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Notizie storiche delle maioliche di Castelli e dei pittori che le illustrarono/Capitolo III

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Capitolo III

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Capitolo Terzo

Dell’origine e delle vicende dell’arte ceramica in Castelli,

fino all’introduzione dello smalto trovato da Luca della Robbia.



Trovasi l’arte ceramica stabilita in Castelli da tempi antichissimi, talchè la sua origine è avvolta fra le tenebre dell’antichità. Certi scrittori di patrie memorie son d’avviso che ci sia stata insegnata dagli Etruschi, antichissimi abitatori delle nostre contrade[1]: i quali, come narra Plinio, furono i primi che co amore coltivarono la ceramica, e la condussero a quella eccellenza, che anche oggi ammiriamo. E per verità, quantunque presso di noi non siano stati mai fatti scavi regolari per studî archeologici, pure spesse volte sonosi rinvenuti frammenti di vasi etruschi, e di figuline con lettere osche: e ben si conosce che la lingua osca ha lo stesso fondo che l’etrusca. Oltre a ciò l’elegante vase di figura diota, che nel triente atriano osservasi, non pure dinota chiaramente la nostra provenienza dagli Etruschi; ma fa conoscere altresì che l’arte ceramica era in quel tempo tra le nostre più ricercate [p. 27 modifica]manifatture: avendola stimata degna gli Atriani di perpetuarla nelle loro monete. Al che vuolsi aggiungere che siccome gli Etruschi vengono dagli antiquarii reputati inventori de’ vasi a due manichi, è da credere che questi si lavorassero precisamente da quelli nelle nostre terre stabiliti; essendo di tal forma il vase effigiato nel triente anzidetto[2].

Niuno certamente farà le meraviglie, che questi popoli scelsero il territorio Castellano per fondarvi l’arte che lodevolmente esercitavano: poichè trovarono essi in così piccolo spazio tutto che è necessario. Qui strati profondi di eccellente argilla plastica, qui abbondanza di acqua e di combustibile, qui finalmente molti banchi di quarzo. Tutti questi agenti naturali sempre viva mantener vi doveano sì fatta industria, e serbarla a noi con felici auspici.

La figulina, che in Castelli lavoravasi, veniva nel commercio degli antichi popoli, chiamata atriana dal nome di tutto l’agro di cui Castelli era parte: oppure, come altri crede, perchè dall’antico porto di Hatria sul Matrino veniva inviata all’Oriente[3].

In processo di tempo, venuta la nostra provincia nel dominio de’ Romani, andò man mano perdendosi quella maniera elegante di lavorare in creta; e comechè le [p. 28 modifica]nostre figuline avessero già acquistato i caratteri di quella così detta romana, non pertanto esser doveano anche stimate ai tempi di Plinio, poichè questi ricorda con lode i nostri lavori in terra cotta, ed assai li commenda per la loro fermezza[4]. Si scavano tuttodì dappresso a Castelli ed in altri luoghi del Teramano anfore grandissime, olle cinerarie, dolii, lucerne sepolcrali, vasi lacrimali ec. Una specie di coppia maestrevolmente tornita e coperta di lieve lustro nero, non ha guari si rinvenne in un antico sepolcro nelle vicinanza di Castelli, e da me si conserva[5].

La figulina romana, come tutte le altre di Europa, era inverniciata di una leggerissima patina, che il lucido prendea da un silicato alcalino, il color rosso dal ferro, e il nero dal manganese: e siccome non impediva che i liquidi passassero per i pori della sottostante argilla; così adoperar non poteasi in tutti gli usi domestici.

L’Italia, che nel medio evo fu la più sollecita a riscuotersi dal letargo, in che giacque lunga pezza tutta [p. 29 modifica]Europa, diede all’arte ceramica notevole miglioramento mostrando la vernice composta dall’ossido di piombo prima che fosse edificato il palazzo de’ Re Arabi a Granata. E quantunque affermi il Brogniart, che le analisi fatte al laboratorio di Sèvres, non hanno scoperto nè piombo nè rame nè stagno nelle figuline europee, lavorate prima del secolo XIII[6]: pure il Passeri ricorda parecchi mattoni smaltati coll’ossido di piombo, esistenti in un sepolcro in Bologna, e certe scodelle della facciata della Badia di Pomposa: sì gli uni che le altre lavorati nel 1100[7]. Se gli esempi porti dal Passeri non bastano, giova far notare che in parecchie antiche Chiese e campanili della provincia teramana, molti ornamenti osservansi di figulina smaltata e colorata in azzurro coll’ossido di cobalto, e in verde con l’unione degli ossidi di cobalto e di antimonio. E di particolar menzione son degne le figuline del campanile di Atri alzato nel 1279; e molto più quelle del frontespizio della Chiesa di S. Maria a mare, costruita verso il X secolo in Castro Nuovo, oggi Giulia Nuova. Da tuttociò si vede chiaro che gli artefici castellani furono i primi, od almeno tra i primi che la nuova vernice piombifera adoperarono in Europa. Nè vi ha dubbio che siffatte figuline sparse d’intorno a Castelli sieno state ivi lavorate; dappoihchè le simiglianti vi si trovano assai di leggieri, e gran copia di frammenti.

[p. 30 modifica]Per quanto io abbia investigato, non ho potuto trovare il come tale miglioramento vi avvenisse; chè gli Arabi che tale smalto introdussero in altri luoghi di Europa, non posero mai piede in questa parte degli Abruzzi. Se il mio corto veder non erra, parmi che i Castellani dovettero aver grand’obbligo ai monaci Benedettini, che nella generale ignoranza non solo le lettere ebbero in cura, ma ancor le arti per comodo comune: come leggesi nelle loro regole antiche nel capitolo che riguarda gli artefici.

Ma intorno a ciò sia che vuole: certo è che i nostri artisti poco di poi migliorarono d’assai siffatta vernice: poichè ad essi venne primamente pensiero di covrir le figuline di una veste di terra bianca, acciò postovi sopra lo smalto trasparente, i lavori comparissero di delicata bianchezza, senza far vedere il colore dell’argilla. Di che ci ha serbato memoria il Cavalier Cipriano Piccol-Passo, che il primo, verso la metà del 1500, un’opera scrisse intorno all’arte del vasaio: egli chiama questa specie di manifattura, oggi detta mezza-maiolica, sempre col nome di lavori alla Castellana[8]. Il Sig. Raffaelli sta in forse se questa gloria debbasi alla città di Castello (Tifernum Tiberinum), od a Castelli del regno di Napoli[9]: ma cessa ogni dubbio se si pone ben mente, che in quella città del Pontificio a quei dì non [p. 31 modifica]esistevano fabbriche di figuline; mentre nella nostra Castelli molte ve n’erano, ed ora tra il molto rottame che osservasi presso le antiche officine, si scoprono frammenti di mezza-maiolica. Vari io ne conservo, che mostrano il bel cangiante di madreperla notato dal Passeri.

Non v’ha dubbio che l’arte ceramica grande utilità trasse da questo trovato; la cui mercè potè avvantaggiarsi degli ornamenti della pittura, che insino allora poco o niuno aiuto avea potuto porgerle, per quei colori troppo forti che allo smalto toglier doveano la trasparenza.

Note

  1. V. Palma op. cit. tom. I pag. 39.
  2. Il disegno di questo triente fu da me pubblicato nel Poliorama Pittoresco, ottobre 1852, pag. 168.
  3. Monti, sull’antico e l’attuale commercio nella provincia del 1.° Abruzzo Ultra ec., Memoria inserita nel Gran-Sasso d’Italia an. 1848. pag. 193.
  4. Hist. Nat. lib. 35, cap. 12.
  5. Mi piace qui notare i nomi degli antichi nostri figuli, de’ quali finora si è avuto notizia dalle terre cotte rinvenute ne’ diversi luoghi della Provincia di Teramo. caia decia staberia — fortis — vibiani faor — lvcivs — probvs — nvm — tmciir — l. satvrnini — procvli — s. l. alfici — primi — felix sari — evbvli. In un’anfora trovata, non è molti anni, in un antico sepolcro presso la città di Penne, erano scolpite queste parole:

    ΜΕΝΕΙ · ΣΩ · ΑΝΘS · ΙΛΔΩ

  6. Traité des arts ceramiques, ec. — Paris 1844.
  7. Passeri — Istoria delle pitture in maiolica fatte in Pesaro, pag. 30 — Pesaro 1838.
  8. Quest’opera conservasi manoscritta dal Sig. Raffaelli di Urbania.
  9. Raffaelli — Memorie Istoriche delle maioliche lavorate in Castel Durante, pag. 11. Fermo 1846.