Novelle (Bandello)/Prima parte/Novella XLIV

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Prima parte
Novella XLIV

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Il marchese Niccolò terzo da Este trovato il figliuolo con la matrigna


in adulterio, a tutti dui in un medesimo giorno fa tagliar il capo in Ferrara.


Si come è chiarissima fama per tutta Europa, fu il marchese Niccolò terzo da Este, mio avo paterno, fu, dico, singolarissimo e magnificentissimo signore, e piú volte si vide esser arbitro tra i prencipi de l’Italia quasi ogni volta che dissensione o guerra tra loro accadeva. E perciò che legitimo non era, fu da Azzo quarto da Este suo carnal cugino gravemente molestato. Ma con la sua buona fortuna e con il favore dei veneziani, fiorentini e bolognesi, avendo fatto relegare Azzo in Creta, che oggi Candia si chiama, la signoria de la cittá di Ferrara gran tempo pacificamente ottenne. Prese poi egli per moglie la signora Gigliuola figliuola del signor Francesco giovine da Carrara, che in quei tempi signoreggiava Padova. Da questa egli ebbe un bellissimo figliuolo senza piú, che Ugo conte di Rovigo fu chiamato. Né guari dopo il parto stette la madre di lui in vita, che da gravissima infermitá oppressa passò a l’altra vita con rari dispiacere del marchese che unicamente l’amava. Fu nodrito il conte Ugo come a figliuolo di cosí fatto prencipe si conveniva, e in ogni cosa che faceva secondo l’etá sua era mirabile. Il marchese si diede poi ad amare diverse femine, ed essendo giovine e pacifico ne lo stato, ad altro non attendeva che a darsi piacere. Onde tanta turba di figliuoli bastardi gli nacque che averebbe fatto di loro un essercito. E per questo su il Ferrarese ancora si costuma di dire: – Dietro al fiume del Po trecento figliuoli del marchese Niccolò hanno tirata l’altana de le navi. – Il primo dei figliuoli bastardi fu Leonello, che d’una giovane bellissima che Stella era nomata nacque, e questo successe al padre ne la signoria de la cittá di Ferrara. Il secondo fu il famoso Borso, generato in una gentildonna senese de la nobile ed antica casa dei Tolomei, il quale di marchese fu da Paolo secondo, sommo pontefice, creato duca di Ferrara e da Federico d’Austria imperadore fatto duca di Modena e di Reggio. Ma che vo io ad un ad uno annoverando i figliuoli che da le sue innamorate il marchese Niccolò ebbe, essendo stati tanti che buona pezza mi bisognarebbe a raccontargli non dico tutti, ché non si sanno, ma parlo di quelli che suoi figliuoli furono tenuti, dei quali io una decina ho veduti in Ferrara quando era fanciulla? Lasciando adunque costoro, vi dico che il marchese Niccolò deliberò un’altra fiata maritarsi. Ed avendone in Italia e fuori alcune per le mani, si risolse prender per moglie una figliuola del signor Carlo Malatesta, alora potentissimo signore di molte cittá ne la Marca e ne la Romagna e tra italiani stimato gran capitano de l’arte militare. Era la sposa fanciulletta, perché non passava ancor quindeci anni, bella e vezzosa molto. Venne a Ferrara accompagnata onoratissimamente da marchegiani e romagnoli e fu dal marchese Niccolò molto pomposamente ricevuta. Ella non stette troppo col marchese che s’avvide come egli era il gallo di Ferrara, di modo che ella ne perdeva assai. Ed in effetto il marchese era il piú feminil uomo che a quei tempi si ritrovasse, che quante donne vedeva tante ne voleva. Non si seppe perciò che ad alcuna da lui fosse fatta violenza giá mai. Ora veggendo la marchesana che ’l suo consorte era di cotal natura che per logorar quello di fuori risparmiava il suo, deliberò anch’ella non star con le mani a cintola e consumar la sua giovanezza indarno. Onde considerati i modi e costumi degli uomini di corte, le vennero per mala sorte gettati gli occhi a dosso al suo figliastro il conte Ugo, il quale nel vero era bellissimo e di leggiadri costumi ornato. Essendole adunque grandemente piacciuto, di lui in modo s’innamorò che non le pareva aver mai riposo né contentezza se non quando lo vedeva e ragionava con lui. Egli che mai a sí gran sceleratezza non averebbe pensato, faceva quell’onore e quella istessa riverenza a la matrigna che ogni buono ed ubidiente figliuolo deve a la madre propria fare. Ma ella che altre riverenze voleva e che era di lui estremamente invaghita, s’ingegnava con atti e cenni farlo capace del fuoco amoroso nel quale ella miseramente ardeva. Piú volte veggendo ella che il conte Ugo, che era giovanetto di sedici in dicesette anni, a’ suoi lascivi atti non metteva mente, come quello che ogn’altra cosa fuor che questa si sarebbe imaginato, si trovava troppo di mala voglia, né era osa con parole cosí disonesti e scelerati appetiti discoprire, e ancora che alquante volte si sforzasse parlargli di questo, la vergogna le annodava di maniera la lingua che mai non seppe di ciò far parola. Viveva adunque ella in una pessima contentezza e non sapeva che farsi, non ritrovando in conto alcuno conforto a le sue accerbe passioni che d’ora in ora si facevano maggiori. E poi che ella piú giorni in questo modo un’acerbissima vita fece, conoscendo chiaramente che la vergogna sola era quella che chiudeva la via a discoprirsi e far il conte Ugo consapevole di questo amore, deliberò avendo il petto a cosí disoneste fiamme aperto aprir anco la bocca a dirle, e cacciata ogni vergogna trovar compenso ai casi suoi, e senza fidarsi di nessuno essere quella che al conte Ugo ogni cosa manifestasse. Fatta questa deliberazione, avvenne che il marchese Niccolò chiamato dal duca Filippo Vesconte andò a Milano, ove anco deveva alcuni giorni dimorare. Essendo adunque la marchesana un giorno in camera a’ suoi disii fieramente pensando, né piú potendo contenersi e parendole il tempo convenevole a ciò che intendeva di fare, quasi che di cose importanti volesse al conte Ugo parlare, mandò a chiamarlo. Egli il cui pensiero era da quello de la marchesana molto diverso, senza alcuno indugio dinanzi a lei si presentò, e fattale la debita riverenza si pose come ella volle appo di lei a sedere, attendendo quello che ella volesse dirli. Ora poi che ella alquanto sovra di sé fu stata, combattendo in lei vergogna ed amore, a la fine da amore sospinta che ogni vergogna e rispetto via aveva fatto fuggire, tutta nel viso divenuta vermiglia e spesso sospirando, con tremante voce e interrotte parole che le cadenti lagrime e singhiozzi impedivano, in questa guisa a la meglio che ella puoté a parlar cominciò: – Io non so, dolcissimo signor mio, se voi mai avete pensato sovra la poco lodata vita che il marchese Niccolò vostro padre fa e i modi che egli tiene, i quali veramente sono tali che sempre mi saranno cagione d’una perpetua e mala contentezza. Egli poi che rimase, morendo la felice memoria de la signora vostra madre, vedovo, si diede di sí fatta maniera dietro a le femine che in Ferrara e per il contado non ci è cantone ove egli non abbia alcun figliuolo bastardo. Credeva ciascuno che dopo che mi sposò egli devesse cangiar costumi; ma perché io sia sua moglie divenuta, in parte alcuna non s’è mutato da la sua perversa consuetudine; ché, come faceva, quante femine vede tante ne vuole. E credo per giudicio mio che egli prima ci lascerá la vita che mai lasci di prender piacere con questa e quell’altra femina, pur che ne trovi. Ed essendo signore, chi sará che gli dica di no? Ma quello che peggio mi pare è che egli piú stima fa di queste sue puttane e triste femine e dei figliuoli da loro avuti che non fa di me né di voi, che di cosí vertuosa e nobil signora nasceste. E se voi ci avete posta la fantasia, ve ne sarete di leggero potuto accorgere. Io sentii essendo ancora in casa del signor mio padre dire ad un nostro cancegliero, che molto si dilettava di legger croniche, che tra i nostri antichi il signor Fresco indegnato contra Azzo secondo suo padre lo uccise, perché Azzo gli aveva menata matrigna in casa, che era perciò figliuola di Carlo secondo re di Napoli. Per questo io non vo’ giá che voi vi bruttiate le mani nel sangue di vostro padre divenendo di lui micidiale, ma vo’ ben dirvi che debbiate aprir gli occhi e diligentemente avvertire che non restiate qualche giorno beffato e schernito e con una canna vana in mano. Non avete voi sentito dire come vostro padre, non toccando a lui il marchesato di Ferrara, perché non era di legitimo matrimonio procreato e di ragione apparteneva al signor Azzo quarto, che col favore dei suoi amici cacciò il detto Azzo fuor de la signoria e col mezzo dei veneziani lo fece mandare in essilio ne l’isola de la Candia, ove miseramente il povero signor è morto? Guardate che simil disgrazia non intravenga a voi, e che di tanti bastardi quanti ce ne sono, uno non vi faccia, come si costuma dire, la barba di stoppa e vi mandi a sparviero. Io per me, quando altro di vostro padre avvenisse, per voi a rischio e la roba e la vita metterei, a ciò che lo stato, secondo che è il devere, ne le vostre mani si rimanesse. E ben che communemente si dica che le matrigne non amano i figliastri, nondimeno voi potete esser sicurissimo che io piú che me stessa assai v’amo. Avesse pur voluto Iddio che di me quello fosse avvenuto che io giá sperai, imperciò che quando primieramente il signor mio padre mi ragionò di maritarmi in Ferrara, egli mi disse ch’io devevo sposarmi con voi e non con vostro padre; né so io come poi il fatto si mutasse. Che Dio perdoni a chi di cotal baratto fu cagione! Voi, signor mio, ed io siamo di convenevol etá per esser congiunti insieme. Il perché assai meglio ci saremmo accoppiati tutti dui insieme che io non faccio col marchese. E tanto piú fòra stata la vita mia lieta e contenta avendovi voi per marito e signore, che ora non è, quanto che io prima amai voi che il marchese, essendomi stata data speranza che io deveva divenir vostra e voi mio. E per dirvi il vero io sempre affettuosissimamente v’ho amato ed amo piú che l’anima mia, né m’è possibile che io ad altro mai rivolga i pensieri che a voi, sí fattamente ne le radici del core mi sète abbarbicato. Onde, dolcissimo signor mio e lume degli occhi miei, (e questo dicendo, perché erano soli in camera, gli gettò le braccia al collo ed amorosamente in bocca lo basciò due e tre volte), abbiate di voi e di me compassione. Deh, signor mio, rincrescavi di me e siate cosí mio come io sono e sarò eternamente vostra, ché se questo farete, e voi senza dubio rimarrete de lo stato signore e me d’infelicissima che sono farete la piú felice e contenta donna del mondo. – Il conte Ugo che pure attendeva a qual fine i discorsi ragionamenti de la marchesana devessero riuscire, a quest’ultime parole e agli amorosi e soavissimi basci da lei avuti, rimase in modo fuor di se stesso che né rispondere né partir si sapeva, e stava proprio che chi veduto l’avesse in quel modo attonito e stupefatto piú tosto ad una statua di marmo che ad uomo l’averebbe assimigliato. Era la marchesana bellissima e vaga e cosí baldanzosa e lasciva, con dui occhi che amorosamente in capo le campeggiavano, che se Fedra cosí bella e leggiadra fosse stata, io porto ferma credenza che averebbe a’ suoi piaceri il suo amato Ippolito reso pieghevole. Ora veggendo la marchesana che il suo signor Ugo non s’era turbato e che anco non si levava, ma se ne stava immobile, e motto alcuno non diceva, fece pensiero mentre il ferro era caldo tenerlo ben battuto e non gli lasciar tempo di prender ardire di risponderle, o pensar quanta fosse la sceleraggine che si ordiva, e vituperosa ed enorme l’ingiuria che al padre faceva, ed altresí a quanto rischio e periglio si metteva; avendone ella l’agio, un’altra fiata avvinchiatogli il collo con le braccia e lascivissimamente basciandolo e mille altri scherzi e vezzi disonesti facendogli e dolcissime parole usando, di modo inescò ed abbagliò il misero giovinetto che egli sentendosi crescer roba per casa e giá la ragione avendo in tutto dato il freno in mano al concupiscibile appetito, egli anco cominciò lascivamente a basciare e morsicar lei e porle le mani nel candidissimo petto e le belle, tonde e sode poppe amorosamente toccare. Ma che vado io ogni lor particolaritá raccontando? Eglino volentieri in quel punto averebbero dato compimento a le lor voglie, ma non si fidando del luogo, dopo l’aversi insieme accordati di trovar luogo commodo ai loro piaceri, conchiusero che non era possibile potersi senza manifestissimo periglio insieme godere, se d’una de le sue donne ella non si fidava. Presa questa conchiusione, la marchesana, considerate le qualitá de le sue donne, fece elezione d’una che molto piú che nessuna altra le parve esser sufficiente. Cosí un giorno presa l’oportunitá, a lei il suo desiderio manifestò, e cosí bene la seppe persuadere che la donna le promise di far tutto quello che ella le commetteria. Da l’altra banda il corte Ugo partitosi de la camera restò sí ebro del cocente amore de la matrigna che in altro che ne le bellezze di quella non poteva pensare. E se la marchesana desiderava di ritrovarsi con lui, egli non meno di lei lo bramava. Non molto adunque dapoi col mezzo de la fidata cameriera si ritrovarono insieme, ove gli ultimi diletti amorosi con infinito piacere di tutte due le parti presero. E ben che i cortegiani vedessero qualche domestichezza tra loro, nondimeno non v’era chi male alcuno pensasse. Ora durò questa lor pratica amorosa piú di dui anni senza ch’alcuno sospetto ne prendesse, e in quell’ultimo avvenne che la cameriera si mise inferma a letto e se ne morí. Onde usando gli amanti meno che discretamente la domestichezza loro, un cameriero del conte Ugo se n’avvide non so come. E per meglio chiarirsene metteva mente ad ogni cosa che il padrone faceva, e non so in che modo ebbe aiuto di salir sovra la camera ne la quale gli amanti si trastullavano. Egli, da ora che non era sentito, fece nel solaro un picciolo buco, per il cui pertugio una e due volte vide gli sfortunati amanti prender insieme amoroso piacere. Egli veduta cosí abominevol sceleratezza, pigliata l’oportunitá, il tutto al marchese Niccolò da quel buco fece vedere. Di tanto scorno il marchese oltra modo s’attristò e dolente ne divenne, e l’amore che a la moglie e al figliuolo portava in crudelissimo odio convertí, deiberando contra l’uno e l’altro incrudelire. Era il mese di maggio e circa l’ora de la nona quando egli vide gli amanti insieme trastullarsi. Il perché vicino a le venti ore, mentre che lo sfortunato conte Ugo su la piazza giocava a la palla, chiamò il marchese il capitano de la guardia con i suoi provigionati, ordinando che tutti s’armassero. Erano molti dei primi di Ferrara in palazzo col marchese quando egli, venuto il capitano, con meraviglia grandissima di chiunque l’udí, gli comandò che alora alora andasse a pigliar il conte Ugo ed in ferri e ceppi lo mettesse ne la torre del castello verso la porta del leone, ove adesso stanno impregionati don Ferrando e don Giulio fratelli del duca. Poi comandò al castellano che, presa la marchesana, la facesse porre ne l’altra torre. Indi agli astanti narrò la cagione di queste commissioni. Giocava a la palla, com’è detto, lo sciagurato conte Ugo, e perché era giorno di festa, che i popolani sono scioperati, tutta Ferrara era a vederlo giocare. Arrivò con i suoi sergenti il capitano in piazza e per iscontro a l’orologio vituperosamente al conte Ugo diede de le mani a dosso, e con universal dolor di qualunque persona a cosí fiero spettacolo fu presente, quello legato condusse in prigione. Il castellano medesimamente impregionò la marchesana. Quella stessa sera il fiero padre mandò dui frati di quelli degli Angeli al conte Ugo, dicendoli che al morire si preparasse. Egli intesa la cagione di tanto inopinato annunzio e del suo infortunio, amaramente il suo peccato pianse e a sofferir la meritata morte con grandissima contrizione si dispose, e tutta la notte in santi ragionamenti e detestazione del suo fallo consumò. Mandò anco a chieder perdono al padre de l’ingiuria contro quello fatta. La marchesana, poi che si vide imprigionata e seppe il conte Ugo esser cattivo, supplicò assai di poter parlar al marito, ma ottener la grazia non puoté giá mai. Mandògli adunque dicendo come ella sola era consapevole e quella che il conte Ugo aveva ingannato, onde degno era che ella sola de la commessa sceleraggine fosse punita. Intendendo poi che a tutti dui si deveva mozzar il capo, entrò in tanta furia che mai non fu possibil d’acquetarla, chiarissimamente dimostrando che nulla o poco de la sua morte le incresceva, ma che di quella del conte Ugo non poteva aver pazienza. Ella altro giorno e notte mai non faceva che chiamar il suo signor Ugo, di modo che per tre continovi giorni che in prigione dimorò, sempre nomando il conte Ugo se ne stette. Aveva anco il marchese mandato dui frati a confortar la marchesana e disporla a sofferir pazientemente il supplicio della morte; ma eglino indarno s’affaticarono. Da l’altra parte il contrito giovine perseverò tre continovi giorni in compagnia dei dui frati, sempre di bene in meglio disponendosi a la vicina morte e ragionando di cose sante. Passato il terzo giorno, la matina a buon’ora un di quei frati gli disse la messa; ed in fine il giovine con grandissime lagrime chiedendo a Dio e al mondo perdono dei suoi peccati, prese divotamente il sacratissimo corpo del nostro Salvatore. La sera poi, quasi ne l’imbrunir de la notte, in quella medesima torre per comandamento del padre gli fu dal manigoldo mózzo il capo. Fu altresí a la donna in quell’ora medesima ne l’altra torre tagliata la testa, ben che ella punto non mostrasse esser de la commessa sceleraggine pentita, perciò che mai non si volle confessare, anzi altro non faceva giá mai che pregare che una volta veder le lasciassero il suo signor Ugo. E cosí col tanto gradito ed amato nome del conte Ugo in bocca la misera e sfortunata fu decapitata. Il seguente giorno poi fece il marchese tutti duo i corpi ben lavati e signorilmente vestiti metter in mezzo del cortile del palazzo, ove fu lecito di vederli a qualunque persona volle, fin che venne la sera che in una medesima sepoltura gli fece in San Francesco porre con pompa funerale accompagnati. Ora veggendosi il marchese senza moglie e senza figliuoli legitimi, si maritò la terza volta e prese per moglie la signora Ricciarda figliuola del marchese di Saluzzo, de la quale nacquero il duca Ercole padre del duca Alfonso ed altresí il signor Sigismondo da Este mio padre. Io so che sono alcuni che hanno openione che lo sfortunato conte non fosse figliuolo de la prima moglie del marchese Niccolò, ma che fosse il primo figliuol bastardo che avesse; ma essi forte s’ingannano, perché fu legitimo ed era conte di Rovigo, come piú volte ho sentito dire a la buona memoria del signor mio padre.


Il Bandello a l’illustrissima e vertuosa signora marchesana di Caravaggio


la signora Violante Bentivoglia e Sforza


Io era alloggiato in Ferrara in casa del magnanimo signor Alessandro Bentivoglio vostro amorevol padre, illustrissima signora mia, mandatovi per la differenza nata tra l’illustrissimo signor Aloise marchese Gonzaga di Castel Giffredo e l’illustre signore Lodovico Balbiano conte di Belgioioso, a fine che l’illustrissimo ed eccellentissimo signor donno Alfonso da Este duca di Ferrara, vedute le scritture de l’una e l’altra parte, ne dicesse il parer suo, come dapoi fece. Quivi essendo in quei dí venuta la vostra onorata cugina, la molto illustre e gentil signora Gostanza Rangona, – alora vedova ed ora consorte del molto valoroso ed onorato cavaliero il signor Cesare Fregoso, – per veder i signori conti Calcagnini, suoi nel primo matrimonio figliuoli, che per lungo tempo veduti non aveva, fu da tutti i gentiluomini e gentildonne di quella cittá molto onoratamente visitata. Ed essendovi tutto il dí onesta e gentilissima brigata, si ragionava per via di diporto di molte cose, come in simil compagnia è costume di fare. Avvenne un di quei dí che vi si ritrovò messer Filippo Baldo gentiluomo milanese, giovine nel vero molto discreto e sollazzevole, che v’era venuto in compagnia d’alcuni altri gentiluomini milanesi amici de la detta signora Gostanza. E ragionandosi dei varii ed infiniti accidenti che tutto ’l dí occorrono e de le poderose e divine forze de la celestial Venere, esso messer Filippo ch’era bel dicitore, dicendo che cosí come agli uomini è lodevol cosa l’innamorarsi di donna di maggior e piú nobile schiatta di lui, medesimamente ne le donne grandissimo senno è non amar uomo piú nobile di loro, narrò molto accomodatamente una bellissima novella ai nostri giorni avvenuta; la quale perché degna mi parve d’esser da tutti intesa, quello stesso giorno cosí a la grossa per modo di commentario scrissi, a ciò che non m’uscisse di mente, con animo poi di rivederla e, come ho fatto, mettervi l’ultima mano. Ora essendo venuta a Ferrara una gran parte de la nobiltá di Milano ad onorar le vostre magnifiche e suntuose nozze, ove ancora vi si trovavano tutte le belle donne de la cittá e la maggior parte dei gentiluomini, fu essa novella narrata a la presenza di tutti da esso messer Filippo, venuto con l’illustrissimo signor Gian Paolo Sforza vostro onorando consorte. Onde piacendovi molto, poi che con assai onorevoli parole quella lodaste, piacquevi, la vostra mercé, comandarmi che io ve ne facessi copia; il che alora promisi di far molto volentieri. Averei con effetto a la promessa sodisfatto, se non mi fosse stato di bisogno per commissione del signor duca di Ferrara con diligenza ritornarmene in Mantova, ove alora si ritrovava il signor Aloise. Da altre poi faccende che di giorno in giorno mi sono sovravenute impedito, ho tardato fin ad ora a pagarvi il debito che con voi aveva. Ora per uscir de l’obligo mio, avendo agio di sodisfarlo, non mi è paruto onesto di tardar piú a disobligarmi. E tanto piú volentieri a questo mi muovo, quanto che di continovo mi sovviene la sempre acerba ed onorata memoria de la vertuosa e cortesissima signora la signora Ippolita Sforza vostra madre, donna in ogni secolo senza superiore, esser stata quella che a scriver il libro de le mie novelle m’incitò e con infinite ragioni mi sospinse. Però giudico convenevole che voi, come erede de la beltá, costumi, valore, umanitá, cortesia e di tante altre doti di lei, siate quella a cui meritevolmente questa novella si doni. E ben che il dono sia picciolo, se vi degnarete graziosamente accettarlo, farassi di voi degno. Il che son certissimo che voi, la vostra mercé, farete. Feliciti nostro signor Iddio tutti i vostri pensieri. E basciandovi le mani umilmente, a la vostra buona grazia mi raccomando. State sana.