Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella VII

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Seconda parte
Novella VII

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L’abbate Gesualdo vuol rapir una giovane e resta
vituperosamente da lei ferito, ed ella saltata nel fiume s’aiuta.


Si ritrovavano in Lodeggiana, nel luogo che si chiama il «Palazzo» vicino a l’Adda, molti gentiluomini che erano venuti a visitar la gentilissima e molto illustre eroina la signora Ippolita Sforza e Bentivoglia, padrona del detto luogo, e ragionavano di varie cose, quando sovragiunse il piacevole e vertuoso gentiluomo il signor Annibale Macedonio, il quale sentendo i ragionamenti che si tenevano, disse: – Valorosa signora e voi signori miei, a quel ch’io sento voi ragionate de la varietá dei casi de l’amore, materia al giudicio mio che tutto ’l dí, per gli strani avvenimenti che accadeno, divien maggiore. E di nuovo è ella cresciuta per un mirabile e pietoso caso che a Napoli è accaduto, come il signor Antonio mio fratello per sue lettere mi scrive. E poi che in simili parlari voi passate il tempo e veggio che nessuno ci è che voglia cosa alcuna di nuove dire, il caso come sia seguito adesso vi narrerò. Dico adunque che deve oggimai, per quanto mi stimi, a tutti voi che in questa grata e dilettevole compagnia ragunati sète, o per udita o per veduta esser chiaro quanto la cittá di Napoli che fu sul lito del mare Tirreno fondata, sia dilettevole ed amena. Ché per il vero in questa nostra Italia poche cittá ci sono ove l’uomo possa quei piaceri e diporti pigliarsi che a Napoli assai agiatamente in ogni stagione de l’anno si pigliano, sí per la delicatezza del paese come anco per l’amenissimo sito de la bella e piacevole cittá. Quivi a chi diletta una spaziosa e ben coltivata campagna, leggermente ai suoi diporti può allargar la mano. Altri che bramasse per aprichi e da natura e da l’arte maestrevolmente adornati monticelli, colli di naranci, cedri, limoni e d’ogn’altra sorte di soavissimi e odoriferi frutti pieni, valli fruttifere e di cristallini ruscelli abondevoli e di mille varietá di colori pomposamente vestite trastullarsi, in tanta copia ne troverá che quasi di sé fuori, tutto il leggiadro paese di Pomona, di Flora, di Bacco, di Cerere, di Pallade, di tepidi favonii e di freschissimi e salutiferi zefiri esser sempre nido ed albergo giudicherá. Ma chi poi dei piaceri di terraferma fosse fastidito ed amasse con spalmate barche per il tranquillo pelago e cupo mare or quinci or quindi discorrere, e per non perigliosi scogli, per fertili e gratissime isolette diportarsi, e quei trastulli e ricreamenti prendere che Glauco con le sue marine greggi a’ suoi seguaci prestar con l’amo e con le reti suole, qual luogo meglio de la mia patria glielo potrá dare? E chi poi si delettasse veder tanti miracoli di natura quanti Pozzuolo produce, ove finse il padre dei poeti esser la via che a l’inferno conduce, se in quelle bande si vorrá diportare, vederá gli effetti piú che mirabili che la Solfetara produce, vederá il fumoso asciugatoio, tanti salubri bagni, l’orrenda ed intricata spelonca de la Sibilla cumea, l’artificioso laberinto di Dedalo, le piscine luculliane, le rovine mirabilissime del suo grande e finestrato palazzo, le case e chiese di Pozzuolo per terremoto nel mare sommerse, e tante meravigliose caverne che la natura ha fabricato, che quanto piú in quei luoghi dimorerá piú le varie cose e mirabili bramerá di vedere. Essendo adunque Napoli de la maniera che io vi vo divisando, la maggior parte dei baroni e prencipi del Reame usa la piú parte del tempo quivi dimorare, sí per i giá detti piaceri ed altresí per esser la famosissima cittá piena d’uomini letterati e di prodi cavalieri. Il perché molto spesso avviene che per la varietá di tanti uomini accadeno varie cose per lo piú degne che di loro si tenga memoria. Ma fra tante che tutto il dí occorreno, una ve ne reciterò nuovamente, per quello che mio fratello me ne scrive, accaduta; la qual istorietta, per esser di quegli atti che solevano operare quelle antiche e famose donne romane, o quelle tedesche che con aspra morte servarono la lor barbarica onestate, merita che resti viva e voli per bocca di tutti i gentili e generosi spiriti. Ed in questa istoria toccarete con mano che molte fiate sotto umili ed abbietti panni di gente mecanica e plebea albergano svegliati animi e nobilissimi spiriti. Si potrá ancor conoscere che questa nostra etá non è, come forse alcuni stimano, cosí ridutta al verde che ancor non se le trove chi poco apprezza la vita per servarsi netta e pudica. A voi dunque, signora Ippolita, e a voi altre, bellissime e graziose donne, piú che agli uomini il ragionar mio rivolgendo, dico che l’abbate Gesualdo, giovine nel Reame molto stimato e d’onorata ed antica famiglia, s’era in Napoli ridutto, ove in compagnia d’altri baroni e signori attendeva a deportarsi e consumar il tempo in giuochi ed altri piaceri. Onde avvenne che egli un giorno cavalcando per la cittá, vide una fanciulla che agli occhi suoi parve la piú bella e piú gentilesca che ancora in tutto Napoli avesse veduta. Ed in modo le gittò l’ingorda vista a dosso che prima che si partisse da vederla si sentí tutto in poter di lei esser rimasto, cominciando a conoscere che nel partirsi da quella pareva che le radici del core se gli strappassero. Era la giovanetta figliuola d’un orefice, al padre e a la madre che altri figliuoli non avevano, molto cara. Aveva ella un aspetto tanto formoso e bello, ed era tanto aggraziata, che da tutti universalmente si giudicava per una de le piú belle e graziose fanciulle che fossero in Napoli. Ora l’abbate, dopo che si conobbe esser cosí de le bellezze di costei invaghito che il volersi ritirare ed altrove porre i suoi pensieri era cercar di chiuder tutta l’acqua del mare in una carraffa di vetro, con tutti quei modi che seppe il meglio, s’ingegnò di fare che il suo amore fosse da la giovane riconosciuto, e, se possibil era, in qualche modo ricambiato. Cominciò egli ora solo ed ora in compagnia d’altri baroni e signori a passarle dinanzi a la casa, ove se la fortuna gli era tanto propizia e favorevole che a le volte a le finestre o altrove la sua giovane vedesse, si sforzava su gli occhi, poi che il parlare gli era vietato, dimostrarle come per amor di lei tutto si struggeva. Se nei giorni de le feste ella era da la madre ai divini ufficii in qualche tempio condutta, il buon abbate aveva sempre uno o duo santi in quella chiesa da visitare e qualche altare da offerir candele. Né guari queste visite e questi suoi andamenti continovò l’abbate, che la giovanetta a cui natura non solo d’esser bella ma d’esser accorta e scaltrita aveva largamente provisto, s’accorse molto bene di che strale il Gesualdo fosse ferito e qual imagine di santo egli andasse per gli altari contemplando. Ma come colei che d’eccellente ingegno e di grand’animo era e che vie piú l’onore che cosa di questo mondo stimava, finse mai sempre di nulla avvedersi, in modo che mai di sguardo o di buon viso o d’altro atto non diede a l’amante suo speranza. Cosí ogni volta che accadeva vederlo, né piú né meno lo guatava o sembianza di conoscerlo faceva che averebbe fatto d’uno straniero. Il perché il travagliato ed afflitto amante viveva in pessima contentezza di questo suo cosí mal ricompensato amore. Mandarle messi o ambasciate non sapeva in che modo, per star di continovo la giovane in compagnia de la madre. Ma come tutto ’l dí veggiamo che dove meno si spera poter pervenire al desiato fine questi meschini amanti piú ostinatamente si metteno, e quanto è loro una cosa piú contesa piú cresce in loro di quella l’accesa ed infiammata voglia, l’innamorato abbate da la mal cominciata impresa punto non si levava, anzi pareva che di giorno in giorno il suo fuoco si facesse maggiore. Non potendo adunque de la sua donna in cosa alcuna cavar costrutto, attendeva pure al solito vivere, e d’ora in ora per la contrada ov’ella albergava diportandosi, sperava che a la fine ella diverrebbe di lui pietosa; ma il tutto era dar incenso a’ morti. E perché chi ama sempre de la cosa amata cerca saper novelle e mette ogni studio per intender di quella qualche cosa, sperando d’ammorzar in parte l’amorose fiamme, tanto andò il sollecito e fervente abbate de la sua ritrosa giovane spiando, che un giorno per fermo intese come ella era per andar di brigata con il padre e madre ad un lor luogo che avevano non troppo lontano da Napoli. Questo poi che l’abbate seppe, da ceco ed insano amore, che piú tosto furor chiamar deverei, che a la giovane portava vinto ed accecato, deliberò fra se stesso, quando amorevolmente e di commun consenso del suo amore profitto alcuno cavar non poteva, pigliarne quel frutto per viva forza che tanto si brama, e la sua giovane, cui senza non gli pareva di poter vivere, ai poveri parenti ne la strada publica rapire. Fatta questa deliberazione e non pensando agli strabocchevoli pericoli che gli potevano occorrere, chiamò a sé i suoi servidori e quelli di tutto ciò che far intendeva fece consapevoli. Venuto dopoi il giorno che la fanciulla deveva di Napoli uscire, egli, con i suoi servidori armati, a quell’ora uscí de la cittá che stimò esser al bisogno suo piú conveniente, e pervenuto al luogo per la cui strada sapeva che devevano passare, attendeva solamente la venuta loro. I poveri parenti che insieme con la bella figliuola andavano a diporto al poderetto che appresso a Napoli avevano, senza sospetto che il viaggio loro gli fosse impedito, fecero proprio quel camino che il sagace abbate divisato aveva. Egli che giá si sentiva bollir il cor nel petto come presago che la sua bella amante s’avvicinasse, di nuovo essortò i suoi servidori ed ordinò loro ciò che a far in quel caso avessero, sovra il tutto commettendoli che a la sua innamorata non facessero male. Nasce nei fertili colli che presso sono a Napoli un limpidissimo fiumicello detto Sebeto, di cui le picciole e liquidissime onde non troppo di lungi da le mura de la cittá in due parti si divideno, de le quali l’un per occulta e sotterranea via ai comodi ed ornamenti de la cittá si va diffondendo, l’altra per le fruttifere campagne effondendosi rende al vicino mare il debito tributo. Su questa parte del famoso ruscello è un ponte chiamato da’ paesani il «ponte de la Maddalena». Quivi riscontrò il furioso abbate la sua bella innamorata, che tutta vezzosa e snella insieme col padre e madre, innanzi però a loro come piú gagliardetta, se ne veniva. E per l’arsura del caldo che era grandissimo, essendo circa la fine del mese di giugno, ed altresí per la fatica del caminar a piedi, pareva che la giovane fosse piú bella del consueto. Ella tutta ardita e snella andava or qua or lá gentilmente risguardando, e l’annellate e bionde chiome sotto un galante e vezzoso cappello copriva, a la cui ombra i vaghi e lucidissimi occhi di quella non altrimenti vi scintillavano che le dorate e chiare stelle sogliano ne l’ampio e sereno cielo fiammeggiare. Era poi nel viso e delicate guance da vermiglio e nativo colore la sua pura candidezza tanto ben mischiata, che a chiunque la mirava faceva d’inusitata dolcezza sentir nuovo e dolcissimo ingombramento: di modo che l’abbate che ad altro non attendeva, vista la sua donna cosí bella, di nuovo desio sentendosi il petto fieramente acceso, fattosele innanzi e tratta del fodro la tagliente spada, cominciò a volerle far violenza per rapirla; onde i servitori veggendo quello che il loro signor faceva, tutti ad un tratto con l’arme in mano fecero un cerchio a la giovanetta, e cominciarono gli spaventati parenti di lei a sgridare e far altre cose che in simili insulti si costuman usare. Né di questo contenti, al petto ed a la gola dei gridanti e mercé ad alta voce chiamanti padre e madre de la giovane, tutte le spade vibrarono, cercando talmente da la figliuola separarli che piú di leggero quella potessero gremire. Da l’altra parte l’abbate si sforzava a la giovane le mani metter a dosso e di quella impadronirsi. Quale è di voi, o graziose donne, che non si senta tremar il delicato cor nel casto petto e che di pietá non si cominci tutta a commuoversi e intenerirsi? Io per me mi sento morir la parola in bocca e cosí mancar le forze del dire, che quasi non so piú snodar la lingua a seguir il resto, tanta è la compassione che io ho del povero padre, de la meschina madre e de la infelice giovane. Ora ripigliando alquanto le consuete forze, non mi stenderò molto in dimostrarvi quale e quanta fosse la paura che ebbero gli sfortunati quando tante fulminee spade si videro loro d’ogn’intorno esser brandite. Ciascuna di voi, pietose donne, da se stessa pigli l’essempio e s’imagini con una figliuola da marito esser in simil mischia e cosí grave periglio. Che animo, che pensiero, che consiglio fòra il vostro, se in cosí miserabil caso il tempestoso vento de la strabocchevol fortuna, o donne, vi sospingesse? Certo io credo che in simil fortunevol pericolo tutte isvenireste. Ma ritornando a la mia istoria, vi dico che tantosto che la intrepida giovane vide l’abbate a lei avventarsi e gli altri rabbiosamente a torno ai parenti combattere, pensando che di tutto questo assalimento ella sola era potissima cagione, in un tratto fece tra sé mille pensieri e in un subito, imperò che carestia di tempo aveva, da nuovo consiglio sovrapresa, con animo forse piú forte, audace e magnanimo che a fanciulla di cosí basso legnaggio non era convenevole, fatto buonissimo viso, a l’abbate rivolta quasi sorridendo in questo modo disse: – Signor abbate, dammi quella nuda spada che hai in mano, a ciò che io per me stessa faccia in un punto di te, signore, e di me aspra vendetta contra questo mio geloso padre che per la vecchiaia è scemonnito, ed è sempre stato cagione che io non abbia mai dimostro d’aggradir l’amor tuo che portato m’hai. Egli, signor mio, di continovo con suoi fastidiosissimi stimoli mi tormentava, mi garriva e non mi lasciava posar giá mai. Il perché devi esser sicuro che se egli non fosse, mia madre ed io saremmo ad ogni comando tuo ubidienti. – Cominciava il padre a sgridarla ed a chiamarla trista e ghiotta, quando a le parole de la fanciulla il troppo credulo amante, di nuovo stupore e meravigliosa letizia ripieno, diede quella intiera ed indubitata fede che a le cose certissime prestano quelli che facilmente il tutto credono. Onde tutto ad un tempo a la scaltrita ed animosa sua innamorata la candida e morbidetta mano stendente, la spada ignuda porse. Ella subito che si vide aver la desiata spada in mano, con grandissimo coraggio al sempliciotto abbate che giá faceva il bocchino e di gioia s’ingalluzzava, arditamente e non con viso feminile disse: – Abbate, tirati a dietro e non mi t’appressare, ché per l’anima di mio padre io senza rispetto veruno mi diffenderò. – Dopoi, al lagrimante e con roca voce mercé chiamante padre rivoltata, ed animosamente la guadagnata spada vibrando, come se lungo tempo ne le scole da schermir fosse avvezzata, cosí disse: – O caro padre, tu col tuo coltello che a lato porti ed io con questa conquistata spada diffendiamo fin a la morte contra questi assassini il nostro onore, e prima perdiamo la vita che sopportare che costoro si faccino scherno di noi. – Ella era alquanto succinta, come s’acconciano le donne quando fuor de la cittá caminano; onde si mise in assetto di ferire al piú diritto che poteva qualunque ardiva accostarsele. Ora veggendo l’abbate che cosí scioccamente da una giovanetta s’era lasciato ingannare e levarsi di mano l’arme, vinto da grandissima vergogna comandò ai suoi servidori che a la giovane la spada levassero. Credete voi, donne mie care, che la bella fanciulla, da ogni canto assalita, punto si smarrisse o senza quistione e contesa rendesse lor l’arme? Credete voi che sgomentata ed abbandonata d’animo si mettesse vilmente a fuggire? Ella come vide i servidori de l’abbate venir per levarle la spada, cominciò arditamente e con tutte quelle forze che a lei erano possibili a diffendersi, e secondo che le pareva il meglio, or qua ed or lá, con meraviglioso stupore di chi presente si ritrovò a questo pietoso spettacolo, contra i suoi nemici la spada rotava. Pareva proprio che fosse stata nutrita tra le amazoni o vero con la vergine latina che diede a’ troiani in Italia tanta noia, cosí bene ed animosamente si diffendeva. Si misero gli sfortunati parenti in aiuto de la magnanima figliuola; ma che potevano far dui timidi e deboli vecchi ed una garzona contra dieci o dodici robustissimi giovini armati? E non è dubio che se l’abbate avesse lasciato fare ogni sforzo, la giovane sarebbe venuta in suo potere. Ma egli non voleva che se le facesse male ed ella non era disposta di lasciarsi pigliare: pure l’innocente fanciulla fu ferita. Furono altresí impiagati i poveri parenti di lei, di maniera che cascarono in terra. Il che veggendo ella e conoscendo che a la fine a mal suo grado sarebbe restata prigioniera, non mancando de la sua invitta generositá d’animo, deliberò seco stessa, se possibil era, con qualche nuovo scorno de l’abbate, la ricevuta ingiuria in lui vendicare. Onde non l’essendo esso abbate molto da lungi e parendo a lei d’aver agio di far quanto in capo l’era caduto, a lui avvicinatasi, quanto puoté piú forte la spada nel mezzo del volto fierissimamente gli lanciò; ed in questo ebbe la fortuna assai favorevole, imperciò che la tratta spada colse di taglio ne la faccia de l’abbate e nel mezzo del traverso del naso e di una guancia gli fece una profonda piaga. Ella in quel medesimo punto che l’avventata spada ferí l’abbate, a Dio divotamente raccomandatasi, di salto giú dal ponte, come giá fece Orazio Cocle, si gittò ne le lucide e correnti acque di Sebeto, piú tosto eleggendo ne l’acque miseramente perire che perder il pregio de la sua verginitá. E cosí il bel fiume lei a seconda ne menava via, che aiutata da le vesti sovra acqua ancor si sosteneva. Aveva il romore de la mischia ed il gridar dei poveri feriti fatto venir molti a cosí crudel spettacolo. Da alquanti di costoro che sapevano nuotare e che a l’acque si gettarono, fu fuori del fiume la giovane mezza morta cavata. L’abbate che, di gran lunga molto da quello che s’era persuaso, ingannato si ritrovava, e che sapeva per mano dei suoi servidori la giovane e i parenti di lei esser scioccamente feriti e se stesso con il fregio nel volto, non volendo tornar dentro la cittá, se n’andò a le sue castelli. Quelli che il rumore lá tratti aveva, levati i feriti da terra, insieme con la impiagata fanciulla tutti a Napoli condussero, ove universalmente da quelli che la cosa seppero era l’abbate biasimato e la giovane per pudica, saggia, animosa e d’alto e generoso core stimata. E veramente che ella merita tutte quelle chiare lodi che a pudicissima e castissima donna dar si possino. E se a le vertuti a’ nostri corrotti tempi l’onore si rendesse che appo i romani ed altre genti straniere anticamente si rendeva, qual statua, qual colosso di qual si voglia materia o quai titoli potrebbero questo magnanimo e gloriosissimo atto di questa giovane napolitana agguagliare? Certo, che io mi creda, nessuno. Cotale adunque fine ebbe il poco regolato amore de l’abbate Gesualdo, il quale volendo per forza conseguir la grazia de la sua innamorata, perpetuo odio e disgrazia ne riportò. Che forse quando piú temperatamente avesse saputo amare ed a la giovane con quella accomodata servitú che a l’uno e a l’altro conveniva, servire, sé da meritato ed eterno biasimo e l’amata fanciulla da le crudeli ferite, averia preservato.


Il Bandello al molto magnifico e vertuoso signore
il signor Giantomaso Gallerate salute


Se io non ho piú tosto che ora mandatovi alcuna de le mie novelle, scusimi appo voi la qualitá dei tempi occorsi, ove io son stato astretto per altrui colpa abbandonar Milano e cangiar abito e costumi, se la vita servar voleva, come appresso a molti gentiluomini e gran signori è notissimo. In tutto questo tempo perciò non è che io non v’abbia avuto nel core e, quando è accaduto parlar di voi, non abbia fatto quell’ufficio che le rare vostre vertú ed il debito mio ricercavano. E certissimamente io son quello stesso con voi che era nel tempo che insieme col vostro e mio Lucio Scipione Attellano cosí sovente filosofavamo, e particolarmente quando il signor Prospero Colonna a mie preghiere mitigò la grand’ira che aveva a suggestione d’alcuni invidi contra quei nostri amici. Cosí fosse adesso quel tempo e fosse sempre stato, ché io non sarei ito errando tanti anni quanti m’è stato forza peregrinare. Ma il mondo fu sempre ad un modo, e spesso è avvenuto ed avverrá tuttavia che il giusto patirá quella pena corporale che il peccatore meritamente deverebbe patire. Ora essendo io deliberato metter l’ultima mano a le mie novelle per mandarle fuori e pensando quale vi devesse dare, me n’è venuta una a le mani che avvenne non è lungo tempo in Milano ad un gentiluomo vostro e mio amico. Ella fu narrata dal gentilissimo signor Francesco cavalier degli Uberti mantovano un dí che egli si ritrovò a Castel Giffredo a la presenza de le due nobilissime eroine, la signora Ginevra e la signora Gostanza sorelle Rangone, de le quali la prima è moglie del signor Loise Gonzaga, e de l’altra è marito il signor Cesare Fregoso cavalier de l’ordine di Sua Maiestá cristianissima. E perché mi parve assai bella, quella alora scrissi ed ora al vostro vertuoso nome consacro. Degnarete adunque questa mia picciola fatica accettare, che sará appo voi come un pegno del mio amore e fará talora sovvenirvi del vostro Bandello. State sano.