se non per consolidarlo, ad un organismo statale tutto inteso alla protezione dei privilegi sociali. Essi sono capaci di tutto, dalle leggi liberticide agli stati d'assedio. Ma sono dotati del senso del limite, che li fa alieni da certi eccessi che riescono dannosi alla causa loro. Sono generalmente, nella vita ordinaria, persone educate e cortesi, e possono essere anche soggettiva- mente onesti».

«I fascisti invece, salvo le debite eccezioni individuali, fedifraghi di tutti i partiti, traditori sempre pronti al tradimento, spostati che la visione di un po' di danaro ubriaca. Non frenati da nessuno scrupolo morale e da nessuna esigenza in- tellettuale, buttatisi sulle terre d'Italia come un esercito invasore, come una banda di briganti rinnovanti i peggiori costumi morali e politici delle più nere epoche

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della nostra storia.

«Ma pur constatando le differenze morali e intellettuali che vi sono fra cos- tituzionali e fascisti, politicamente parlando, cioè considerati dal punto di vista della loro azione sociale, dobbiamo dire che essi appartengono allo stesso campo... Aspirando noi a sopprimere radicalmente l'oppressione politica e il privilegio eco- nomico... guardiamo le cose da un punto di vista elevato dal quale spariscono le piccole differenze di livello. Per noi dunque costituzionali e fascisti... sono su per giù la stessa cosa: difensori del privilegio e di tutte le turpitudini che ne derivano... Ma purtroppo la storia non possiamo farla noi soli, e bisogna, per agire, tener conto delle situazioni quali si presentano. Siamo quindi pronti a dare il nostro concorso a chiunque voglia abbattere il fascismo, ma restando sempre noi stessi, senza entrare in nessuna specie di anello coi costituzionali, mirando sempre agli scopi nostri».1

L'ultimo scritto contro il fascismo di Malatesta in Italia - stampato ma non pubblicato, perchè il numero della rivista che lo conteneva venne sequestrato e la rivista soppressa per sempre - fu un articolo contro la pena di morte che il governo di Mussolini aveva allora annunziato di voler ristabilire, dopo il noto attentato di Anteo Zamboni a Bologna. Malatesta trovò naturale la cosa: «Ognuno, indi- viduo o collettività si difende come sa e può. Chi non riesce ad assicurare la sua esistenza e la sua libertà di sviluppo conquistando il consenso, la cooperazione, l'amore degli altri mediante la reciprocità dei benefizii e della simpatia, deve af- fidarsi alla violenza, alla forza bruta. E allora, per chi ne ha il potere, il mezzo più spiccio, se non sempre il più sicuro, per garentirsi contro i possibili pericoli, è quello di sopprimere i propri nemici: il massacro se si hanno contro le masse, la pena di morte se si ha da fare con degli individui. Può disdegnare il ricorso alla violenza chi si sente veramente forte moralmente e materialmente; ma chi non è sicuro di sè è sempre, pur nello sfolgorio della sua apparente potenza, tormentato dalla paura, è fatalmente condannato a tremare, e perciò è violento e feroce». (Si noti l'allusione diretta ed evidentissima a Mussolini). Dopo aver dette alcune delle ragioni generali contro la pena di morte, previa premessa che «gli argomenti classici contro di essa ci paion menzogne, quando li sentiamo sostenere da chi è poi partigiano dell'ergastolo ed altri disumani surrogati della pena di morte», concludeva: «Ecco. Noi siamo internazionalisti, cosmopoliti, noi amiamo tutti i paesi del mondo come amiamo l'Italia... - e per questo siamo considerati anti-patrioti ed anti-nazionali. Eppure, forse per atavismo, forse per la maggiore solidarietà che naturalmente ci lega a quelli che ci stanno più vicini, noi non sapevamo liberarci da un certo senso di orgoglio quando credevamo di

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poter dire: in terra d'Italia non alligna il boia. Dovremo rinunziare anche a questa illusione? a questo residuo orgoglio nazionale?».2

Dopo la soppressione d'ogni libertà di stampa in Italia, negli altri non pochi scritti inviati da Malatesta a periodici anarchici all'estero non mancano accenni diretti o indiretti al fascismo. Mi limito a riprodurne uno, in cui al- lude chiaramente al carattere che potrebbe avere una rivoluzione italiana contro il fascismo: «Ma tutta questa discussione - (una discussione sulla necessità di un piano di ricostruzione anarchica per dopo la rivoluzione), non saprebbe forse alquanto di accademia se nel caso concreto si trattasse di un paese in cui la lib- era organizzazione dei lavoratori è distrutta ed interdetta, la libertà di stampa, di riunione, di associazione soppresse ed i propagandisti, anarchici, socialisti, co- munisti, repubblicani sono o rifugiati all'estero, o relegati nelle isole, o chiusi in prigione, o messi altrimenti in condizioni di non poter nè parlare, nè muoversi e quasi neppure respirare? Si può ragionevolmente sperare che il prossimo rivolgi- mento, in un paese ridotto nelle condizioni descritte, sarà la Rivoluzione sociale in tutto il senso ampio e profondo che noi diamo alla parola? Non sembra che oggi il possibile e l'urgente sia piuttosto la riconquista delle condizioni necessarie alla propaganda e all'organizzazione?».1 Bisogna, a ben comprendere queste considerazioni così piene di buon senso, non dimenticare però, che Malatesta aveva in orrore gli apriorismi assoluti e pensava che nelle lotte parziali come nella rivoluzione, non si debbano bensì sdegnare neppure i più piccoli risultati utili, ma nel tempo stesso tener sempre presenti i più grandi e star sempre in condizione e pronti a conquistare più che si può.

Socialismo

SI DEVE SEMPRE tener presente che l'anarchismo per Malatesta è una corrente del socialismo. Fino al 1910 circa egli soleva dirsi socialista anarchico, e fin verso il 1900 gli accadeva spesso di dire «noi socialisti», indifferentemente come «noi anarchici».

Secondo lui «spetta il nome di socialisti a tutti coloro che vogliono che la ricchezza sociale serva a tutti gli uomini, e vogliamo che non vi siano più propi- etari e proletari, ricchi e poveri, padroni e sottoposti»,1 e quindi spetterebbe anche agli anarchici, anzi soprattutto ad essi.

Il parlamentarismo, l'autoritarismo ed il legalitarismo hanno però fatto de- viare dalla retta via gran parte di coloro che si dicono socialisti; sicchè «l'evoluzione delle idee e dei fatti, la logica del metodo, l'influenza determinante che i mezzi adoperati esercitano sul fine da raggiungersi, hanno fatto sì che ormai di vero socialismo non v'è più che il socialismo anarchico, che è di sua natura antipar-

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lamentare e rivoluzionario». Gli anarchici hanno con l'andar del tempo abban- donato a poco a poco il nome di «socialisti» perchè nell'opinione generale era venuto a significare una cosa sempre più lontana dal loro pensiero. Ma Malatesta fu degli ultimi a rassegnarvisi, poichè per lui il socialismo vero era sempre quello originale, dei tempi della Ia Internazionale, di quando «esso era una promessa di civiltà superiore; la ribellione contro ogni prepotenza, contr'ogni ingiustizia; l'abolizione dell'odio, della concorrenza, della guerra; il trionfo dell'amore, della cooperazione, della pace; l'avvenimento del benessere e della libertà per tutti. Esso era la lotta umana per eccellenza; ed elevandosi al di sopra delle razze e delle patrie, al di sopra delle religioni e delle scuole filosofiche, al di sopra delle classi e delle caste, esso abbracciava tutti gli uomini e tutte le donne in un santo ideale di uguaglianza e di solidarietà. Esso non domandava la sostituzione di un partito ad un altro o di una classe ad un'altra, non l'avvenimento al potere ed alla ricchezza di un nuovo stato sociale (il quarto stato), ma l'abolizione delle classi, la solidarizzazione di tutti gli esseri umani nel lavoro e nel godimento comuni».2

Libero amore

SI DAVA UN TEMPO grande importanza alla predicazione dell'amore libero, in mezzo agli anarchici; e in alcuni ambienti gli si dà ancora. Malat- esta trovava che l'argomento, pur avendo la sua importanza, non è certo dei più urgenti; e per suo conto se n'è occupato assai poco. Io non ricordo di lui su questo tema che un solo articolo e un capitoletto del suo libro Al Caffè. In fondo egli riduceva tutta la questione dell'amore a un problema di libertà, che la lib- ertà avrebbe risolto nella misura del possibile, senza forse riuscir mai a risolverlo completamente e per tutti.

In regime di libertà e di benessere le donne, come gli uomini «faranno quel che vorranno, e siccome esse hanno al pari degli uomini bisogno di vivere in società, è certo che vorranno accordarsi con i loro simili, maschi e femmine, per soddisfare i loro bisogni col maggior vantaggio proprio e di tutti... Date alla donna tutti i mezzi e tutta la libertà di sviluppo e ne risulterà quel che può risultarne; se essa sarà uguale all'uomo, o se sarà più o meno intelligente di lui si vedrà dai fatti». Le possibili disuguaglianze naturali però non costituiscono disug- uaglianza di diritti: «noi reclamiamo per tutti (uomini e donne) l'eguaglianza sociale». In quanto all'amore, è inconcepibile un amore schiavo. Nella società attuale «esisterà la coabitazione forzata, l'amore finto per forza, per interesse o per convenienza sociale... per convinzione religiosa o morale; ma l'amore vero non può esistere, non si concepisce se non perfettamente libero». In quanto all'avvenire, «finora le relazioni sessuali hanno subito tanto la pressione della

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violenza brutale, delle necessità economiche, dei pregiudizi religiosi e delle pre- scrizioni legali, che non è possibile dedurre qual sia il modo di relazioni sessuali che meglio risponda al bene fisico e morale degli individui e della specie. Certa- mente, una volta eliminate le condizioni che oggi rendono artificiose e forzate le relazioni tra uomo e donna, si costituiranno un'igiene ed una morale sessuale che saranno rispettate, non per legge, ma per la convinzione, fondata sull'esperienza, che esse soddisfano al bene proprio e delle specie. Ma questo non può essere che l'effetto della libertà».1

Bisogna confessare che «noi non abbiamo soluzione per rimediare ai mali che possono venire all'uomo dall'amore, perchè essi non si possono distruggere con riforme sociali e nemmeno con un cambiamento di costumi. Essi dipendono dai sentimenti profondi, diremmo fisiologici, dell'uomo e non sono modificabili, se lo sono, che per lenta evoluzione ed in modo che noi non sapremmo prevedere. Noi vogliamo la libertà; e vogliamo che gli uomini e le donne possano amarsi ed unirsi liberamente senza altro motivo che l'amore, senz'alcuna violenza legale, economica o fisica. Ma la libertà pur essendo la sola soluzione che noi possi- amo e dobbiamo offrire, non risolve radicalmente il problema, visto che l'amore per essere sodisfatto ha bisogno di due libertà che s'accordino, e che invece molto spesso non si accordano affatto... Alcuni dicono che il rimedio sarebbe l'abolizione radicale della famiglia, della coppia sessuale più o meno stabile» sostituita dalla «molteplicità, varietà e contemporaneità degli affetti... Ma è possibile? è desiderabile?». Non bisogna ignorare «che, malgrado il regime di menzogna e di oppressione che ha prevalso sempre, e tuttora prevale, nella famiglia, questa è stata e resta ancora il più grande fattore di sviluppo umano, poichè essa è il solo luogo dove l'uomo normalmente si sacrifica per l'uomo e fa il bene per il bene, senza desiderare altro compenso che l'amore del coniuge e dei figli... «Del resto l'amore è quello che è... una passione per se stessa genera- trice di tragedie; tragedie che certamente non si tradurrebbero più in atti violenti e brutali, quando l'uomo avesse il senso del rispetto che si deve alla libertà altrui, quando esso avesse abbastanza controllo sopra se stesso... ma resterebbero sem- pre tragedie dolorosissime». Ma questa non è una ragione per non accettare le idee anarchiche, per rinunciare ad eliminare tutti quei mali sociali (compresi quelli derivanti dall'attuale costituzione giuridica ed economica della famiglia) che sono eliminabili allo stato attuale di cose con l'abbattimento dei regimi autori- tari. «Eliminiamo l'oppressione dell'uomo sull'uomo, combattiamo la brutale pretesa del maschio a credersi padrone della femmina, combattiamo i pregiudizi religiosi, sociali e sessuali, assicuriamo a tutti, maschi e femmine, uomini e fan- ciulli, il benessere e la libertà, diffondiamo l'istruzione e avremo ben ragione di

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rallegrarci se non resteranno altri mali che quelli dell'amore. In tutti i casi, gli infedeli in amore potranno rifarsi con altre gioie, poichè allora non sarebbe più come oggi, che l'amore insieme all'alcool è la sola consolazione della più gran parte dell'umanità».1

Neo-maltusianismo

UNA VOLTA, alle obiezioni di alcuni individualisti che in difesa del diritto di proprietà e della concorrenza nella lotta per la vita, ne sostenevano la neces- sità a causa della scarsità dei prodotti che in avvenire deriverebbe dall'aumento crescente della popolazione, Malatesta rispondeva: «Il pericolo che un giorno gli uomini si troveranno troppo numerosi, non sarebbe una ragione per star male oggi che vi sarebbe modo di star bene tutti. Ma esiste poi questo pericolo? E se esiste non possono gli uomini mettervi riparo? La scienza non ha detto ancora una parola sicura e decisiva sulla legge colla quale la popolazione si svilupperebbe, se la volontà umana non intervenisse a modificarla. Ma la volontà non serve dunque a nulla? Non è forse la procreazione un atto volontario?, tanto più volontario quanto più l'uomo è moralmente elevato e sa meglio prevedere le conseguenze dei suoi atti e dominare e regolare gli impulsi naturali? Non vediamo forse che l'aumento della popolazione si arresta in quei paesi, come per esempio molte parti della Francia, dove la gente crede utile non aver molti figliuoli?».1

Anche fin da oggi egli non era affatto contrario alla limitazione delle nascite o, meglio, alla procreazione cosciente; ma reagiva però contro coloro che di sem- plici misure d'igiene sessuale e di economia domestica pretendevano fare un sis- tema per risolvere la questione sociale e sostituire la rivoluzione. «Si è arrivati ad esagerazioni grottesche. La limitazione della prole è certo un'ottima misura d'igiene individuale e collettiva; ma ecco dei neo-maltusiani che pretendono ri- solvere la questione sociale a forza di diminuire il numero dei nati... e quando noi parliamo di fucili ci oppongono il cappuccetto di gomma elastica».2

Colonie anarchiche

A VARIE RIPRESE nel campo anarchico vi son stati di quelli che si sono in- teressati alla fondazione di «colonie anarchiche sperimentali», e ciò generava ogni tanto illusioni e disillusioni dannose alla propaganda ed al movimento. Nel 1897 mi feci prendere anche io da eccessivo entusiasmo per uno di tali tentativi, fatto allora in Inghilterra; e ne scrissi un panegirico nell'Agitazione di Ancona.

Malatesta gittò subito un secchio d'acqua fresca sul mio entursiasmo.

«Il compagno Fabbri ci ha parlato nel numero passato della Colonia anarchica di Clauden Hill in Inghilterra e ce l'ha presentata come una prova che l'anarchia

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non è utopia. Noi, è inutile dirlo, siamo ben convinti che l'anarchia è prati- cabile... Ma non ci pare che la Colonia dei compagni inglesi provi gran cosa a prò dell'attuazione delle nostre idee... La comunità di Clauden Hill è un bello e commendevole esempio di ciò che può la costanza, la concordia, lo spirito di fratellanza...; ma neghiamo ch'essa abbia il valore sperimentale che crede l'amico Fabbri... E ciò intendiamo dirlo di tutte le colonie in cui varie scuole sociali han tentato o tentano di applicare i loro ideali». Qualche decina di compagni scelti, simpatizzanti fra loro, non solo per le idee ma anche per i temperamenti e caratteri personali, possono riuscire facilmente ad andare d'accordo e anche rag- giungere, per circostanze favorevoli, una indipendenza e un benessere impossibile a conseguirsi lavorando sotto un padrone; ma allora la loro impresa cooperativa li pone in una situazione di privilegio, come quella degli altri privilegiati, di fronte a tutto il mondo esteriore». I coloni «non si sfruttano tra di loro, non sfruttano nessuno direttamente, ma sfruttano involontariamente tutta la gran massa dei la- voratori proletari, sia negli scambi, sia profittando dei servizi pubblici e di tutti i vantaggi... che sono l'opera di altri lavoratori mal pagati. E quindi il caso loro non può servire a dimostrare ciò che sarebbe una società fondata sull'eguaglianza e sulla solidarietà...

Ben altri e ben più gravi sono i problemi che deve risolvere l'anarchia.

Essa deve potersi attuare cogli uomini come che siano e dove che si trovino; deve equiparare le condizioni umane, malgrado le differenze naturali di posizioni; deve organizzare la produzione e lo scambio a vantaggio di tutti e senza lo stimolo dell'interesse individuale e corporativo; deve provvedere ai grandi servizi pub- blici, ferrovie, poste, regime delle acque, igiene pubblica, ecc. senza bisogno di autorità; deve assicurare la sicurezza pubblica senza polizia; deve insomma re- alizzare l'armonia in tutta la vasta e complessa vita sociale, e non già solamente nelle faccende di casa di un piccolo gruppo. Dire che un gruppo di lavoratori vive in anarchia, quando è soggetto a tutte le leggi civili e penali fatte o da farsi, e quando in tutte le sue relazioni esteriori deve agire secondo i principii del com- mercio e della concorrenza, è come dire che l'anarchia esiste in una famiglia, i cui membri si vogliano bene, abbiano la buona abitudine di non imporsi mai l'uno all'altro per forza, e lavorino insieme sopra un fondo indiviso. Si può ammettere come un modo di dire, ma non come una prova che la società umana possa vi- vere e prosperare senza proprietà individuale e senza governo...». La colonia non sarà in sostanza «altra cosa che la proprietà privata di un'associazione» come ce ne sono tante altre nel mondo. «Noi comprendiamo che ciascuno cer- chi fin da oggi di migliorare la propria situazione, e fra i vari modi, che si può tentare per riuscirvi, preferiamo di gran lunga la cooperazione egualitaria; e per-

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ciò ci rallegriamo cordialmente dei successi dei compagni di Clauden Hill. Ma l'anarchia... è un'altra cosa».1

Molti anni dopo, in una occasione consimile, confermava: «Noi non abbiamo niente da obiettare al fatto che alcuni compagni cerchino di organizzare la loro vita nel modo che la intendono e trarre il miglior partito che possono dalle circostanze in cui si trovano. Ma protestiamo quando dei modi di vita, che non sono e non possono essere che degli adattamenti al sistema attuale, si vogliono presentare come cose anarchiche e, peggio ancora, come mezzi per trasformare la società senza ricorrere alla rivoluzione».1

Educazionismo

TUTTI RICORDANO come poco prima della guerra 1914-18, fu in voga tra gli anarchici l'idea della «scuola moderna» (scuola libera, per iniziativa di uo- mini liberi, sopratutto anarchici, con indirizzo razionalista e libertario), in specie dopo che il martirio di Francisco Ferrer la illuminò di tante simpatie generali. Malatesta non le fu contrario in sul principio, ma credè necessario a un certo mo- mento di mettere argine al soverchio entusiasmo che spingeva molti compagni a dedicare a iniziative scolastiche tante energie e mezzi che poi scarseggiavano per altre iniziative assai più urgenti di propaganda e di preparazione rivoluzionaria.

«È una questione di misura... Chi è che può mettere in dubbio l'utilità dell'istruzione e dell'educazione, liberate dai pregiudizi religiosi e dalle sugges- tioni autoritarie? Ma chi può credere che nelle condizioni attuali, quando così scarseggiano i mezzi e quando l'ambiente sociale reale è tanto più possente dell'ambiente artificiale che si può creare nella scuola per qualche dozzina di fan- ciulli, chi può mai credere che queste scuole possano servire, quando riescono, ad altra cosa che a fare delle piccole esperienze utili per dopo la rivoluzione? è naturale che chi fa una cosa vi annetta una importanza esagerata; ed è utile che sia così, perchè solo così la cosa si fa bene e con passione. Ma deve esservi pure un limite alle esagerazioni! Per conto nostro, noi guardiamo con simpatia ogni tentativo educazionistico e siamo anche felici di darvi quel che ci avanza di tempo e di forza, quando ce ne avanza - ma a condizione che non si pretenda con l'attività pedagogica tarpare le ali allo slancio rivoluzionario e levare forza al movimento più immediatamente necessario».1

Alle insistenze e obiezioni rivoltegli da varie parti, egli replicava: «Sarebbe assurdo il credermi avverso o indifferente all'educazione delle masse. Io stesso non faccio che far propaganda, vale a dire mi sforzo di educare e di dare agli altri il gusto dell'educazione... Siccome io credo che ora, anche dal punto di vista stretta- mente educazionista, l'essenziale, l'urgente, è di creare le condizioni che rendono

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possibile un vero elevamento intellettuale delle masse, io mi occupo sopratutto di suscitare nei lavoratori il desiderio delle nuove necessarie condizioni e di spronarli ad intendersi per costruire la forza che occorre per conseguirle... Amico dunque e fautore entusiasta dell'educazione, io sono però avverso all'educazionismo, in- teso come quel sistema che aspetta la trasformazione sociale solo, o principal- mente, dal generalizzarsi dell'educazione, e crede e predica che detta trasfor- mazione non potrà avvenire se non quando tutti, o quasi, saranno educati...

«Gli educazionisti a giusta ragione vantano i grandi benefici che potreb-

bero dare le scuole moderne, la grande opera rivoluzionaria che potrebbero com- piere se potessero estendere la loro azione su tutta la massa proletaria; ma non si accorgono che nella realtà si lavora durante anni per riuscire a fondarne una, e quando si riesce a realizzarne qualcuna minuscola, essa deve dibattersi fra tante difficoltà che dà risultati meschini, o nulli, o addirittura negativi. Io credo che nelle condizioni attuali è impossibile estendere l'educazione oltre un lim- ite ristrettissimo; e la società, o resterebbe qual'è, o si modificherebbe sotto l'influenza di forze indipendenti da noi ed in un senso contrario agli scopi nos- tri».1

Lo stesso che per le scuole moderne, lo stesso che pel neo-mutualismo, di cui s'è parlato prima, Malatesta opinava per tante altre minori forme di attività, che tutte più o meno si riallacciano al presupposto educazionista. «Tutto serve, ma serve in una certa misura... è una grande aspirazione (per esempio) quella di una lingua universale; ed è bene che vi sia della gente che prepari il materiale che sarà utile alle generazioni future per risolvere il problema; ma ecco che ven- gon fuori dei compagni i quali pensano che la miseria e l'oppressione si debban distruggere propagandando l'Esperanto o l'Ido... E v'è chi crede che tutto debba ridursi alla propaganda contro l'alcool o contro il tabacco; chi vuol risolvere la questione col vegetarianismo, o col ritorno alla vita semplice, o col far rinascere l'arte greca, ecc. ecc.».2 Guardiamoci dalle esagerazioni!

Funzionarismo sindacale

IN RAPPORTO alle idee di Malatesta sul sindacalismo, vale la pena di accennare (poichè non ne ho parlato nel capitolo dedicato a questo argomento), all'avversione di Malatesta pel fatto che gli anarchici assumano nelle organiz- zazioni sindacali dei posti ufficiali di responsabilità direttiva, specie se stipen- diati. «Per poter compiere nei sindacati la loro funzione d'elementi propulsori, bisogna che gli anarchici rinuncino ad occuparvi dei posti e sopratutto dei posti pagati. Un anarchico funzionario permanente e stipendiato d'un sindacato è un uomo perso come anarchico. Non dico che qualche volta non possa fare opera

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utile; ma è un'opera che farebbero al suo posto e meglio di lui uomini di idee meno avanzate. mentre egli per conquistare e conservare il suo impiego deve sac- rificare le sue opinioni personali e sovente far cose che non hanno altro scopo che quello di farsi perdonare il peccato originale d'anarchico. D'altronde la questione è chiara. Il sindacato non è anarchico, ed il funzionario è nominato e pagato dal sindacato; se fa opera d'anarchico, urta contro le opinioni di quelli che lo pagano ed in breve perde il suo posto od è causa della dissoluzione del sindacato; se, invece, compie la missione per la quale è stato eletto seconda la volontà della maggioranza, allora addio anarchismo».1

Questo egli diceva nel 1907, al congresso anarchico di Amsterdam. Però più tardi, nel 1920 e dopo, la sua avversione mi parve alquanto attenuata, forse perchè vide in Italia qualche esempio di anarchici, dirigenti di sindacati, che non solo restavano anarchici, ma rendevano servizi notevoli dal posto che occupavano alla causa rivoluzionaria anarchica. Però non divenne lo stesso favorevole alla cosa. Al contrario. «In quanto a sollecitare ed accettare noi stessi il posto di dirigenti, credo che in linea generale ed in tempi calmi è meglio evitarlo. Però credo che il danno e il pericolo non stia tanto nel fatto di occupare un posto diret- tivo - cosa che in certe circostanze può essere utile ed anche necessario - ma nel perpetuarsi in quel posto. Bisognerebbe, secondo me, che il personale dirigente si rinnovasse il più spesso possibile, sia per abilitare un più gran numero di lavo- ratori alle funzioni amministrative, sia per impedire che il lavoro di organizzatore diventi un mestiere ed induca quelli che lo compiono a portare nelle lotte operaie la preoccupazione di non perdere l'impiego».1

Polemiche personali

A MALATESTA le polemiche fra compagni facevano l'effetto del fumo negli occhi. Le aborriva e n'era profondamente addolorato. Aborriva, s'intende, non le polemiche sulle idee e sui metodi di lotta, sempre utili e necessarie, se mantenute sopra un terreno di elevatezza, di cordialità e di serenità. Ciò che lo irritava erano le polemiche personalistiche, a base di scandali e di reciproche accuse e ingiurie, come purtroppo se ne hanno così spesso all'interno di ogni partito, non esclusi gli anarchici. Non che gli fosse favorevole, per amor di quieto vivere, a tollerare nelle prorie file gli indegni e le canaglie; ma per questi egli pensava che bastassero brevi dichiarazioni basate sui fatti, dopo di che meglio vale abbandonarli alla loro sorte. Proseguire con essi una polemica, che presto diverrebbe indecorosa, farebbe assai più male alla causa della stessa indeglintà di chi si vorrebbe eliminare. Peggio poi, assai peggio, quando la polemica avviene fra compagni su per giù aventi gli stessi difetti e debolezze, a causa di meschine

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rivalità personali. Per la propaganda e per il movimento è un vero disastro.

Più d'una volta egli ha avuto occasione di esporre tali idee nell'intervenire in polemiche del genere, per rimetter pace o almeno per far si che terminassero. E spesso vi è riuscito, sopratutto chiamando i compagni ad occuparsi di cose meno futili e più concludenti, come per esempio in Italia nel 1913. Dei suoi scritti non ho presente che uno solo, l'ultimo in data (1930) occupantesi dell'argomento, da cui tolgo soltanto qualche considerazione d'indole generale e osservazioni e consigli che in fondo si possono applicare a tutte le polemiche del genere.

«È doloroso che quando sarebbe più necessario la concordia e l'unione, o almeno la reciproca tolleranza, degli uomoini che in fondo combattono per la stessa causa, sciupino le loro forze attaccandosi l'un l'altro nel modo più scon- cio... - non una polemica serena fatta per intendersi, o per distinguersi, ma sempre nell'interesse della causa che si propugna e dei metodi che si credono migliori - bensì attacco violento, oltraggioso che sembra ispirato solo dall'odio, dal rancore e non so da quali altre cattive passioni... Io mi sorprendo a pensare che in caso di rivoluzione, quegli uomini, credendo forse sinceramente di servire la rivoluzione, cercherebbero di ghigliottinarsi l'un l'altro... Essi parlano, scrivono, stampano per far propaganda, cioè per convincere ed attirare quante più persone è possibile, e per questo debbono sforzarsi di allargare l'orizzonte morale della gente, ispi- rare l'entusiasmo e la fede. Ora è mai possibile raggiungere questo scopo, se noi stessi, noi che pretendiamo di essere, e dovremmo essere, gli apostoli e se occorre i martiri di un sublime ideale, noi che predichiamo l'amore e la tolleranza, diamo poi un miserando spettacolo d'intestine discordie?

«Ed anche scendendo dalle alte sfere dell'ideale giù nelle bassure dei meschini amor proprii individuali, è chiaro che in quelle diatribe va compro- messa la serietà e la reputazione così degli uni come degli altri... Quando un tizio dà del farabutto a Caio, e Caio risponde che il vero farabutto è Tizio, il pubblico che non può e non cura andare a fondo della questione, si diverte un poco dello scandalo e poi si allontana disgustato, pensando che forse Tizio e Caio sono farabutti tutti e due... Io vorrei dunque che si troncasse ogni polemica per- sonale; e se qualcuno continuasse non gli si rispondesse, salvo, ove fosse il caso, smentire con calma e liguaggio decente, gli errori di fatto e le possibili calunnie. Che se poi i litiganti acciecati dall'ira volessero continuare, spetta ai compagni imporre il basta... Essi mantengono i giornali per fare la propaganda e non già per soddisfare gli odii, le gelosie e la vanità di questo o di quello. Pretendano dunque che si faccia la propaganda e niente altro che la propaganda. Ne hanno il diritto e ne hanno il mezzo».1

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Commiato

HO FINITO. Al contrario di quel che si suol dire al termine d'un qualsiasi lavoro che si propone di farsi leggere dal pubblico - riesca o no in questo suo legit- timo intento, poiche'... l'autore propone e il pubblico dispone - io mi rammarico di essere stato troppo breve, d'aver terminato troppo presto. L'argomento avrebbe richiesto un ancor più largo sviluppo; e d'altra parte io ho provato una così forte gioia occupandomene, malgrado la tristezza che vi si mescolava al pensiero che l'Uomo di cui mi occupavo è scomparso per sempre di mezzo a noi, che avrei ben volentieri prolungato il mio lavoro. Rileggendo di nuovo tanti e così diversi scritti del grande amico e maestro che ci ha lasciati, stando per tutta la durata del lavoro a più intimo contatto col suo pensiero e col suo cuore, è come se avessi fatto un bagno vivificatore di speranza, di fede e di energia.

Ma un limite m'era imposto dalla natura stessa dell'opera, oltre che dalle circostanze, ed ho dovuto piegarmici. Possano i lettori accoglierlo non troppo male, per lo meno per l'alto valore dell'argomento in se', troppo superiore alle mie forze; ed un poco, se si vuole, anche per le pure intenzioni che me l'anno dettato. Valgami il grande amore da cui sono stato animato a farmi scusare le troppe deficienze che indubbiamente vi si riscontrerano, malgrado tutta la buona volontà impiegata ad evitarle. Sono grato in anticipo a tutti coloro che me le segnaleranno in un più alto intento di verità. Come premio maggiore a questo lavoro modesto, mi basterebbe una cosa sola, della quale anche il nostro Malatesta sarebbe di sicuro ben lieto. Che esso possa invogliare i lettori a conoscere, o a conoscere meglio, il grande ideale che ha ispirato per tutta la vita il pensiero e l'azione di lui - questo ideale di libertà, di elevazione individuale e sociale, di redenzione umana, che è ancora troppo poco conosciuto e compreso non solo dagli indifferenti e dagli avversari, ma perfino da tanti suoi amici e seguaci.

Montevideo, gennaio 1933.

Appendici

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NOTA BIOGRAFICA

LUIGI FABBRI

Nato a Fabriano il 23 dicembre 1877. Trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Montefiore dell'Aso ed a Recanati, dove frequenta il Ginnasio ed il Liceo. Nel 1890-91 abbandona la fede cattolica in cui era cresciuto. Nel 1893 da repubbli- cano diventa anarchico, con l'aiuto di Virgilio Condulmari.

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Nel 1894 viene arrestato per la prima volta, e condannato, per aver redatto e stampato e diffuso un manifesto antimilitarista. Da allora gli arresti ed i processi si susseguono in catena.

Nel 1896 s'iscrive in Legge all'Universita' di Macerata. Attivo lavoro di propaganda. Nel 1897 comincia a collaborare a «L'Agitazione» di Ancona e conosce Malatesta, che gli passa la compilazione del giornale nel 1898, durante la sua detenzione. Nel 1898-900 ancora carcere e poi domicilio coatto a Ponza e Favignana.

Nel 1900 si stabilisce a Roma, dove ritenta l'avvio di studi universitari (in Farmacia). Collaboratore dapprima e poi compilatore de «L'Agitazione» di Roma. Frequenta i circoli letterari e giornalistici. Fonda nel 1903 «Il Pensiero», insieme a P. Gori.

Nel 1904 pubblica «PISACANE»; nel 1905 le «Lettere ad una Donna»; collabora frattanto a «La questione sociale» di Patterson, N.J., e ad altri giornali anarchici, oltre alla collaborazione professionale al «Messaggero» ed all'«Avanti!» di Roma.

Nel 1907 sposa la cugina Bianca; nel 1908 si trasferisce a Jesi; nel 1909 a Bologna, per qualche tempo segretario d'un Sindacato metallurgici. Nel 1910 prende il diploma di maestro, ed inizia l'insegnamento a Crespellano. Nel 1913 si trasferisce a Fabriano, dove ha avuto un posto regolare d'insegnante.

Collabora a «Volontà» che Malatesta dirige ad Ancona. Partecipa attivamente ai moti della Settimana Rossa. Ripara in Svizzera durante la susseguente repressione, e poi torna alla sua scuola, riprendendo col lavoro per il pane anche il lavoro per le idee. S'incarica della redazione di «Volonta'» di Ancona, e con- duce nel 1914-15 una intensissima campagna contro l'intervento in guerra, che gli vale l'arresto a guerra dichiarata.

Nel 1915 ottiene un posto d'insegnante a Corticella (Bologna), e fino al 1918, strettamente sorvegliato, fa quanto puo' per mantenere un insieme di rapporti che consenta la ripresa a guerra finita. È in questo periodo il suo lavoro clandestino contro la guerra, e la sua risposta al «Manifesto dei Sedici».

Dal 1918 al 1922 lavora intensissimamente alla elaborazione delle esperienze in corso, specialmente della rivoluzione russa. Ripresa di «Volonta'» in Ancona, redatta da lui. Collaborazione quotidiana a «Umanità Nova». Fondazione della «Unione Sindacale Italiana». Pubblicazione di «Dittatura e Rivoluzione» la sua opera forse migliore. Implicato nel processone con- tro il gruppo di «U. N.», ed aggredito dai fascisti.

Nel 1923 pubblica «Controrivoluzione Preventiva», inter- pretazione del fascismo di cui tuttora è notevole la validità. Seconda aggressione

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dei fascisti. È trasferito ad insegnare a Bologna città.

Nel 1924-26, dopo aver partecipato alla fondazione di «Pensiero e Volontà», vi collabora attivamente. Scrive anche per «Fede», «Libero accordo» ed altre pubblicazioni italiane, nonchè per «La Protesta» di Buenos Aires e la «Revista Blanca» di Barcellona.

Nell'agosto 1926, rifiutato il giuramento di fedeltà come maestro, perde il posto d'insegnante e si rifugia all'estero. Breve soggiorno in Svizzera. Poi in Francia, a Montbe'liard, dove invano cerca di ottenere un posto di operaio.

Dal 1927 al 29 risiede a Parigi, dove fonda il giornale «Lotta Umana», riuscendo ad assicurarsi il pane con collaborazioni giornalistiche a quotidiani (tra cui a «La protesta» di Buenos Aires). Discussioni con i «piattaformisti» russi.

Nel 1929 l'Ambasciata italiana riesce al fine a farlo espellere dalla Francia, insieme a quasi tutti i redattori di «Lotta umana». Dopo una breve residenza in Belgio, da dove viene pure espulso, va a Montevideo, in Uruguay.

A Montevideo, dal 1929 al 1935, riprende il suo lavoro. Fonda «Studi sociali» di Buenos Aires e poi di Montevideo. Il colpo di stato di Uriburu in Ar- gentina fa affluire a Montevideo numerosi rifugiati, rinforzandovi il movimento anarchico: ed egli vi partecipa in pieno, mantenendo una fittissima corrispon- denza, collaborando inoltre a giornali anarchici di Francia, di Spagna e del Nord America, partecipando a riunioni locali. Discussioni con i «revisionisti». E inizio del lavoro per «Malatesta, Vita e Pensiero».

Maestro, e poi direttore, della Scuola italiana di Montevideo: impiego dinuovo perduto alla fascistizzazione della scuola. Tenta il commercio librario, con scarso esito.

Cominciano ad accumularsi le ombre sui suoi ultimi anni. La morte di Malatesta. La deportazione di Ugo Fedeli in Italia. La guerra di Abissinia. La miseria. Unico vero conforto la famiglia, stretta intorno al suo cuore (ma un figlio rimasto in Italia!). Sopravviene un'unlcera allo stomaco: e poi la malattia che doveva condurlo alla tomba.

Conclude «Malatesta». La rivista «Studi sociali» esce ad intervalli via via maggiori.

Muore il 24 giugno 1935 a Montevideo.