Novelle (Bandello, 1853, III)/Parte III/Novella I

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Novella I - Pandolfu del Nero è seppellito vivo con la sua innamorata, ed esce per nuovo accidente di periglio
Parte III - Prefazione Parte III - Novella II
[p. 347 modifica]marchesa di Finario


Chi volesse, valorosa signora mia, de la varietà degli effetti de l’amore render le ragioni, e dimostrare onde avviene che questo, amando, sta lieto, e quell’altro sempre è di mala voglia, questo mai non teme, e quell’altro è di continovo pieno di paura, uno crede il tutto, e l’altro a pena crede ciò che con gli occhi propri vede; sarebbe certo cosa da far sette Iliadi e materia più tosto da filosofi investiganti la cagione de le cose che da me, che ora solamente attendo a scriver i varii accidenti che in diversi luoghi accadeno, così ne la materia de l’amore come in qual altra cosa che si sia. Ed a scriver queste novelle vostra madre fu quella che con molti argomenti m’essortò. Ora questi dì, ragionandosi a la presenza de la vertuosa signora Margarita Pia e Sanseverina di colui che nel borgo di porta Lodovica aveva la notte ammazzato la sua innamorata, Girolamo Bandello mio cugino, uomo ne le lettere greche e latine dottissimo e medico eccellente, che alora era in Milano, narrò un mirabile accidente che tutti empì d’ammirazione grandissima. E certamente egli fu un caso molto mirabile. Onde avendomi, oltre che io era presente quando mio cugino lo narrò, due e tre altre volte il tutto puntalmente detto per farlo narrar ad altri, m’è paruto degno d’esser al numero de l’altre mie novelle accumulato. E perchè questa novella è di quelle di cui molte fiate insieme abbiamo ragionato, parendone pur troppo strano ciò che l’amico nostro fa, l’ho voluta intitolare al vostro nome, a ciò che, essendo letta da chi si sia, possa sicuramente ne le mani di ciascuno stare. Io credo bene che saranno di quelli che diranno che non vogliono credere che la cosa fosse vera. A questi tali io dico che questo non è articolo di fede e che ciascuno può di questo credere ciò che vuole: ben affermo loro che mio cugino m’affermava d’averla per verissima intesa. Ma sia come si voglia. Voi, signora mia, cred’io che crederete la cosa esser stata vera, sapendo esser qui in Milano occorsi dei casi non minori di questo, i quali se fosse [p. 348 modifica]lecito scrivere, questo non saria tanto mirabile stimato. E nel vero, quando una cosa può essere, io non istarei mai a questionare ch’ella non fosse stata; onde i filosofi hanno una regola: che ogni volta che sia proposto un caso possibile, che quello si deve accettare. Ma vegnamo a la novella, a la quale vi piacerà dar luogo insieme con gli altri vostri più cari scritti, e tenermi ne la vostra buona grazia. Così nostro signor Iddio vi doni il compimento d’ogni vostro desio. State sana.

Pandolfo del Nero è sepellito vivo con la sua innamorata, ed esce per nuovo accidente di periglio.


Non è ancora guari di tempo passato che io, andando a Loreto a compire un mio voto, pervenni ne la città d’Arimini, ove essendo dal sommo pontefice stato messo governatore il molto vertuoso e gentil dottor di leggi, ne le lettere umane latine e greche uomo di grandissimo giudizio, messer Antonio Cappo gentiluomo mantovano, fu necessario che ad albergar seco me n’andassi. Egli mi tenne dui giorni, e volle che io per l’antica nostra amicizia gli promettessi nel ritorno di starmi seco quattro o sei dì. Quivi adunque essendo, intesi un’altra novella che poco innanzi dicevano esser accaduta, la quale, per la sua novità e per il periglio grande che vi intervenne, mi parve degna d’esser puntalmente ne la memoria tenuta. Ed anche ch’io sappia i veri nomi, nondimeno per convenienti rispetti m’è piacciuto, tacendo i propri, di finti prevalermi. Io ora in questa onorata compagnia la narro, perciò che a proposito mi pare di quella materia di cui si ragiona. Era in Arimini un giovine nobile ed' 'assai ricco, chiamato Pandolfo del Nero, il quale una gentildonna di quella città sì fieramente amava che senza la vista di lei non sapeva un’ora starsi. Ella, che Francesca aveva nome, era d’un gentiluomo ricco, ma più attempato che ella non averebbe voluto, moglie. Il perchè essendo di continovo da messi, lettere ed ambasciate di Pandolfo molestata, e parendole che il marito spesso la metteva in appetito di mangiare e poi non era potente darle conveniente cibo come in letto si suol manicare, cominciò a prestargli orecchi. Nè troppo stette che, piacendole assai il giovine, ella che ancora venti anni non passava, col mezzo d’una sua fante con Pandolfo si ritrovò. Egli, che prima amava, dopo l’aver gustato [p. 349 modifica]i dolci abbracciamenti de la sua Francesca, tutto ardeva. Medesimamente ella, avendo gustato i saporiti cibi di Pandolfo, non sapeva senza lui vivere, biasimando mille volte l’ora chi l’aveva ad un vecchio maritata. Amandosi adunque l’un l’altro senza misura, Pandolfo si metteva assai spesso a periglio de la morte per goder la sua amante, la quale non perdeva mai occasione di ritrovarsi con lui, nulla stimando la vita pur che col suo Pandolfo si potesse ritrovare. Perseverarono circa dui anni godendosi insieme ogni volta che potevano, e di continovo pareva che il lor amore più s’accendesse e divenisse maggiore. Ora avvenne che la Francesca gravemente infermò e in poco di tempo, avendo un frusso fastidiosissimo, peggiorò di maniera che i medici giudicarono che ella non poteva molto vivere e che in un subito, parlando, si morirebbe. Il povero vecchio del marito, che sommamente l’amava, non lasciò cosa a lui possibile per sanarla che egli non facesse. Mandò a Bologna per medici eccellenti, non risparmiando in conto alcuno lo spendere; ma il tutto era indarno. Ella di giorno in giorno andava di mal in peggio e si consumava come la neve al sole. Pandolfo, poi che intese il mortal periglio ove la sua donna si trovava, fu per morir di doglia, e non sapeva ove dar del capo, tenendo per fermo che, se ella fosse morta, egli averebbe la vita avuta in odio. Ebbe modo per via de la fante, che era del lor amore consapevole, di mandarla a confortare e pregarla che per amor di lui volesse far buon animo e attendere a ricuperare la sanità. A la donna le salutazioni e conforti de l’amante furono di meraviglioso piacere, come a colei che il suo Pandolfo amava più che la vita propria. Le pareva poi che il morire tanto non le devesse dispiacere, se ella avesse potuto averlo a starsi seco e con lui ragionare. E conoscendosi di punto in punto mancare, entrò in tanta gelosia che altra donna dopo lei devesse goder Pandolfo, che questo pensiero molto più la tormentava che l’istessa morte; onde s’andava imaginando come potesse avvenire che di compagnia morissero e fossero insieme sepelliti. E lungamente essendo in questi pensieri dimorata, deliberò prima che morisse di parlar con Pandolfo, con speranza che devesse succedere, come conietturar si può, ciò che poi successe. Ella aveva una cassa in camera capace d’un uomo, la quale a posta era stata fatta per celarvi dentro l’amante in qualche caso fortuito che fosse avvenuto quando egli era seco, come più volte avvenne che Pandolfo vi si ascondeva per quattro e cinque ore. La cassa, come il coperchio calava giù, si fermava di tal sorte che senza chiave aprirsi non poteva, ed aveva [p. 350 modifica]qualche buco per ispiraglio. In questa cassa teneva ella tutte le sue più care cose. Mandò, dopo molti pensieri fatti, pregando Pandolfo che la seguente notte devesse andar a vederla; il che al giovine fu sommamente grato. Il quale ci andò a l’ora determinata, e fu da la fante in casa intromesso e indi a poco ne la camera condutto. Il marito de la Francesca, dopo che ella infermò, s’era ridutto a dormir di sotto in una camera terrena, e soleva talora mandar la notte o venire a vedere come stava la moglie, a la cura de la quale non mancava di quanto era il bisogno. Ella, che quella notte voleva liberamente per una buona pezza ragionar con l’amante, si sforzò, prima che Pandolfo in camera entrasse, di mostrar un poco di star meglio, e disse che non voleva altra donna in camera, per quella notte, che la fante. E così restarono elle due sole. Ivi adunque essendovi Pandolfo arrivato, furono molte lacrime sparse prima che gli amanti si potessero dir una parola. A la fine, dopo l’essersi mille volte piangendo basciati e dettosi mille parolucce amorose, come in simili accidenti suol avvenire, la donna, dopo un grandissimo sospiro, disse: – Pandolfo, vita mia cara ed ultimo termine d’ogni mio desiderio, dimmi la verità: non averai tu dolore de la morte mia? Non ti rincrescerà egli che tu non possa a la tua Francesca più ritornare? – Come? – rispose alora piangendo l’amante: – hai forse dubio, anima mia ed unico mio bene, del mio amore? Se io potessi con la vita propria e con mille, se mille n’avessi, a la tua vita provedere, tu puoi esser sicura che tutte ad ogni rischio per tuo compenso le metterei. E quando, che Dio nol voglia! avvenisse che tu di questa infermità mancassi, non so già io ciò che di me io stesso mi facessi, chè solamente a pensarci mi sento morire. Ma confortati e fa buon animo, chè ancora giunta non sei a tanto estremo fine che al mal tuo non si possa dar rimedio. Tu sei giovane, e la giovanezza passa di grandissimi perigli di male. Attendi pur a star di buona voglia. – Pandolfo mio, – disse la donna, – la vita mia è ita, e quel poco di vivere che m’avanza è sì debole che nulla più. Io sensibilmente sento di punto in punto mancarmi gli spiriti vitali e proprio come nebbia al vento disfarmi. E sallo Iddio che il morir per altro non mi duole se non per te: chè pensando lasciarti di qua senza me, e che col tempo debbia altra donna possederti, m’è cagione di tanta doglia che il morire a par di questo non mi par pena. Almeno sapessi io fare in modo che tu meco in un medesimo punto morissi, a ciò che essendo noi in vita per amore stati uniti, per morte ancora in una stessa sepoltura fossimo insieme sepelliti. Io morirei pur contenta [p. 351 modifica]se questa certezza potessi avere. – A questo, tuttavia lagrimando, rispose Pandolfo che ella deponesse questi pensieri, perciò che guarirebbe, e che ci sarebbe tempo pur assai da star insieme e allegramente vivere; e quanto più poteva si sforzava consolarla. Mentre che gli amanti con lagrime e singhiozzi questi ed altri parlari fecero, il marito, a cui i medici avevano detto che sua moglie tuttavia mancava, essendo poco più di mezza notte, si levò e, chiedendo a’ servidori del lume per andar a veder ciò che l’inferma faceva, fu da la fante sentito; la quale di subito avvisò gli amanti e andò incontro al padrone per tenerlo a parole e dar tempo a Pandolfo che potesse per la solita via di casa uscire, avendo ella lasciata la porta aperta, de la quale di già la padrona aveva fatto far le chiavi, simili a quelle che il padrone teneva. Come gli amanti udirono che il marito veniva, Pandolfo voleva di camera uscire e, come era consueto, partirsi; ma la donna, che vedeva il tutto succedere secondo che ella s’era imaginata, lo pregò che ne la cassa s’appiattasse, a ciò che, quando il marito se ne fosse andato, potessero anco insieme ragionare. Egli, che troppo volentieri seco ragionava, entrò ne la cassa, che da se stessa, come il coperchio fu giù, si chiuse. Il marito venne di sopra, avendo prima da la fante inteso che la madonna aveva assai quietamente riposato. Entrato che fu in camera, andò al letto e domandò la moglie come si sentiva. Ella gli rispose che ancora che fosse alquanto riposata, che nondimeno credeva che oggimai poco più viverebbe, perchè si sentiva tuttavia mancare. Il marito la confortava, dicendole che facesse buon animo, e che era ottimo segno l’aver quietamente riposato; e molte parole le disse sforzandosi di confortarla quanto più poteva. Fra questo mezzo la fante, credendo Pandolfo essersi di già partito, andò a chiavar destramente la porta de la casa e poi di sopra se ne venne ove il marito e la moglie ragionavano; a la quale disse la padrona' 'che fuor di camera aspettasse. Fatto questo, la moglie così al marito disse: – Marito mio caro e da me senza fine amato, io sono, come tu puoi vedere, giunta a l’ultimo passo de la vita mia, al quale conviene che per tempo o tardi ciascuno arrivi, non avendo nessuno privilegio da Dio di restare perpetuamente in vita. Questi pochi anni che teco stata sono, sempre m’è paruto conoscere che tu ferventemente amata mi hai e ti sei di continovo ingegnato di compiacermi, perciò che tutto quello che io da te ho voluto m’è stato liberamente concesso, nè mai cosa che io chiedessi mi fu negata. Il perchè in questa mia ultima partita giovami credere che il simile [p. 352 modifica]da te mi sarà fatto. Per questo con maggior ardire ti voglio chieder una grazia e caramente pregarti che tu me la voglia fare. E di questo vorrei che tu mi dessi la fede tua per pegno. Che mi rispondi tu? – Non ti metter ora, moglie mia cara, – rispose il marito, – nel capo questa fantasia di morire; ma fa buon animo, chè io spero che tu guarirai. Nondimeno e ora e sempre t’impegno la fede mia che tu mai non mi chiederai cosa che sia in mio arbitrio, che io, per quanto si stenderanno le forze mie, non essequisca. Chiedi pur liberamente tutto quello che ti pare che da me adempir si possa, chè mai indarno non chiederai, perciò che io vorrei col sangue mio sodisfarti. – Io ti prego, – disse ella,– che dopo che io sarò morta, che certamente sarà in breve, questa cassa che è qui dinanzi tu faccia meco ne la medesima sepoltura porre ove io sarò sepellita. In quella sono le mie cosette e certe novellucce che montano nulla, che non varrebbero però dieci fiorini, che a te fia di poco danno e a me sarà di grandissima contentezza cagione. Ella è chiavata, nè altro accade se non farla portar meco quando io sarò a la sepoltura portata. Se questa grazia mi fai, io morrò contentissima. – Il marito, che nel vero sommamente amava la moglie, le promise giurando che in questo e in ogn’altra cosa che fosse in suo potere le compiacerebbe, non si potendo imaginare che in quella cassa fosse cosa di momento, ma che ella le averebbe posto dentro qualche suo abbigliamento ed altre cosette donnesche che forse non voleva che fossero vedute. Ma che diremo noi di Pandolfo, che chiuso dentro la cassa ogni cosa aveva puntalmente sentita? Quanto è vero quello che communemente si dice: beato esser colui che di saggia donna innamorato si truova, e veramente colui esser infelicissimo che in donna sciocca e di poca levatura s’abbatte! Stava lo sfortunato amante tra l’incude e ’l martello: con ciò sia che, tacendo, si vedeva vivo esser sepellito senza speme d’aita; e scoprendosi, era certissimo che a brano a brano sarebbe stato smembrato, essendo de la fazione contraria a quella del marito de la donna, oltra questa nuova ingiuria d’averlo fatto cittadino di Corneto. Egli tra sè pensò mille cose, e non sapendo imaginarsi argomento di poter vivo scampare, poi che come il topo si vide ne la trappola preso, deliberò per minor male pazientemente in quella cassa morire. Io, signori miei, ho più volte su questo caso pensato, e tra me ho conchiuso che la Francesca, essendo cascata in umore malinconico di voler che il suo amante seco fosse sepellito, facesse questo pensiero di farlo entrar ne la cassa, parendole che se egli cosa alcuna non diceva sarebbe con [p. 353 modifica]lei sepellito, e se voleva far movimento alcuno, che non poteva scampare, perciò che il marito e i suoi l’averebbero crudelissimamente ammazzato. O il misero amante ne la cassa si suffocasse o fosse da nemici morto, la Francesca aveva l’intento suo, parendole morir contenta pure che Pandolfo dopo lei in vita non restasse. Guardi Iddio tutti gli uomini da le mani di simili pazze femine! Ora avendo la donna avuta la fede del marito e tenendo per fermo che l’amante sarebbe seco sepellito, deliberò non voler più restar in vita, e ristretti in sè quei pochi e deboli spiriti che rimasi le erano, tenendo il fiato quanto più poteva e non rispondendo a cosa che le dicesse il marito,' 'se ne morì. Il pianto del marito fu grandissimo, il quale, dopo l’aver assai lagrimato ordinò che l’essequie il dì seguente sul tardi si facessero. Come fu giorno, vennero i parenti ed amici, uomini e donne a consolar il marito de la perdita de la moglie e porre ordine ai funerali. Il marito de la donna morta, avendo deliberato che quanto ella circa la cassa gli aveva chiesto s’essequisse, lo communicò con alcuni dei suoi parenti. Tutti erano di parere che egli la cassa facesse aprire, chè forse vi trovarebbe tal cosa dentro che sarebbe mal fatto averla sepellita; ma egli, che era disposto serbar la data fede a la moglie, non volle in modo alcuno che fosse aperta. Venuta la sera, fu levato il corpo e portata dietro al corpo la cassa, con meraviglia grandissima di tutta la città. Quando Pandolfo si sentì levare e indi cantare quel Requiem aeternam, non è da domandare come si sentisse. Egli fu più volte vicino a gridare e discoprirsi, rompendo il proposito che aveva fatto di voler pazientemente morire. Ma conoscendo certamente che alora alora sarebbe stato in mille pezzi tagliato dai parenti del marito e de la donna che il corpo accompagnavano a la sepoltura, e rivolgendo ne la mente l’amore de la donna e pensando che questo ella fatto avesse vinta da soverchio amore, fece l’ultimo proponimento di morir tacendo, a ciò che non infamasse in morte quella che tanto in vita aveva amata. E con questo pensiero si lasciò portare a la venerabile chiesa di San Cataldo, che è dei frati predicatori. Mentre che sovra il corpo si cantavano i soliti mortuarii, la cassa fu dentro la sepoltura deposta in un canto, perciò che la sepoltura era assai grande. Dopoi fu messo dentro il corpo de la donna. E perchè già era notte oscura, non fu altramente il buco del sepolcro con calce turato, ma solamente fu la pietra di sopra messa, volendo poi la matina acconciarla come è costume. Sentendosi il povero Pandolfo esser sepellito, [p. 354 modifica]il quale mai non s’era, da che ne la cassa si chiuse, mosso, si volle metter su un gallone e, con le mani toccando, trovò certe cose, in tela avviluppate, esser ne la cassa; ma non volle cercare ciò che si fosse, attendendo ad acconciarsi di maniera che con men doglia che fosse possibile si morisse. Aveva, come si è detto, la cassa certi spiragli; ma perchè il sepolcro era mal turato, ancora che un poco d’aria entrasse, nondimeno egli sentiva ingrossarsi il fiato, ed il puzzo v’era grande di quello umido de la sepoltura. Ora Iddio, più pietoso verso Pandolfo che egli di se stesso stato non era, a la salute di lui in questo modo provide. Aveva un nipote del marito de la morta donna inteso da la fante come tutte le preziose cose di quella erano ne la cassa che con lei deveva sepellirsi. Il perchè, dopo finiti i funerali, trovò dui suoi compagni e loro scoperse quanto intendeva di fare, i quali dissero che erano presti ad accompagnarlo; onde d’una pezza innanzi che i frati levassero a matutino, ebbero modo d’entrare nel convento e poi ne la chiesa, ove entrati e trovato che la pietra sovra il buco non era fermata, quella di leggero dal suo luogo smossero. Questo sentendo Pandolfo, che era mezzo soffocato, e dirittamente imaginandosi il fatto come stava, si confortò tutto. Levata via la pietra, il nipote del marito con uno dei compagni entrò ne la sepoltura e con certi ingegni che recati avevano subito la cassa apersero. Come Pandolfo sentì la chiavatura rotta, saltò con gran furore su, scotendosi con fierezza e urlando stranamente, di maniera che i dui giovini che erano dentro entrati si gettarono in un tratto fuori, e quanto le gambe gli puoterono portare, dietro a quello che di sovra era rimaso e via smarrito fuggiva, se ne fuggirono. Veggendosi poi Pandolfo in libertà, quanto in così alta ventura si ritrovasse lieto, pensilo ciascuno. Egli uscì del sepolcro e, presa una torchia di quelle che si accendeno quando il sacerdote leva il corpo di Cristo, rientrò dentro e volle veder la sua donna morta. Bramando poi sapere che cose fossero ne la cassa, ritrovò tutte l’anella e catene d’oro de la donna' 'con assai buona somma di danari. Egli si pigliò il tutto e uscì fuori, e con un palo che quivi era, avendo prima riserrata la cassa, ritornò la pietra sul buco come prima era, e de la chiesa e del convento dei frati per via de l’orto uscito, a casa se n’andò, ove molti dì senza lasciarsi vedere stette, parendogli d’esser tuttavia sepellito. Io porto ben ferma openione che se egli poi s’innamorò di donna alcuna, che divenisse di maniera saggio che a simili rischi più non si lasciasse accogliere. Chè in vero non sono [p. 355 modifica]cose da usar troppe fiate, e si deve guardar ciascuno d’amar donne che più amino gli appetiti loro disordinati che la vita degli amanti.


Il Bandello al dotto messer Marco Antonio Sabino


So che vi sarete meravigliato, Sabino mio candidissimo, de la mia epistola latina, che io ho scritta al signor conte Lazaro Tedesco piacentino in lode de la Calipsichia del nostro Radino, che egli ha fatto stampar in fronte di essa sua Calipsichia. Io, pregato da lui, non gli seppi negare di spender un poco d’inchiostro suso un foglio lodando l’opera, la quale nel vero è mirabile, artificiosa, cristiana, e composta con ingegno grandissimo, e tutta cosparsa di begli ornamenti poetici e filosofici. Il Radino s’è sforzato in quella, quanto più gli è stato possibile, d’imitare ed effingere la frasi e il filo de lo stile apuleiano, dicendo che cotal materia ama e ricerca più tosto quel modo di scrivere che altro ci sia, onde anco volle che io ne toccassi alcuna parola. Il che, per dir il vero, feci io molto mal volentieri e contra ogni mia voglia. Ma egli m’era sopra quando io scriveva, e mi sforzava a dir a suo modo, o bene o male ch’io dicessi. Sapeva ben io che il reverendissimo e dottissimo monsignor Domenico cardinale Grimani, in una sua lunga epistola impressa in Roma, vitupera questa frasi apuleiana come molto allontanata dal candore e maestà de la lingua latina, e questo dir apuleiano chiama egli la «feccia de l’eloquenza latina», e senza fine riprende coloro che cercano d’imitarlo, come riprensibili meritamente si rendeno tutti quelli che, avendo generoso e odorato vino in casa, vanno ricercando agresto od aceto per bere, o vero uno che caminando si senta aver grandissima sete, e abbattutosi ad una chiara e fresca fontana a cui sia vicino un fetido e torbido pantano, lasciate le dolci e saporose acque fontanili, beve le guaste del pantano. In questo numero si deveno metter tutti quelli che, lasciato il candido e purissimo latte de l’eloquenza ciceroniana, si vogliono pascere e nodrirsi de l’amarissimo fele del dire apuleiano. Essi almeno considerassero ciò che Apuleio scrive nel principio de l’opera de l'Asino' 'de l’