Novelle (Bandello, 1853, IV)/Parte III/Novella LXIII

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Novella LXIII - Debito castigo dato ad un canonico, che con mirabile invenzione aveva ingannato un suo vicino
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[p. 184 modifica]nel senato di Bordeos


Assai sovente suol avvenire che coloro, che si dilettano con inganni beffar il compagno, a la fine restano eglino, non se n’accorgendo, i beffati e gli scherniti. E questi tali non si ponno con ragione lamentare se loro è reso il contracambio de l’inganno, perciò che, come giá cantò il gentilissimo Petrarca,


Che chi prende diletto di far frode,

non si de’ lamentar s’altrui l’inganna.


E non sofferendo la natura umana che ’l bene non sia di convenevol guiderdone rimunerato, vuole anco ragionevolmente che gli inganni e misfatti siano puniti, a ciò che, come dice il volgatissimo proverbio, qual asino dá in parete, tal riceva. Eravamo questi dí molti di noi di brigata in un nostro giardino a diporto, e d’uno in altro ragionamento travarcando, si venne a ragionare di certo prete, che circa un beneficio aveva maliziosamente ingannato un altro prete, che di lui, come d’amico, si era a la carlona, secondo che dire si costuma, di lui, dico, confidato, senza scritti e senza testimoni. E biasimandosi da tutti la poca fede de l’ingannatore, e dicendo ciascuno di noi il suo parere circa il castigo che dare acerbamente se gli deveria, messer Matteo Beroaldo, parigino, uomo non solamente ne la lingua latina e greca eruditissimo, ma ne l’ebrea ancora e negli studii filosofici essercitato, e precettore del nostro signor Ettor Fregoso, dal re cristianissimo nomato al sommo pontefice per vescovo di Agen, ci narrò un meraviglioso inganno usato da un canonico di Laon ad un borghese, e il degno castigo che dal senato regio al canonico fu dato. Sodisfece molto a tutti la pena al canonico data ed alcuni mi pregarono che io ne scrivessi una novella; il che feci volentieri. Quella dunque, da me essendo stata scritta, al nome vostro ho intitolata, in testimonio de la scambievole nostra benevoglienza e de l’osservanza che io a la bontá vostra ed ottimi costumi porto. State sano.Novella [p. 185 modifica]LXIII

Debito castigo dato ad un canonico che con mirabile
invenzione aveva ingannato un suo vicino.


Ne la villa di Laon fu non è molto tempo un prete canonico, di beni ecclesiastici assai ricco, ma povero di buoni costumi e di cristiana conscienza. Aveva egli continua a la casa sua una casa d’un buon uomo, la quale egli sommamente desiderava di comprare, per meglio accomodarsi e far di due case fabricarne una a suo modo; ed al vicino suo l’averia molto ben pagata. Ma il buon uomo non volle mai intendere, per prezzo che offerto dal canonico gli fosse, di privarsi de la sua abitazione. Del che messer lo prete si trovava molto di mala voglia e non si ne poteva dar pace. E poi che piú e piú volte, usando diversi mezzi d’uomini per piegare il padrone de la casa a venderla, conobbe che indarno s’affaticava per danari di poterla avere, si convertí a le astuzie e agli inganni, imaginando tuttavia come il buon uomo egli, ingannando, inducesse a spogliarsi de la casa. Caddegli in mente una diabolica chimera e parveli molto al proposito per ottener l’intento suo. Onde, non avendo risguardo né a Dio, come si suol dire, né a’ santi, deliberò la sua pessima fantasia mandar ad effetto, seguendo in ciò il volgato verso de poeta:


Da che banda arricchisca nessun cerca:

ricchezza in ogni modo aver bisogna.


Determinatosi adunque essequire il suo pensiero, ebbe mezzo di trovar un abito di diavolo infernale, che a Parigi fece far il piú orribile e spaventoso che fu possibile, con un abbigliamento da capo che aveva duo gran corna, e una maschera sí contrafatta e tutta brutta, minaccevole e fiera, che averia fatto paura al piú animoso e sicuro uomo di tutta la Francia. Avuti questi abbigliamenti, partí da Parigi e tornò a Laone. Si vestí una notte da diavolo ed empí le corna di fuoco artificiato, e per la via del tetto passò da la sua casa a quella del suo vicino, e per un finestrone, che era in mezzo del tetto per dar lume al solaro, sotto esso tetto entrò dentro. Era quivi a caso stata messa una botte vecchia per riporvi dentro de la cenere. Il buon canonico cominciò per la prima a volgere e rivolger la botte sovra il solaro, facendo il maggior romore del mondo, ché tutti quelli di casa, a lo strepito che la raggirata botte faceva, dal sonno si destarono. [p. 186 modifica]Levossi una fantesca e, accesa la lucerna, montò le scale e andò di sopra per vedere onde quei strepiti nascessero. Il canonico, che stava a la vedetta, come la fante fu di sopra, cosí saltabellando faceva un abissar grandissimo e suffolava fieramente, mandando fuori da le corna, da le lunghe orecchie e da altri luoghi de la diabolica maschera fiammelle di fuoco con fumi che putivano fieramente. A cosí orrendo spettacolo la timida fante, spaventata, con la maggior fretta corse giú da la scala, che non si dá la fava la notte e ’l giorno dei morti. E non potendo a pena favellare, disse pure al padrone che aveva veduto il diavolo. Egli, credendo che la fante non fosse in cervello, salí in alto e vide tutto ciò che quella detto aveva, e spaventato sopra modo, fu per isvenire e vie piú che di galoppo smontò la scala. Durò questa festa molti dí, tuttavia entrando per lo spiraglio del tetto ed uscendo messer lo canonico a suo piacere. Si divolgò il fatto per la villa e si cominciarono a dire di molte ciance. Chi diceva una cosa e chi un’altra. Dicevano alcuni cotali visioni diaboliche apparire perché altre volte una femina sovra quel solaro s’era da se stessa per la gola impiccata. Altri affermavano sentirsi quei romori perché un fratello del padrone de la casa, che era morto, aveva fatto voto d’andar a visitare San Clodo e non v’era ito, e meno aveva sodisfatto ad un altro voto d’andare a Monte San Michele nel paese di Bertagna. E cosí diversi diversamente parlavano. Fu fatto venire il parrocchiano a benedire con acqua santa la casa. Né gli bastò d’averla benedetta il giorno, ché, essendo la notte restato col suo chierico in casa, come sentí il romore, fatta prender la croce e l’acqua santa, volle salir di sopra. Ma tosto si pentí, perché veggendo cosí orrendo e spaventoso mostro, gettata in terra la croce e l’aspersorio, se ne volò furiosamente a basso. Ora, veggendo il padrone a nessun modo tanta seccaggine di romori cessare, deliberò trovar un’altra casa e vender quella; onde la fece offerire al canonico. Egli, che vedeva il suo avviso riuscirgli a pennello, se ne mostrò svogliato, dicendo che piú non ne aveva bisogno. E per la fama che era sparsa quella casa esser divenuta una spelonca di spiriti, non ci era persona che comprare la volesse, né anco accettar in dono. A la fine mostrò il canonico per compassione volerla comprare, e l’ebbe per la metá meno di quello che buonamente valeva. Avvenne un dí che, lamentandosi uno col canonico, che piativa e non poteva venir a capo de la lite, narrò la materia de la sua lite ad esso canonico. A cui egli disse: – Amico mio, tu non sai litigare. Io so fare i fatti miei senza tanti processi. – E non considerando [p. 187 modifica]ciò che potesse avvenire, li narrò il modo col quale aveva ottenuta la casa del suo vicino. Il fatto, non so come, fu sentito dal padrone che la casa per téma degli spiriti aveva venduta, e fu da lui ad un suo avvocato esposto; di modo che la lite fu dedutta al parlamento di Parigi. In somma, per non vi tener piú in lungo, messer lo canonico, provato il suo delitto, fu preso e, senza aspettar tormenti, il tutto come era seguíto confessò. Fu giudicato che la casa tornasse in poter del primo padrone senza che restituisse gli aúti danari, e che il povero canonico fosse incarcerato e restasse prigione perpetuamente, con digiunare tre volte ogni settimana in pane ed acqua senza altro cibo. E cosí la sua malvagitá a misero fine miseramente lo condusse; ed appresso la malvagitá, l’essersi gloriato d’aver fatta la beffa al vicino de la casa fu l’ultima sua rovina. Si deve ciascuno guardare di non commetter misfatto alcuno, e poi che l’ha commesso, non lo publicare: perché per l’ordinario il troppo cicalare suole spesso esser di nocumento; ma il tacere, ove è il bisogno, fu sempre lodevol cosa.


Il Bandello al magnifico messer
Francesco Poggio lucchese


Fu dal nostro signore Iddio, dopo la creazione del mondo e di tutto ciò che in esso si contiene, creato l’uomo di terra, e de la sua costa fece Iddio la donna per compagna de l’uomo, e nel paradiso terrestre per modo matrimoniale fu tra lor dui celebrato il santo matrimonio. Il che ci dimostra, se noi non siamo piú che cechi, esser questo sagramento di molta eccellenza e grandissimo mistero. Ma perché io mi son messo a scrivervi, non per volervi esporre la Scrittura, ma per narrarvi un miserabil caso avvenuto tra marito e moglie, e forse causato per diffetto del marito, mi pare non disdicevole che io alquante parole dica d’alcune cose che deverebbe ogni buon marito usare con la moglie. E perché la prima cosa che deve esser tra il marito e la moglie io mi fo a credere che debbia esser l’unione e la tranquilla pace, deve il marito non esser ferino né aspro ne la conversazion sua in casa, perché se vorrá con fatti e con parole