Morgante/Cantare nono

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Cantare nono

../Cantare ottavo ../Cantare decimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Cantare ottavo Cantare decimo

 
1   O felice alma d’ogni grazia piena,
     fida colonna e speme grazïosa,
     Vergine sacra, umìle e nazarena,
     perché tu se’ di Dio nel cielo sposa,
     colla tua mano insino al fin mi mena,
     che di mia fantasia truovi ogni chiosa
     per la tua sol benignità, ch’è molta,
     acciò che ’l mio cantar piaccia a chi ascolta.

2   Febo avea già nell’occeàno il volto
     e bagnava fra l’onde i suoi crin d’auro,
     e dal nostro emisperio aveva tolto
     ogni splendor, lasciando il suo bel lauro
     dal qual fu già miseramente sciolto;
     era nel tempo che più scalda il Tauro;
     quando il Danese e gli altri al padiglione
     si ritrovâr del grande Erminïone.

3   Erminïon fe’ far pel campo festa:
     parvegli questo buon cominciamento.
     E Mattafolle avea drieto gran gesta
     di gente armata a suo contentamento;
     e indosso aveva una sua sopravvesta
     dov’era un Macometto in puro argento;
     pel campo a spasso con gran festa andava;
     di sua prodezza ognun molto parlava.

4   E’ si doleva Mattafolle solo
     ch’Astolfo un tratto non venga a cadere;
     e minacciava in mezzo del suo stuolo,
     e porta una fenice per cimiere.
     Astolfo ne sare’ venuto a volo
     per cadere una volta a suo piacere;
     ma Ricciardetto, che sapea l’omore,
     non vuol per nulla ch’egli sbuchi fore.

5   Carlo mugghiando per la mastra sala
     come un lïon famelico arrabbiato
     ne va con Ganellon, che batte ogni ala
     per gran letizia; e spesso ha simulato,
     dicendo: - Ah lasso, la tua fama cala!
     Or fussi qui Rinaldo almen tornato!
     Ché se ci fussi il conte ed Ulivieri,
     io sarei fuor di mille stran pensieri. -

6   E dicea forse il traditore il vero,
     ché se vi fussi stato pur Rinaldo,
     al qual non può mostrar bianco per nero,
     morto l’arebbe come vil ribaldo.
     Carlo diceva: - Io veggo il nostro impero
     ch’omai perduto ha il suo natural caldo,
     poi che non c’è colui ch’era il suo core,
     cioè Orlando; ond’io n’ho gran dolore. -

7   Lasciàn costor chi in festa e chi in affanno,
     e ritorniamo a’ nostri battezati
     che col re Carador dimora fanno,
     e de’ paesi ch’egli hanno lasciati
     e delle guerre mosse lor non sanno.
     Eron più tempo lietamente stati
     col re pagano, e pur volean partire,
     e cominciorno un giorno così a dire:

8   Assai con teco abbiàn fatto dimoro
     ed onorati da tua corte assai:
     la tua benedizion, re Caradoro,
     dunque ci dona, e in pace rimarrai.
     Del tempo che perduto abbiam, ristoro
     sarà buon fare, e me’ tardi che mai:
     qualche paese ancor cercar vogliamo
     prima che in Francia a Carlo ritorniamo. -

9   Carador consentì la lor partita
     e ringraziògli con giusti sermoni,
     dicendo: - Il regno mio sempre e la vita
     in tutto è vostro, degni alti baroni. -
     Poi fe’ venir la donzella pulita
     e fece lor leggiadri e ricchi doni.
     Ma la fanciulla chiamò poi da canto
     Ulivier nostro, faccendo gran pianto,

10 dicendo: - Lassa, io non ho meritato
     che m’abbandoni, mio gentile amante!
     Dove lasci il cor mio sì sconsolato?
     Tu mi dicevi sempre esser costante;
     or tu ti parti, ed io non so in qual lato
     da me ti fugga, in Ponente o in Levante;
     e quel che sopra tutto m’è gran duolo
     è del tuo sventurato e mio figliuolo.

11 Vedi che sola e gravida rimango
     sanza sperar più te riveder mai;
     però del mio dolor con teco piango.
     Ma questa grazia mi concederai:
     che, poi che pur di duol la mente affrango,
     con teco insieme me ne menerai;
     e in ogni parte ove tu andrai cercando
     ne vo’ con teco venir tapinando. -

12 Ulivier confortava la donzella,
     e dice: - Dama, e’ non passerà molto,
     com’io son ricondotto in Francia bella,
     ch’a te ritornerò con lieto volto;
     però non ti chiamar sì tapinella,
     ch’io son legato e mai non sarò sciolto;
     e ’l figliuol nostro, quando sarà nato,
     per lo mio amor ti sia raccomandato. -

13 Con gran sospir lasciò Meredïana
     Ulivier certo in questa dipartenzia,
     con isperanza, al mio parer, pur vana.
     Re Carador con gran magnificenzia,
     con molta gente dintorno pagana,
     poi che più far non poté resistenzia,
     gli accompagnò con tutta sua famiglia
     fuor della terra più di dieci miglia.

14 Pur finalmente toccò lor la mano
     e quanto può di nuovo a lor s’è offerto.
     Via se ne vanno per paese strano;
     e come e’ furno entrati in un deserto,
     subitamente quel lïon silvano
     da lor fu disparito, e questo è certo,
     e volse a tutti in un punto le spalle
     e fuggì via per una oscura valle.

15 Disse Rinaldo: - Caro cugin mio,
     vedi il lïon come è da noi sparito!
     Questo miracol ci dimostra Iddio:
     non è sanza cagion così fuggito;
     ma quel Signor ch’è in ciel verace e pio
     a qualche fine buon l’ha consentito. -
     Rispose Orlando: - Se ’l tuo dir ben noto,
     molto se’ fatto, al mio parer, divoto.

16 Lascialo andar con la buona ventura,
     ché ’l suo partir più che ’l venir m’è caro
     ché molte volte m’ha fatto paura. -
     Così molte giornate cavalcaro
     tanto ch’al fin d’una lunga pianura
     un giorno in Danismarche capitaro:
     questo paese Erminïon tenìa
     ch’a Montalbano è con sua compagnia.

17 Poi ch’egli ebbon salito sopra un monte,
     si riscontrorno in saracini armati;
     e poi che furno più presso da fronte,
     furon da questi baroni avvisati
     che il lor signor si chiama Fieramonte,
     e quattromila avea seco menati,
     uomini tutti maestri da guerra,
     ch’a vicitare andava una sua terra.

18 Questo è colui che Erminïon lasciòe,
     quando e’ partì, per guardia del suo regno.
     Fieramonte Baiardo riguardòe:
     sùbito sù vi faceva disegno;
     verso Rinaldo in tal modo parlòe:
     - Deh, dimmi, cavalier famoso e degno,
     onde aves’ tu questo caval gagliardo? -
     E finalmente gli chiedia Baiardo.

19 Dicea Rinaldo: - Assai me l’hanno chiesto,
     ma a nessun mai non lo volli donare. -
     Disse il pagan: - Se tu non vuoi far questo,
     deh, lasciamelo un poco cavalcare. -
     Rinaldo intese la malizia presto,
     e disse: - Un bello essemplo ti vo’ dare,
     saracin, prima ch’io ti dia il cavallo. -
     E raccontò della volpe e del gallo:

20 Andandosi la volpe un giorno a spasso
     tutta affamata, sanza trovar nulla,
     un gallo vide, in su ’n un arbor, grasso,
     e cominciò a parer buona fanciulla
     e pregar quel che si faccia più basso,
     ché molto del suo canto si trastulla.
     Il gallo sempliciotto in basso scende.
     Allor la volpe altra malizia prende,

21 e dice: «E’ par che tu sia così fioco;
     io vo’ insegnarti cantar meglio assai:
     questo è che tu chiudessi gli occhi un poco:
     vedrai che buona voce tu farai».
     Al gallo parve che fussi un bel giuoco.
     «Gran mercé» disse «che insegnato m’hai»;
     e chiuse gli occhi e cominciò a cantare
     perché la volpe lo stessi ascoltare.

22 Cantando questo semplice animale
     con gli occhi chiusi, come i matti fanno,
     la volpe, come falsa e micidiale
     tosto lo prese sotto questo inganno,
     e dové poi mangiarsel sanza sale.
     Così interviene a que’ che poco sanno;
     così faresti tu, chi ti credessi:
     ben sarei sciocco se ’l caval ti dessi.

23 Se vuoi giostrarlo, io sono al tuo comando:
     se tu m’abbatti per la tua virtù
     su questo prato con lancia o con brando,
     sia tuo il caval, non se ne parli più. -
     Fieramonte rispose rimbrottando,
     e disse. - Poltonier, che parli tu?
     come hai tu tanto ardir, matto villano?
     Quel che tu di’ nol direbbe il Soldano!

24 Se tu sapessi ben con chi tu parli,
     non parleresti così pazzamente;
     quantunque io soglio, i pazzi, gastigarli.
     Il mio fratello Erminïon possente
     farebbe a tutta Francia e sette Carli
     guerra, come or vi fa colla sua gente;
     ch’a Montalbano ha posto già l’assedio,
     tanto che Carlo non ha alcun rimedio;

25 e tante schiere e giganti ha menati,
     per la vendetta far di quel Mambrino
     ch’uccise il fior de’ traditor nomati,
     Rinaldo, che pel mondo or va meschino;
     e sbattezar vuol tutti i battezati. -
     Disse Rinaldo: - Bestial saracino,
     sia chi tu vuoi, che per la gola menti,
     ché mai Rinaldo non fe’ tradimenti.

26 Per forza o per amor del campo piglia:
     io vo’ pigliar per Rinaldo la zuffa,
     ch’io so ch’egli è di sì nobil famiglia
     che mai non fece tradimento o truffa. -
     E detto questo, girava la briglia.
     Veggendo il saracin com’egli sbuffa,
     disse: «Sarebbe il diavolo costui?
     Mai più smentito in tal modo non fui».

27 Volse il cavallo e tutto acceso d’ira
     prese del campo, e poi si fu voltato.
     Rinaldo a l’elmo gli pose la mira
     e ’l ferro della lancia v’ha appiccato,
     tanto che Fieramonte ne sospira,
     perché dalla collottola è passato,
     sì che per gli occhi gli passò la fronte;
     e morto cadde in terra Fieramonte.

28 I saracin, che questo hanno veduto,
     comincioron pel colpo a sbigottire;
     e come avvien chi il signore ha perduto,
     pel prato cominciâr tutti a fuggire.
     Aveva un certo baron molto astuto
     Fieramonte, e veggendo quel morire,
     venne a Rinaldo e ginocchion si getta,
     e disse: - Fatta hai, baron, mia vendetta.

29 Se vuoi ch’io parli arditamente il vero,
     io ti dirò di questo traditore
     il qual tu hai morto, gentil cavaliero.
     Sappi che ’l suo fratel, che è qua signore,
     lo lasciò qui a governo del suo impero
     e mossa ha guerra a Carlo imperadore,
     e come e’ disse, a Montalban si truova
     per pigliar quello, e faranne ogni pruova.

30 Poi che costui si vide qua il messere,
     ha fatte cose contra ogni giustizia,
     rubato il terrazzano e ’l forestiere,
     mostrato in molti modi sua nequizia,
     a nessun fatto ragione o dovere;
     e per più chiar mostrar la sua tristizia,
     s’alcun pur ne volessi dubitare,
     le nostre donne cominciò a sforzare;

31 e perché alcuno non avea pazienzia,
     e’ lo faceva morir di segreto,
     tanto che assai per questa vïolenzia
     per la paura si stavan di cheto.
     Trovato ha il suo peccato penitenzia,
     e tutto il popol nostro ne fia lieto.
     Volle sforzare anco una mia sorella,
     e non potendo, imprigionata ha quella.

32 Se tu se’ cavalier ch’abbi potesta
     come mi parve veder poco avanti,
     togli il cavallo e la sua sopravvesta:
     noi ti faren compagnia tutti quanti,
     e tutta la città ti farà festa;
     noi siàn tutti baron de’ più prestanti:
     sanza colpo di spada o altra guerra
     a salvamento ti darem la terra.

33 Noi v’abbiàn degli amici e de’ parenti:
     tu ti potrai fermare in su la piazza,
     e mosterren far giostre e torniamenti;
     e intanto faren metter la corazza
     a’ più fidati, che ne fien contenti;
     tu terrai a bada quella gente pazza,
     e tutti saran presi così in zurro.
     Ed ora il nome mio saprai: Faburro. -

34 Allor Rinaldo rispondeva a quello:
     - Prima ch’io t’abbi, Faburro, risposto
     o mentre i miei compagni a questo appello,
     parmi tu fermi questa gente tosto:
     vedi che vanno via come un uccello;
     un mezzo miglio già ci son discosto;
     e sanza lor non si può far nïente. -
     Disse Faburro: - Tu di’ saviamente. -

35 E cominciò a spronare un suo giannetto.
     Rinaldo Orlando chiamava e Dodone
     ed Ulivieri, e contava ogni effetto.
     Orlando orecchio alle parole pone
     e intese ciò che quel pagano ha detto,
     e disse: - Forse Iddio sanza cagione
     non ci ha mandati in questa parte strana,
     ma per ben sol della fede cristiana. -

36 Ma si dolea ch’e’ non v’era con loro
     Morgante, il quale ha lasciato Ulivieri
     colla figliuola del re Caradoro,
     ch’era rimaso con lei volentieri
     per aspettar che tornassin costoro;
     ed anco parve al marchese mestieri,
     perché il figliuol di lui, quando nascessi,
     re Caradoro uccider nol facessi.

37 Meredïana avea chiesto il gigante
     a Ulivier per un segno d’amore,
     per ricordarsi del suo caro amante,
     poi che montato fu in sul corridore;
     ed Ulivieri avea detto a Morgante:
     - Ben puoi restar dove resta il mio core.
     Ritornerotti a veder con Orlando,
     e ’l mio figliuolo e lei ti raccomando. -

38 Di questo Orlando si doleva a morte,
     dicendo: - Se Morgante mio ci fosse,
     egli è tanto feroce e tanto forte
     che fare’ rovinar con poche scosse
     il mondo, non che le mura o le porte;
     a molti so faria le gote rosse.
     So che saremo in sì fatto travaglio
     che molto sarebbe util quel battaglio. -

39 Faburro in questo mezzo è ritornato
     ed ordinato ciò che bisognava.
     Rinaldo a Fieramonte avea cavato
     la sopravvesta e l’armi che portava,
     e sopra il suo cavallo era montato,
     tanto che tutto il pagan rassembrava.
     E inverso la città sono invïati
     come Faburro gli avea ammaestrati.

40 Grande onor fanno tutti i terrazzani
     a quel che credon Fieramonte sia.
     Rinaldo in su la piazza a’ suoi pagani
     facea far giostra e festa tuttavia.
     Faburro intanto menava le mani:
     truova gli amici e’ parenti, e dicìa
     come egli è morto il lor crudo tiranno
     e come ben le cose passeranno:

41 che liberi sanz’altro impedimento
     tosto saranno; e fe’ sùbito armare
     gran quantità, ch’ognuno era contento
     di voler la sua patria liberare.
     Mentre che in piazza si fa torniamento
     e ’l popol tutto stava a baloccare,
     giunse in un tratto con gran gente armata
     Faburro, e tosto la piazza ha pigliata.

42 E saracin che con Rinaldo sono
     comincion tutti a ’nsanguinar le spade:
     chi morto resta e chi chiede perdono;
     e cominciorno a correr la cittade
     con gran tumulto e gran furore e tuono:
     già son di gente calcate le strade,
     e non sapendo ignun questo trattato,
     dicevan: - Fieramonte fia impazzato. -

43 Rinaldo corse al palazzo reale
     dove era la reina e’ suoi figliuoli;
     e come e’ giunse in capo delle scale,
     disse la donna: - Perché i nostri stuoli
     son sì turbati, e perché tanto male?
     Così far, Fieramonte mio, non suoli.
     Che caso è questo e chi muove tal guerra,
     che sottosopra così va la terra? -

44 Rinaldo di Frusberta gli menòe
     un colpo tal che gli spiccò la testa;
     prese i figliuoli e tutti gli ammazzòe.
     I saracin dicìen: - Che cosa è questa? -
     E finalmente la terra pigliòe
     con quella gente che drento vi resta.
     Poi trasse di Faburro la sorella
     della prigione, afflitta e meschinella.

45 E poi che furno alcun dì dimorati,
     e con Faburro ognun si fu scoperto
     ed hanno i nomi lor manifestati,
     e ’l popol vide ogni segreto aperto,
     furon tutti d’accordo battezati,
     rendendo a Gesù Cristo grazia e merto
     che liberati gli ha da quel crudele
     e fatto a sé questo popol fedele.

46 Poi con Faburro, che sapeva il fatto,
     sì ragionò dell’oste che è a Parigi,
     e come Gano avea aspettato il tratto
     e mosso guerra e discordia e litigi
     per dare a Carlo Magno scaccomatto;
     e che soccorrer si vuol San Dionigi.
     Faburro s’accordò che vi si vadi
     subitamente, e che più non si badi.

47 Orlando disse: - E’ mi dispiace solo
     che noi lasciamo il possente gigante
     a Caradoro, ond’io n’ho molto duolo. -
     Disse Dodon: - Se tu vuoi, sir d’Angrante,
     andrò per lui come un falcone a volo:
     in pochi giorni sarà qui Morgante. -
     A tutti piacque che per lui s’andassi,
     e per far presto Baiardo menassi.

48 Così fu fatto, e missesi in camino;
     e tanto va questo baron gagliardo
     ch’a Carador, famoso saracino,
     giunse un dì in su la piazza con Baiardo.
     Ricognosciuto è presto il paladino;
     diceva Carador: - Se ben riguardo,
     questo è Dodon che ci torna a vedere;
     e quel par di Rinaldo il buon destriere. -

49 Meredïana, che ’l cognobbe presto,
     giù per la scala correva abbracciallo,
     dicendo: - Dodon mio, che gaudio è questo!
     Io ti cognobbi sùbito e ’l cavallo.
     Ch’è d’Ulivier? Deh, fammel manifesto,
     ché di saperlo ho voglia sanza fallo. -
     Disse Dodone: - Ulivier tuo ti manda
     molte salute, e a te si raccomanda. -

50 Or chi vedessi la dama amorosa,
     sùbito come di Dodon s’accorse,
     farsi nel volto come fresca rosa,
     e come presto abbracciarlo poi corse
     e domandò dove Ulivier si posa,
     non istarebbe del suo core in forse.
     - Ch’è di Rinaldo, - dicea - baron franco?
     Tu debbi, Dodon nostro, essere stanco.

51 Ch’è di quel paladin ch’ogni altro avanza,
     Orlando nostro famoso e possente?
     Ché di saper di tutti ho disïanza. -
     Intanto Caradoro era presente,
     e salutò Dodon come è usanza;
     poi domandava di tutta la gente.
     Dodon rispose: - In paesi lontani
     gli lasciai, in Danismarche, salvi e sani.

52 E la cagion che a te son qui venuto
     è che mi manda Rinaldo d’Amone
     e ’l conte Orlando, e che bisogna aiuto
     al nostro Carlo Man, ché Erminïone
     a Montalban più giorni ha combattuto
     ed assediato col suo gonfalone:
     convien ch’io meni tue genti e Morgante. -
     In questo tempo comparì il gigante,

53 e corse presto Dodone abbracciare,
     e mille volte domandò d’Orlando.
     Dodon gli dice come e’ vuole andare
     in Francia, e come e’ lo manda pregando
     che in Danismarche lo vadi a trovare.
     E tutti insieme vennonsi accordando
     che si raguni il lor popol pagano
     per dar soccorso presto a Montalbano.

54 In pochi dì fur fatte molte squadre
     per dover tutti inverso Francia gire.
     Meredïana dice: - O caro padre,
     non mi volere una grazia disdire:
     io vo’ provar le mie virtù leggiadre
     in Francia, ben s’i’ dovessi morire;
     s’io debbo aver da te mai alcun piacere,
     fa’ ch’io sia capitan di nostre schiere. -

55 Re Caradoro avea tanto disio
     di ristorar del beneficio antico
     Rinaldo e gli altri, che rispose: - Anch’io
     m’accordo al tuo parer; però ti dico
     che tu ti vadi nel nome di Dio,
     perché Rinaldo è stato buono amico:
     quando fu tempo, ci dètte il suo aiuto:
     di ristorarlo al bisogno è dovuto.

56 Orlando ed Ulivier se come amici
     ci hanno trattati, sa tutto il mio regno,
     ne’ casi avversi, miseri e infelici:
     adunque il priego di Dodone è degno,
     e ricordar si vuol de’ benefici,
     ch’essere ingrato Iddio l’ha troppo a sdegno. -
     Meredïana fu troppo contenta,
     che in dubio stava alla risposta attenta.

57 E poi si volse a Morgante e dicìa:
     - E tu con meco, gigante, verrai. -
     Dicea Morgante: - Da tua compagnia
     non dubitar ch’io mi diparta mai:
     così ti giuro e do la fede mia. -
     Disse la dama: - Io ne son lieta assai.
     Parmi mill’anni rivedere il conte
     e l’ardito Rinaldo di Chiarmonte. -

58 Questo dicea con la lingua la dama,
     ma «Ulivier» diceva col suo core.
     Morgante, che sapea tutta la trama,
     rispose: - Dove lasci il tuo amadore,
     che so che giorno e notte ancor ti chiama?
     Hai tu sì tosto lasciato il suo amore? -
     Disse la dama: - Ulivieri è qui meco,
     però nol dissi, ed io son sempre seco. -

59 In poco tempo furono ordinati
     quarantamila, e fatte dieci schiere,
     e dal re Caradoro licenziati
     e date tutte al vento le bandiere;
     ed eron bene in punto e bene armati,
     come conviensi a ciascun cavaliere:
     cavalli e scimitarre alla turchesca
     e scudi e targe ed archi alla moresca.

60 Meredïana aveva un palafreno
     quartato che pareva una montagna;
     e ciò che questo mangiava, orzo o fieno,
     con acqua fresca prima gli si bagna;
     e non era caval, ma nondimeno
     e’ non se gli poteva appor magagna,
     se non che ’l capo aveva di serpente;
     e molto destro e forte era e corrente.

61 Questo in un bosco già facea dimoro,
     e nacque d’un serpente e d’una alfana;
     mugghiava forte che pareva un toro:
     mai non si vide bestia così strana.
     Un che lo prese il dètte a Caradoro,
     e Caradoro il diè a Meredïana;
     nelle battaglie sempre lo menava,
     e molta fama con esso acquistava.

62 Tanto cavalca questa franca gente
     che in Danismarche alla fine arrivorno.
     Quando Rinaldo la novella sente
     una mattina in su l’alba del giorno,
     chiamava Orlando e ’l marchese possente;
     e presto quel che fussi s’avvisorno,
     perché di lungi si vede il gigante
     che col battaglio veniva davante.

63 Diceva Orlando: - Ecco Morgante nostro,
     ed ha con seco gran gente pagana;
     e Caradoro grande amor ci ha mostro,
     che la nostra amistà non sia lontana. -
     Disse Ulivier: - S’egli è Morgante vostro,
     dove è la bella mia Meredïana?
     Io il bramo tanto, ch’io la veggo e sento,
     e par ch’io sia di questo error contento. -

64 E poi che furon più presso, vedea
     Ulivier questa, che ’l passo studiava:
     la qual cognobbe al caval ch’ella avea,
     ovver ch’Amor così l’ammaestrava.
     Meredïana, quando lui scorgea,
     come stella nel viso fiammeggiava,
     e del caval saltò subitamente;
     ed Ulivier facea similemente;

65 ed abbracciolla con gran gentilezza;
     prima baciolla a suo modo francese.
     La gentil dama per gran tenerezza
     non poté salutar, tanto s’accese!
     Ed Ulivier sentia tanta dolcezza
     che le parole sue non sono intese,
     e pur voleva dir: «Ben venga quella
     che sola agli occhi miei fia sempre stella».

66 Gran festa fu tra’ pagani e’ cristiani,
     e molto Carador fu commendato
     che si ricorda in paesi lontani
     de’ benefìci del tempo passato.
     Dicea Faburro: - O cavalier sovrani,
     sempre ho sentito un proverbio provato,
     e tengol nella mente vivo e verde:
     che del servire alfin mai non si perde. -

67 Nella città più giorni si posaro;
     e intanto i nuovi cristian sono in punto:
     quattromila in un oste s’assembraro.
     Dicea Faburro: - Or che Morgante è giunto,
     è da partirsi; e molto mi fia caro,
     Orlando, se tu m’ami o stimi punto,
     ch’io sia di questa gente conduttore;
     e mosterrotti in Francia il mio valore. -

68 Orlando disse: - E’ non è cosa ignuna
     ch’io ti negassi, Faburro possente.
     Allor Faburro sua gente rauna;
     e poi ch’egli ebbe assettata la gente,
     volle portar per insegna una luna
     sur una sopravvesta riccamente
     di seta bianca lavorata e d’oro,
     sì che due corna pareva d’un toro.

69 Or lasceremo il popol saracino,
     il qual di Danismarche già s’è mosso,
     e ritorniamo al figliuol di Pipino,
     che piange e dice fra sé: «Più non posso!
     Non c’è Rinaldo, non c’è il suo cugino,
     e tutto il mondo qua mi viene addosso.
     Non gli conobbi mentre erano in corte;
     or me n’avveggo e dolgomene a morte».

70 Gan traditor lo riguardava fiso
     e con parole fitte il confortava,
     e simulava uno sforzato riso:
     - O Carlo, troppo di questo mi grava:
     perché pur bagni di lacrime il viso? -
     E trentamila de’ suoi raünava,
     e disse: - Io voglio andare - il traditore
     - a Montalban con questi, imperadore. -

71 E tutti a Carlo gli menava avante,
     e fece suo capitano il Magagna,
     dicendo: - Io voglio assalir l’amirante
     con questa compagnia che è tanto magna;
     e so che noi piglieren Lïonfante:
     io lo farò dar, Carlo, nella ragna. -
     E seppe tanto acconciar ben l’orpello
     che Carlo si togliea per oro quello.

72 A Montalban n’andò con questo inganno:
     e’ si pensò pigliarlo a salvamento,
     e tutti all’amirante se ne vanno,
     e disse: - Io ti darò per tradimento
     la terra e’ tuoi nimici che vi stanno,
     e metterotti questa notte drento. -
     Ma Lïonfante era uom troppo dabbene,
     e fece quel ch’a’ suoi par si conviene;

73 e disse: - Io ti vo’ dire una novella.
     La volpe un tratto molto era assetata:
     entrò per bere in una secchia quella,
     tanto che giù nel pozzo se n’è andata.
     Il lupo passa, e questa meschinella
     domanda come sia così cascata.
     Dice la volpe: «Di ciò non t’incresca:
     chi vuol de’ grossi nel fondo giù pesca:

74 io piglio lasche di libbra, compare;
     se tu ci fussi, tu ti goderesti;
     io me ne vo’ per un tratto saziare».
     Rispose il lupo: «Tu non chiameresti
     a queste cose il compagno, comare?
     E forse che mai più non lo facesti?».
     Disse la volpe maliziosa e vecchia:
     «Or oltre, vienne, enterrai nella secchia».

75 Il lupo non istette a pensar piùe,
     e tutto nella secchia si rassetta
     e vassene con essa tosto giùe;
     truova la volpe che ne vien sù in fretta,
     e dice il sempliciotto: «Ove vai tue?
     Non vogliàn noi pescar? Comare, aspetta!».
     Disse la volpe: «Il mondo è fatto a scale:
     vedi, compar, chi scende e chi sù sale».

76 Il lupo dentro al pozzo rimaneva.
     La volpe poi nel can dètte di cozzo,
     e disse il suo nimico morto aveva;
     onde e’ rispose, benché e’ sia nel pozzo,
     che ’l traditor però non gli piaceva;
     e presela e ciuffolla appunto al gozzo,
     uccisela, e punì la sua malizia:
     e così ebbe luogo la giustizia.

77 Se tradimenti hai fatti alla tua vita
     già mille volte, a questa datti pace:
     tu non farai di qui già mai partita
     per nessun modo, traditor verace,
     ch’ogni tua colpa vecchia fia punita,
     ché ’l traditor per nulla non mi piace,
     e piglierotti al gozzo col capresto. -
     E preselo e legar lo fece presto.

78 E poi mandò di sùbito un messaggio
     a dire ’Astolfo, ch’era in Monte Albano,
     che, perch’egli era di nobil legnaggio,
     benché e’ sia saracino e lui cristiano,
     a tradimento non vuol fargli oltraggio
     o in altro modo; e ch’avea preso Gano,
     e impiccherallo, pur che lo consenti;
     e disse tutto de’ suoi tradimenti.

79 Il messaggiero ’Astolfo se n’andòe
     e disse come ha detto il suo signore,
     e tutto il tradimento gli contòe.
     Astolfo fece a quel messaggio onore;
     e poi Guicciardo e gli altri a sé chiamòe
     e referì di questo traditore,
     e chiese a tutti consiglio e parere
     quel che si faccia di Gan da Pontiere;

80 e che per se medesmo gli parrebbe
     che si risponda che lo ’mpicchi presto.
     Poi s’accordorno che util non sarebbe,
     ché ’l tempo avverso non pativa questo,
     ché la sua gente si ribellerebbe,
     quantunque Gan meritassi il capresto;
     e ringraziorno il famoso pagano
     e chiesongli di grazia vivo Gano.

81 Astolfo dètte al messo un palafreno,
     e disse: - Questo tien per amor mio. -
     Il messaggier ritorna in un baleno
     e raccontò d’Astolfo il suo disio.
     Lïonfante, uom di gentilezza pieno,
     rispose: - Come Astolfo vuol voglio io. -
     E contra suo voler Gan liberava.
     Gano a Parigi sùbito arrancava;

82 e disse a Carlo, il traditor fellone,
     ch’aveva fatta certa sua pensata
     come ingannar potessi Erminïone;
     ma poi era la trappola scoccata,
     e come preso fu nel padiglione:
     così la sua tristizia ha covertata,
     dicendo: - Un tradimento facea doppio,
     che insin di qua ne sentivi lo scoppio. -

83 Carlo il credette ben, ché il ver dicea
     che ’l tradimento doppio era ordinato.
     Astolfo in questo tempo gli scrivea
     come questo fellon l’avea ingannato.
     Carlo all’usato a Ganellon credea,
     ché così era ne’ Ciel distinato;
     e conferiva con lui come prima
     ogni segreto, e così facea stima.

84 Erminïon colla sua gente bella
     sempre più inverso Montalbano è ito.
     Era per Pasqua; giunse la novella
     d’un messaggier ch’è tutto sbigottito,
     tanto che, giunto, a gran pena favella;
     poi disse, tutto per duolo smarrito:
     - Erminïon, male novelle hai certo:
     sappi tu se’ col tuo popol diserto;

85 e ’l tuo fratello è morto, Fieramonte,
     ché combattendo un dì con un cristiano,
     gli passò l’elmo e ruppegli la fronte;
     e dice che è il signor di Montalbano,
     ed ha con seco quel famoso conte
     Orlando, che tremar fa il monte e ’l piano;
     la città presa ed abbruciata è tutta
     e la tua gente scacciata e distrutta.

86 Faburro è quel che ’l tradimento fe’:
     tutti i suoi amici ha fatti far cristiani
     e tutto il regno in preda a costor diè.
     Gran quantità son morti di pagani
     sanza trovare o rimedio o merzé:
     io gli ho veduti tagliar come cani,
     e la tua donna in molti affanni e duoli
     uccider crudelmente, e’ tuo’ figliuoli.

87 E sòtti a dir che ti vengono addosso
     con ben quarantamila cavalieri,
     ed era il campo, quand’io parti’, mosso.
     Faburro è capitan di que’ guerrieri,
     che di sua gente ha fatto capo grosso,
     e vien con lor per mostrare i sentieri. -
     Quando il pagan sentì quel ch’egli ha detto,
     bestemiò forte lo iddio Macometto,

88 e disse: - Traditor crudele e rio,
     mai più t’adorerò, così ti giuro:
     io vo’ che Satanasso sia il mio iddio
     o se v’è altro diavol più oscuro.
     Che t’ho io fatto? Dove è il fratel mio
     ch’io lasciai pur nel suo regno sicuro?
     Dove è la donna mia ch’io ti lasciai
     e’ miei figliuol ch’io ti raccomandai?

89 Che farò io, se in qua ritorna Orlando,
     e se torna Rinaldo, il mio nimico?
     Or verrò le mie ingiurie vendicando
     contra costui del mio Mambrino antico! -
     Quivi era Salincorno, e lacrimando
     dicea: - Fratello, ascolta quel ch’io dico.
     Dove è la fama e tua virtù fuggita?
     Hai tu perduto il tuo campo o la vita?

90 E’ si conosce nell’avversitade
     il savio sempre; e nel tempo felice
     non si può ben veder chi ha in sé bontade:
     questo sai tu ch’ognun che intende dice.
     Se Fieramonte è morto e la cittade
     distrutta, così misera e infelice,
     tu hai qui tanta gente di tua setta
     che d’ogni cosa si farà vendetta. -

91 Erminïon per ira fe’ venire
     tutti i baron legati, e poi scrivea
     a Carlo Magno, e manda così a dire
     che gli farà morir di morte rea
     con gran vergogna e con istran martìre,
     se non gli dà Parigi, conchiudea,
     e ’l suo tesoro e tutto il suo paese;
     e che il primo impiccar farà il Danese,

92 anzi squartar, perché e’ fu già pagano
     e rinnegato avea lo iddio Macone.
     Il messo giunse presto a Carlo Mano
     e la ’mbasciata fe’ d’Erminïone.
     Carlo, come uom già disperato e insano,
     nulla rispose alla sua orazione;
     e ’l messaggiero indrieto tornò ratto,
     dicendo Carlo gli pareva un matto.

93 Carlo, poi che ’l messaggio fu partito,
     a un balcon si stava addolorato,
     né sa più che si far, tutto smarrito.
     Ma il suo Gesù non l’arà abbandonato:
     ch’Orlando in questo tempo è comparito,
     com’io dirò nell’altro mio trattato,
     col suo fratello e col pagano stuolo.
     Cristo sia sempre il vostro aiuto solo.