Novelle (Bandello)/Seconda parte/Il Bandello ai lettori

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Seconda parte
Il Bandello ai lettori

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Seconda parte - Novella I

Eccovi, lettori miei umanissimi, la seconda parte de le mie novelle, ridotta a la meglio che ho potuto insieme, essendomi stato necessario da diversi luoghi molte d’esse novelle raccogliere, secondo che erano state disperse. Seguirá in breve la terza parte che quasi per il piú è insieme adunata. Pigliatevi piacere, se tali le mie ciancie sono che possino piacerv., Io vi confesso bene che a cotal fine furono da me scritte. Accettate dunque il mio buon volere e la sinceritá de l’animo mio. E se l’opera od il suo effetto non corrisponde al desiderio ch’io aveva, incolpatene il mio poco sapere e la debole capacitá del mio ingegno. E state sani.


Il Bandello al molto reverendo signore
monsignor Filippo Saulo vescovo brugnatense salute


L’avarizia è cosí pestifero e vituperoso morbo che ancor che l’uomo si ritrovi carco di figliuoli e figliole ed abbia pochi beni de la fortuna, secondo che viene lodato spendendo discretamente ed astenendosi da molte cose che forse paiono necessarie, sempre che si conoscerá che egli sia avaro sará senza dubbio da tutti i buoni biasimato e morso, perciò che l’avarizia mai non sta bene in qual si voglia grado né etá d’uomini o donne. E perché crediamo noi che gli usurai, i rattori, i ladroni e quei mercanti che con inganno fanno la mercanzia siano chiamati avari, se non perché per la lor volontá di pigliare e ritener le cose altrui e non proveder ai bisogni necessarii s’oppongono a la giustizia? Opera giudicata di grandissimo peccato, ché questi beni che Iddio ci dona deveno da noi esser con quella misura presi e dispensati che il grado nostro richiede. Altrimenti avendovi inordinato appetito, facciamo un’opera contraria a la liberalitá che è vertú moralissima, tanto da tutti gli scrittori cosí infedeli come cristiani celebrata. Ora se l’avarizia che mai non può esser buona, a tutti sta male, ché certamente sta malissimo rendendo ciascuno in cui regna infame ed al publico odioso, penso io che non possa star peggio in nessuno di quello che ella sta nei preti. E chi dubita, se ogni cristiano che voglia esser degno di questo nome, deve esser pieno di caritá la quale rende l’uomo amorevole, cortese, liberale, benigno, paziente e compassionevole ai bisogni del prossimo, che molto piú non debbia esser ogni persona religiosa? Quei religiosi che vivono in commune deveno piú degli altri esser pieni di caritá e compassione, avendo questo obligo da le loro instituzioni. I preti poi che hanno benificii e particolarmente attendono a le cose loro temporali, deveriano tutti ardere di caritá ed esser i piú liberali e cortesi che si trovassero, perciò che sono quelli che meno hanno a considerare a la roba che nessun’altra sorte d’uomini, sapendo che dopo la morte loro i benefici che tengono e godeno non vanno per ereditá, non gli potendo lasciar a lor volontá. E nondimeno, – ahi vituperio del guasto mondo! – pare che oggidí come si vuol dire un avaro si dica un prete. E certo chi lo dice ha gran torto, perciò che la mala vita di tre o quattro non deveria macchiar l’onesto vivere degli altri, essendoci molti in questa nostra etá preti da bene che santissimamente vivono e liberalmente dispensano i beni loro. Io direi che tra gli altri voi sète uno di quelli, che sino da la vostra fanciullezza sempre sète stato nemicissimo degli avari e che dopo che sète beneficiato vivete splendidamente e largamente a’ poveri e vertuosi donate. Ma io non vo’ su la faccia vostra lodarvi, tanto piú essendo la liberalitá vostra chiarissima. Ora tornando a questi preti avari i quali vorrebbero per loro soli trangugiare quanto hanno al mondo, e non darebbero un pane per amor di Dio, dico che se talora vien loro fatta qualche beffa e se sono biasimati, che a me pare che lo meritano e che poca compassione si deve lor avere. Onde avendo questi dí il vostro e mio, anzi pur nostro Lucio Scipione Attellano, fatto un solenne e sontuoso banchetto a la signora Bianca da Este e Sanseverina, ove intervennero molti gentiluomini e gentildonne, ragionandosi dopo il desinare di varie cose, il nostro dottor di leggi, che era uno degli invitati, messer Girolamo Archinto, e che conoscete come è piacevole, narrò una bella beffa fatta a un avarissimo parrocchiano; la quale parendomi molto festevole io scrissi, e quella ho voluto mandarvi a ciò che dopo gli studi vostri de le civili e canoniche leggi, ne le quali sète eminentissimo come l’opere vostre stampate fanno ferma fede, possiate quella leggendo, gli spirti vostri ricreare, se quella degna stimerete deversi da voi leggere; il che, la vostra mercé, mi persuado che per l’amor che mi portate voi farete. State sano.