Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella LVII

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Seconda parte
Novella LVII

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Uno si giace con la propria moglie non conosciuto da lei
ed insegna altrui a far il medesimo assai scioccamente.


Il ragionamento, signori miei, che ora voi fate, mi fa sovvenire d’un cortegiano, cioè d’uomo che stava in corte e forse ancora vi sta, che in una pazzia che fece dimostrò assai leggermente che quando il suo parrocchiano gli diede il santo battesimo gli pose molto poco sale in bocca. Né so io come sia possibile che si truovi alcuno che ne le corti pratichi, che in tutto venda il pesce e gli resti sí vòta la zucca, come volgarmente si dice, che niente di cervello gli resti in capo. Il che nel vero avvenne a questo mio magro e scemonnito cortegiano, di cui io ora intendo favellarvi. Ché forse quando la nostra signora Margarita fosse qui in sala, io non so ciò che mi facessi, perciò che per riverenza di lei penso che lascerei da parte la novella di costui, ancor che non si disdica d’udir le cose che a la giornata, od oneste o disoneste che siano, occorrono: anzi porto io ferma openione che assai di giovamento rechino l’azioni umane quando s’intendono, imparando ciascuno da quelle, se buone sono, a seguir il bene, se male e disoneste, ad astenersi da quelle. Saper il male non è male, ma farlo è quello che condanna chi lo fa, secondo che sapere il bene e non metterlo in essecuzione non fa perciò l’uomo buono, ma l’operazioni buone e vertuose rendono l’uomo riguardevole e da bene. Ché io per me, – e giovami credere che molti di cotal animo siano, – ogni volta che intendo un gentiluomo far cosa meno che degna de la sua nobiltá e che gliene veggio seguir infamia e biasimo, mi confermo nel viver politico e civile, come desideroso di schifare ogni biasimo, e mi innanimo a caminar per la strada de le vertú, la quale sento tutto il dí dagli scrittori esser commendata e dagli uomini integri e di buoni costumi ornati veggio seguirsi. Ma venendo oggimai a la nostra novelletta, vi dico che in una corte molto onorata era un gentiluomo di nobile famiglia e dei beni de la fortuna copiosamente dotato, il quale ancora che assai tempo avesse in corte praticato e che si reputasse esser molto avveduto ed accorto, era nondimeno di natura de’ navoni e rape, che quanto piú si stanno in terra tanto piú s’ingrossano. Egli era tondo come una balla, ed ogni dí de le sue sciocchezze dava da ridere a la brigata. Aveva costui per moglie una giovane piú tosto bella che altrimenti, ma per altro piacevole e festevole molto, la quale, sentendo le pappolate che il marito diceva, e conoscendo la poca levatura di quello, piú e piú volte seco se ne rammaricò; ma il tutto era indarno, non si volendo egli riconoscere e meno emendarsi, del che la buona donna se ne viveva in pessima contentezza. Ora, o che il marito la notte fosse cosí da poco con la moglie come era il giorno con i compagni, o che pure a la donna piacesse il giambo, è openione d’alcuni che essendo da molti buon compagni vagheggiata, praticando alcuni domesticamente in casa col marito, ella, come pietosa, nessuno ne facesse morir disperato, avendo di tutti compassione; di maniera che assai chiara fama era per la cittá che ella abondevolmente provvedesse di lavoratori e zappatori a la sua vigna. E perché il marito non era da tanto che i fatti suoi e de la moglie vedesse né sapesse dargli rimedio, ella, che si vedeva il campo libero a’ suoi piaceri, attendeva a darsi il piú bel tempo del mondo, non osservando mai né vigilie né quattro tempora né quadragesima né festa; ma tutto il dí faceva inacquare il suo giardino. Era il tempo de la state e i caldi facevano grandissimi; il perché la moglie del cortegiano se ne stava la sera fin passate le due ore in un cortile molto fresco per iscontro la porta de la casa. Il marito una sera trovandosi tutto solo senza servidori, essendo stato a diporto per la cittá, se ne venne verso casa. Era la notte giá molto oscura, e la moglie ancora dimorava a basso a godersi il fresco del cortile. Entrò il marito in casa e pian piano andando e conoscendo la moglie esser quivi, sovrapreso da uno strano capriccio, senza far motto se le accostò, e, postole le mani a dosso, lei, che punto non fece resistenza, appoggiò al muro, ed alzandole i panni cacciò il diavolo in inferno, e senza lasciarsi conoscere, giocando a la mutola, due volte inacquò il suo terreno. Si partí poi per far ben l’avvisto ed accorto, e, data una volta per la strada, a casa se ne ritornò, trovando ancor la moglie ove senza staffe cavalcata l’aveva. La quale, per mio giudicio, deveva esser avvezza a quell’ore senza lanterna andar per lo piovoso e forse anco per l’asciutto. Come il marito giunse nel cortile, tutto allegro diede la buona notte a la moglie, e fattosi recar da bere andarono a riposare. Pareva al buon uomo d’aver fatta la piú bella cosa del mondo, e tra se stesso se ne gloriava, non dormendo tutta la notte d’allegrezza, e parevagli un’ora mill’anni che venisse il giorno per narrar in corte questa sua gloriosa impresa. Onde, come fu la matina in corte, subito disse quanto la sera fatto aveva. E venuta la cosa a l’orecchie del prencipe, egli la volle da lui udire, parendogli pur troppo di strano che colui fosse cosí sciocco che queste pazzie narrasse. Ma l’accorto cortegiano si tenne per ben avventuroso quando seppe che il suo signore voleva la cosa intendere; onde cosí lietamente la narrò, come averebbe fatto un eccellente capitano che l’oste del nemico avesse a battaglia campale gloriosamente vinto. Sentendo il signore la cosa, e conoscendo la poca levatura del suo cortegiano, disse: – Veramente, amico, tu hai fatto una bella impresa ed hai aperto gli occhi a molti, che le tue pedate seguiteranno. – Rise lo scemonnito e non intese: ché molti, sentendo la novella, si misero in prova di far ciò che egli fatto aveva; il che successe loro. Ma sono alcuni che dicono che la donna conobbe molto bene il marito, e molto si meravigliò de la sua poca considerazione, e conobbe meglio che prima la dapocaggine di quello. Or ecco che la signora Margarita esce di camera, ed io vado a farle la debita riverenza.


Il Bandello al reverendo e dotto messer Stefano Dolcino


Ebbi dal servidor vostro, essendo in casa di monsignor lo protonotario da la Torre, i vostri numerosi e dotti endecasillabi, cantati da voi de la beltá, amenitá e bellissimo sito del famoso lago di Garda, chiamato dagli scrittori Benaco. Io, essendo a casa ritornato, tutti prima che di mano m’uscissero gli lessi, e, come si suol dire, in una volta d’occhi tutti piú tosto furono da me inghiottiti che masticati, e nondimeno molto mi piacquero. Poi con piú agio ripigliatogli, cominciai a leggergli e di passo in passo, a la meglio ch’io sapeva, a gustargli. Dio buono, quanto mi sodisfecero, quanto mi dilettarono! Ma a chi non piacerebbero eglino, essendo dolci, rotondi, soavi e numerosi? Non è persona che abbia lustrati quei luoghi e navigato il lago, che leggendo il vostro ingegnoso poema non si creda d’esser in quelle contrade a diporto, cosí al pescare come a tender le reti e lacci e il vischio ai semplici augelli. Che dirò poi di quel divino e veramente poetico epigramma, che voi essendo ne l’Andina villa che oggi Pietole si chiama, patria del nostro gran poeta Vergilio, su le rive del lago che circonda ed abbraccia Mantova, sí felicemente componeste? Perché non ho io quella vostra incessabile, candida, latina e sí dolce vena che sí facile e dotta in voi scaturisce, a ciò che di voi tanto cantar potessi quanto meritate? Felice voi che volete e potete quanto v’aggrada comporre cose ottime, che dopo la morte vi terranno chiaro e famoso in vita e vi diffenderanno, fin che il mondo duri, da la edacitá e pungenti morsi del vorace tempo! Voi se in prosa scrivete, si vede in quella lo spirito del padre de l’eloquenza romana Cicerone, sí bene lo imitate e rappresentate. Ma se col canto e certa legge di numeri i vostri mirabili concetti cantate, Febo con voi di pari canta e i numerosi numeri vi dona, né mai v’abbandona. Ora io sono entrato nel cupo mare de le vostre chiare lodi, ed essendo senza timone, vela e remi, meglio è che fuori n’esca che perdermi in quello. Vi ringrazio adunque e senza fine obligato mi vi confesso del piacere che ho preso in leggere i vostri poemi. E non avendo io cosa da ricambiarvi per mostrarmivi grato, vi mando e dono una novella da me pochi dí sono scritta, la quale fu non è molto nel bellissimo ed ameno giardino di messer Tomaso Pagliaro e fratelli narrata da messer Giovanni Meraviglia, uomo, come devete sapere, che gran parte d’Italia ha trascorso e che tutte le guerre dei nostri tempi, distinte per annali, scrive. E per non tenervi piú a bada, mi vi raccomando. State sano.