Novelle (Bandello)/Terza parte/Novella LIV

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Terza parte
Novella LIV

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Invitato il re di Ragona a certe nozze, s’innamora de la sposa
e la piglia per moglie il giorno de le nozze.


Come sapete, io nacqui a Napoli, e lá sono cresciuto ed allevato fin al vigesimo anno de la mia etá. Quivi essendo, intesi io quello che ora intendo narrarvi. Il conte di Prata, gentiluomo barcellonese, fu cavaliero di molta riputazione in quei paesi. Egli, essendo giovine e ricco, e volendo prender moglie, tenne pratica d’aver una figliuola de l’ammirante di Spagna, la quale era in quei dí la piú bella e leggiadra e di piú belle maniere giovane che si sapesse in tutti quei regni. Il conte di Prata, di lei per fama innamorato, con il favore del re Giovanni di Ragona di cui egli era vassallo, tanto s’affaticò che da l’ammirante ottenne la figliuola, che Maria aveva nome. Si fece il contratto ed il matrimonio si conchiuse, e il conte mandò un solenne dottore con carta di procura, il quale a nome del conte sposò la signora Maria ed ebbe la promessa dote in tanti bei ducati. E cosí messer lo dottore, dato del tutto avviso al conte e dal conte mandata onesta compagnia di cavalieri a pigliar la sposa, quella onoratamente condusse a Barcellona, ove s’era preparato di far tal nozze, quali a la grandezza degli sposi si conveniva. Era il convito apparecchiato nel palazzo de la communitá di Barcellona in una sala molto grande, essendo cosí la costuma del paese, che tutti i signori e grandi personaggi de la contrada, quando conducevano moglie, che il primo convito de le nozze facessero in quella sala e quivi di propria mano la moglie risposassero. Aveva il conte di Prata supplicato il re che degnasse con la presenza sua onorar le nozze; il che il re non solamente aveva detto di fare, ma anco s’era offerto d’andar fuor di Barcellona ad incontrar la sposa, e quella, a la spagnuola, condurre di compagnia al palazzo. E desiderando onorar il suo vassallo, cosí come promesso l’aveva, l’attese; perché, quando tempo gli parve, montato a cavallo con tutta la corte, andò fuor di Barcellona, prima che la sposa trovasse, piú di tre miglia. Ora, incontrata che l’ebbe, fatte le convenienti cerimonie, se la pose, ancor che ella gli facesse grandissima resistenza, a la destra, e prese le redine de la chinea su la quale era la sposa, e quella verso Barcellona cominciò a menare. E parlando seco e la beltá di lei minutamente considerando, sí fieramente di quella s’innamorò, che in un subito s’accorse del suo fervente amore, e conobbe le fiamme di quello esser penetrate cosí a dentro, che impossibile era di poterle in parte alcuna ammorzare. Non ebbe perciò mai ardire di farle pur un motto circa a questo, tuttavia pensando che mezzo tener devesse per divenir di quella possessore. E mille pensieri ne l’animo suo ravvolgendo, ed ora ad uno ed ora a l’altro appigliandosi, né sapendo dove fermar il piede, a la cittá d’un’ora innanzi la cena arrivarono. Quivi essendo giunti, si cominciò a ballare a la catalana e star su le feste, fin che l’ora de la cena venisse. Il re fece il primo ballo con la sposa, tuttavia pensando ai suoi fieri disii, e tanto piacer sentiva con quella ballando, che averebbe voluto che quel ballo fosse tutto quel dí durato. Fatto il primo ballo, il re si pose solo in un canto a sedere, e quivi, senza parlare con nessuno, diceva tra sé: – Non sono io re di Ragona e padrone libero di tutto questo reame? chi adunque mi divieta che io di questa bella giovane non prenda tutto quel piacere, che la sua beltá e la mia giovinezza mi mette innanzi? chi presumerá di cosa, ch’io mi faccia, riprendermi? a qual tribunale sarò io, di ciò che farò, accusato? che mi potrá far il conte di Prata se io la moglie gli levo? che impaccio mi dará l’ammirante di Spagna se io sua figliuola al suo genero rapisco? Ma che so io, lasso me! se ella se ne contenterá? che so io, che del marito ella non sia innamorata? E se questo fosse, io posso esser sicuro che mai di buon core a’ miei piaceri non attenderebbe, ed io per lo continovo averei lo stimolo del suo rammarico, che mai non mi lasciarebbe gustar piacere alcuno intiero, e la mia vita sarebbe sempre travagliata. E se io facessi ammazzar il conte di Prata, che danno me ne seguirebbe? non lo potrei io fare sí celatamente per via dei miei fidati servitori, che nulla mai se ne risapesse? Ma come una cosa è in mano de’ servidori, ella per l’ordinario è in bocca del volgo. Aimè, che dura vita è questa, ove io da poco in qua sono entrato! lasso me, che io non sono piú quello che esser soleva! Non veggio io che tutti questi pensieri, che per la mente mi vanno, mi mostrano certamente che io son fuor di me stesso e che, di re che sono, voglio diventar crudelissimo tiranno? Che offesa mi fece mai il conte di Prata, ch’io debba pensare, non che fare, cosa alcuna che in suo danno o vituperio sia? Anzi, se io rammento i fatti dei suoi e miei avi, troverò io che sempre questi conti di Prata sono stati fidelissimi a la casa di Ragona, e che quando il re Piero acquistò e prese l’isola de la Sicilia, che largamente in servigio nostro sparsero il lor sangue. Ma che vo io cercando le cose vecchie, se del padre di costui e di lui ho io manifestissimi essempi, che sempre furono fidelissimi? E contra questo povero conte, che tanto m’ama e che mille volte l’ora metterebbe la vita in mio servigio, vorrò io incrudelire e levargli la moglie, che forse piú di me, ragionevolmente, come si sia, ama? Diventerò io peggio che i mori di Granata, i quali sono certissimo che simile sceleratezza non commetterebbero? Che debbo adunque fare? Egli è necessario adunque che io, me stesso vincendo, non solamente temperi questo mio sfrenato appetito, ma che in tutto l’ammorzi e levi fuor del mio petto, e quantunque egli a metterlo in essequizione sia duro, anzi difficillimo, bisogna che io mostri che la ragione in me piú vale che il senso. – E cosí fermatosi ne l’animo di fare, deliberò di partirsi e a modo alcuno non restar con la sposa a cena. Ma come egli in viso la vide, cosí subito si cangiò di pensiero e tra sé determinò, avvenisse ciò che si volesse, d’averla. E pur tanto in lui puoté la ragione, che conchiuse prenderla per moglie, parendo a lui che sotto questo titolo di matrimonio non devessero aver i suoi avversari luogo alcuno di lacerarlo. Fermatosi adunque in questo proposito, e senza strepito ordinato ad un suo fidatissimo ciò che voleva che da lui fosse fatto, attese che il ballare e le danze si finissero. Finite le feste, e le tavole messe ad ordine, si cenò, avendo sempre il re di rimpetto a tavola la sua nuova innamorata, con la vista de la quale cercando di scemar le sue ardentissime fiamme, assai piú le faceva maggiori. Mangiò molto poco il re, combattendo continovamente con i suoi pensieri. Dato fine a la cena, un’altra volta ritornarono a danzare, menando in lungo la festa. Dato poi fine al tutto, si misero tutti di brigata per accompagnar la sposa a l’albergo del marito. Bisognava far la via per dinanzi al castello ove il re dimorar soleva. Il perché, essendo giunti dinanzi a la porta del castello, trovarono quivi di fuori tutta la guardia, secondo che il re ordinato aveva, starsi armata. Il re, avendo in mano le redine de la chinea su la quale era la sposa, al conte di Prata rivolto, tanto alto che da tutti era inteso, in questo modo disse: – Conte, o la mia ventura o disaventura, come si sia, ha voluto che sí tosto che oggi io vidi la signora Maria, che subito di tal modo me n’innamorassi, che io non abbia mai ad altro potuto rivolger l’animo che d’esserne possessore. Il perché, conoscendo manifestamente che senza lei io viver non potrei, e che voi ancora non avete consumato il matrimonio, vi prego per quell’amore che mi portate, che vogliate esser contento che io lei, di contessa che essere sperava, faccia reina di Ragona, prendendola per moglie. A voi non mancheranno donne, ove io non saprei trovar mai piú chi cosí fosse a mio proposito come la signora Maria. – Il conte fece di necessitá vertú, non potendo far altrimenti. E cosí il re Giovanni, mandato a Roma per la dispensa, sposò la signora Maria per moglie, contentandosi che il conte di Prata ritenesse in sé tutta la dote che l’ammirante mandata aveva. Di questo amoroso matrimonio nacque quel glorioso re Ferrando di Ragona, che sposò la reina Isabella di Spagna e conquistò il regno di Granata, cacciando i mori in Affrica; e poi cacciando i francesi fuor del regno di Napoli, con il mezzo di Consalvo Fernando Agidario, cognominato il «Magno capitano», riacquistò quel regno a la casa di Ragona.


Il Bandello al magnifico
signor conte Bartolomeo Canossa


Erano venuti a Verona alcuni gentiluomini veneziani per diportarsi negli aprici ed amenissimi luoghi del limpidissimo e lieto lago di Garda, da’ dotti detto Benaco, ove il valoroso e magnanimo signor Cesare Fregoso molti dí gli festeggiò, ne l’una e l’altra riva d’esso lago, con ogni sorte di piaceri possibili a darsi in simili luoghi, ora pescando ed ora diportandosi per quei bellissimi ed odorati giardini di naranci, limoni ed odoriferissimi cedri, nei boschi di pallenti e grassi olivi. Poi gli ricondusse a Verona, ove fuori de la cittá, sovra la chiarissima e meravigliosamente fredda fontana del celebrato dal Boccaccio Montorio, tutto un dí con desinare e cena luculliani, balli, canti e suoni gli intertenne, avendo anco fatto invitar molti gentiluomini veronesi e gentildonne. Quivi ballandosi dopo desinare, il nostro messer Francesco Torre, a sé chiamatomi, mi condusse, insieme col piacevole messer Francesco Berna ed alcuni altri uomini di spirito ed elevato ingegno, sotto un ombroso pergolato del giardino che è a canto al palagio, luogo giá avuto in delizie dagli antichi signori Scaligeri. Quivi essendo ne la minuta erbetta assisi, esso Torre ci disse: – Io non so ciò che a voi altri paia del mio avviso, avendovi levato dal ballo, ove, ancor che si fosse sotto il folto e fronduto frascato che il signor Cesare ha fatto maestrevolmente fare, altro che polve e caldo non si guadagnava. Ma se vi par bene, noi staremo qui fin che il sole cominci alquanto a rallentar i suoi cocenti rai. Fra questo mezzo passiamo il tempo in ragionamenti piacevoli. – Piacendo a tutti la proposta del Torre, si cominciò a parlare di varie cose. Il gentilissimo Berna a mia richiesta recitò il suo piacevole e facetissimo capitolo, scritto da lui al dottissimo nostro Fracastoro, del prete del Povigliano, che piú volte ci fece ridere. Disse anco alcuni sonetti i piú festevoli del mondo. Era quivi messer Desiderio Scaglia, giovine di buone lettere, e di modestissimi ed ottimi costumi ornato, il quale aveva in mano gli acuti ed ingegnosi Discorsi de l’arguto messer Niccolò Macchiavelli. E pregato da tutti che alcuna cosa leggesse, ci lesse a caso quel capo il cui titolo è, che Sanno rarissime volte gli uomini esser al tutto tristi od al tutto buoni. Sovra questo capo si dissero di molte cose. A la fine fu pregato messer Francesco Torre che con alcuna piacevole novella ci volesse dilettare; onde egli senza indugio una ce ne disse che tutti ci empí di meraviglioso stupore. Onde ho voluto che vostra sia ed al nome vostro intitolata, poi che voi, essendo quel dí al vostro amenissimo Greciano, non eravate con noi. Vi protesto bene che a me pare che male a voi convenga, che sète gentile e la bontá del mondo; ma non avendo ora altro che darvi, questa vi dono. State sano, ed ascoltate il nostro Torre.