Novelle d'ambo i sessi/a Emilio Treves

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a Emilio Treves

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Novelle d'ambo i sessi Il topo di biblioteca

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a EMILIO TREVES.

Gentilissimo signor Emilio, non è mia la colpa se vedo ancora la di lei imagine davanti a me; e conceda che io la chiami ancora così, signor Emilio, come del resto tutti la chiamavano nello Stabilimento; chè ella diceva che il titolo di commendatore le serviva soltanto per quando andava all’albergo.

Ella non può credere lo stupore che mi colse quel pomeriggio del 30 gennaio 1916, quando nel cortile della sua casa di via Brera, n. 21, vidi la piccola bara che racchiudeva il grande editore.

Era tutta coperta di viole.

Ella, nella vivacità del suo spirito, pure a ottantadue anni, tante cose disegnava per il domani; fuor che la morte. Ed essa è venuta! Ma può darsi anche che la morte sia una cosa che riguardi gli interessi privati della natura, non noi; ed è per questa supposizione — chi ne sa nulla? — che mi par di ragionare con lei, come se lei fosse ancora in vita. Ed ecco, veda che mi pare di sentire la sua parola che ripete: [p. vi modifica]“Voi fate sempre troppa filosofia„. Eppure. signor Emilio, la filosofia è, per ogni setta di filosofi, niente altro che la ricerca di Dio.

“Sì, ma voi credete che al pubblico questa cosa interessi?„ E rideva.

Chi può dimenticare i suoi formidabili scoppi di amabile scetticismo che non ammettevano rèplica?

Proseguiamo allora. Dunque attorno alla sua bara c’erano tutti quelli della sua Casa in sincera afflizione. E gli operai, idem; perchè essi sapevano che lei era stato un grande lavoratore. Poi c’era tutta la letteratura, quella combattente. C’erano i suoi autori, c’erano gli autori degli altri, c’erano tutti gli editori, perchè tutti le volevano bene, anche quelli che dicevano male di lei. Non mi sembra che ci fossero rappresentanze della letteratura d’archivio, forse perchè lei diceva che era l’editore dei vivi, e non dei morti.

Comunque, il funerale si svolse per le vie che conducono al Monumentale, assai composto, come tutti i grandi funerali a Milano; eppure a me pareva che pel corteo si diffondesse come un’onda di bohème. Chi sa perchè? forse perchè rivedevo la sua giovanile, irrequieta letizia ogni qual volta le pareva di scoprire in un manoscritto le cellule vitali dell’arte? o forse perchè presso di me camminava quell’errabonda Sibilla; e più avanti, sopra te, la testa di Raffaello [p. vii modifica]Barbiera, argèntea, chiomata, mi ricordava gli ultimi romantici? o fors’anche per quella bara, in quel pomeriggio cinereo, coperta del dolce fiore della giovinezza? o fors’anche per un’insurrezione di fantasmi: Serra, giovane, morto combattente Slataper, giovane, morto combattente, D’Annunzio lungi, nel combattimento?

I nostri cavalieri d’Italia, signor Emilio; i nostri gentiluomini, sono essi sorti da questa, o negletta o oltraggiata, modesta borghesia italiana!

Ahimè, signor Emilio, le varie nostre plebi (e non d’Italia soltanto) hanno succhiato troppo latte alle molteplici mammelle del materialismo teutonico per potere sperare piena vittoria!

E si ricorda, signor Emilio, quel giorno, nel suo studio così ben riscaldato (l’Italia non era ancor entrata nel conflitto), che ella mi additava la Revue des Deux Mondes, ove erano elencate documento le prime atrocità teutoniche?

Il suo volto esprimeva — non so bene — se più terrore o stupore. Ricordo che io sorrisi. Effetto di buona filosofia, signor Emilio! Sostanzialmente lei stupiva come nel mondo potessero convivere tutti gli aggeggi del comfort e dell’elettricità — di cui era ricco il salotto — con sìmili orrori.

Sorrisi, perchè io mai riposi la mia fede nel comfort e nell’elettricità. Che cosa è la scienza, da sola? Anche atrocità. [p. viii modifica]

Ma poi la sua innata serenità riprese il sopravvento, dicendo: “Torniamo ancora a lavorare„.

Ebbene, torniamo ancora a lavorare, signor Emilio. Ora la sua Casa continua a lavorare, io continuo a lavorare, come ne è prova questo volume. Il quale mi piace intitolare al suo nome, sciogliendo così un vecchio obbligo di riconoscenza; non per le percentuali, ma, sinceramente, perchè devo a lei e ai suoi conforti se io fra tanti silenzi e commiati, e per tanti anni, ebbi fede in questo genere di lavoro che si fa con la penna e con l’inchiostro. Nel qual genere di lavoro a me sembra che sia venuta l’ora di sostituire alla gran toilette orchestrale della nostra prosa un po’ di semplicità che riveli come siam fatti, anche a costo di spiacere alle dame. Perciò signor Emilio, non me ne sappia male se in queste tormentate novelle troverà qualche nudità, qualche traccia di quella filosofia che si chiama humour o amarezza di riso, dicendo lei che il pubblico non ne capisce, o non ne vuol sapere. Lei ha ragione come editore; ma non le pare, signor Emilio, che il nostro allegro ottimismo ad ogni costo sia una forma di inerzia mentale? non crede lei, signor Emilio, che convenga mutar rotta?

Roma, li 25 novembre 1917.

Alfredo Panzini.