Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella II

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Seconda parte
Novella II

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Seconda parte - Novella I Seconda parte - Novella III
Don Faustino con nuova invenzione de l’augello griffone
gode del suo amore gabbando tutti i suoi popolani.


Poi che s’è cenato, non so giá io come entrati siamo a ragionar d’amore e de le sue poderose e divine forze, le quali senza dubio sono meravigliose molto e fuor d’ogni credenza umana, parendomi che tosto si doveva ciascuno di noi lamentare de l’ordinatore de la cena, essendo tutta stata insipida e senza sale, ancor che il nostro gentilissimo messer Emilio degli Emilii si sia rammaricato che alcune vivande fossero fuor di misura salate. Ma vadasi a far acconciar il mal sano palato e gusto, ed impari che cosa sia ad insaporir le vivande, e non si confidi del maestro dei cuochi Apicio, perciò che egli mai questo segreto non apparò, e se apparato lo aveva, non l’insegnò altrui quando tanti condimenti di cibi e sapori scrisse. E per non tenervi a bada, vi dico che cena né desinare sará saporito giá mai, e siavi pur per cuoco chi si sia, se non vi sono de le belle e leggiadre donne di brigata, intendendomi sanamente, ché io non ci vorrei pinzochere né spigolistre né vecchie, ma de le piacevoli, amorose ed oneste giovani. Io stamane quando invitato fui ad esser qui a cena, portai ferma openione che la brigata nostra non devesse esser senza donna, perciò che secondo che elle senza noi ponno far poco lieti e piacevoli i lor conviti, noi altresí senza loro vagliamo nulla, né aver possiamo piacer ch’intero sia. Pertanto se piú di questi pasti vi verrá talento di fare, come far devete, ricordatevi che ci siano de le belle donne; altrimenti io v’avviso che vivanda non ci sará che saporita sia. Ma ripigliando il parlare di cui noi si ragionava, a voler mostrar di non esser miglior maestro per aguzzar gli ingegni e destar gli addormentati, com’è Amore, dico che nel contado nostro di Brescia è una villa posta ne la valle di Sabbia, il cui nome è detto come quella cosa per cui tanto gli uomini piaceno a le donne ben che elle si vergognano nominarla, ne la quale fu un prete chiamato don Faustino da Nigolini, che era parrocchiano de la chiesa, uomo mezzanamente letterato ed assai bel parlatore, ma per altro tanto grosso e materiale che di leggero se li sarebbe dato ad intendere tutto ciò che l’uomo avesse voluto. Ché in vero da quelle lettere in fuori che da fanciullo apparate aveva ed il governar i suoi popolani ne le cose spirituali, nel resto ne le cose del mondo egli niente valeva, onde era spesso ingannato e fattoli creder una cosa per una altra; tuttavia per la sua buona vita era generalmente amato. Egli ogni festa, prima che la messa cantasse, soleva legger la passione del nostro Salvatore e in mezzo de la messa faceva una predicazione, ed assai sovente andava con l’acqua santa benedicendo i campi, dicendo suoi salmi, paternostri ed altre sue orazioni, e metteva su gli usci de le case de le croci benedette. Soleva anco benedir i buoi e l’altro bestiame con l’orazione del barone san Bovo, di modo che era da tutti tenuto uomo di santa vita. S’alcuna volta accadeva romore o mischia tra i popolani suoi, egli mai non cessava fin che tutti rappacificati non aveva. Medesimamente come uno infermava, don Faustino subito amorevolmente lo visitava e in tutto ciò che per lui far si poteva gli dava aita; e insomma si mostrava con tutti amorevole e caritativo. Egli è ben vero che era molto rigido quando udiva le confessioni dei suoi parrocchiani, riprendendo acerbamente i peccati, e un gran romor faceva in testa agli uomini e a le donne innamorate, contra i quali quando predicava diceva di terribili parole mandandogli tutti in bocca di Lucifero. Era per questo non solamente il confidente de la sua villa, ma di tutta la valle. Non era in quella terra pozzo veruno, ma v’erano due fontane, de le quali la piú grande e megliore sorgeva in casa di don Faustino, lungo la chiesa a la quale la casa era attaccata. Quivi solevano tutto il dí per la maggior parte venir le donne de la villa con loro secchie a pigliar de l’acqua. Ora avvenne un dí che messer lo prete vide una fanciulla, secondo donna di montagna, assai appariscente ed avvenevole, la quale Orsolina aveva nome ed era figliuola di barba Tognino da Ossemo, contadino secondo l’uso di quelle contrade assai agiato e ricco. Piacque questa fanciulla mirabilmente al messere, e volentieri, quando veniva per attinger acqua, la vagheggiava ed anco l’aiutava ad empir le secchie, cotali sue sciocchezze dicendole. Onde vagheggiandola spesso, cominciò a poco a poco fieramente ad innamorarsi di lei, di modo che mai bene o riposo non aveva se non quando la vedeva e che parlava con lei. Il perché amorosamente vagheggiandola, destandosi in lui la concupiscenzia carnale, venne in desiderio se possibil era di ritrovarsi in luogo segreto con lei, e giacendo seco farla parente di messer Domenedio, e una volta provare se il servir a Dio cacciando il diavolo ne l’inferno era cosí dolce cosa come molti affermano. Perché quando Orsolina veniva per acqua, se senza scandalo poteva, le faceva vezzi cercandole far credere ch’egli era tutto suo e che le voleva gran bene. Ma con ciò sia ch’ella fosse ancor garzona e non mostrava accorgersi del fatto, il domine non ardiva scoprirle apertamente questo suo amoraccio. Egli aspettava pure che la fanciulla riuscisse fuor d’alcun motto, sovra il quale egli potesse fondar la sua intenzione e farla avveduta come per lei si struggeva. Ma o che ella fosse sí scaltrita che fingesse non se n’accorgere in modo che si sia, o che pure in effetto la sua semplicitá l’adombrasse gli occhi, ella sembianza nessuna faceva che di lui le calesse. Del che messer lo prete che averebbe voluto sonar la piva, se ne trovava molto mal contento, e tanto piú si disperava quanto che in effetto era fieramente di lei innamorato, e come di cosa piú da lui non provata, de la quale con persona non ardiva scoprirsi, dava del capo nel muro farneticando com’egli di questo amore potesse venir a capo. Invescatosi adunque ne la pania amorosa e piú di passo in passo invescandosi, altro mai non faceva che far chimere e castella in aria per trovar il mezzo d’indur Orsolina a’ suoi piaceri. E perché per l’ordinario Amore dove s’appicca gli animi rintuzzati suol assottigliare e mirabilmente aguzzargli, e i sopiti destare e render avveduti, cadde un nuovo modo ne l’animo del prete, col quale a lui pareva che troppo bene gli verrebbe fatto d’ingannar l’Orsolina e goder de l’amor di quella. Onde poi che piú e piú volte su v’ebbe pensato e ripensato ed ogni fiata piú imaginandolo riuscibile, si deliberò mandarlo ad essecuzione. Era suo costume, come giá vi dissi, le domeniche e le feste prencipali, o nel mezzo de la messa o dopo, esporre alcun passo del vangelo al popolo, e secondo i propositi occorrenti quello agramente riprendere e sgridare dei peccati che si facevano, e ammaestrar ciascuno a non conturbar il prossimo, a non rubare, non bestemmiare, non vagheggiar le donne in chiesa e a non lavorar le feste; e d’altre cose garriva i suoi popolani come è costume dei rettori de le chiese. Il perché essendogli ne la mente caduto il dissegno che far intendeva, cominciò quando in destro gli veniva, acerbissimamente a gridar contra tutti quelli che in chiesa stavano a vagheggiar le donne e far del venerabil tempio di Dio un chiazzo ed una taverna, minacciando loro da parte di Dio che un grandissimo flagello aspettassero. – Io v’avviso, figliuoli miei, – diceva egli, – che il primo che io in chiesa vedrò con gli occhi levati andar in qua e in lá balestrando, io a la presenza di tutti lo svergognerò e gli trarrò nel capo o messale o breviario che in mano averò. Non risparmierò la croce, non candelieri, né ciò che a le mani mi verrá, cosí vi veggio scostumati e mal viventi. – Continovò don Faustino questo suo modo di riprender i suoi popolani piú e piú volte, e spesso anco ne parlò privatamente con alcuni dei vecchi de la villa, e tanto sgridò e spaventò ciascuno che ai giovanacci e fanciulle aveva fatto tanto paura che ogni volta che alzavano gli occhi, pareva loro aver don Faustino a le spalle ed esser da breviario o candeliero percossi. Non molto dapoi, venuta la festa de la sacra de la chiesa, che appo tutto ’l popolo era in grandissima riverenza, perché quel dí tutti gli uomini e donne grandi e piccioli sogliono unitamente trovarsi a la messa, deliberò il sere, veggendo la chiesa piú che mai piena, e quivi tra l’altre la sua inzuccherata Orsolina che gli aveva cavato il cor del corpo, colorir ed incarnare il suo dissegno. Avendo adunque alquante parole dette in commendazione e lode de la santa consacrazione del tempio, e mostrato loro come gli antichi profeti e patriarchi ebrei con tutto il popolo israelitico, con grandissima ed inestimabil solennitá e meravigliose cerimonie celebravano la dedicazione del tempio, ad imitazione dei quali la santa e catolica Chiesa fa il medesimo, in fine cosí disse loro: – Uomini miei e donne nel sangue prezioso di Cristo da me come figliuoli diletti, voi ben sapete che io infinite volte, come era ed è mio ufficio e debito, v’ho ripreso e fattovi quella amorevole e caritativa correzione che Iddio m’ha inspirato, e dettovi che questi vostri innamoramenti e cotesto tanto vagheggiar che voi di continovo in chiesa a le messe ed agli altri divini uffici fate, è in grandissimo dispiacere a nostro signor Iddio, perciò che egli ha detto la sua santa casa esser luogo d’orazione, e voi, sciagurati che sète, la fate una spelonca di ladri. V’ho medesimamente detto che quando Iddio pazientemente v’averá per alcun tempo sopportati e che vederá la sua pazienza esser da voi beffata, perseverando voi ne le triste e sconcie opere di mal in peggio, che egli contra a voi s’adirerá e corruccioso, messa la sua pazienza da canto, adopererá il bastone de la giustizia e in modo vi percoterá che guai, guai a voi! Ma il tutto è pur stato indarno fin qui, e dubito di peggio per l’avvenire, cotanto vi veggio avvezzi al male. Guai a voi, guai a voi, miseri meschini, che ve ne state ridendo e facendovi beffe del mio dire, e non sapete il castigo e flagello che Iddio giá v’ha preparato. E che mi vale, oimè, leggervi ogni domenica l’acerbissima passione del Salvator nostro, benedir cosí sovente le case e campi vostri, segnar col segno del barone san Bovo le vostre bestie, e tutto il dí far orazion per voi, e in digiuni e vigilie la notte, quando posar deverei, macerarmi, pigliar discipline, far altre mie divozioni; se voi, uomini e donne, grandi e piccioli, pieni d’ogni sceleraggine, fate de la casa di Dio una stalla? E chi saria di voi che volesse comportare che un vostro vicino od altri venissero in casa vostra a far cotesti vagheggiamenti ch’io veggio far qui dentro nel cospetto di Dio? Certo, per quello ch’io me ne creda, nessuno; anzi ciascun di voi pigliarebbe l’arme in mano e vorria ammazzar qualunque persona ardisse venirvi. Ora se voi nol comportareste in casa, volete che Iddio ve lo comporti dentro il suo santo tempio che è la casa sua propria, ne la qual si deve star divotamente ai sacri e divini ufficii? Attendete bene a ciò ch’io vi dico ora ed aprite ben gli orecchi, gente del diavolo che voi sète. Pigli ciascuno le mie parole con quel buon animo che io le dico; guardate ben bene che non entrino per un’orecchia e se n’escano per l’altra. Tenetele a mente e fate che vi restino scolpite nel mezzo del core, cercando tuttavia d’emendarvi e far penitenza del vostro peccato, altrimenti guai a voi! Io vi dico, io v’affermo, io ve lo annonzio, che Iddio per i peccati vostri è tanto adirato contra tutti voi, che ha deliberato, non veggendo per l’avvenire emenda nei fatti vostri, di darvi cosí fiero ed acerbo castigo che restarete per essempio a tutto il paese bresciano e a tutta Lombardia, e ovunque anderete sarete mostrati a dito per i piú tristi e scelerati uomini del mondo. E questo castigo apparterrá a tutti. Questi bravi che hanno il cervello sovra la berretta e non stimano né Dio né santi, oh come saranno puniti! I ladri che tanti ladroneggi tutto ’l dí fanno per le possessioni e case di questi e quelli, pagheranno amaramente i furti loro. A le gavinelle e fraschette di queste donne giovani che quando sono in chiesa e che doveriano star divotamente agli ufficii divini e dir la corona ed il rosaio, stanno a frascheggiare e con gli occhi alti a vagheggiar i lor innamorati e veder quante mosche volano per l’aria, buon pro li sará se non perdeno gli occhi. E voi padri e madri, e voi altri uomini vecchi che vedete tante lascivie e dissoluzioni nei figliuoli, figliuole e prossimi vostri e non gli sgridate anzi ve ne ridete, guai a voi, perché tal e sí fatta punizione vi si prepara che desiderarete mai non esser nati. Ed i giocatori e bestemmiatori di Dio e di santi come faranno? Come staranno i mormoratori e maldicenti che al prossimo levano la fama? Guai a tutti! Oimè, popolani miei, quanto mi rincresce di voi e quanto vie maggior sarebbe il dolor mio, se io prima non ve l’avessi avvisato! Egli è pur venuto il tempo che toccarete con mano ch’io non diceva bugia quando vi riprendeva ed emendava dei vostri peccati, e coloro che de le mie parole si ridevano come se io da gabbo avessi favoleggiato, oimè, quanto amaramente piangeranno! Silenzio, popol mio; state cheti e udite ciò ch’io vi dico e non lo pigliate a scherzo né in beffa. Avvertite anco che questa fia l’ultima volta che io piú ne parli, perciò che estrema pazzia sarebbe la mia parlare ove non m’abbia udienza, e voler far bene a chi nol vuole anzi a sommo studio va ricercando il male. – Quivi don Faustino stette un poco senza dir nulla, con gli occhi verso il cielo rivolti; poi alzata alquanto piú del solito la voce, quasi lagrimando disse: – Signor Iddio, sempre sia lodata la tua potenza. Tu vuoi che io annonzii ai miei parrocchiani il loro apparecchiato flagello e quanto contra questo popolo tu sei adirato, ed io lo farò, per ubidirti, volentieri. Iddio, figliuoli miei, è di modo corrucciato contra voi per le molte sceleratezze vostre e peccati enormi, che egli senz’alcun indugio, come per misericordia sua mi ha rivelato essendo io in orazione, vuol mandar quello spaventoso e terribilissimo augel griffone, il quale con un becco tanto duro e forte che smaglierebbe diece corazze d’acciaio, a tutti quelli che immersi nei peccati sono, e che si sono beffati de le mie ammonizioni, beccherá sí fieramente gli occhi che tutti senza speme di mai piú poter guarire resteranno cechi. Né crediate di provedergli a dire: – Io non uscirò di casa, io fermerò molto ben l’uscio e le finestre quando l’augello griffone anderá a torno volando per queste contrade, – con ciò sia cosa che Iddio ha ordinato che invisibilmente egli voli, a ciò che non sia chi possa schifare le sue amare punture. Gli è ben vero che io tanto ho pregato la sua divina maestá e tanto innanzi a quella sono stato lagrimando che Iddio, la sua mercé, m’ha per spezial grazia concesso che io saperò quando il crudel augello s’approssimerá a questa villa ed anco lo vederò, a fine che io faccia ogni cosa per conoscer se vi volete emendare. E quando siate disposti perseverar nel male, faccia Iddio la sua volontá. Or ditemi, sète voi presti a far il voler d’Iddio e lasciar i peccati? volete voi venire come ai buon cristiani appartiene, a far vita nuova, servando quello che sète ubligati ad osservare? – Era don Faustino appo coloro in buona stima e in ottimo credito, avendolo tutti sempre conosciuto per buono ed onesto prete, e tutti l’avevano in grandissima venerazione. Il perché, essendo uomini di montagna e grossolani, non fu molto difficile che egli persuadesse loro cotesta favola sí maestrevolmente ordita; onde erano tutti sí fieramente sbigottiti e in tanto e tale spavento che giá pareva a chiunque l’udiva aver dentro gli occhi l’adamantino becco del mordace e fierissimo augello. Tutti dunque, uomini e donne, quasi lagrimando, piú volte gridarono misericordia a Dio, dicendo che erano disposti di voler viver catolicamente. Alora don Faustino comandando che ciascuno tacesse, fatto subito silenzio, disse: – Ed io a ciò che possiate star sicuri, terrò questo modo che da me ora udirete. Come l’augello s’approssimi a noi, io che saperò l’ora e lo vederò volare, subito farò toccar la campana grossa dal mio chierico a bòtti grossi e spessi. Voi alora ovunque sarete, come sentirete il suono, ponetevi tutte due le mani sugli occhi ed avvertite a non levarle via, avvenga ciò che si voglia fin che io non farò cessar la campana, perché questo rapace animale becca solamente gli occhi e non altrove. Com’egli abbia corso in su e in giú per la villa quattro o cinque poste, egli non veggendo ove possa beccare, deposta la sua fierezza se n’anderá e piú per quel giorno non tornerá a voi. Sí che disponetevi a cangiar costumi, altrimenti quando verrá il griffone, io non vi darò segno di campana né d’altro, ma lascerò che la divina giustizia abbia luogo. – Finita la messa e la predicazione, tutti pieni di paura andarono a casa, né d’altro si parlava che del griffone. Ora passati che furono cinque dí, facendo messer lo prete dar i bòtti a la campana, vide che in un tratto ciascuno si pose le mani agli occhi, e andando in quello egli per la villa s’accorse, mentre che i bòtti durarono, che nessuno si moveva dal luogo ove il suono còlto l’aveva, stando di continovo con gli occhi velati da le mani. Il perché parendogli che il suo avviso puntalmente avvenisse e gli succedesse come imaginato aveva, un giorno ne l’ora del merigge che quasi tutti erano fuori ai lor lavori, avvenne che l’Orsolina con due secchie venne a pigliar acqua a la fontana in casa di don Faustino, sí come per l’ordinario ella era usa di fare. Il che veggendo messer lo prete e sentendo a la presenza de la giovanetta che l’augello griffone cominciava a levar la testa, subito mandò il suo chierico a martellar la campana. L’Orsolina che giá aveva empito una secchia e l’altra dentro l’acqua attuffava, come sentí il suono, cosí di subito abbandonata la secchia dentro la fontana, vide colá vicino al fonte sotto una loggetta un pagliaro di strame che don Faustino aveva fatto raccogliere e lá sotto ricoverare per pascer un suo asinello che in casa teneva per i suoi bisogni. Ella con le mani sugli occhi colá n’andò, e dato del capo dentro al pagliaro, stava aspettando che i bòtti de la campana cessassero. Don Faustino che vide andar la bisogna come desiderava, serrato l’uscio del cortile ove la fontana sorgeva, pian piano a la fanciulla accostatosi, destramente i panni le alzò su le schiene, ed avendo giá il griffone drizzato il piviolo col quale si sogliono piantar gli uomini, prestamente nel debito solco per ciò fatto quello ascose, in guisa che don Gianni di Bartolo a la commar Zita attaccò la coda. E ben che la prima beccata de l’augello fosse con spargimento di sangue e l’Orsolina sentisse alquanto di noia, tuttavia avendo ella a mente che il ser aveva predicato che solamente agli occhi l’augello col suo becco noceva, sofferse con pazienza ed alquanto di gioia questa prima imbeccata. Era don Faustino di trentasei anni in trentasette, gagliardo e di forte nerbo; perché prima che levasse il becco da la dolce e desiderata pastura, con suo gran diletto e de l’Orsolina lasciò, una altra volta pascer l’augello. La giovane che mai piú simil piacer gustato non aveva, mentre che il griffone il becco quinci e quindi dimenava, ingombrata da cosí soave e rara dolcezza, non levando mai le mani dagli occhi, teneva pur con interrotta voce detto: – Becca pur lí quanto sai, ché gli occhi non mi beccherai. – E bramosa che l’augello continovasse il dolce gioco di cosí piacevol beccamento, replicava le giá dette parole. Messer lo prete corsi questi dui arringhi, presa alquanto di lena e ruzzando intorno al pagliaro, tre altre volte rimesse il diavolo ne l’inferno e in parte cavò la superbia al suo buon augello, con grandissima contentezza di tutte due le parti. Dopoi, lasciati i panni de l’Orsolina giú, aprí l’uscio del cortile e chetamente essendo entrato in casa, diede il segno ordinato al suo chierico, il quale non toccando piú la campana, fu cagione che ciascuno ritornò a far ciò che prima faceva. Se ne venne anco l’Orsolina a la fontana, e presa l’altra secchia che in quella aveva abbandonata, con tutte due piene d’acqua a casa se ne tornò, seco stessa piú volte commendando la dolce puntura del becco del griffone. Don Faustino parendogli aver trovata dolce pastura, fece alcuna volte venire, quando in destro gli cadeva, l’augello e con la sua Orsolina si dava il meglior tempo del mondo. Ella molto spesso veniva per acqua, e sempre che era a la fontana averebbe voluto che il griffone fosse comparso per sonar ella la campana a doppio; e quando sentiva i bòtti, subito andava di fitto a dar de la testa nel pagliaro. Ora dubitando il domine che il giuoco non si scoprisse, sí seppe i ferri suoi adoperare che fece dar marito a l’Orsolina con cui, come comodo gli venne, scoprí il fatto e con lei destramente lungo tempo piacer si diede. Tale adunque fu l’astuzia di don Faustino, il quale dal caldo d’amore destato, di semplice ed ignorante divenne astutissimo, sí come da me inteso avete.


Il Bandello a l’illustre signor
Alfonso Vesconte il cavaliero


A questo luglio passato essendo io venuto a far riverenza a l’illustre signor Pirro Gonzaga di Gazuolo vostro cognato, che tornando di Francia era nel vostro lieto ed agiato palazzo alloggiato, vi trovai molti gentiluomini milanesi che facevano il medesimo ufficio che io feci. Ora essendosi esso signor Pirro ritirato sotto il pergolato de l’allegro e vago giardino e accennatomi ch’io lo seguissi, mentre noi dui insieme ragionavamo, sovravvenne il molto piacevole e largo parlatore Giovanni da Montachino, il quale, come sapete, ha sempre infinite e piacevoli novelle a le mani. Subito che il signor Pirro lo vide, dopo gli abbracciamenti soliti, gli domandò se nulla di nuovo aveva. Come i gentiluomini questo sentirono, in un tratto tutti vennero sotto il pergolato per udir alcuna piacevol novella. Onde il Montachino narrò come il dí precedente aveva fatta una beffa a monsignor Giovanni de La Rocella senatore nel senato di Milano, il quale quella sera aveva cenato in casa del nostro gentilissimo signor Lucio Scipione Attellano, ove spesso suole, com’eglino dicono, banchettare. Voi sapete che il detto senatore sempre è stato uomo che assai s’è dilettato di bere, e che volentieri talora tanto a mensa s’intertiene che bene spesso l’ora de la cena il truova ancora non levato dal desinare, bevendo e ribevendo e favoleggiando. Il Montachino adunque la sera passando dinanzi la casa del Rocella, ritrovò la moglie di quello, bella ed onesta donna, che in porta a prender il fresco se ne stava, a cui disse: – Madama, io vengo a dirvi per parte di monsignor vostro marito, che voi facciate lavar un botticino ed acconciar bene, perciò che a mano a mano verrá un mulo carco di buona vernaccia. – La donna che gli credette, fece apparecchiar ogni cosa; né guari stette che sovravenendo monsignor senatore, trovò la donna in faccende, e le domandò quello che ciò volesse dire. Ella gli rispose ciò che il Montachino l’aveva detto. Intese il senatore troppo bene il mordacissimo motto e se ne rise dicendo: – Io sono il mulo che venuto sono carco di vernaccia; – perciò che si sapeva lui esser bastardo, i quali si chiamano «muli». Molto fu riso di questa novella, quando messer Bartolomeo Dardano, uomo nel verso latino di gran vena, narrò un’altra beffa avvenuta ad un molto onorato prelato gentiluomo milanese, la quale a tutti parve bella e molto fu commendata. E perché voi in quell’ora non eravate in casa, e la signora Antonia Gonzaga vostra consorte mi pregò che io la volessi scrivere e farne copia, ecco che scritta come narrata fu ve la mando, sí per sodisfar a la signora Antonia, come anco perché sia testimone a tutto il mondo de la mia verso voi riverenza ed osservanza. State sano.