Morgante/Cantare decimo

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Cantare decimo

../Cantare nono ../Cantare decimoprimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Cantare nono Cantare decimoprimo

 
1   Te Deüm laüdamus, sommo Padre;
     te confessiam Signor giusto e verace;
     laudata sia la tua benigna madre;
     donami grazia, Signor, se ti piace,
     ch’io conduca a Parigi le mie squadre
     e tragga Carlo fuor di contumace,
     e ch’io ritorni ov’io lasciai il mio canto,
     colla virtù dello Spirito santo.

2   Era già presso a Parigi a tre miglia
     Faburro, ch’era innanzi all’altra gente.
     Mentre che Carlo voltava le ciglia,
     vide le schiere e gli stormenti sente:
     non sa che fussin della sua famiglia,
     e più che prima fu fatto dolente;
     pur, così afflitto, alla sua gente è corso
     e chiama Gan che debba dar soccorso.

3   Gano appellò il suo capitan Magagna,
     e disse: - Presto alla porta n’andate,
     ché nuove gente vien per la campagna:
     quivi la vostra prodezza mostrate,
     ché starsi drento poco si guadagna. -
     Furno in Parigi molte gente armate:
     ognun del caso nuovo si sconforta,
     e tutti si ridussono alla porta.

4   Faburro è giunto, valoroso, ardito,
     che cavalcava un possente cavallo;
     la lancia abbassa, un cristiano ha ferito
     e morto in terra faceva cascallo.
     Gan di Maganza incontro gli fu ito,
     e disse: - Aspetta, traditor vassallo! -
     La lancia abbassa e lo scudo percosse;
     ma dell’arcion Faburro non si mosse.

5   Al conte Gano un colpo della spada
     dètte, che presto trovò la pianura;
     molti cader ne fece in sulla strada,
     tanto ch’assai ne fuggon per paura.
     Gan si rilieva, e non istette a bada,
     e riprovar volea la sua ventura;
     e fece quel che potea, il fraudolente.
     Ma in questo tempo giunse l’altra gente.

6   Per Parigi era levato il romore,
     e Carlo era montato in sul destriere.
     Giunto alla porta con molto dolore,
     sùbito ricognobbe le bandiere
     del suo nipote Orlando e ’l corridore,
     ch’avea scoperto il segno del quartiere;
     e già Faburro incontro gli è venuto
     e dismontato e fatto il suo dovuto,

7   e detto: - Carlo, ch’io bramato ho tanto
     di vedere una volta, or son contento.
     Non dubitar, pon fine al lungo pianto:
     qua è Orlando, che già presso il sento. -
     Carlo si trasse per dolcezza il guanto,
     e disse: - Lieva, baron d’ardimento -
     ed a Faburro toccava la mano.
     In questo giunse il sir di Montalbano,

8   e saltò di Baiardo e inginocchiossi.
     Ecco Ulivier che facea similmente.
     Non sapea Carlo in qual mondo si fossi,
     tanta allegrezza nel suo petto sente.
     Non si son questi pria di terra mossi
     che ’l suo nipote giugneva presente,
     e saltò armato fuor di Vegliantino
     e inginocchiossi al figliuol di Pipino.

9   Carlo gli abbraccia con amor perfetto
     e benedice mille volte o piùe.
     Meredïana giugneva in effetto,
     e dismontata poi che in terra fue
     s’inginocchiò dinanzi al suo cospetto.
     Disse Ulivier: - Questa crede in Gesùe,
     e sua prodezza non ha pari al mondo.
     Viene a veder te, imperador giocondo;

10 ed è figliuola d’un gran re pagano,
     e molta gente ha qui del suo paese,
     e vengono aiutar te, Carlo Mano. -
     Sùbito Carlo le braccia distese
     e prese la donzella per la mano,
     e ringraziolla di sì fatte imprese;
     e grande onore alla gente pagana
     facea far Carlo di Meredïana.

11 Disse Ulivieri alla gentil donzella:
     - Che ti par, dama, dello imperadore? -
     Disse la donna grazïosa e bella:
     - Degno di gloria e di pregio e d’onore;
     e certo chi di sue laude favella
     al mio parer non può pigliare errore;
     non minuisce già la sua presenzia
     la fama e ’l grido e la magnificenzia. -

12 Carlo la fece cavalcar davante,
     e poi appresso il duca borgognone.
     Ecco apparir col battaglio Morgante.
     Carlo guardava questo compagnone,
     e disse: - Mai non vidi un tal gigante! -
     Ebbe di sua grandezza ammirazione.
     Morgante ginocchion lo superava,
     e così Carlo la man gli toccava.

13 Verso il palazzo Carlo s’invïòe,
     più che mai fussi in sua vita contento.
     Gan, come Orlando vide, si pensòe
     che questo fussi il suo disfacimento;
     e come disperato a sé chiamòe
     Magagna e fece un altro tradimento,
     dicendo: - Poi che questa gente pazza
     entrata è drento, soccorriàn la piazza:

14 gridiàn che Carlo tradimento ha fatto
     e ch’egli ha dato Parigi a’ pagani,
     e come alcun di lor v’è contraffatto
     che pare Orlando e gli altri capitani. -
     E tutto il popol sollevò in un tratto;
     corse alla piazza con armate mani;
     e ’l popol parigin dava favore
     a Gan, chiamando Carlo traditore.

15 Non si cognosce ancor per molti Orlando
     o gli altri, perché l’elmo aveano in testa.
     I Maganzesi la piazza pigliando,
     fu la novella a Carlo manifesta
     che tutto il popol si veniva armando:
     parvegli segno di cattiva festa.
     Rinaldo presto correva alle sbarre
     co’ saracin, ch’avien le scimitarre.

16 Furno in un tratto le sbarre tagliate
     e in ogni parte ove Gan fe’ serraglio;
     Meredïana è tra sue gente armate,
     e fe’ gran cose in sì fatto travaglio;
     Orlando corse coll’altre brigate;
     giunse Morgante e diguazza il battaglio;
     ed Ulivieri innanzi alla sua dama
     dava gran colpi per acquistar fama.

17 Rinaldo, in mezzo di que’ Maganzesi,
     quanto poteva Frusberta operava,
     tagliando a chi i bracciali, a chi gli arnesi,
     e molti in terra morti ne cacciava;
     molti ne fur feriti e molti presi.
     Ecco il Magagna che quivi arrivava:
     Rinaldo al capo un gran colpo gli mena
     e féssel come tinca per ischiena.

18 Ma poi che fu cognosciuto Rinaldo
     e gli altri, ognun per paura fuggìa,
     ché lo vedieno infurïato e caldo.
     Tosto la piazza sgomberar facìa
     dicendo: - Ove è quel traditor ribaldo
     Gan da Pontier? - Ma fugge tuttavia:
     non si fidò di star drento alle mura,
     perch’egli avea di Rinaldo paura.

19 Così fu presto cessato il furore.
     E conosciuti i nostri buon guerrieri,
     ognun gli abbraccia con molto fervore;
     tutto il popol gli vide volentieri;
     ognun si scusa collo imperadore;
     nessun si vede di que’ da Pontieri;
     e con gran festa e piacere e sollazzo
     tutti n’andorno a smontare al palazzo.

20 Era venuta intanto Alda la bella
     per rivedere Orlando, il suo marito.
     Rinaldo una corona ricca e bella
     donava a questa, ove era stabilito
     un bel rubin che valea due castella:
     Alda la bella col viso pulito
     gran festa fe’ del marito e di quello
     e d’Ulivieri, il suo caro fratello.

21 Poi che furono alquanto riposati,
     queste parole Rinaldo dicìa:
     - O Carlo, io non ci veggo, bench’io guati,
     Uggieri o Namo o l’altra baronia.
     Che n’hai tu fatto? Ha’gli tu sotterrati?
     O son prigioni andati in Pagania? -
     Carlo a Rinaldo sùbito ha risposto:
     - Tutti son vivi, e qui gli vedrai tosto. -

22 E raccontò come andava la guerra
     e ciò ch’è stato dopo il suo partire:
     come il re Erminïon Montalban serra
     e’ suoi baron minaccia far morire;
     e come Astolfo è drento nella terra
     e Ricciardetto suo, c’ha tanto ardire.
     Parve a Rinaldo e gli altri il caso strano
     de’ paladini e sì di Monte Albano.

23 Diceva Orlando: - Presto i paladini
     si bisogna, Rinaldo, riscattare.
     Io vo’ che ’l campo là de’ saracini
     domani a spasso andiamo a vicitare,
     ch’a trenta miglia son presso a’ confini. -
     Meredïana cominciò a parlare:
     - Io vo’ venir, se la domanda è degna;
     e ’l mio Morgante vo’ che meco vegna. -

24 Così Faburro, e così il buon marchese.
     - Vedremo un poco come il campo sta -
     diceva Orlando; e ’l partito si prese.
     Ognun presto apportar l’arme si fa.
     Così coperti di piastra e d’arnese,
     usciron tutti fuor della città
     una mattina al cominciare il giorno,
     e inverso Montalban la via pigliorno.

25 Eran qualche otto leghe cavalcati,
     quando a lor si scoperse il padiglione
     d’Erminïon, dove stavan legati
     Berlinghier nostro e Namo e Salamone
     e ’l buon Danese e gli altri sventurati;
     e se non fussi che ’l re Erminïone
     sentito avea come Orlando venìa,
     tutti impiccare e squartar gli facìa;

26 ma dubitò di quel che gli bisogna,
     dicendo: «Se morir facciàn costoro,
     e’ ne potre’ seguir danno e vergogna;
     ch’Orlando vendicar vorrà poi loro,
     e metter ci potrebbe in qualche gogna
     che ci darebbe qualche stran martoro.
     Se vivi son, qualche bel tratto fare
     si può con essi, e’ prigioni scambiare».

27 Vide tante trabacche e padiglioni,
     destrier coperti d’arme rilucenti,
     e sentia trombe sonare e busoni,
     e far pel campo variati strumenti
     per Montalban, gatti, grilli e falconi
     da combattervi sù poi quelle genti;
     e disse: «Erminïon, per Dio, sollecita
     pigliar la terra, e parmi cosa lecita».

28 Meredïana disse al conte Orlando:
     - Se ti fussi in piacer, caro signore,
     una grazia mi fa’ ch’io ti domando.
     Io vo’ pel mezzo entrar, col corridore,
     del campo tutto, e venirlo assaltando
     e trapassarlo via con gran furore,
     e fare un colpo degno alla mia vita -
     così pregò questa dama gradita.

29 Ma vo’ che presso Morgante a me vegna,
     se bisognassi pur qualche soccorso;
     e forse arrecherotti qualche insegna,
     anzi per certo, bench’io te lo inforso. -
     Rispose Orlando: - La preghiera è degna
     d’avere il campo in tal modo trascorso.
     Non dubitar, sicuramente andrai;
     e tu, Morgante, l’accompagnerai. -

30 Meredïana allor prese una lancia,
     brocca il caval c’ha serpentina testa,
     e grida: - Viva Carlo e viva Francia! -
     Quando fu tempo, misse l’aste in resta;
     truova un pagano e per mezzo la pancia
     gli misse il ferro con molta tempesta;
     poi trasse fuori una fulgente spada
     e fe’ pel mezzo del campo la strada.

31 E come morto fu questo pagano,
     fu la novella a Salincorno detta
     ch’egli è venuto un cavalier villano
     e molti in terra col suo brando getta.
     Salincorno s’armava a mano a mano,
     però che far ne voleva vendetta;
     verso Meredïana il camin prese
     questo giovan gentil, saggio e cortese;

32 e molta gente che fuggiva scaccia:
     - Tornate addrieto, per un sol fuggite?
     Arebbe costui d’Ercul mai le braccia? -
     Fugli risposto in parole spedite:
     - Egli è il dïavol che tua gente spaccia;
     se nol credete, a vederlo venite:
     egli ha cacciato in terra ognun che truova,
     e parci cosa inusitata e nuova. -

33 Rispose Salincorno: - Io vo’ vedere
     chi è costui ch’ha in sé tanta arroganza
     che sia passato tra le nostre schiere.
     Orlando non arìa tanta possanza. -
     Meredïana rivolse il destriere,
     come di Salincorno ebbe certanza;
     Salincorno la lancia abbassa in quella
     e ferì nello scudo la donzella.

34 La lancia in aria n’andò in mille pezzi.
     Disse la dama: - Ah, cavalier codardo,
     a questo modo la tua fama sprezzi?
     Questa usanza non è già d’uom gagliardo,
     ch’a ferir con la lancia alcun t’avvezzi
     che sia col brando; e tu non v’hai riguardo.
     Volgiti a me, poi che tu m’hai percossa:
     vedrai che dell’arcion non mi son mossa. -

35 Ebbe vergogna Salincorno allora,
     e ritornava indrieto a fare scusa,
     dicendo: - Io non avea veduto ancora
     se tu t’avevi lancia o soda o busa. -
     Meredïana a quel sanza dimora
     rispose: - In Danismarche così s’usa?
     Così fanno i baron d’Erminïone?
     Tu debbi esser per certo un gran poltrone.

36 Ma non si fa così di Carlo in corte,
     dove fiorisce ogni gentil costume.
     Vedren se tu sarai cavalier forte
     e s’altra volta poi vedrai me’ lume:
     prendi la spada, io ti disfido a morte
     e farotti assaggiar d’un altro agrume. -
     Salincorno la spada trasse fore
     per racquistar, se poteva, il suo onore.

37 Poi che più colpi insieme si donorno
     né l’un coll’altro guadagna nïente,
     un tratto volle ferir Salincorno
     la gentil donna, e dètte al suo corrente;
     e molto biasimato fu dintorno,
     ché gli spiccava il capo del serpente
     e ritrovossi in su l’erba la dama:
     or questo è quel che gli tolse ogni fama.

38 Morgante volle il battaglio menare
     per ischiacciar la testa a quel pagano;
     Meredïana gridava: - Non fare!
     Vendetta ne farò colla mia mano. -
     Salincorno s’aveva a disperare,
     e duolsi molto di quel caso strano.
     I saracin ferno a Morgante cerchio,
     tanto ch’alfin saranno di soperchio;

39 e misson lui con la donzella in mezzo
     e cominciorno una fera battaglia;
     ma a molti dava il battaglio riprezzo,
     a molti trita la falda e la maglia.
     Dicea Rinaldo: - Or non istiàn più al rezzo,
     che non è tempo, se Gesù mi vaglia:
     io veggo a piede là Meredïana
     in mezzo a tutta la turba pagana. -

40 Orlando sprona sùbito il destrieri
     e ’nverso il campo girava la briglia,
     e ’l simigliante faceva Ulivieri:
     così tutto quell’oste si scompiglia.
     Erminïon sentì che que’ guerrieri
     eran venuti e fanno maraviglia,
     e disse: - Traditor di Macometto,
     e’ fia Rinaldo, per più mio dispetto,

41 e ’l conte Orlando, che tornati sono:
     altri non so ch’avessin tanto ardire
     di metter qua la vita in abbandono. -
     Sùbito incontro gran gente fece ire;
     e disse: «Io credo ancor che sarà buono
     ch’io m’armi tosto», e l’arme fe’ venire
     e ’l suo caval di fine acciaio coperto;
     ché vincere o morir dispose certo.

42 Orlando in mezzo alla sua gente entrava
     ed una lancia ch’egli aveva abbassa,
     e ’l primo ch’a lo scudo riscontrava
     lo scudo e l’arme e ’l petto gli trapassa;
     poi trasse Durlindana e martellava:
     quante arme truova tante ne fracassa;
     fece un macel di gente in poca d’otta.
     Rinaldo n’avea già morti una frotta.

43 Ed Ulivier facea quel che far suole;
     ma tuttavia tenea gli occhi a colei
     ch’era sua scorta come agli orbi il sole,
     colpi menando dispietati e rei,
     perché soccorrer la sua donna vuole:
     ovunque e’ guata, facea l’agnusdei
     rivolto sempre alla sua dama bella,
     e quanto può sempre s’appressa a quella.

44 E non poteva ancor romper la calca
     che tuttavolta si facea più stretta;
     pur sempre innanzi a suo poter cavalca,
     e ’n qua e ’n là come un leon si getta,
     e molti colla spada ne difalca
     della turba bestiale e maladetta,
     e tristo a quel ch’aspettava Altachiara,
     che gli facea costar la vita cara.

45 Morgante in mezzo stava dello stuolo
     e col battaglio facea gran fracasso.
     Meredïana sentiva gran duolo,
     ché ’l corpo feminile già era lasso;
     né fuggir può se non si lieva a volo,
     perché e’ non v’era onde fuggirsi il passo.
     Ma pur Morgante spesso la conforta,
     e molta gente avea dintorno morta.

46 Ed era tutto da’ dardi forato
     e lance e spiedi e saette e spuntoni,
     e tutto quanto il corpo insanguinato,
     che le ferite parevan cannoni
     che gettan sempre fuor da ogni lato;
     avea nel capo cento verrettoni;
     ma tanti intorno avea fatti morire
     che già del cerchio non poteva uscire.

47 L’un sopra l’altro morto era caduto
     e gli uomini e’ cavalli attraversati,
     tal che miracol sarebbe tenuto
     quanti furon poi morti annumerati.
     Avea cinque ore o più già combattuto:
     or pensi ognun quanti e’ n’abbi schiacciati,
     che non potea più aggiugner colle mani,
     tanto discosto gli erano i pagani.

48 Meredïana assai s’era difesa,
     ed or da’ dardi attendeva a schermirsi;
     avea la faccia come un fuoco accesa,
     né potea più collo scudo coprirsi,
     tanto era stanca, perché troppo pesa;
     e non poteva del cerchio fuggirsi;
     e così afflitta e sventurata a piede
     morir vuol prima che chiamar merzede.

49 E pure ancora in Morgante si fida,
     e dicea spesso: - Il mio fallar ti costa,
     ch’io temo questa gente non t’uccida. -
     Ecco Rinaldo ch’al cerchio s’accosta,
     e come e’ giunse, metteva alte grida,
     tanto che molto la gente si scosta:
     - Oltre, gente bestial sanza vergogna,
     poi ch’a due a piè tanto popol bisogna!

50 Fatevi addrieto! - e Frusberta menava:
     - Tutti sarete, saracin, qui morti. -
     Meredïana, quando l’ascoltava,
     sùbito par che tutta si conforti.
     Allor Rinaldo i colpi raddoppiava
     e vendicava di lei mille torti;
     e poi in un tratto, come un leopardo,
     in mezzo il cerchio fe’ saltar Baiardo.

51 E fe’ saltar Meredïana in groppa,
     che si gittò di terra come un gatto,
     nimica parve affaticata o zoppa;
     e fuor del cerchio risaltò in un tratto:
     così con essa pel campo gualoppa.
     Ognun che ’l vide ne fu stupefatto:
     - Questo è Rinaldo o ’l gran signor d’Angrante -
     dicevan tutti; e lasciorno il gigante;

52 e molti a’ padiglion si ritornorno,
     veggendo cose far sopra natura.
     In questo tempo giunse Salincorno:
     Meredïana il vide per ventura.
     Rinaldo nostro, cavaliere adorno,
     che non tenea la spada alla cintura,
     gli trasse d’un fendente in sull’elmetto
     che gli cacciò Frusberta insino al petto;

53 e Salincorno cadde in sul terreno,
     e vendicata fu la damigella.
     Rinaldo prese il suo caval pel freno
     e fe’ montar Meredïana in sella,
     che vi saltò sù in manco d’un baleno.
     Ed Ulivier, che vide la donzella,
     disse: - Io venivo ben per darti aiuto,
     ma le schiere passar non ho potuto. -

54 Avea Faburro, Ulivieri ed Orlando
     morti quel dì migliaia già di pagani,
     e tuttavia ne venien consumando.
     E’ saracini ancor menan le mani;
     ma tanto e tanto i paladini il brando
     insanguinato avevan di que’ cani,
     che per paura assai n’eran fuggiti
     a’ padiglioni, e gran parte feriti.

55 Erminïon dicea pur: - Chi vi caccia? -
     ché gli vedeva fuggir d’ogni parte.
     E’ rispondieno a quel che gli minaccia:
     - Fuggiàn dinanzi alla furia di Marte;
     e’ non c’è uom con sì sicura faccia
     che si confidi di sua forza o arte:
     qua son venuti nuovi Ettorri al campo,
     né contro a’ colpi lor si truova scampo.

56 Noi vedemo Rinaldo, o fu il cugino,
     in mezzo un cerchio saltar col cavallo;
     quivi era tutto il popol saracino,
     e non potemo tanto contastallo
     che pose in groppa un altro paladino
     ch’era assediato, e saltò fuor del ballo
     ed a dispetto nostro il portò via:
     mai vedemo uom di tanta gagliardia.

57 E Salincorno ha morto, il tuo fratello.
     Erminïone allor si dolfe forte,
     e così disse: - Poi che morto è quello
     ch’era il più fier pagan di nostra corte,
     a tradimento quel Rinaldo fello
     o ’l suo cugin gli arà data la morte. -
     Fugli risposto: - E’ non fu a tradimento,
     ché chi l’uccise n’uccidrebbe cento. -

58 Allora Erminïon: - Sia maladetta
     tua deïtà, Macon! - più volte disse;
     e giurò far del suo fratel vendetta,
     se mille volte come lui morisse.
     Dove è Rinaldo a gran furia si getta
     ed una lancia ch’avea, in resta misse;
     e come egli ha Rinaldo conosciuto,
     lo salutò con uno stran saluto:

59 Dio ti sconfonda, - disse Erminïone
     - se tu se’ il prenze sir di Montalbano,
     colui che porta sbarrato il lïone;
     ch’ancor lui sbarrerò colla mia mano. -
     Rinaldo, udendo sì fatto sermone,
     a lui rispose: - Cavalier villano,
     che di’ tu, re di farfalle o di pecchie?
     Io t’ho a punir di mille ingiurie vecchie. -

60 Rispose Erminïon: - Del tempo antico
     a vendicar m’ho io de’ miei parenti:
     tu uccidesti come reo nimico
     il re Mambrin con mille tradimenti. -
     Disse Rinaldo: - Ascolta quel ch’io dico:
     per la tua gola, Erminïon, ne menti;
     ch’a tradimento vien tu qua, pagano,
     perch’io non c’ero, assediar Montalbano.

61 Ma tanto attraversato ho il piano e ’l monte
     ch’io t’ho trovato, e non ti puoi fuggire;
     e ’l tuo fratello uccisi, Fieramonte,
     e dètti al popol tuo giusto martìre;
     a Salincorno ho spezzata la fronte;
     or farò te col mio brando morire. -
     Quando il pagan sentì rimproverarsi
     tant’alte ingiurie, e’ cominciò a picchiarsi

62 e in su l’arcion percuotersi l’elmetto
     e bestemiar Macon divotamente
     e battersi col guanto tutto il petto:
     are’ voluto morir certamente;
     e poi rispose: - D’ogni tuo dispetto
     che fatto m’hai, ne sarai ancor dolente. -
     E misse come uom disperato un grido:
     - Prendi del campo tosto, ch’io ti sfido. -

63 E poi soggiunse: - Facciàn questo patto,
     dacché tu m’hai cotanto offeso a torto:
     che Montalban mi doni, s’io t’abbatto;
     e se tu vinci me, datti conforto
     che’ tuoi prigion ti renderò di fatto,
     ché nessun n’ho danneggiato né morto;
     e che s’intenda per un mese triegua,
     e poi ciascun quel che gli piace segua. -

64 Rinaldo disse: - A ciò contento sono. -
     E poi voltava in un tratto Baiardo,
     e dice: - Se mai fusti ardito e buono,
     a questa volta fa’ che sia gagliardo. -
     Poi si rivolse che pareva un tuono,
     né anco Erminïon parve codardo;
     e quando insieme s’ebbono a colpire,
     parve la terra si volessi aprire.

65 Erminïon con la lancia percosse
     sopra lo scudo il franco paladino:
     l’aste si ruppe, e d’arcion non lo mosse.
     Ma il pro’ Rinaldo giunse al saracino
     d’un colpo tal che, benché forte fosse,
     si ritrovò in su l’erba a capo chino;
     e disse: «O Dio che reggi sole e luna,
     può far ch’io sia caduto la Fortuna?

66 Egli è pur ver quel che si dice al mondo,
     che questo è il fior de’ cavalier nomati!».
     Rizzossi e disse: - Paladin giocondo,
     or son puniti tutti i miei peccati,
     e come dianzi più non ti rispondo
     d’avere i miei congiunti vendicati.
     Io ho perduto ogni cosa in un punto;
     d’ogni mia gloria e fama il fine è giunto.

67 Or sarà vendicato il mio parente,
     or sarà vendicato Fieramonte
     e Salincorno e tutta l’altra gente:
     però chi fa vendetta con sue onte
     al mio parere è matto veramente,
     e spesso avvien che si batte la fronte.
     Or pel consiglio di dama Clemenzia
     del suo peccato ho fatto penitenzia;

68 ché chi governa per consiglio il regno
     di femina, non può durar per certo,
     che’ lor pensier non van diritti al segno:
     qual maraviglia s’io ne son diserto?
     Or si cognosce il mio bestial disegno:
     ogni cosa ci mostra il fine aperto;
     così convien che spesso poi si rida
     di quel che troppo a Fortuna si fida.

69 Quel ch’io promissi, baron, vo’ servarti,
     come pur giusto re ch’io sono ancora,
     e tutti i tuoi prigion vo’ consegnarti:
     andianne al padiglion sanza dimora.
     E la promessa tua vo’ ricordarti. -
     Disse Rinaldo: - Per lo Iddio ch’adora
     re Carlo Magno e tutto il cristianesimo,
     ciò che tu vuoi chiederai tu medesimo. -

70 Inverso il padiglion preson la volta.
     Erminïon, ch’era uom molto dabbene,
     fece pel campo sonare a raccolta,
     poi che Fortuna nel fondo lo tiene.
     La gente sua parea smarrita e stolta,
     come ne’ casi sùbiti interviene.
     Rende i prigion, ch’avea legati e presi,
     co’ lor cavalli e tutti i loro arnesi.

71 Chi vedessi la festa e l’allegrezza
     che fanno i nostri possenti baroni,
     sare’ costretto per sua gentilezza
     di lacrimar con pietosi sermoni.
     Diceva Uggier: - Rinaldo, tua prodezza
     ci ha tratti fuor di molti strani unghioni:
     a questa volta aremo tutti quanti
     la vita data per quattro bisanti.

72 Noi abbiàn sentito sì fatto romore
     oggi pel campo, ch’io pensai che ’l mondo
     fussi caduto e giunto all’ultime ore,
     e lo stato di Carlo fussi al fondo.
     Ognuno avea della morte timore,
     ché ’l saracin crudele e rubicondo
     d’impiccar tutti ci avea minacciati,
     e della vita savàn disperati. -

73 Namo diceva: - Il nostro buon Gesùe
     vi mandò qua per nostro aiuto solo;
     e siàn salvati per la tua virtùe
     e liberati da gran pena e duolo. -
     Diceva Orlando: - Non ne parliàn piùe.
     Lasciàn pur tosto de’ pagan lo stuolo:
     Carlo non sa quel che seguìto abbiamo;
     però verso Parigi ce n’andiamo. -

74 Erminïon rimase assai scontento,
     e’ paladini a Carlo ritornaro.
     Carlo gli abbraccia cento volte e cento,
     e fu cessato ogni suo duolo amaro;
     fecesi festa per la città drento.
     Ma questo a Ganellon fu solo amaro,
     che per paura fuor s’era fuggito
     e dubitava non esser punito.

75 Poi ch’alcun giorno insieme riposârsi,
     dicea Rinaldo un giorno a Carlo Mano
     ch’avea pur voglia da lui accomiatarsi
     e ritornare insino a Montalbano
     e qualche dì colla sua sposa starsi.
     Carlo contento gli toccò la mano.
     E menò solo un servo molto adatto
     del conte Orlando, detto Ruïnatto,

76 ch’era scudier compagno di Terigi.
     E mentre che cavalca, s’è abbattuto,
     forse sei leghe discosto a Parigi,
     dove giaceva un bel vecchio canuto:
     questo era, trasformato, Malagigi,
     tal che Rinaldo non l’ha cognosciuto,
     sur una riva appoggiato alla grotta,
     e d’acqua piena aveva una barlotta.

77 Rinaldo il salutò cortesemente;
     e’ gli rispose: - Ben venuto siete.
     Se voi volessi ber, baron possente,
     d’una certa cervogia assaggerete
     che doverrà piacervi veramente. -
     Disse Rinaldo: - Io affogo di sete,
     e di bere acqua di fossato o di fiume
     quando cavalco, non è mio costume. -

78 Quando Rinaldo ha beuto a suo modo,
     a Ruïnatto il barletto porgeva,
     dicendo: - Peregrin, di te mi lodo. -
     E Ruïnatto come lui beeva;
     e non sa ben di Malagigi il frodo.
     Malagigi il barletto ritoglieva.
     Rinaldo poco e Ruïnatto andava
     ch’ognuno scese, e di sonno cascava.

79 Addormentati posonsi a giacere.
     Malagigi gli segue come saggio,
     e non poteva le risa tenere
     veggendo quel c’ha fatto il beveraggio.
     Tolse la spada a Rinaldo e ’l destriere
     e prese inverso Parigi il vïaggio;
     misse Frusberta, la spada sovrana,
     nella guaina ov’era Durlindana;

80 così Baiardo ov’era Vegliantino;
     e ritornò a Rinaldo che dormia,
     e dèttegli la spada del cugino,
     così il cavallo; e poi disparì via;
     e misse sotto il capo al paladino
     una certa erba, che si risentia.
     E risentito, seco poco bada
     che del caval s’accorse e della spada;

81 e volsesi a quel servo Ruïnatto,
     e disse: - Tu debbi essere un ghiottone.
     Dove è Baiardo mio? Che n’hai tu fatto?
     Questo è il caval del figliuol di Millone. -
     Rispose lo scudiere stupefatto:
     - Io ho dormito qua come un poltrone,
     ché ’l sonno come te mi vinse dianzi,
     e non sono ito più indrieto o più innanzi. -

82 Disse Rinaldo, ravveduto un poco:
     - Questo arà fatto far per certo Orlando:
     e’ vuol pigliar di me sempremai giuoco,
     e fatto m’ha scambiar Baiardo e ’l brando. -
     Tutto s’accese di rabbia e di fuoco,
     e fra sé disse: «E’ ti verrà costando».
     A Montalban pien di sdegno n’andava
     e Ruïnatto indrieto rimandava;

83 e scrisse al conte Orlando: «Tu m’hai tolto
     a tradimento, pel camin, dormendo,
     la spada e ’l mio cavallo, e come stolto
     sempre mi tratti e poi ne vien’ ridendo;
     e perché più d’una volta m’hai còlto,
     di sofferirlo a questa non intendo:
     mandami indrieto e la spada e ’l cavallo,
     se non che caro ti farò costallo».

84 Orlando per ventura avea trovato
     il destriere e la spada di Rinaldo,
     ed era forte con seco adirato
     e tutto quanto inanimato e caldo,
     dicendo: «Come un putto son gabbato,
     e parmi un atto stato di ribaldo,
     e più che ’l fatto il modo mi dispiace»;
     e non potea fra sé darsene pace.

85 Intanto Ruïnatto gli portòe
     la lettera che ’l suo cugino scrisse.
     Orlando molto si maravigliòe,
     e inverso Ruïnatto così disse
     se sapea nulla come il fatto andòe,
     e quel che per camino intervenisse.
     E Ruïnatto rispondeva presto:
     - Io ti dirò quel ch’io ne so di questo. -

86 E raccontò come e’ trovò quel vecchio,
     e come poi si posono a dormire.
     Orlando pone al suo parlar l’orecchio:
     di maraviglia credette stupire.
     Ma poi diceva: «Un pulcin fra ’l capecchio
     par che mi stimi Rinaldo al suo dire».
     E così indrieto a Rinaldo scrivea
     che del suo minacciar beffe facea;

87 e che quando e’ partì da re Carlone
     esser dovea per certo un poco in vino:
     però scambiò la sua spada e ’l roncione;
     e che sia ver, che dormì pel camino.
     Poi gli diceva per conclusïone:
     «Perché tu se’, Rinaldo, mio cugino,
     voler con teco quistion non m’aggrada:
     però ti mando il cavallo e la spada.

88 Ma se ’l mio indrieto non rimanderai,
     io ti dimosterrò che me ne duole;
     e se quistion di nuovo cercherai,
     tu sai che io so far fatti e tu parole;
     e poco meco alfin guadagnerai,
     ché sai che gnun non temo sotto il sole:
     or tu se’ savio e so che tu m’intendi,
     e ’l mio cavallo e la spada mi rendi».

89 Tornato Ruïnatto a Montalbano
     colla risposta del suo car signore,
     sùbito il brando suo gli pose in mano
     e consegnò Baiardo il corridore.
     Rinaldo sbuffa come un leo silvano
     per quel che scrisse il roman sanatore,
     e rimandava indrieto un suo valletto,
     a dir così, chiamato Tesoretto:

90 che non volea la spada rimandare
     né Vegliantin, se non gli promettea
     con lui doversi in sul campo provare;
     che di minacce sa che non temea;
     e che nel pian lo voleva affrontare
     di Montalban con l’armi, concludea.
     Tesoretto n’andò presto a Orlando
     e la ’mbasciata venne raccontando.

91 Orlando, ch’era e discreto e gentile,
     ma molto fier quand’egli era adirato,
     tanto che tutto il mondo avea poi vile,
     a Carlo tutto il fatto ha raccontato,
     e come e’ fece la risposta umìle,
     credendo aver Rinaldo umilïato;
     ma poi ch’egli è per questo insuperbito,
     d’andarlo a ritrovar preso ha partito;

92 e che non ricusò battaglia mai,
     ché non intende aver questa vergogna.
     Carlo diceva: - A tuo modo farai:
     se così sta, combatter ti bisogna. -
     Orlando disse a Tesoretto: - Andrai
     al prenze, e di’ ch’io non so se si sogna;
     ma se davver m’invita alla battaglia,
     doman lo troverrò, se Dio mi vaglia;

93 e che m’aspetti, come e’ dice, al piano,
     dal campo un poco de’ pagan discosto. -
     Tesoretto ritorna a Montalbano
     e disse quel che Orlando avea risposto.
     Armossi col nipote Carlo Mano,
     poi che lo vide al combatter disposto:
     però che Carlo molto Orlando amava,
     così nel suo segreto il prenze odiava.

94 Are’ voluto Carlo onestamente
     un dì Rinaldo dinanzi levarsi,
     e cognosceva Orlando sì possente
     che dice: «In questo modo potre’ farsi».
     Rinaldo era inquïeto e impazïente,
     né Carlo volse di lui mai fidarsi,
     rispetto avendo alle sue pazze furie,
     poi gli avea fatte a’ suoi dì mille ingiurie,

95 e tratto la corona già di testa.
     E’ si perdona per certo ogni offesa,
     ma sempre pur nella memoria resta,
     e così l’uno all’altro contrappesa.
     Carlo pensossi di farne la festa,
     veggendo Orlando e la sua furia accesa.
     Orlando tolse Rondello e Cortana,
     ché non ha Vegliantin né Durlindana.

96 Meredïana e Morgante v’andorno
     con Carlo e con Orlando per vedere.
     E paladini assai lo sconfortorno
     che non si lasci il signor del quartiere
     combatter col cugin suo tanto adorno;
     ma contrappor non puossi allo imperiere;
     e molto Carlo Man fu biasimato,
     quantunque s’è con lor giustificato.

97 Tutta la corte s’avvïava drieto
     per veder questi due baron provare.
     Morgante avea, come savio e discreto,
     isconfortato molto il loro andare.
     Gano il sapeva e molto n’era lieto,
     dicendo: «Orlando so che l’ha ammazzare
     quel traditor di Rinaldo d’Amone,
     il qual d’ogni mal mio sempre è cagione».

98 Altri dicìen pur de’ baron di corte:
     - Carlo mi par che perda il sentimento:
     se muor Rinaldo, e ’l conte sia più forte,
     non una volta il piagnerà ma cento;
     se ’l prenze déssi a Orlando la morte,
     Carlo a’ suoi dì non sarà più contento.
     Vennon pur ier di paesi lontani
     per salvar noi dall’oste de’ pagani,

99 e tutto il popol rallegrato s’era:
     ora è in un punto perturbato e mesto.
     Erminïon colla sua gente fera
     non s’è partito, e car gli sarà questo. -
     Così si parla in diversa maniera:
     tanto è che ’l caso a ciascuno è molesto.
     E sopra tutto la gente pagana
     si condoleva con Meredïana;

100 e dicean tutti a lei: - Magna regina,
     deh, non lasciate seguir tanto errore;
     adoperate la vostra dottrina
     col conte Orlando e collo ’mperadore:
     benché noi siam di legge saracina,
     e’ ce ne incresce, anzi ci scoppia il core. -
     Meredïana con parole accorte
     Carlo ed Orlando sconfortava forte.

101 Orlando non ascolta ignun che parli,
     e dice: - Io intendo una volta vedere
     s’io son Orlando, e vo’ il suo error mostrarli
     di ritenermi la spada e ’l destriere:
     non ch’io volessi però morte darli,
     ma farlo discredente rimanere. -
     E tanto finalmente cavalcorno
     ch’a Montalban furno il secondo giorno.

102 Rinaldo stava più che in orazione
     d’appiccar con Orlando la battaglia
     (vedi che razza d’uomo o condizione!
     vedi se sbergo era di fine maglia!);
     e dice: «S’io lo truovo in su l’arcione,
     noi proverrem come ogni spada taglia».
     Ma poi che vide Orlando già in sul piano,
     sùbito armato uscì di Montalbano;

103 e tolse Durlindana e Vegliantino,
     seco dicendo: «Se m’abbatte Orlando,
     arà e ’l cavallo e ’l brando a suo dimìno».
     Erminïon, che veniva spiando
     ch’egli è venuto il figliuol di Pipino,
     e la cagione, un messo vien mandando;
     e dice a Carlo Man, se gli è in piacere,
     che vuol venir la battaglia a vedere.

104 Carlo rispose a lui cortesemente
     ch’a suo piacer venissi Erminïone.
     Venne, e con seco menò poca gente
     per gentilezza e per sua discrezione.
     Carlo lo vide molto lietamente
     e sempre a man sinistra se gli pone,
     quantunque il re pagan ciò non volia,
     ma Carlo gliel domanda in cortesia.

105 Rinaldo venne, e seco ha Ricciardetto
     in compagnia e ’l signor d’Inghilterra,
     che molto gli ha questa impresa disdetto
     che con Orlando non debbi far guerra:
     abbraccia Orlando quanto può più stretto,
     ed Ulivieri e Morgante poi afferra;
     Meredïana quanto puote onora,
     perché veduti non gli aveva ancora;

106 e poi diceva: - O nostro Carlo Magno,
     come hai tu consentito a tanto errore?
     Tu non ci acquisti, al mio parer, guadagno,
     e non sai quanto tu perdi d’onore:
     se tu perdessi un sì fatto compagno
     quanto è Rinaldo, saria il tuo peggiore;
     se tu perdessi il tuo caro nipote,
     di dolor poi graffieresti le gote.

107 Che cosa è questa? Un sì piccolo sdegno
     per due parole, ancor non si perdona?
     O Carlo, imperador famoso e degno,
     questa non è giusta impresa né buona;
     per Dio, della ragion trapassi il segno. -
     Carlo diceva fra sé: «La corona
     non mi torrà di testa più Rinaldo»,
     e stava nel proposito suo saldo.

108 Orlando intanto a Rinaldo s’accosta,
     e dice: - Se’ tu, cugino, ostinato
     combatter meco? Se vuogli, a tua posta
     piglia del campo e ciascun sia sfidato. -
     Rinaldo non gli fece altra risposta
     se non che presto il cavallo ha voltato.
     Carlo diceva: - Io ne son mal contento. -
     Dicea di fuor, ma nol diceva drento.

109 Mai non si vide falcon peregrino
     voltarsi così destro, o altro uccello,
     come Rinaldo fece Vegliantino
     o come il conte Orlando fe’ Rondello:
     maravigliossi il gran re saracino
     dell’atto fiero e valoroso e bello.
     Rinaldo volse a Vegliantino il freno,
     e così il conte, in manco d’un baleno.

110 Un mezzo miglio s’eran dilungati,
     e ritornavan con tanta fierezza
     che’ saracin dicìen tutti ammirati:
     «Fólgore certo va con men prestezza:
     se questi son pel mondo ricordati
     è ben ragione, e se Carlo gli apprezza».
     Erminïon tenea ferme le ciglia,
     ché gli parea veder gran maraviglia.

111 Ma quello Iddio che regge il mondo e’ cieli
     mostrò ch’Egli è di giustizia la fonte
     e quanto Egli ama i suoi servi fedeli.
     Mentre che Vegliantin va inverso il conte,
     par che in un tratto se gli arricci i peli,
     e volse indrieto a Rinaldo la fronte
     come se ’l suo signor riconoscessi
     e d’andar contra a lui si ritemessi.

112 Gridò Rinaldo: - Che diavolo è questo?
     Vòltati indrieto! che fai tu, rozzone? -
     Orlando gittò via la lancia presto.
     In questo apparve alla riva un lïone,
     il qual poi ch’ognun vide manifesto,
     ebbe di questo fatto ammirazione;
     il fer lïone a Orlando n’andòe
     ed una zampa in alto sù levòe;

113 nella quale era una lettera scritta
     che Malagigi a Orlando mandava.
     Orlando la pigliò colla man dritta,
     e come e’ l’ebbe letta, sogghignava.
     Rinaldo colla mente irata e afflitta
     di Vegliantin di sùbito smontava;
     vide il lïon, che gli pareva strano,
     e come Orlando il brieve aveva in mano.

114 Maravigliato inverso lui venìa.
     Orlando a dir gli cominciò discosto
     come Malgigi ingannati gli avia,
     e tutto il fatto gli contava tosto:
     e poco men che per la lor follia
     non avea l’un di lor pagato il costo.
     Quando Rinaldo la lettera intende,
     tosto il cavallo e ’l brando al conte rende;

115 e ringraziò l’etterno e giusto Iddio
     ch’avea questo miracol lor mostrato;
     e disse: - Or mi perdona, cugin mio,
     e Carlo e gli altri, ch’io ho troppo errato.
     Ma Gesù Cristo nostro, umile e pio,
     veggo ch’al fin m’ha pur ralluminato! -
     E riguardando ove il lïone era ito,
     non lo riveggon, ch’egli era sparito.

116 Carlo e’ baroni avìen tutto veduto,
     e come Malagigi scrive loro
     che fu quel vecchio ch’e’ trovò canuto
     ch’avea scambiati i cavalli a costoro;
     e ringraziava Iddio, c’ha proveduto
     che’ due baron non si dessin martoro.
     Erminïon, che vedea tutto aperto,
     parvegli questo un gran miracol certo.

117 E cominciò a dolersi di Macone,
     dicendo: «Tu se’ falso veramente,
     e quel che ci ha mandato quel lïone
     è il vero Iddio e ’l Padre onnipotente:
     s’i’ ti fe’ sacrificio o orazïone
     alla mia vita mai, ne son dolente,
     e in ogni modo Cristo vo’ adorare»;
     e cominciò con Carlo a lacrimare:

118 O Carlo avventurato, o Carlo nostro,
     ogni grazia per certo a voi procede,
     per quel ch’io veggo omai, da Gesù vostro;
     veggo ch’egli ha de’ buon servi merzede
     e ’l gran miracol ch’egli ha qui dimostro
     e che Macone è falso e chi gli crede:
     da ora innanzi, degno Carlo Mano,
     io mi vo’ battezar colla tua mano. -

119 Carlo abbracciò con molta affezïone
     il re, che tutto parea già cambiato
     nel volto e pien di molta contrizione;
     e disse: - Oh! Cristo sia sempre laudato!
     Se vuoi ch’io ti battezi, Erminïone,
     andianne al fiume che ci è qui dallato. -
     E così finalmente andorno al fiume,
     e battezòl secondo il lor costume.

120 Così fu battezzato il re pagano;
     e battezossi il famoso amirante
     ch’era stato allo assedio a Montalbano,
     com’io già dissi, detto Lïonfante;
     e s’alcun pur non si vuol far cristiano
     de’ saracin, si ritornò in Levante.
     Carlo a Parigi con gran festa torna,
     dove co’ suoi baron lieto soggiorna.

121 Ma il traditor di Gan, ch’era fuggito
     fuor di Parigi e stava di nascoso,
     poi ch’egli intese come il fatto era ito,
     drento al suo cor fu molto doloroso;
     e pensa come Carlo abbi tradito,
     e giorno e notte non truova riposo:
     sente che in corte si facea gran festa,
     la qual cosa più ch’altro gli è molesta.

122 Pensa e ripensa e va sottilizzando
     dove e’ potessi più metter la coda
     o dove e’ venga la rete cacciando:
     d’ira e di rabbia par seco si roda.
     Pur finalmente si viene accordando
     con seco stesso, e in su questo s’assoda,
     di tentar Caradoro, se potessi,
     tanto che qualche scandol si facessi.

123 E scrisse il traditor queste parole:
     «O Carador, di te m’incresce assai,
     che la tua figlia, bella più che ’l sole,
     in Francia meretrice mandata hai,
     e gravida è già fatta: onde e’ mi duole
     che tua stirpe real disprezzi omai.
     Come hai tu consigliato mandar quella
     tra gente strana, sì giovane e bella?

124 Per tutta Francia d’altro non si dice
     che femina tua figlia è diventata
     d’Ulivieri, anzi più che meretrice.
     Dove è tua fama già tanto vulgata?
     Dove è il tuo pregio e ’l tuo nome felice,
     che la tua schiatta hai sì vituperata?
     Ciò ch’io ti dico è il ver della tua figlia.
     Se tu se’ savio, or te stesso consiglia».

125 La lettera poi dètte a un messaggio,
     che a Carador ne va sanza dimoro,
     e in poco tempo spacciava il vïaggio
     e rappresenta il brieve a Caradoro.
     Il qual sentì di sua figlia l’oltraggio,
     e mai non ebbe sì grave martoro;
     e la sua donna ne fu molto grama,
     però che al tutto ingannata si chiama;

126 e la figliuola sventurata piagne,
     dicendo: - Lassa, perché ti mandai,
     poiché scoperte son queste magagne?
     Mentre tu eri qui, ne dubitai,
     perché già tese mi parvon le ragne
     e’ tradimenti; ma pur non pensai
     che tanto ingrata fussi quella gente.
     Ma chi tosto erra, a bell’agio si pente.

127 Caradoro mio, quanta fatica,
     quanti disagi e quanti lunghi affanni
     sofferti abbiàn, tu ’l sai sanza ch’io il dica,
     per allevar costei, da’ suoi primi anni!
     Poi la dài in preda alla gente nimica,
     piena di frodi e di doli e d’inganni.
     Non rivedrai mai più tua figlia bella;
     e se pur torna, svergognata è quella. -

128 Queste parole assai passano il core
     al tristo padre, e non sapea che farsi
     di racquistar la sua figlia e l’onore,
     perché tutti i rimedi erano scarsi.
     Pur, dopo molti sospiri e dolore,
     colla sua donna in tal modo accordârsi:
     che si mandassi Vegurto il gigante
     a condolersi delle ingiurie tante;

129 e che dovessi rimandar la figlia,
     e s’egli è imperador giusto e dabbene,
     del tristo caso assai si maraviglia,
     poich’Ulivier per femina la tiene,
     di che per tutta Francia si bisbiglia;
     e che il gigante per sua parte viene:
     che sùbito gli dia Meredïana
     e rimandassi sua gente pagana;

130 e che se mai potrà farne vendetta,
     che la farà per ogni modo ancora,
     ma come savio luogo e tempo aspetta.
     Il fer gigante non fece dimora:
     subitamente una sua alfana assetta
     e presto uscì de’ pagan regni fora;
     tolse la fromba ed altri suoi vestigi,
     e in poco tempo a Carlo fu a Parigi.

131 Tutto il popol correva per vedere
     questo gigante, ch’era smisurato:
     Morgante non pareva un suo scudiere.
     A Carlo nella sala ne fu andato,
     e con parole assai arrogante e fere
     in modo molto stran l’ha salutato:
     - Macon t’abbatta come traditore
     e disleale e ingiusto imperadore.

132 Il mio signor mi manda a te, Carlone,
     che sùbito mi dia la sua figliuola
     e tutto quanto il popol di Macone
     che ti mandò, sanza farne parola;
     ed Ulivier, quel ribaldo ghiottone,
     colle mie mani impicchi per la gola:
     così farò come e’ m’ha comandato,
     e punirollo d’ogni suo peccato.

133 A Caradoro è stato scritto, o Carlo,
     o Carlo, o Carlo, - e crollava la testa -
     della tua corte (che non puoi negarlo)
     della sua figlia cosa disonesta:
     non doverresti in tal modo trattarlo.
     Quel ch’io ti dico è cosa manifesta:
     Ulivier tuo la tien per concubina,
     così famosa e nobil saracina.

134 Questo non è quel ch’egli are’ creduto;
     questa non è gentilezza di Franza;
     questo non è l’onor c’ha’ ricevuto;
     questa non è d’imperadore usanza;
     questa non è giustizia né dovuto;
     questo non è buon segno d’amistanza;
     questa non è più la figliuola nostra,
     poi ch’ella è fatta concubina vostra;

135 questo non è quel che promisse il conte
     quando e’ partì cogli altri del suo regno. -
     Così dicendo scoteva la fronte:
     ben parea pien di furore e di sdegno.
     Carlo, sentendo ricordar tante onte,
     rispose: - Imbasciador famoso e degno,
     per quello Iddio ch’ogni cristiano adora,
     di ciò che di’ nulla ne ’ntendo ancora:

136 tu m’hai fatto pensar per tutto il mondo,
     e cosa che tu dica ancor non truovo.
     Però questo al principio ti rispondo,
     come colui che certo ne son nuovo:
     il tuo signor famoso, alto e giocondo,
     per vero amico e molto caro appruovo;
     alla sua figlia ho fatto giusto onore,
     per mia corona, come imperadore.

137 Né Ulivieri ha fatto mancamento,
     per quel ch’io sappi, o palese o coperto;
     che se ciò fussi io sarei mal contento
     e non sarebbe giusto o degno merto. -
     Quando Ulivier vedea tanto ardimento,
     gridava: - O imperador, troppo hai sofferto!
     Che dice questo traditor ribaldo? -
     Così diceva il Danese e Rinaldo.

138 Meredïana, ch’era alla presenzia,
     non poté far non si turbassi in volto
     quando sentì trattar di sua fallenzia,
     che tal segreto stimava sepolto:
     - Perdonimi - dicea - la reverenzia
     del padre mio, e’ parla come stolto:
     ché sempre in questa corte sono stata
     da Ulivier più che d’altro onorata;

139 ed or, che Carador facci richiamo
     di questo, troppo in ver mi maraviglio. -
     Disse Ulivier: - Che tanto comportiamo? -
     Sùbito dètte ’Altachiara di piglio;
     ma tosto gliela prese il savio Namo,
     dicendo a quel: - Tu non hai buon consiglio:
     questo gigante è di natura acerbo,
     e però parla arrogante e superbo.

140 Non si vuole agguagliar la lor natura
     con la nostra, Ulivier, nella fierezza,
     però che non risponde tal misura,
     come non corrisponde la grandezza.
     Lo ’mbasciador dèe dir sanza paura,
     e vuolsi sempre usargli gentilezza. -
     Ma manco pazïenzia ebbe Vegurto
     e volle a Ulivier presto dar d’urto:

141 come un dragon se gli scagliava addosso,
     e trassegli d’un colpo d’una accetta,
     credendogli ammaccar la carne e l’osso.
     Ma Ulivier dall’un lato si getta.
     Carlo fu presto della sedia mosso.
     Ma ’l gran Morgante gli dava una stretta
     e corselo abbracciar subitamente,
     benché Vegurto assai fussi possente.

142 Vegurto prese lui sotto le braccia.
     Or chi vedessi questi due giganti
     provarsi quivi insieme a faccia a faccia,
     maravigliato sare’ ne’ sembianti.
     Ma pur Morgante in terra alfin lo caccia,
     tanto che rider facea tutti quanti:
     ché quando e’ l’ebbe in su lo smalto a porre,
     parve che ’n terra cadessi una torre;

143 e nel cader percoteva al Danese,
     tal che il Danese sotto gli cascava.
     Orlando molto ne rise e ’l marchese;
     ma Namo presto Carlo consigliava
     che si levassin così fatte offese.
     Così Vegurto ritto si levava,
     e come ritto fu, gridava forte,
     e tutti i paladin disfida a morte.

144 Disse Ulivier: - Sares’ tu Brïareo
     con Giupiter, o Fialte famoso,
     o quel superbo antico Campaneo?
     Da ora innanzi, gigante orgoglioso,
     io ti disfido, se tu fussi Anteo.
     Lo ’mperador possente e glorïoso
     mi dia licenzia, e vo’ teco provarmi;
     e fammi il peggio, poi, che tu puoi farmi. -

145 Ah, Ulivieri! amor ti scalda il petto,
     che sempre fa valoroso chi ama:
     tu non aresti di Marte sospetto,
     pur che vi fussi a vederti la dama.
     Disse Vegurto: - Per dio Macometto,
     questo più ch’altro la mia voglia brama. -
     Ulivier prestamente corse armarsi,
     ché col gigante voleva provarsi.

146 Morgante non poté più sofferire,
     e disse a Carlo: - O imperadore, io scoppio
     s’io non lo fo colle mie man morire.
     Lascia ch’io suoni col battaglio a doppio:
     al primo colpo il farò sbalordire,
     che ti parrà ch’egli abbi beuto oppio. -
     Carlo risponde, ma non era inteso,
     tanto ognuno era di furore acceso.

147 Non potea star Morgante più in guinzaglio:
     non aspettò di Carlo la risposta,
     ma cominciava a calar giù il battaglio;
     e ’l fer Vegurto a Morgante s’accosta.
     Or chi vedessi giucar qui a sonaglio,
     non riterrebbe le risa a sua posta:
     l’un col battaglio e l’altro colla scure
     s’appiccon pèsche che non son mature.

148 Non era tempo adoperar la fromba:
     e’ si sentiva alcuna volta un picchio,
     quando Morgante il battaglio giù piomba,
     che quel Vegurto si faceva un nicchio
     e tutta quanta la sala rimbomba;
     ma coll’accetta ogni volta uno spicchio
     del dosso leva al possente Morgante,
     però che molto è feroce il gigante.

149 Ulivieri era ritornato in sala
     armato, e con Vegurto vuol provarsi;
     ma quando e’ vide Morgante che cala
     il gran battaglio, e insieme bastonarsi,
     si ritenea volentieri in su l’ala,
     però che tempo non è d’accostarsi.
     Vegurto grida e Morgante gridava,
     tanto ch’ognun per la voce tremava.

150 E’ non si vide mai lïoni irati
     mugghiar sì forte o far sì grande assalto,
     né due serpenti insieme riscaldati:
     sempre l’accetta o ’l battaglio è sù alto;
     alcuna volta invano eron cascati
     i colpi e fatta una buca allo smalto.
     Due ore o più bastonati si sono;
     ma del battaglio raddoppiava il suono.

151 Benché Vegurto assai più alto fosse
     che ’l gran Morgante, e’ non era più forte.
     E già tutte le carne avevon rosse;
     ed a vedergli era tutta la corte.
     Morgante un tratto a Vegurto percosse,
     diliberato di dargli la morte,
     e ’l gran battaglio in sul capo appiccòe,
     tal che Vegurto morto rovinòe.

152 E parve, nel cader quel torrïone,
     ch’un albero cadessi di gran nave:
     fece tremar la terra il compagnone,
     non che la sala, tanto andò giù grave;
     dovunque e’ giunse, lo smalto e ’l mattone
     fracassò tutto, e ruppe una gran trave,
     tanto che ’l palco sotto rovinava
     e molta gente addosso gli cascava.

153 Così morì il superbo imbasciadore,
     e non tornò colla risposta addrieto.
     Meredïana pur n’avea dolore;
     ma Ulivier di ciò troppo era lieto.
     Molto dispiacque a Carlo imperadore,
     benché nel petto il tenessi segreto,
     perché pure era imbasciador mandato;
     e pargli a Caradoro essere ingrato.

154 Caradoro aspettò più tempo invano
     che ne dovessi la figlia venire.
     Lasciàn costoro, e ritorniamo a Gano
     che non vide il disegno rïuscire;
     e manda così a dire a Carlo Mano
     come nell’altro canto vo’ seguire;
     ché so ch’io v’ho tenuto troppo a tedio.
     Cristo sia vostra salute e rimedio.