Memorie del presbiterio/XII

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XII

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XI XIII
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XII.


E un dramma sognai, molti drammi sognai, come appena ebbi raggiunto il letto e chiusi gli occhi che, dopo tante emozioni, ne avevano davvero bisogno.

La famiglia De Boni, il terribile Sindaco, l’abatino, il caffè di Zugliano, il signor Intendente, quel misterioso De Emma, passarono nel mio cervello come in una lanterna magica, a due, a tre, a quattro, isolati, tutti insieme. mischiandosi, urtandosi, fuggendosi, fondendosi, come un imbroglio degno delle più romantiche giornate uscite dalla fantasia di Calderon de La Barca o di Lopez de Vega.

Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone. Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o beatitudine diffusa il dì prima sull’universa natura! Più nulla! Il cielo, di [p. 81 modifica]un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell’immensa coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini, alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo, fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali, faceano capolino all’orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir l’abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a malincuore, come un impiegato che vada all’ufficio col dolor di capo.

Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli agnelli in collera col trifoglio bagnato; [p. 82 modifica]le giovenche, più parche di fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a una raccomandazione di aver pazienza.

Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò d’improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle, una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell’acqua benedetta. L’uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.

M’accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della povera Gina.

Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell’anima un carnevale di rime!

Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.

— Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando, il mobiglio.

— Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.

— Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?...

— Eh! Come non lo sapete? Il signor medico.... quello che ho condotto a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo, — voi non ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito.... non potevate tener gli occhi aperti, — e che la veniva a rovesci, si è deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia. [p. 83 modifica]

Io era colpito dal fulmine. Pronunciando quel nome, Baccio mi aveva rubato, tradito, assassinato! Io che sognavo nello sconosciuto, nell’innominato di Zugliano, un fantastico personaggio da romanzo a sensazione, un grande colpevole o una grande vittima costretta dalla fatalità a ricoverarsi nella solitudine e nell’ombra, mi trovava in faccia al mio ideale rimpicciolito nella casacca di un semplice medico! Mi si calava la tela sul più bello del primo atto, mi si era carpito il denaro del biglietto d’ingresso! Addio curiosità, addio interesse! Povero Bazzetta! E che noiosa giornata mi si parava d’innanzi!

Meditavo sul mio avverso destino, quando un rapido movimento di Baccio mi fe’ volgere la testa malinconicamente china al pavimento. Come se un cenno imperioso lo avesse chiamato, lasciò la granata e un cencio che avea fra le mani e con quelle sue gambe affusolate fu nel giardino in due salti. Lo seguii istintivamente, ma mi arrestai tosto, udendo la voce di Bazzetta che, nascosto dietro lo spigolo, parlava a bassa voce al campanaro, a due passi dalla finestra.

— Ricordati bene di quanto ti dico. Non pronunciar mai, in presenza del forestiero, nè il nome, nè il cognome del dottore. Se ti occorre parlargli, di’ «signor dottore» e basta. Hai capito? Lo so io il perchè... è una celia, una improvvisata che voglio fare. Siamo intesi.

Bazzetta doveva essere un ben noto burlone, e Baccio molto abituato alle sue gherminelle, per rispondergli con perfetta semplicità, come alla cosa più naturale del mondo, un asciutto:

— Va bene. [p. 84 modifica]

Questa ingiunzione confidenziale, ghermita così senza intenzione, mi rasserenò. Ah! caro Bazzetta, pensaci, tu mi vuoi serbare da abile drammaturgo, il piacere di una sorpresa, — e, — briccone! — non tanto per procurarmi una emozione quanto per interesse tuo, darti spasso di me. A noi due, la partita è doppia, e vedremo chi sarà il più furbo. Intanto ecco in mancanza del mistero, un intrighetto extra machina, che condirà per bene, ed a mio solo profitto, il resto del tuo racconto.

— Bravo il mio Baccio, siamo a tempo? sclamò il farmacista, entrando.

— Manca il signor dottore.

— Ci sono.

Il signor De Emma entrò e sedemmo.

Non si trovarono mai riuniti al medesimo desco, tre commensali più imbarazzati, e più incerti del loro contegno. Risparmierò quindi di ricordarmi i discorsi o meglio i monosillabi che furono scambiati in quella mezz’ora di pasto frugale, dopo il quale il medico si accommiatò e sparve sulla sua rozza per la porta da cui era giunto la sera.

Bazzetta mi invitò ad uscire per prendere una «boccatinina» d’aria, e visitar poi la sua farmacia dove:

— Noi due soli, soggiunse ammiccando gli occhi, in santa pace, con un vinettino bianco che vi piacerà, faremo di passar la giornata alla meglio.

— Dite che la passeremo a meraviglia se mi continuerete la storia del Sindaco. Ardo dal desiderio di conoscere finalmente il misterioso signor De Emma da voi dipintomi con sì bizzarri colori.

— Si continuerà, rispose Bazzetta, e la sua faccia furba fu solcata da un sorriso che voleva dire: «se tu sapessi come ti godo!» [p. 85 modifica]

Quanto al sorriso che nascosi io alla meglio, e che fortunatamente potè sfuggire a Bazzetta, imaginatevi voi che cosa dicesse.

Eravamo giunti a metà del sagrato su cui il piede scivolava per l’erba bagnata che divideva in quadrati innumerevoli le pietre, levigate e lucide come cristallo.

— Ah! me n’ero scordato! sclamò il farmacista fermandosi di botto; c’è il funerale di quella povera creatura!

E mi additò la strada in faccia a me, ed il villaggio da cui sbucava una lunga processione davanti a cui s’alzava pencolando ora a destra ora a mancina, un sottile crocifisso abbrunato.

— Converrà ch’io ci assista, seguitò il Bazzetta: sapete, nei piccoli paesi bisogna conformarsi.... e poi... il vedovo mi deve una somma rotondettina, — sei mesi di malattia, — coglierebbe il pretesto della mia mancanza al funerale per lesinar sul conto e portar il saldo alle calende greche. Questi montanari, sapete, uh! sono più furbi di noi. Voi, del resto, non importa, se non vi piace, potete tralasciare...

— No, no, vi tengo compagnia.

— Allora poniamoci qui in disparte, a vederli passare. Entreremo in coda.

Ci levammo il cappello; il funebre corteo era giunto sul sagrato.

Quella smilza croce pencolante, dalle cui estremità orizzontali pioveva ogni tanto una goccia di pioggia sui gomiti allargati del portatore, pareva salutar tristamente da una parte e dall’altra, davanti e di dietro con moti sussultorii ora rapidi ora solenni, come fa chi cammina dopo aver troppo bevuto. [p. 86 modifica]

Il portatore era un vecchio piccolo, magro, serio, maestoso, e da uomo che compie in pubblico un ministero glorioso e invidiato,— e sudava come una spugna compressa. Venivano dietro di lui don Gaudenzio coll’aspersorio in mano, alzato in alto come una sciabola, e un chierico che portava con evangelica rassegnazione una delle più belle gobbe ch’io abbia mai viste. Poi, a due a due, i terrazzani di ogni età, d’ogni statura, ma assimilati, grandi e piccoli, giovani e vecchi, da una specie di cotta rossa scendente fino quasi agli stinchi e sormontata da una pellegrina che avrebbe dovuto esser bianca, e qua e là l’era e non l’era. Salmodiavano, spalancando enormemente la bocca, guardando in cielo con occhi bovini e indietro di tanto in tanto, per compiacersi della funzione e per veder se il convoglio cresceva o diminuiva. Di sotto alla tunica uscian loro i calzoni di frustagno e le enormi scarpe inzaccherate. Alcuni, fra i giovani, i quali probabilmente avean comprata o ereditata quell’uniforme medioevale da qualche confratello di statura più alta della loro, la sorreggevano dandosi l’aria di non parere, appoggiando una mano sull’anca o nascondendola fra le pieghe. Di tanto in tanto la fila che si stendeva sul sagrato colle sinuosità di una biscia, veniva scomposta dalla sbadataggine di qualche ragazzotto, sulla testa del quale, pronto come il baleno, cadeva uno scapellotto sonoro, se non era un urtone infittogli per di dietro da qualche ginocchio poco cavalleresco.

Il feretro sorretto da quattro robusti montanari, probabilmente i parenti della defunta e del vedovo, si avanzava col movimento delle navi che pendono troppo in avanti. Era coperto di un drappo nero, ai lati del quale scorgevansi delle figure dipinte [p. 87 modifica]circondate da fregi ricamati in oro. sbiadito. Non una corona, non un fiore su quel povero cadavere disteso.

Son troppi rozzi quei poveri iloti del lavoro e del sacrificio per intendere e apprezzar le dolcezze simboliche di cui la società posta più in alto circonda lo spettacolo del feretro e della tomba. Sul legno volgare dei loro cataletti essi non sanno che spargere lagrime; non sanno che lasciar crescere l’erba selvatica sulle loro fosse senza cippi e senza iscrizione, ma che i dolenti rintracciano come guidati da uno istinto pietoso o come se udissero una voce che li chiamasse da sotterra.

Non so perchè le donne, che seguivano in gran numero il feretro, non erano disposte in fila a due a due, come gli uomini. Forse perchè erano desse le veramente afflitte: e il dolore si ribella alle leggi dell’ordine. Quasi tutte singhiozzavano; molte avevano il grossolano fazzoletto turchino e rosso sugli occhi, parecchie, le fanciulle in ispecie, portavano in tutta la persona, i segni di una angoscia pensierosa e profonda.

L’umile corteggio, composto di poco meno di un centinaio di persone, era chiuso da altri terrazzani che, non appartenendo alla Confraternita, si erano messi i loro giubboni della festa; e in mezzo a loro, correndo innanzi e indietro, fra le gambe e gli ombrelli chiusi, una masnada di ragazzetti scamiciati pei quali quella riunione di gente era una festa tanto più gradita perchè era una soprappiù delle solite del calendario.

La bara deposta, i Fratelli, divisi in due schiere, andarono ad uno ad uno a collocarsi dietro l’altar maggiore. Tutti gli altri si gettarono in ginocchio. Squillò sottilmente un campanello. Don Sebastiano [p. 88 modifica]uscì a dir la messa: il coro intuonò le funebri litanie. Otto grosse candele ardevano intorno alla morta, e la cera gocciolava agglomerandosi lunghesse in grosse e bizzarre stalattiti, che Baccio, in ciò assai più decoroso dei sagrestani di città, si guardava bene di andar a raccogliere. Alcuna di esse, staccandosi di un tratto, andava a cader sui bossoli di metallo; ciò produceva un rumor secco e forte che faceva alzar qualche testa piamente china, e bisbigliare e farsi dar del gomito i ragazzi. Il prete salutava il tabernacolo, si curvava, si rialzava, spalancava le braccia; dal coro giungevano gli ora pro ea, or gutturali or in tono sostenuto, a uguali intervalli.

Uno sprazzo di pallida luce illuminò d’improvviso un angolo della chiesa, e tosto svanì; una porta laterale si era aperta e rinchiusa. Un uomo era entrato, che non si fece il segno della croce, non piegò il ginocchio, ma si addossò alla parete e vi restò ritto come una statua. Soltanto che uno scrollo lo scoteva ogni tanto da capo ai piedi; allora si passava una mano sulla fronte e poi tentava di farsi ancor più istecchito, come se volesse penetrare nel muro che lo sosteneva.

Un sordo mormorìo, come s’ode nella foresta quando una corrente d’acqua è vicina, era corso da un capo all’altro di quella folla inginocchiata.

— È il marito della povera morta, mi disse all’orecchio Bazzetta.

In questo, Baccio attraversò difilato la chiesa, nella direzione di quell’uomo; ma costui come se lo vide vicino, alzò un braccio e parve dare un comando a cui fosse impossibile non obbedire. E infatti, l’onesto campanaro si arrestò di botto, stette un istante come [p. 89 modifica]indeciso, poi chinò il capo e ritornò sui proprii passi.

Quando furono finite le esequie e mentre la processione avviavasi verso il cimitero, ne feci uscir Baccio con un cenno, e gli chiesi:

— Che cosa vi ha detto quell’infelice?

— Va via! mi ha detto, va via, e con una voce che mi ha fatto gelare il sangue nelle vene. E sì che le mie erano buone intenzioni; volevo strapparlo da quella scena... Va via, mi ha detto, come a un cane!

Non so quale attrazione irresistibile mi spingeva a rientrar nella chiesa. La costeggiai, per non dar nell’occhio a nessuno, e vi rientrai infatti, ma piano piano, a passo di lupo, come se fossi per commettere un delitto — dalla porticina da cui era apparso il vedovo.

Quale scena, gran Dio!

Egli era sulla soglia della sagrestia, ai piedi di Don Sebastiano ancor coperto degli abiti con cui aveva officiato, e gli stringeva e gli baciava le mani e gli si avvinghiava al corpo, gemendo, interrotto da rantoli e da singhiozzi:

— Oh! per l’amore del cielo! Buon prete del Signore, aiutatemi a non morire in grazia dei miei poveri bambini. Vedete... ho pensato tutta notte che mi sarei gettato anch’io dentro nella fossa e l’avrei abbracciata così forte quella cassa benedetta che non me ne avrebbero potuto strappar fuori... — Don Sebastiano! per carità... ditemi voi qualche cosa... voi che l’avete bagnata adesso coll’acqua benedetta... perdo la testa; vedo la chiesa, la santa chiesa che gira, che gira, che gira! aiutatemi a non morire... lo sapete anche voi, non posso morire... i bambini, [p. 90 modifica]i poveri disgraziati... tre!... li ho mandati sulla montagna... non sanno niente... quando torneranno a casa!... O povero me!... aiutatemi, per carità, lasciatemi sentire questo odore d’incenso che mi va al cuore... ditemi che cosa devo fare perchè il Signore mi soccorra...

Lo sventurato si aggrappava al lungo sacerdote e sprofondava il capo nelle ampie pieghe della negra sottana e nei merletti bianchi della cotta, mentre le sue gambe si contorcevano sul pavimento come agitate da una convulsione spasmodica.

Allora dalle labbra di quel prete il cui volto non aveva mutato nè colore, nè espressione, udii cader, gelate, asciutte, plumbee, feroci, queste parole:

— Ho altro adesso da fare; il mio caro indiscreto che sei. Lasciami dunque andar la stola una volta: tu me la insudici colle tue lagrime. O che credi di risuscitarla con queste pazzie. Lasciami andare ti dico. Non ti basta la messa! Colle buone, va via!...

E dato colle sue scarne braccia uno scrollo, si liberò dal supplicante, il quale si lasciò cader per terra colla testa nelle mani, mentre il gobbo chierico, datogli un’occhiata di ebete curiosità, rinchiudeva a chiave la porta della sagrestia.

Volai fuori, più che non uscissi, da quella chiesa che non doveva aver più per me l’ombra neppure di una illusione; e non so per quanto tempo corsi pei prati e pei boschi, sbalordito, commosso di pietà e di sdegno fino alle lagrime, quasi fuori di me. Ma conveniva pure non abusare della bontà di Bazzetta, e la continuazione del suo racconto era fatta per sollevarmi l’animo o almeno deviarmi il pensiero dalla cosa spaventosa che mi aveva siffattamente scombussolato. [p. 91 modifica]

Lo trovai nella sua farmacia, dietro il banco, occupato a servire una vecchia montanara catarrosa e febbricitante. Veder quella donna che, di femminile, non aveva che la gonna cenciosa, e pensare alle roccie basaltiche tutte a buchi e a crepacci, che si trovano sulle cime, in mezzo al verde, sparpagliate non si sa come e perchè — era la stessa cosa. Quella creatura apparteneva alla montagna, era una parte di essa; salendovi e scendendovi per settant’anni (che meno non ne mostrava) se ne era compenetrata la natura. Come esistono rupi che hanno profili umani, — argomenti a così buie leggende,— quella vecchia aveva le sembianze di una rupe; con un po’ di fantasia ne avreste scoperto sull’epidermide i licheni e il muschio. Ella brontolava senza interruzione, con una voce chioccia e malinconica la litania delle sue sofferenze; il farmacista continuava imperturbabilmente a stritolare le sue droghe in un mortaio di marmo, mescendovi ogni tanto qualche gocciola di valeriana, con una eleganza tutta particolare, e un sorrisetto d’uomo contento. Era, per un simile paesucolo, una farmacia veramente bella. Il legno inverniciato e i vetri degli scaffali erano senza scrostature e senza macchie. Le due bilancie scintillavano, tazze di porcellana, scodellini di ottone, cucchiai, forbici, il rotolo di cordicina color rosa, tutto era al suo posto, come se si trattasse di essere ispezionati da una commissione della Facoltà di Medicina. La porta d’ingresso era ampia; su una delle lastre stava scritto in lettere gotiche: 'Medicamenti nazionali ed esteri; sull’altra: Zafferano d’Aquila e Vischio sopraffino. Le finestre ai due lati, dovevano nei giorni di sole versare una luce carissima in quell’ambiente. Da una piccola porta che si apriva [p. 92 modifica]sul fondo, a sinistra dell’armadio principale, scoprivasi un portichetto, un cortile, e più in là, dietro un cancello di legno dipinto in verde, un giardino o un orto che fosse.

— Uh! signor Bazzetta, continuava la vecchia, se provasse. Qui vede... mi fa sempre tac, tac, tac.

— Già, già, già!

— E di notte poi... è come una cosa che mi vien su, su... che mi par di morire...

— Ah vi par di morire?

— Come è vero Maria Vergine. È sempre quel tac, tac, tac...

— Già, già.

— E guarirò, dice, con quella polvere lì?

— Vent’anni di meno ci vorrebbero a spalle, la mia comare, e vi risponderei subito di sì.

— Se non è che per questo! Il mio bisnonno è morto che aveva centosei anni e due mesi, la mamma mia, che Dio l’abbia in gloria, ne aveva novantasei quando è caduta nel pozzo. Senza quel pozzo, vivrebbe ancora che sarebbe un piacere a vederla, — In un museo, osservò Bazzetta, e mentre la comare si contorceva per la tosse, — ecco qua, aggiunse, un cucchiaio ogni tre ore... e abbandonar l’acquavite. Avete inteso. Addio.

E la congedò dandole amichevolmente del palmo sulle spalle; ciò che mi parve facesse un gran piacere a colei, che uscì dedicandomi un inchino grottesco.

— Ed ora a noi! Aspettatemi un momento che vado per un certo affarettino; intanto affilate le orecchie.

Ritornò quasi tosto e m’introdusse sotto il portichetto, dopo aver dato una girata di chiave alla bottega. [p. 93 modifica]

Trovai due comode seggiole davanti a un piccolo tavolo dove ergevasi maestosa una pingue bottiglia di vino bianco fra due enormi bicchieri.

— Qui nessuno ci sentirà, e c’è un fresco che consola. Un sorso e riprendo il filo.

Così, in vera santa pace, il facondo Bazzetta cominciò:

— Dicevamo dunque che era arrivato a Zugliano il De Emma e che la curiosità era grande di sapere i fatti suoi. Del resto si ha il diritto, quando arriva in paese un forastiere, di conoscere chi è... per potersi regolare. Io fui dei primi a conoscere la verità, quando meno me lo aspettava. Naturale. Il signor De Emma era un medico; tornava dall’Inghilterra, e mezzo per vaghezza di studio, mezzo per occuparsi, innamorato delle nostre montagne, veniva a stabilirvi una casa di salute. La nostra farmacia ebbe dunque subito dei rapporti con lui.

Il dottore si dedicava quasi esclusivamente alle malattie di cervello. E, come vi dissi, l’Angelo De Boni si arrovellava allora per liberarsi del padre. Lo presentai al De Emma, il quale, per sottrarre il vecchio alle sevizie della famiglia, acconsentì, mediante una modica pensione a prenderlo nel suo nuovo stabilimento.

Il vecchio non oppose alcuna resistenza, ma concepì un odio implacabile per quelli della sua famiglia, tantochè non voleva più vederli. Ciò dava fastidio ad Angelo, perchè non essendo accertata giuridicamente l’alienazione mentale del padre, egli ne temeva un testamento di vendetta. Del resto il vecchio era mansuetissimo; — solo rimaneva chiuso, muto, assorto tutto il giorno nella lettura dei suoi libri religiosi. [p. 94 modifica]

Il signor De Emma aveva con sè due giovani donne: una inglese, sua moglie, — l’altra italiana, vezzosissima, i cui rapporti colla famiglia per allora rimasero ignoti. Si credeva fosse un’inferma in cura del dottore — tanto era patita e sparuta. Costei, per suo gusto, si occupava degli ospiti dello stabilimento.

Aveva una pazienza, e certe maniere e certo visino dolce, amorevole, che i malati presero a volerle bene: era un pallido raggio di sole nella tenebrìa squallida della loro vita di ospedale.

Ed anche il De Boni non rimase insensibile alle sue cure. — Un giorno che il poveraccio s’affaticava, a forza di lenti, di decifrare il carattere minutissimo di un Sant’Agostino, ella glielo prese di mano, sedette accanto al letto e gli fe’ lettura. Poi ci tornò ogni dì. In breve ella acquistò imperio grandissimo su quel bietolone. E fu in grazia sua se il signor Angelo potè ripresentarsi al suo padre senza farlo montare in furore... La giovinetta un po’ colle buone, un po’ colle brusche, come si usa coi ragazzi, sapeva ridurlo docile come un agnello; — tutte le volte che il figlio si presentava, era lei la sua introduttrice e assisteva a tutti i loro colloqui. Strani colloqui di grugniti e di muggiti non interotti che dalle soavi sue parole. Ella faceva da interprete, da paciera...

In quella il vecchio orologio a pendolo della scala battè sei colpi.

— Sei ore, sclamò Bazzetta, già sei ore!

Era scritto ch’io dovessi rimanere un altro pezzo con la mia curiosità oramai vivissima.