Memorie di Carlo Goldoni/Parte terza/III

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III

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CAPITOLO III.

Séguito del capitolo precedente. — Particolari sugli attori italiani di Parigi. — Mio primo viaggio a Fontainebleau. — Alcune parole sulla corte. — Pace tra la Francia e l’Inghilterra. — Gl’Italiani recitano sul teatro di Fontainebleau. — Il Figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato. — Questa commedia dispiace alla corte. — Pericolo delle commedie a braccia. — Miei disegni contrariati.

Il signor Carlo Bertinazzi, detto Carlino, era uomo stimabile per i suoi costumi, celebre nella parte di arlecchino, e di una riputazione che lo metteva al pari di Domenico e Tommasino in Francia, del Sacchi in Italia. La natura infatti lo aveva dotato di grazie inimitabili: il suo personale, i suoi moti, i suoi gesti gli anticipavano il favore di chiunque, onde per la sua azione e pel suo ingegno era tanto ammirato sulla scena, quanto gradito in conversazione. Carlino era il favorito del pubblico, ed aveva saputo sì ben cattivarsi la benevolenza della platea che dirigeva a quella il discorso con tal libertà e dimestichezza, che a nessun altro attore sarebbe stato possibile. Si trattava di arringare il pubblico? Si doveva far qualche scusa? Egli solo n’era incaricato, e i suoi ordinarii inviti altro non erano che colloqui piacevoli fra gli spettatori e l’attore. Una servetta eccellente era poi la signorina Cammina, e adattatissima per l’arlecchino di cui parlo; poichè, piena di brio e di sentimento, sosteneva la parte con vivacità da incantare, e le scene commoventi con anima ed intelligenza. Anche in privato era quell’istessa che ammiravasi sul teatro; vale a dire sempre allegra, sempre eguale, sempre piacevole, e dotata di una mente ornata e di qualità di cuore eccellenti. Anche il signor Collabo era uno de’ migliori attori italiani. Egli era quel Pantalone per cui avevo lavorato molto in Italia, e di cui ho molto parlato nella seconda parte delle mie Memorie.

Quest’uomo, veramente comico nell’anima, possedeva l’arte di render parlante la sua maschera, facendo però assai più graziosa figura a viso scoperto. In Italia aveva già recitato una delle mie composizioni che avea per titolo I due Gemelli Veneziani, l’uno balordo, e l’altro ingegnoso: seppe dare a questo soggetto un nuovo giro, e vi aggiunse un terzo gemello, fiero ed impetuoso, perfettamente sostenendo questi tre differenti caratteri da sè solo. Ebbe molto incontro, fu applaudito estremamente, onde di buon animo gli cedetti tutto il merito dell’immaginazione. Le parti dei nostri Brighella italiani, sotto il nome di Scappino, erano sostenute dal signor Chiavavelli, un eccellente pantomimo e diligentissimo nell’esecuzione: e il signor Rubini faceva frattanto la parte di Dottore nella commedia italiana.

Ho parlato di questi cinque personaggi, prima di entrare nei particolari dei primi amorosi e delle prime amorose, poichè in questi consisteva il fondamento della Commedia Italiana a Parigi. Primo amoroso dunque era il signor Zannuzzi, che io conosceva da lungo tempo; in Italia era molto considerato, ed era detto per soprannome Vitalbino, diminutivo di Vitalba, celeberrimo comico italiano, del quale ho già fatto menzione onorevole nella prima parte delle presenti Memorie.

La persona che più da vicino lo imitasse, era il signor Balletti. Questo attore, figlio di padre italiano e di madre francese, [p. 272 modifica] deva in egual modo le due lingue, e ne conosceva l’indole. Vari sinistri accidenti però avevano infievolito la sua mente ed alterato la sua salute; contuttociò la sua maniera di recitare manifestavasi sempre della scuola di Silvia da cui era stato messo al mondo, e di Lelio e Flamminia che avevano contribuito all’educazione di lui. La signora Savi prima attrice, e la signora Piccinelli, ch’era la seconda, non avevano disposizioni troppo felici per la commedia: erano bensì giovani; onde l’una con la buona volontà, e l’altra con la grazia del canto potevano giungere col tempo a rendersi utili. La prima morì poco tempo dopo, e la seconda lasciò il Teatro comico per esporsi nuovamente su quello dell’Opera in Italia. Vedevo pertanto nei giorni d’Opera buffa un’affluenza di popolo da stupire, e in quelli delle commedie italiane la sala era vuota affatto; ciò per altro non mi sbigottiva, considerando, che i miei cari compatriotti non esponevano se non che vecchie commedie a braccia e di pessimo gusto, di quel medesimo che io aveva riformato in Italia. Io produrrò, diceva dunque a me stesso, cose che abbian carattere, sentimento, condotta, connessione, stile. Mettevo a parte di tutte le mie idee anche i comici. Gli uni m’incoraggiavano a proseguire il disegno propostomi, gli altri non mi domandavano se non se farse: quelli che desideravano le commedie scritte, erano amorosi; gli altri, attori buffi, che, assuefatti a non imparar nulla a mente, avevano l’ambizione di spiccare senza darsi alcuna pena di studiare. Mi risolvei adunque di aspettare qualche poco, prima di dar principio al mio ufficio, e domandai perciò quattro mesi di tempo, affine di esaminar bene il genio del pubblico, ed istruirmi sul vero modo di piacere a Parigi; onde non feci altro in tutto questo intervallo che vedere, girare, passeggiare, godere. Parigi è un mondo; tutto vi è in grande; havvi molto male, havvi molto bene. Portatevi agli spettacoli, ai passeggi, ai luoghi di piacere; tutto è pieno. Andate per le chiese; folla per tutto. In una città di ottocento mila anime bisogna per necessità che vi siano galantuomini e viziosi più che in qualunque altro luogo; vi è dunque da scegliere. Il dissoluto trova facilmente il modo di soddisfare le sue passioni, e l’uomo da bene si vede incoraggito all’esercizio delle proprie virtù. In quanto a me, io non era nè troppo felice per mettermi nella classe di quest’ultimi, nè così sciagurato per lasciarmi trascinare al mal costume. Continuai in Parigi la consueta mia maniera di vivere, amando i piaceri onesti, e facendo stima delle persone nate per l’altrui edificazione. Per altro quanto più m’inoltravo, mi trovavo confuso nei diversi ceti, nelle varie classi, nelle differenti maniere di vivere e di pensare. Non sapevo più quello che ero, quello che volevo, ciò che fossi per diventare. La farragine di tante cose mi aveva compiutamente occupato; dimodochè vedevo il bisogno di ritornare in me stesso, ma non ne trovavo, o, per dir meglio, non ne cercavo i mezzi. Per buona sorte la corte trasferivasi a Fontainebleau, ove dovevano andare anche i comici, per esporvi le loro commedie. Io pure li seguitai con la piccola mia famiglia, e trovai in codesto delizioso soggiorno la tranquillità e il riposo che avevo sacrificato ai divertimenti della capitale. Vedevo ogni giorno la famiglia reale, i principi del sangue, i grandi del regno, il ministero francese, il ministero estero. Tutti concorrono a quel castello. Vi era accesso negli appartamenti tanto al mattino, quanto nel tempo del pranzo, e si seguiva la corte a messa, a caccia, allo spettacolo, senza suggezione, senza incomodo e senza confusione. Fontainebleau non è nè grande nè ricca, nè vanta ornamenti, ma la sua situazione [p. 273 modifica] è piacevole. La foresta offre punti di vista mirabili; ed il castello reale, molto vasto e molto comodo, è un monumento prezioso di architettura antica, ricchissimo e benissimo conservato. In questo castello di delizia come in quello di Compiègne si concludono per solito i grandi affari di stato; infatti a Fòntainebleau fu firmato il trattato di pace fra l’Inghilterra e la Francia nell’anno 1762, di cui parlo attualmente. In questa villeggiatura gl’italiani esposero Il figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato. Questa commedia, che in Parigi aveva ottenuto molto incontro, non n’ebbe alcuno a Fontainebleau. Primieramente essa era a braccia, ed in secondo luogo i comici vi avevano mescolate alcune buffonate del Cocu imaginaire, cosa che disgustò infinitamente la corte, e per conseguenza la commedia andò a terra. Ecco il solito inconveniente delle commedie a soggetto: l’attore che recita all’improvviso parla talvolta senza senno, e guasta il più delle volte scene intiere, e rovina una composizione. Quanto a me, non avevo alcun affetto particolare per questa mia opera; anzi a me sembra di averne detto abbastanza nella prima parte di queste Memorie per provare il poco conto che ne facevo; solo mi rincresceva che non incontrasse alla corte la prima commedia mia che vi si dava. Questo spiacevole avvenimento sempre più mi convinceva della necessità di esporre commedie in dialogo. Ritornai adunque in Parigi con risoluta e ferma volontà sopra un tal punto; ma il male era che non doveva farla con i miei soliti comici d’Italia, poichè qua non ero più il padrone come era in patria.