Novelle (Bandello, 1853, III)/Parte III/Novella XV

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Novella XV - Morte miserabile del re Carlo di Navarra, per soverchia libidine nella sua vecchiezza
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[p. 413 modifica]non basta esser bianco, bigio, nero o turchino o di qual si sia colore, ma convien fare la volontà del Padre eterno e aver la grazia sua, senza la quale nulla si può far di buono nè di meritorio a vita eterna. E quivi l’ingegnoso ed eloquentissimo Borsello disse sì bene e così buone cose, e con tanta veemenzia nei cori degli audienti impresse le sue sante parole, che alora alora quasi tutti, così uomini come donne, che cinto portavano il cordone, se lo discinsero, riconoscendo l’error loro ove sino a quell’ora erano stati immersi. Indi finito il fruttuoso e salubre sermone e partitosi dapoi il popolo fuor de la chiesa, si trovarono caduti in terra più di sette mila cordoni. Ed io, per dirvi il vero, fui uno di quelli che me lo discinsi e gettai per terra, parendomi che fra Girolamo ci avesse a conoscer la verità aperti gli occhi. Il duca Lodovico e tutti i signori e gentiluomini e universalmente il più degli auditori rimasero ottimamente sodisfatti, e dai saggi fu giudicato che esso Borsello aveva mostrato buon giudicio e fatto prudentemente a gabbarsi de le superstiziose invenzioni di coloro che si persuadono, per vestirsi di tal e tal colore, o di cingersi il cordone o la correggia di cuoio, e non far l’opere de la carità e ubidire ai comandamenti di Cristo, di deversi salvare.


Il Bandello al gran monarca de le leggi il signor Giason Maino


Non essendo cosa a l’uomo, mentre in questo mondo vive, più certa de la morte, nè più incerta de l’ora e sorte o sia maniera di morire, meravigliosa cosa mi pare che sia generalmente quella a cui meno che ad altro che ci sia si pensa. Io non dico già che di continovo debbiamo esser fitti col pensiero su la malinconia del morire, chè sì severamente non voglio astringer nessuno; ma bene sono di parere che di grandissimo profitto a ciascuno sarebbe, di qualunque condizione egli si sia, sovente ricordarsi che è uomo e consequentemente mortale. Nè voglio ora che entriamo in sagrestia, volendo dir quello che dice la Scrittura: «Rammemora il fine de la tua vita che è la morte, e in eterno non peccarai»; e meno voglio per ora che abbiamo [p. 414 modifica]la mente al detto di quel santo dottore, il quale ci ammonisce dicendo: «Facilmente disprezza ogni cosa chi pensa che deve morire». Lasciando adunque da parte il bene e utile de l’anima, io voglio che parliamo politicamente e veggiamo di quanta utilità e profitto, a chiunque si sia, sarebbe d’aver spesso dinanzi agli occhi la tèma ed orrore de la morte, e che egli non può saper il tempo di morire, nè in che luogo debbia ultimare i giorni suoi, nè di qual maniera di morte debbia a l’altra vita passare, e che forse, mentre che egli è in cotal pensiero, potrebbe di leggero avvenire che in quell’ora qualche strano accidente, (chè tanti e sì diversi ce ne sono sempre apparecchiati), gli troncarebbe lo stame vitale, e d’uomo restarebbe uno spaventoso cadavero. Oh di quanto bene cotal pensamento sarebbe a tutte le sorti d’uomini cagione! Credete voi, se i grandi e quelli che così volentieri, disprezzate le divine ed umane leggi, straziano questi e quelli, pensassero di morire, che commettessero tanti errori come commettono e che bene spesso non raffrenassero i loro disordinati appetiti? Chè ancora che l’uomo fosse di quella reprobata setta che vuole che da l’anima nostra a quella degli animali irrazionali non sia differenza, e che il fine de l’uno e de l’altro sia uno stesso, deverebbe nondimeno vivere politicamente e lasciar dopo sè buona fama. E se gli sgherri e quelli che di continovo stanno su le disconce e malvagie opere si ricordassero de le croci, de le mannare, del fuoco e di tanti altri tormenti che le leggi hanno ordinato a’ malfattori, io porto ferma openione che così facili e presti non sarebbero a far tante sceleratezze come tutto il dì fanno. Dal che nascerebbe che la vita umana sarebbe assai più tranquilla di quello che è, e ritorneria a’ nostri tempi la tanto lodata e da noi non veduta età de l’oro. Ma perchè l’uomo pensa ad ogni altra cosa fuor che al suo fine, e si crede sempre restar di qua, avvengono tanti mali quanti ogni dì veggiamo. Di questo ragionandosi qui in Milano nel palagio de l’illustrissimo e reverendissimo signor Federico Sanseverino, cardinale di santa Chiesa, questi dì, quando egli si fece cavar fuor de la vesica una pietra di meravigliosa grossezza, un navarrese suo cameriero, che Enrico Nieto si chiama, narrò la crudelissima morte d’un re di Navarra, la quale mi parve di sorte mai più non udita. Ed invero io così fatto accidente non sentii già mai. E per questo subito lo scrissi e al numero de le mie novelle accumulai. Sovvenutomi poi che essendo io questi dì in Pavia nel vostro museo, che è proprio l’oracolo non solamente di Lombardia ma di [p. 415 modifica]tutta Europa, e parlandosi di questo morire per l’improvisa e immatura morte del nostro eccellentissimo dottore messer Lancillotto Galiagola, – giovine, se lungamente viveva, da esser senza dubio agguagliato a qual mai più eccellente iureconsulto sia stato, – che voi assai cose diceste de l’utile che apporta il pensare di dever morire; l’orrendo caso d’esso re di Navarra ho voluto mandarvi, a fine che appo voi resti per pegno de la riverenza che il Bandello vi porta e de l’obligo che v’ho di molti piaceri da voi ricevuti. State sano.

Morte miserabile del re Carlo di Navarra per soverchia libidine ne la sua vecchiezza.


Avete veduto, signori miei, di quanti beni è stata cagione la tèma che il nostro illustrissimo e reverendissimo cardinale ha avuto di morire, devendosi far cavar la pietra che veduta tutti avete, la quale giorno e notte fieramente lo tormentava. Chè ancora che egli sempre viva da catolico e buon cristiano, nondimeno essendo venuto a questo passo di farsi tagliare, e nol volendo maestro Matteo da Roma nè maestro Romano da Casalmaggiore per altro che per morto se gli devevano porre le mani a dosso e cavargli la pietra, egli, non potendo più sofferire gli stimoli e le passioni accerbissime che mille volte l’ora lo facevano morire, si dispose con forte animo al taglio. Ma prima, confessato, si communicò e fece tante elemosine a’ luoghi pii ed altri beni, che è stata cosa mirabile: il che ha causato, oltra la sua buona disposizione, la paura del morire. Ora se questo avesse pensato il re Carlo di Navarra, egli sarebbe vivuto più quietamente che non fece, e averebbe fuggita la malvagia fine che ebbe. Dicovi adunque, come ne l’istorie dei regi di Navarra che altre volte mi soviene aver letto, che negli anni di nostra salute mille trecento ottanta cinque morì Carlo re di Navarra, il quale fu genero del re Giovanni di Francia, perchè ebbe per moglie madama Giovanna sua figliuola. Fu esso re Carlo uomo di pessimi costumi e molto crudele, e poco di lui si poteva l’uomo confidare, perchè di raro servava cosa che promettesse. E vivendo il re Giovanni suo suocero, prima che fosse preso da Edoardo prencipe di Galles e figliuolo del re Edoardo terzo d’Inghilterra, fece ammazzare il contestabile de la Francia e s’accordò con inglesi a danno de’ francesi. Essendo poi fatto prigione da esso re Giovanni suo [p. 416 modifica]suocero, ammutinò, uscendo di prigione mentre il re era cattivo, e sollevò i parigini contra Carlo delfino, – che fu poi Carlo quinto, morto il padre, – e fece di molti mali, non solamente ne l’occisioni che avvennero in Parigi, per suo mezzo, di quei fedeli che tenevano la parte del delfino, ma per tutta la Francia, ne la quale egli saccheggiò ed abbrusciò molte terre e commise infiniti omicidii. Fu anco ministro di molti inconvenienti sotto il re Carlo quinto e medesimamente sotto Carlo sesto. Nel suo reame di Navarra egli essercitò grandissime crudeltà con rubarie vituperose, con occisioni e con sforzamenti di donne, di maniera che tutti gli volevano male. Ora, avendo messo una imposta sovra il suo regno di ducento mila fiorini, si congregarono sessanta dei principali del regno e l’andarono a trovare a Pampaluna, al quale supplicarono che degnasse sminuire la taglia che imposta aveva. Egli subito fe’ mozzar il capo a tre dei principali, mettendo gli altri in carcere con deliberazione fra dui o tre giorni fargli tutti decapitare. Era egli molto vecchio anzi pure decrepito, ma tanto lussurioso ed immerso nei piaceri e appetiti venerei, che mai non era senza concubina; ed alora aveva una bellissima giovane di ventidui anni, de la quale era fieramente innamorato. Onde quel dì che aveva fatta tagliar la testa ai tre ambasciatori, essendo tutto acceso di grandissima còlera, per ricrearsi andò a trovar la sua bella innamorata, e seco carnalmente in modo si trastullò, che, volendo far vie più di quello che a l’età non si conveniva, si sentì esser debolissimo. E volendo ricuperare le perdute forze, secondo che altre volte era consueto, si fece porre in una calda camera tra tre gran vasi di rame pieni d’ardenti carboni. Fece pigliar duo lenzuoli tutti molli d’acqua di vita, nei quali, come uno fegato ne la reticella, tutto era involto. E stando involto di quel modo tra quei vasi affocati, alcuni dei suoi servidori con soffioni a torno ai vasi riaccendevano gli infiammati carboni, tuttavia in quelli soffiando. Mentre egli si scaldava, una favilla di fuoco s’apprese ai lenzuoli, e di tal maniera s’accese e crebbe la fiamma che non fu possibile ammorzarla, di modo che il misero re, pieno di rabbia e di furore, non si possendo sviluppare, miseramente arse e come una bestia se ne morì. Le croniche, che di cotal morte parlano, dicono che fu espresso giudicio di Dio per punire l’esecrabili sceleratezze di così vizioso re. Ma Dio solo è quello che sa la vertà, a noi incognita, perchè i giudicii divini sono un profondissimo abisso. Egli è ben vero che grandissima difficultà è a viver male e morir bene.


Il Bandello a l’illustre signore Pietro Fregoso [p. 417 modifica]signor di Novi


Non manca mai argomento, a chi vuole, di scrivere a chi più gli aggrada, come nuovamente a me è avvenuto di scriver a voi non solamente questa lettera, ma anco di mandarvi una faceta novella. Andai questi dì da Milano a Mantova e, nel passar per Bozzolo, il signor Federico Gonzaga, signor d’esso luogo, mi v’ha tenuto otto dì, che mai non m’ha voluto lasciar partire. Quivi tutti quegli onesti piaceri che a un par mio si ponno dare, egli per sua cortesia a me ha dati e intertenutomi tanto allegramente quanto dir si possa. Come il mio signor Pirro suo fratello seppe ch’io quivi era, ci venne anco egli; e partendomi per andar a Mantova, volle il signor Pirro che seco andassi al suo piacevole Gazuolo, ove mi tenne in grandissimi piaceri alcuni giorni. Era in Gazuolo il signor Sebastiano da Este, che nuovamente era ritornato da Napoli, il quale un dì, essendo noi di brigata in ròcca, narrò una piacevole novella avvenuta in Calabria ne la città di Reggio. Quella, avendola scritta, vi mando e dono per segno de la mia servitù. State sano.

Bigolino calabrese fa una beffa al vescovo di Reggio suo padrone per mezzo di certe cedule false.


Quando io credeva di partirmi da Napoli e tornar qua, fui astretto andarmene a Reggio in Calabria, città molto antica e dal cui lito vogliono che la Sicilia per un terremuoto si smembrasse e di terra ferma si facesse isola, come ora è. Così hanno scritto gli scrittori de le memorie antiche, e là da tutti s’afferma. Era quivi ai servigi di monsignore riverendissimo vescovo de la città uno chiamato Bigolino calabrese, il più sollazzevol uomo ed allegro che in quelle contrade si ritrovasse. Egli fingeva con la sua voce ora il ragghiar de l’asino, ora l’annitrire dei cavalli ed ora la voce di questo animale ed ora di quell’altro. Medesimamente erano pochi augelli dei quali egli la voce e il canto non contrafacesse, di maniera che a tutti i reggini egli era carissimo.