Novelle (Bandello, 1853, III)/Parte III/Novella XIII

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Novella XIII - Leonzio da Castrignano ama la Neera, e poi l’abbandona; ed ella in un pozzo s’affoga
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[p. 407 modifica]portino zoccoli. – Erano alcuni frati minori a questa predica, ai quali voltatosi, fra Tomaso sorridendo disse: – Padri miei, voi avete sentito la mia' 'istoria: andate e dite al vostro predicatore che ogni volta che egli autenticamente mi mostri che mai Scotto non dico disputasse ma vedesse san Tomaso, che io m’obligo fargli veder tutto il contrario di quanto falsamente ha predicato. – Detto questo, fra Tomaso, data la benedizione, smontò di pergamo. Fu per questo sermone appo gli uomini giudiciosi tenuto che fra Tomaso, ben che mordacemente avesse morso l’ignoranza del zoccolante, nondimeno l’aveva trattato come l’ignoranza di quello aveva meritato, e scoperta molto garbatamente la pecoraggine e poco intelletto di quello, il quale ne la pignatta de la carne aveva trovato che Scotto era al tempo d’Acquinate, essendo certo che dopo la morte di san Tomaso nacque esso Scotto. Il quale pose ogni studio per impugnar l’opere di san Tomaso; ma venne poi il Capreolo tolosano, che dottissimamente tutti gli argomenti de lo Scotto risolse. Onde è nato ciò che proverbialmente si dice: «Se Scotto non avesse come fanno le prune scottato, il Capreolo non averebbe come un vivo e snello capretto saltato».


Il Bandello al signor Elia Sartirana salute


Meravigliosa cosa esser suole lo stimolo de la vergogna, quando egli s’abbatte a traffigere persona che il disonore tema, perciò che assai sovente si sono visti degli uomini che, caduti in qualche vituperoso errore, non hanno potuto sofferire la luce degli altri uomini e, da estrema doglia vinti, hanno per minor male eletta la morte. E questo assai più di leggero avviene a le donne, per esser il sesso loro più del nostro debole, e temendo elle ordinariamente più la vergogna che gli uomini non fanno. Erano molti uomini da bene ne l’amenissimo giardino di messer Ambrogio…, patrizio milanese, uomo per le lettere ed integrità di vita famoso; e ragionavano d’un povero giovine che quei dì s’era, non so perchè, in Porta orientale impiccato. E di tal maniera ragionandosi, il nostro dottissimo messer Antonio Tanzio disse una novelletta nel regno di Napoli accaduta, la quale io ho scritta e a voi donata, a ciò che [p. 408 modifica]possiate conoscere che di voi mi sovviene. Essendo poi stata detta nel giardino bellissimo di messer Ambrogio, vostro cognato, non essendo egli alora in casa, vi piacerà essa novella communicarli, sì perchè molto m’ama, come anco che per esser uomo di buone lettere e tanto umano quanto altro che in Milano io conosca, so che averà piacere di vederla, non perchè ci sia cosa del suo bell’ingegno, ma perchè è da me scritta. State sano.

Leonzio da Castrignano ama la Neera e poi l’abbandona, ed ella in un pozzo si affoga.


Ne la provincia d’Otranto, in un castello chiamato dai paesani Castrignano, non molto dopo che Alfonso duca di Calabria con gloriosa vittoria cacciò dal Regno i turchi che Otranto gli avevano rubato, fu una giovane assai bella e avvenente, ma di mezzani parenti discesa, il cui nome era Neera. Di lei un giovane de la contrada assai nobile e ricco, vinto da le bellezze di quella, s’innamorò. E perchè era nobile e dei beni de la fortuna ben provisto, ed essendo senza padre spendeva largamente, ebbe grandissima commodità di farle parlare e manifestarle il suo amore. Ella, che pur avveduta e di grande animo era, conoscendo il giovane, che Leonzio si chiamava, esser dei primi del luogo, e sè di basso legnaggio nasciuta e a lui non uguale, non dava troppo orecchie a l’ambasciate e messi di quello. Leonzio, che ardeva e averebbe voluto venire a la conchiusione d’amore, non cessava di continovo con messi ed ambasciate di tentarla' 'e tutto ’l dì ricercarla che volesse di lui aver compassione, promettendole che sempre l’amerebbe e mai non l’abbandoneria. Ella, quantunque Leonzio le paresse degno di essere amato, nondimeno, conoscendolo ricco, dubitava forte che, come egli avesse avuto l’intento suo, non l’abbandonasse ed altrove rivolgesse il suo amore. E per questo mai non mandò buona risposta a l’amante, anzi si mostrò sempre più dura e più rigida. Il che fu cagione che il giovine più s’accese e deliberò di fare o per una via o per un’altra tanto che venisse a fine del suo desiderio. E trovata una ribalda vecchia, quella mandò a Neera; la quale tanto seppe dire e far con lei, che ella s’indusse a volger l’animo a Leonzio e poco a poco ad amarlo. A lungo andare, col mezzo de la scaltrita vecchia si trovò Leonzio a parlamento con Neera, la quale, ancora che a lui [p. 409 modifica]volesse gran bene, nondimeno mai non gli volle di sè far copia, fin che egli in presenza de la vecchia non le promise di prenderla in moglie. Ma ella fu mal avvista, perciò che prima deveva farsi sposare e non credere a semplici promesse de l’astuto amante, il quale per conseguire l’intento suo le fece mille promesse. Ma noi veggiamo tutto il dì infinite povere donne, – povere, dico, di conseglio e di prudenza, – rimaner ingannate, perciò che gli amanti largamente promettono, pur che abbiano quello che cercano. Ora, essendosi Leonzio con Neera molte fiate amorosamente giacciuto e sì domesticamente seco praticato che per tutto il castello si teneva che fossero per marito e moglie, Leonzio d’un’altra giovane s’innamorò, e, piacendogli più questa seconda che la prima, cominciò a lasciar Neera da parte. Di che ella si ritrovò senza fine mal contenta, non sapendo che modo tenere a reconciliar il suo amante. Egli a poco a poco, scordatasi del tutto Neera e la promessa a lei fatta, di maniera de l’altra s’accese, che publicamente la sposò e a casa condusse. Il che a Neera fu per tutta la terra grandissimo scorno, sapendosi da ciascuno che di lei Leonzio aveva preso amorosamente piacere. La povera giovane assai la disgrazia sua pianse e assai senza fine se ne rammaricò, e quasi disperata molti dì in casa se ne stette. Essendo poi passati alcuni giorni, avvenne che essendo Neera un giorno di festa dinanzi la casa a sedere in compagnia di molte donne de la vicinanza, come è di costume, e parlandosi di varie cose, parve che una donna di non so che a Neera contradicesse; di che ella, rispondendole con la voce un poco alta, entrò alquanto in colera. E l’una parola tirando l’altra, vennero a dirsi ingiuria insieme. Quell’altra, che non portava di groppa, levatasi in piede e mettendosi le mani sui fianchi, a Neera con grandissima còlera disse:– Va, va, putta sfacciata, in chiazzo, chè tu sei bene stata concia da Leonzio come meriti. Non sai che tutto questo castello sa che tu sei stata sua femina? e non ti vergogni comparire fra le donne da bene? – A questa voce l’infelice Neera, senza rispondere un motto solo, si levò fuor de la brigata, e in un pozzo profondissimo che quivi era si gettò col capo innanzi e subito vi s’affogò. E volendo i vicini, corsi al romore, darle aita, dopo gran fatica del pozzo fuori morta la cavarono.


Il Bandello [p. 410 modifica]al reverendo e dotto padre fra Leandro Alberto da Bologna de l’ordine predicatore.


Molte fiate, essendo voi, Leandro mio, in Milano, abbiamo ragionato de l’ignoranza d’alcuni che sui publici pergami predicano assai cose che sono fuor d’ogni ragione, e massimamente che cercano con finti miracoli di voler eccitare gli auditori a divozione. Questi tali vogliono le cose de la fede catolica, predicate e confermate col sangue e testimonio di tanti gloriosi martiri, con le loro magre fizzioni far più ferme e non s’avveggiono che s’affaticano d’accrescere con un picciolo lumicino la luce e il calor del sole. E perchè la religione cristiana non ha bisogno di bugie, essendo vera e catolica, s’è ne l’ultimo concilio lateranense, cominciato sotto Giulio secondo e finito sotto Lione decimo, espressamente proibito che nessuno, di che grado si sia, presuma predicar queste chimeriche invenzioni di falsi miracoli; il che nel vero santissimamente è stato fatto. Ora, non è molto, ragionandosi di questa materia ne l’orto de le Grazie, ove essendo da Roma venuto a Milano frate Salvestro Prierio, maestro del sacro palazzo, vi si ritrovò anco messer Francesco Mantegazzo, patrizio milanese ed uomo di grandissima gravità, quivi dissero alcuni che gli errori che seminava Martino Lutero, e senza dubio in grandissima parte, hanno avuto origine da la indiscreta superstizione di molti religiosi e da la avara ingordigia d’alcuni chierici e da la poca provigione che al principio gli era stata fatta. E ciascuno diceva ciò che più gli pareva a proposito. Il magnifico Mantegazzo alora, rivolto al maestro del sacro palazzo, e preso di parlar licenza, narrò una istorietta a questo proposito che tutti ci fe’ ridere. Era io presente al suo parlare e, parendomi l’istoria degna d’essere scritta, quella subito scrissi. Ed intervenendo ne l’istoria quasi per principale un bolognese, voi m’occorreste a cui meritamente ella da me dedicar si devesse, essendo voi nato in Bologna d’onorata ed antica famiglia, e scrivendo tutto ’l dì gli annali de le cose dai bolognesi fatte, con tante altre vostre opere che componete. Questa adunque istoria vi mando e dono in testimonio de la nostra cambievole benevoglienza. State sano.