Novelle orientali/I. Avventure della figliuola di un Visir

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I. Avventure della figliuola di un Visir

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I. Avventure della figliuola di un Visir
Novelle orientali II. Crudeltà non più udita di un padre
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I.


Avventure della figliuola di un Visir.


Il reame di Kachemire era un tempo governato da un principe chiamato Aladino, il quale avea una figliuola che senza contraddizione veruna sarebbe stata la più perfetta bellezza dell’Oriente, se questa vittoria dalla figliuola di un Visir non le fosse stata contrastata. In tutto l’Oriente non si ragionava di altro, che delle attrattive di queste due principesse. Molti re, affidati alla fama che ne correa, si erano lasciati accendere di amore per loro, e già pensavano a richiederle in maritaggio. Difficilmente si potea stabilire qual delle due fosse la più compiuta; ma, o fosse prevenzione, o che la figliuola del Visir, meno superba e più umana della sua rivale, avesse presi gli animi della moltitudine, tutt’i partiti ed i voti erano a suo favore.

La figliuola del re, nel vedersi preferita Ghulnaz (che tal era il nome della figliuola del Visir), cadde in una malinconia e languidezza di morte. Il padre atterrito chiamò i medici a sè, i quali lo accertarono che il male della principessa derivava da qualche segreto dispiacere.

Il re fece strette instanze alla figliuola perchè gli manifestasse il cuor suo; e a fine che ella a ciò far s’inducesse, le si obbligò con solenne giuramento di acconsentire a qualunque domanda gli facesse, quando anche gliene fosse costata la metà del regno. La figliuola di Aladino non solo non avea cuore di scoprire a lui la sua vilissima invidia, ma avrebbe voluto celarla a sè stessa; pure, tocca da’ contrassegni di tenerezza che le dava il padre, e dal profondo [p. 202 modifica]dolore che in lui vedea, non potè durare più oltre, e gli confessò Ghulnaz essere la cagione della sua infermità, la quale non potea più cessare se la sua odiata rivale non fosse di là stata allontanata.

Aladino procurò di consolare la figliuola; e l’assicurò che fra poco tempo non avrebbe più udito parlare di colei ch’era cagione de’ suoi travagli. In fatti fece chiamare il ministro a sè, e gli disse: Visir, non senza mio dispiacere vi comando che vendiate la figliuola vostra: veggo io bene, quanto ciò all’animo vostro costerà; ma trattasi della vita della figliuola mia. Attendo da quel fervore che avete sempre dimostrato per me, questo sagrificio.

Il Visir, tutto intorbidato il cuore, stette alcun tempo in bilancia fra l’amore e l’ambizione; ma finalmente rimase superiore questa seconda passione, ed affogò le voci della natura. Gli rimase però tanto di vergogna, che non potè deliberarsi di esporre la figliuola agli occhi di tutti; onde per isfuggire tale obbrorio, immaginò di farla mettere in un cofano, e fatto venire un banditore a sè, gli parlò in tal guisa:

Venderai questo cofano quarantamila aspri; ma odi i patti: colui che ne farà l’acquisto, lo prenda senza vedere che vi è dentro. Il banditore fece dei tentativi per eseguire gli ordini del Visir, ma invano: la condizione posta al contratto facea allontanare quanti comperatori si presentavano. Un portatore di acqua, uomo giovane e più degli altri coraggioso, sospettò che vi fosse arcano, e si offerse a correre il rischio; onde, presa in prestanza la somma assegnata da un negoziante suo amico, la sborsò, ed arrecò il cofano a casa.

Chi potrebbe immaginare com’ei rimase maravigliato e lieto allorchè, aperto in fretta in fretta il cofano, vi trovò una fanciulla ch’era un incantesimo a vederla? Oh bella Hurì, le diss’egli, chè certamente tu sei una delle celesti Ninfe riserbate alla consolazione degli eletti nell’altro mondo; per quale strana avventura sei tu chiusa in questo cofano? La figliuola del Visir, che non volea darsi a conoscere, [p. 203 modifica]gli rispose: Tu vedi una infelice dalla mala sorte perseguitata: fortuna volle che io fossi tua schiava; io non mi querelo, e tu ritroverai in me tutta quella sommessione e quella fedeltà, di che sono a te debitrice.

Tali erano le bellezze e le attrattive di Ghulnaz, che il padrone di lei ne fu interamente preso, ed attonito rimase. Era costei una schiava, e ne potea disporre a sua volontà; ma egli avea, rispetto all’amore, una delicatezza di sentimento ch’era di molto superiore alla sua condizione. Se la sua felicità fosse stata conseguenza dell’autorità e della forza, gli sarebbe sembrata non intera, ed egli volea averne tutto l’obbligo all’amore. Prese adunque la risoluzione di restituire a Ghulnaz la libertà, e poscia stringersi a lei col vincolo di maritaggio, ma prima di dare esecuzione al partito preso, volle far prova di lei, per vedere s’ella era degna di quella sorte che a lei avea fra sè destinata. La condusse alla casa di sua madre, la quale dimorava in una piccola città discosta da Kachemire una giornata di cammino. Madre mia, le disse, ho certe intenzioni intorno a questa schiava da me ora affidata alla vostra attenzione: ammaestratela nel contegno, ed esaminatela s’ella è, come bella, anche saggia. Indi prese congedo dalla madre e da Ghulnaz, assicurandole che fra poco vi sarebbe ritornato.

La bella schiava in breve tempo si acquistò l’animo di colei che avea posto al mondo il suo padrone: quella sua dolcezza, quella compiacenza in ogni cosa tanto le piacquero, che cominciò fra poco ad amarla come se fosse stata sua figliuola. La buona femmina che facea vita povera e stentata, avea sempre comportato ogni cosa pazientemente; ma dappoichè vivea con Ghulnaz, non si può dire quanto si mortificasse di vederla a parte della sua miseria, e desiderava ricchezze per farle una fortuna più degna della sua virtù.

Dal lato suo l’amabilissima fanciulla, tocca il cuore dalla infelice condizione di colei che le dava [p. 204 modifica]manifeste prove di tanta bontà, procurò di sollevarla; e datole lui diamante da lei celato quando il suo barbaro padre l’avea nel cofano serrata, ordinò alla vecchia che lo vendesse pel prezzo di duemila zecchini. Essendo il diamante bellissimo, la vecchia ritrovò in pochi momenti comperatore, e tutta lieta ritornò a colei, a cui dava ella il nome di cara figliuola.

Ghulnaz prese a fitto per sè e per la compagna una casa più agiata e spaziosa, e con puliti mobili la fe’ guernire: e già cominciava a consolarsi delle sue disavventure e ad accordare l’animo alla condizione in cui si ritrovava, quando altre nuove calamità la rendettero più degna di compassione di quel che prima fosse. Quantunque facesse una vita la più solitaria del mondo, e andasse fuori assai di rado e sempre colla faccia velata, la fama della sua bellezza si disperse per la città in cui vivea, ed un giovane ne divenne perdutamente innamorato, sicchè ebbe ardimento di palesarle il suo amore. Ma non essendo riuscita a codesto sfacciato la cosa com’egli avrebbe voluto, tanto ne prese sdegno, che l’amore si cangiò in odio, per modo che deliberò di far vendetta di colei che non facea conto del suo amore. Andò alla volta di Kachemire, e riconosciutosi col portatore di acqua: Quanta, egli disse, ho compassione di te, che mentre tu allevi con attenzione una ingrata, e se’ qui abbattuto dagli stenti, ella nuota in una colpevole abbondanza, procacciatasi dalle sue brighe con gli amanti!

Il portatore di acqua montato sulle furie, senza punto esaminare se la nuova datagli avesse fondamento veruno, di là si partì per farne vendetta. La bellezza della casa in cui alloggiava la madre, la galanteria de’ mobili, ogni cosa gli conferma tradimento: entra. Ghulnaz che non sospettava di nulla, come colei ch’era del tutto innocente, levasi per andargli incontro: non le dà tempo; le si avventa e le immerge nel seno un pugnale che tenea sotto la veste celato; e vedendo che non cade al primo [p. 205 modifica]colpo, vuoi replicare il secondo; ma l’atterrita Ghulnaz lo sfugge, gittandosi dalla finestra.

Un Ebreo che per quella strada passava, vedendo una fanciulla nel suo sangue bagnata, l’alza di là, e in sua casa la conduce. Intanto la madre del portatore di acqua, la quale dimorava nella vicina stanza, era corsa allo strido di Ghulnaz. Vede il figliuolo col furore negli occhi dipinto, e col pugnale in mano tinto di sangue: Figliuolo mio, dice, contro a chi tanto sdegno? Ghulnaz dov’è? Risponde egli: Questo ferro in questo punto mi ha vendicato di una perfida che mi facea tradimento. Oimè, qual errore è il tuo! grida atterrita ed amaramente piangendo la vecchia: oh quante lagrime ti costerà! ingiustamente hai fatto morire la più amabile e virtuosa di quante fanciulle sono al mondo. Gli raccontò allora con quanta generosità Ghulnaz l’avesse cavata di miseria.

Il portatore di acqua si lasciò allora andare in preda al più vivo dolore: scese in istrada, credendo di trovare la sua cara Ghulnaz, ma era sparita; corse qua e là per la città tutta senza averne traccia.

Intanto l’Ebreo mandò per un cerusico, il quale, poichè ebbe con diligenza visitata la ferita della figliuola del Visir, affermò che non era mortale; nè s’ingannò, perchè in breve ricoverò salute e attrattive. Non potè l’Ebreo guardarnela con indifferenza, e le dichiarò la passione da uomo innamorato che volea essere ubbidito. Inorridì Ghulnaz del sovrastante pericolo, e vedendosi con tanta ristrettezza custodita, che non potea fuggire, deliberò di gittarsi in mare che bagnava le mura della casa dell’Ebreo, stimando la perdita della vita essere un nulla, purchè avesse potuto salvare il suo onore. Per porre ad esecuzione il pensiero era di necessità che l’amante si scostasse da lei; onde finse di consentire a quanto volea, ma prima volle che andasse al bagno a lavarsi.

L’Ebreo se ne andò. Ghulnaz apre la finestra e si lancia intrepida in mare. Tre fratelli che in que’ [p. 206 modifica]contorni pescavano, la veggono che si dibattea fra l’onde; e come coloro ch’erano attissimi nuotatori, la prendono alle vesti, la mettono nella loro barchetta, e vanno a proda di una prateria dall’altro lato della città.

La figliuola del Visir richiamata alla vita per diligenza de’ tre fratelli, si trovò esposta a pericolo più grave di quello che avea sfuggito. Vivissima fu l’impressione che la sua estrema bellezza fece ne’ tre fratelli: si accese fra loro grand’ira e quistione: ognuno la volea per sè. Erano per venire alle mani, quando il caso condusse vicino a loro un giovane a cavallo, che venne eletto per giudice; a’ quali, poich’egli ebbe inteso il fondamento della disputa, disse: La sola fortuna può dar termine alla quistione fra voi. Io scoccherò tre frecce da tre opposte parti; chi fra voi sarà il primo a ricogliere una delle frecce, sarà colui che possederà la giovane. Parve la proposizione così ragionevole a pescatori, che senza punto dubitarne l’accettarono. Il cavaliere tira l’arco, scocca l’una dietro all’altra le saette a tre diversi punti, ed i tre fratelli si spiccano in furia, con isperanza ognuno di essere il primo a giungere alla meta. Il cavaliere che dilungati gli vede, balza a terra, mette Ghulnaz in groppa, risale a cavallo, e di carriera sparisce via da’ pescatori e arriva al suo villaggio.

Volea il destino di Ghulnaz, ch’ella dovesse accendere di amore quanti la vedeano: appena ebbe il cavaliere posto il piè a terra, che le dichiarò la sua violenta passione. Ella, vedendo che non potea scansarsi dal nuovo assalto salvo che coll’accortezza, non diede indizio di sdegno, e paziente stette ad udire la sua dichiarazione, anzi mostrò che le piacesse; ma solamente lo scongiurò ad indugiare la sua felicità fino alla notte. Un nuovo pensiero, disse la figliuola del Visir, mi nasce, strano, è vero, ma che potrà giovare alla vostra ed alla mia tranquillità. Non c’è chi sappia ancora il mio arrivo in questo luogo; prestatemi uno de’ vostri abiti da uomo; date a credere che io sia uno de’ parenti vostri che [p. 207 modifica]ritorni da paesi lontani: non essendoci chi possa sospettare che io sia femmina, non avrete a temere di rivali. Il cavaliere fuori di sè per così bel trovato, le diede uno de’ vestiti suoi, del quale essendo ella vestita, gli disse: Ora voglio io farvi vedere a prova che io so fare da uomo, quale vi apparisco agli occhi, e che pochi uomini hanno la destrezza mia nel reggere un cavallo. Disse, e ad un tempo salta con leggerezza sul cavallo del cavaliere, gli fa far più caracolli qua e colà; e mentre ch’egli ne ammira il bel garbo, ella a poco a poco si allontana, dà di sprone al cavallo, lo mette alla carriera, e come lampo sparisce agli occhi del cavaliere che sembra statua. Il timore di essere inseguita la fece correre per tutto il restante del giorno e tutta la notte, senza sapere per qual via andasse.

I primi raggi del sole che toccarono l’orizzonte, le fecero scoprire una gran città, verso la quale, non sapendo che farsi, rivolse i passi. Non si può dire quanta fosse la sua maraviglia a vedere che gli abitatori di quella venivano a riscontrarla, dicendole: Morto è il re nostro stanotte, e non avendo egli lasciato erede del suo trono, e perciò temendo di una guerra civile, ordinò col suo testamento che vi si mettesse a sedere quel primo che fosse trovato all’apertura delle porte della città. Ghulnaz accolse con aria ad un tratto maestosa ed affabile gli omaggi de’ suoi nuovi sudditi che non si sognavano punto nè poco di credere lei donna. Passò per le vie fra le acclamazioni del popolo, e andò a prendere possesso del palagio ch’era l’ordinaria dimora dei re di quella nazione.

Ritrovatasi ella sul trono, cominciò ad impiegare tutta sè nel reggere lo Stato. Elesse visiri pieni di lumi e d’integrità, e principalissima cura avea che fosse fatta giustizia ad ognuno. Ammiravano i sudditi la prudenza del suo governo, e benedicevano la sorte che avesse loro fatto ritrovare un re più occupato della felicità loro, che della sua propria.

Avea la bella Ghulnaz per qualche tempo tenuto [p. 208 modifica]il regno, quando fece rizzare una fontana magnifica alle porte della città, e quando fu compiuta, fece fare il suo ritratto; ma senza manifestare al pittore le ragioni che avea particolari segrete, volle essere figurata in vestimento di reina. Il ritratto venne allogato in sulla cima della fontana, e certe spie collocate in alcuni luoghi, ebbero commissione di condurle innanzi tutti coloro che considerando quel ritratto avessero gittato qualche sospiro o manifesto sentimento di dolore.

Intanto il portatore di acqua non potea confortarsi dell’amata schiava da lui perduta, e andava trascorrendo qua e colà per le città tutte, sperando di scoprirne qualche traccia. Giunto un dì a questa fontana, appena gli corse agli occhi le sembianze dell’amata donna che gli era sempre nel cuore, che gittò un profondo sospiro. I soldati lo presero in sul fatto e lo condussero innanzi a Ghulnaz, da lui in quella mentita veste da uomo non conosciuta, la quale con faccia sdegnosa gli comandò che dicesse qual cagione mosso l’avesse a versar lagrime alla vista del ritratto collocato sulla fontana. Egli tremando da capo a piedi le narrò le sue disgrazie, e Ghulnaz lo fece chiudere in prigione.

Guidò il caso di là a qualche tempo i tre fratelli pescatori alla stessa fontana: riconobbero nel ritratto colei che aveano salvata dal naufragio; a tal vista la male estinta fiamma si riaccese, nè fu possibile che non sospirassero. Vennero anch’essi condotti davanti a Ghulnaz, la quale, dappoichè ebbe fatte loro le stesse domande che al portatore di acqua, ne gli mandò parimente in prigione. Il Cavaliere e l’Ebreo giunsero anch’essi alla stessa fontana, e avendo palesata la stessa tenerezza, soggiacquero alla medesima sorte.

Quando si trovarono tutti raccolti, la figliuola del Visir volle che le fossero condotti innanzi. Se quella persona ch’è oggetto de’ vostri desiderj e della vostra passione, vi comparisse ora qui agli occhi, disse tutta commossa nell’animo, la riconoscereste voi? [p. 209 modifica]Non sì tosto ebbe queste parole proferite, che spiccandosi il regio mantello, si fece vedere col suo vero vestito di femmina. Tutti e sei le caddero alle ginocchia, e le domandarono pietà e perdono di quell’eccesso, a cui un violentissimo amore gli avea tratti. La figliuola del Visir, buona ed umana, gli rilevò, e prendendo il portatore di acqua alla mano, lo fece seco sedere sul trono, e lo fe’ vestire degli ornamenti reali. Raunando finalmente i grandi del regno, narrò la sua storia, e gli pregò che riconoscessero per loro re colui ch’era già stato suo padrone. Di là a pochi dì lo prese per marito, e furono fatte le nozze solenni e veramente reali. L’ebreo, i tre fratelli pescatori ed il cavaliere vennero rimandati a’ paesi loro carichi di ricchezze, i quali, per quanto fossero belle e grandi, non poterono mai di cotanta perdita racconfortarsi.