Novelle (Bandello)/Seconda parte/Novella XXX

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Seconda parte
Novella XXX

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L’abbate di Begné fa una musica porcellina e prontamente
risponde al suo re e si libera da una domanda.


L’anno passato essendo io in Amboisa a la corte per gli affari di questo vescovado, sentii da un gentiluomo alvergnasco, che era molto vecchio e diceva esser stato paggio del re Lodovico undecimo, narrar molte cose memorabili d’esso Lodovico. E tra l’altre cose che diceva, narrava come era stato uomo che mirabilmente si dilettava di coloro che non trovavano cosa alcuna impossibile da esser messa in essecuzione, ancor che l’effetto alcuna volta non succedesse, e che sommamente gli piaceva che l’uomo vi si mettesse per approvar ciò che poteva riuscire. Onde disputando un giorno a la presenza d’esso re monsignor l’abbate di Begné, uomo di grandissimo ingegno e musico eccellentissimo, de le vertú de la musica e de la dolcezza de l’armonia, il re per burla gli domandò se egli, secondo che aveva trovato due o tre fogge d’instrumenti musicali non piú a quella etá veduti, averebbe saputo trovar un’armonia di porcelli, credendo che l’abbate devesse dir di no. L’abbate udendo la proposta del re, non restando punto smarrito e cadutogli in animo ciò che intendeva di fare, gli rispose molto allegramente: – Sire, se voi mi fate dar il danaio che bisognerá a far questa musica, a me dá l’animo di farvi sentir una mirabilissima armonia che risulterá da la voce di molti porcelli, che io regolatamente farò cantare. – Il re, desideroso di veder che fine averebbe cotal fatto, gli fece quel dí medesimo da uno dei suoi tesorieri numerar quella somma di danari che egli domandò. Si meravigliava ciascuno de l’impresa de l’abbate e dicevano ch’egli era stato folle a mettersi a quel rischio, perciò che il re s’era convenuto seco che non gli riuscendo questa musica porcellina, che gli pagasse altri tanti scudi quanti n’aveva ricevuti dal tesoriero, e se riusciva, ogni cosa restava a l’abbate. Ma l’abbate diceva a tutti coloro, che erano uomini di poco spirito e che non sapevano far nulla, e che tutto quello che essi non sapevano fare si pensavano esser impossibile. Pigliò l’abbate termine un mese a fare questa musica e in quel tempo comperò trentadui porcelli di varia etá, scegliendone otto per tenore, otto per il basso, otto per il sovrano e otto per l’alto. Di poi fece un instrumento con i suoi tasti a modo d’organo, con fili lunghi di rame in capo dei quali maestrevolmente erano alligati certi ferri di punta acutissima, i quali secondo che i tasti erano tócchi ferivano quei porcelli che egli voleva, onde ne resultava una meravigliosa armonia, avendo egli sotto un padiglione fatti legar i porcelli secondo l’ordine che si ricercava, e di modo che non poteva essere che al toccar dei tasti non fossero punti. Provò cinque o sei volte l’abbate la sua musica, e trovando che molto bene gli riusciva, innanzi al termine di quattro giorni invitò il re a sentir la musica porcellina. Era alora il re a Tours con tutta la corte, e bramoso di veder e sentire cotal armonia, andarono ne la badia di Mamostier che fondò san Martino, ove l’abbate aveva il tutto apparecchiato. E veggendo il padiglione teso e l’instrumento a foggia d’organo a quello attaccato, stavano tutti con meraviglia, non si sapendo imaginare che cosa si fosse e meno che ci era sotto il padiglione. Ciascuno si fermò, ed il re disse a l’abbate che facesse l’ufficio suo. L’abbate alora accostatosi al suo instrumento cominciò a toccar quei tasti come si suona l’organo, con sí fatta maniera che, grugnendo i porci secondo l’ordine che erano tócchi e trafitti, ne resultava una buona consonanzia ed una musica non mai piú sentita, ma meravigliosamente dilettevole a sentire, perciò che l’abbate, che era musico eccellentissimo, sonò alcune belle «ricercate» ed alcuni «mottetti» maestrevolmente composti, del che il re prese un grandissimo piacere. E non contento d’aver sentita la musica nuova una volta, volle che l’abbate due a tre volte gliela facesse sentire. Onde il re e tutti quei signori ed altri che erano stati presenti a la musica, giudicarono che l’abbate aveva perfettamente a la promessa sodisfatto, e molto ne restò commendato. Fece poi il re alzar il padiglione da una banda per poter veder l’ordine dei porcelli, e veggendo la maniera come erano legati e l’ordine de le fila di rame con quei ferri a modo d’ago acutissimi, forte si meravigliò e tra sé giudicò lo abbate esser uomo d’elevato ingegno a di grandissima invenzione, e gliene diede quelle lode che gli parve che cotal nuovo ordigno meritasse. Questo è quell’abbate, per dirvi un’altra cosa che di lui intesi, il quale con una prudente risposta seppe conservarsi e mantenersi abbate. Desiderava sommamente il detto re Lodovico undecimo gratificar un certo straniero a fargli aver una badia, e non ne vacando in quei dí nessuna, chiamò a sé questo abbate e lo pregò che gli volesse rinunziar la badia, che gli daria una pensione equivalente fin che ne vacasse alcun’altra. L’abbate sapendo ciò che teneva, subitamente, intesa la proposta del suo re, cosí gli rispose: – Sire, io ho travagliato quaranta anni prima che abbia potuto imparare A. B., io vi supplico che mi diate altro tanto tempo di poter imparar il resto che segue. – Intese il re la pronta e bella risposta de l’abbate, che voleva dire che di quaranta anni era stato fatto abbate e che desiderava di goder altro tanto tempo la badia, e che avendo una rendita certa, non voleva correr dietro ai tesorieri per riscuoter la pensione, che molte fiate è una passione. Piacque questa risposta al re e lo lasciò goder la sua badia, e a lo straniero fece provigione per altra via.


Il Bandello a l’illustre e gentilissimo signore
il signor Marco Pio di Carpi


Non guarda con tanti occhi l’alto cielo in terra quando, da ogni nube purgato, piú lucido e zaffirino con la chiara ed argentata luna la notte l’eterne sue bellezze ci dimostra, né tanti fiori la florida Flora ne la primavera maestrevolmente con nativi e bellissimi colori va diversamente dipingendo, né la saporosa e dolce Pomona tanti frutti da ogni tempo riduce a la debita maturitá, quanti sono gli effetti che il lusinghevole e pieno di mille lacci amore nei cori dei semplici mortali produce, alora che egli, le sue velenose fiammelle variamente avventando, gli abbruscia. Dico «variamente», perciò che chiaro si vede e con man si tocca che secondo che egli in diversi temperamenti di corpi s’attacca, cosí diverse e varie n’escono l’operazioni che gli uomini innamorati fanno. E forse con veritá direi che amore non è quello che fa talor alcuni strabocchevoli svarioni che a molti far si veggiono, ma il lasciarsi superare da le passioni è la cagione di quelli. Pertanto io mi do a credere, e giovami esser in questo parere, che non sia lecito di accusar amore quando avviene che uno mal venturoso amante trascuratamente faccia alcuna cosa fuora del debito ordine, perciò che la colpa non è de l’amore, ma di noi che, come giá cantai, non sappiamo amare. Ora deve ciascuno sapere che l’oggetto de l’amore è la cosa che «amabile» si noma, la quale altro domandar non potrá giá mai che tutto quello che buono ci appare, essendo pure, come tutti i savii vogliono, l’apparente buono il proprio e vero oggetto del nostro appetito. Mentre che questo apparente buono a l’appetito s’appresenta e lo demolce, subito l’ingordo appetito, ebro di piacere, inverso quello come la vaga farfalla a l’amata luce si raggira; indi in lui nasce una certa compiacenza e dilettazione che verissimamente si chiama «amore». Questa compiacenza, se con ragione parlar vogliamo, erronea cosa sarebbe chiamar «desiderio», ancor che sia principio di quello, perché dal movimento che ella fa verso ciò che le appar buono nasce senza dubio, come fa il ruscello dal fonte, il desiderio. Onde il maestro di coloro che sanno lasciò scritto che tutti desiderano ed appetiscono il bello e il buono, cioè tutto quello che buono e bello ci appare. Quando adunque si ragiona di questo affetto che si dice «amore», è convenevol cosa che s’intenda, non di quella compiacenza che dolcissimamente ci diletta, ma del movimento il quale secondo diverse considerazioni debbiamo drittamente «desiderio» nomare. Da questo senza controversia alcuna segue la cosa apparentemente buona esser il vero oggetto de l’amore. Può questa cosa poi in varii e diversi modi apparerci buona, ora sotto il colore de l’onesto, ora vestita di quel manto che il diletto ci suol porgere, a talvolta sotto il velo de l’utile, che tanto pare che tutti i mortali con tante fatiche e travagli e pericoli grandissimi bramino e vadano cercando. Ma di questi tre amori che sono la somma di tutti, quello che ne l’utile si abbarbaglia e in quello il suo fine statuisce, ed intricandosi solamente nel pensiero de l’utilitá che se ne può cavare quivi si ferma, è assai menore di quello che d’onestá s’arma ed a quella s’attiene, e di quello altro che a sé gli animi nostri col mezzo del diletto tira e rapisce, anzi alletta e lusingando ingombra. E fuor di questi tre amori, lasciando per ora di parlar de l’amor divino, io porto fermissima openione che altro amore non si truovi. Ché se si vorrá ragionare o de l’amor animale o de l’amor bestiale o del ferino ed anco del naturale, tutti per giudicio mio, quale egli si sia, ben che da varie cagioni dipendano, a questi tre si riduranno. Ma, lasso me! dove mi sono io lasciato trasportare? ché in vero impensatamente sono in questo ragionamento trascorso. Tuttavia non mi dispiace tanto avervene detto, perciò che essendo voi sul bel fiore de la vostra giovinezza, non vi potrá se non sommamente giovare se sovente pensarete, come saggiamente disse il venturoso e magnanimo Affricano al re Massinissa, non esser tanto di pericolo a l’etá giovinile negli esserciti degli armati nemici, quanto si prova dagli amorosi carnali diletti avvenire; di maniera che vie piú di gloria s’acquista in vincer l’amorose passioni e se stesso e fuggir queste lascivie che snervano e spolpano la gioventú, che non si guadagna onore in superar tutti gli armati esserciti del mondo. Mi sono adunque mosso a scrivervi per narrarvi come talora amore i sensi nostri, mutando, abbaglia e bene spesso una cosa per un’altra ci fa vedere. Onde ragionandosi dei molti inganni nei quali incorreno i miseri ed incauti amanti, il nostro gentilissimo, il signor Carlo Attellano, come sapete piacevol e bel favellatore, narrò a la presenza del molto umano e cortese signor Alessandro Bentivoglio vostro onorato zio un accidente avvenuto ne la cittá di Milano. Mi parve degno il caso d’esser consacrato ad eterna memoria per ammonizione dei giovanetti che incautamente si lasciano irretire. Descrissilo subito, e voi mi occorreste a cui donare lo devessi in testimonio de la nostra cambievol benevoglienza. Voi in questa vostra fiorita gioventú tanto piú sète periglioso in questi intrigamenti amorosi incappare, quanto che l’etá e la inclinazione del temperamento vostro naturale pare che a l’amorose passioni tutto v’induca. Perciò vivete cautamente e guardate che la vostra libertá non vi sia rubata. Facil cosa è traboccar ne l’abbisso de la servitú; ma il ritornar indietro e ricuperare la cara perduta libertá è opera molto piú difficile che altri non crede. Orsú, accettate questo mio picciolo dono ed ai vostri signori fratelli Gostanzo e Girolamo fatene parte. Che nostro signor Iddio lungamente tutti vi conservi.