Novellette e racconti/LXXXI. Il Bevitore, o sia regola per dar giudizio di altrui

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LXXXI. Il Bevitore, o sia regola per dar giudizio di altrui

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LXXXI. Il Bevitore, o sia regola per dar giudizio di altrui
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LXXXI.


Il Bevitore, o sia regola per dar giudizio di altrui.


Quo me, Bacche, rapis tui Plenum?



Dove pieno di te, Bacco, mi traggi?


Sarà uno nella sua stanza cheto, solitario; penserà, leggerà, scriverà, o farà qualche altra opera onorata; uscirà di casa, anderà un poco intorno a ricrearsi all’aria; saluterà due o tre amici, perchè pochi più nè avrà voluti, sapendo che di rado se ne trova anche uno che vero sia, e appresso rientrerà come prima a fare i fatti suoi. Che uccellaccio è questo? diranno alcuni: non è possibile che un uomo sia fatto a questo modo. — Si comincia ad interpretare ogni suo atto, ogni parola. Sapete voi che ha voluto dire quando alzò le spalle: Quello che significò quell’occhiata e quella parola tronca ch’egli ha proferita? — Sicchè il pover’uomo, senza punto avvedersene, ha dietro il notajo e lo strolago, e chi nota, chi indovina, chi fa comenti alla sua lingua e a quante membra egli ha indosso. Volete voi più? Tanti sono i sospetti del fatto suo, ch’egli avrà fatto [p. 169 modifica]nell’opinione di alcuni quello che non ha fatto mai, o che non avrà sognato di fare. Le cose di questo mondo sono come una matassa di filo; chi non sa trovarne il capo, la lasci stare, perché s’impiglierà sempre più. A me pare che quando si ode a raccontare qualcosa di uno, si dovesse prendere questa matassa, metterla sull’arcolajo, come fanno le femmine appunto del filo; sciogliere con accortezza il primo nodo, o preso il bandolo in mano, cominciar a dipanare con diligenza, e secondo che si trovano gl’intrighi e i viluppi, tentare se col candore dell’animo e con la verità si possono sciogliere. Se non si può, buttisi via la matassa; ma quasi sempre credo che si potrebbe, chi non corresse troppo in furia, per volontà d’ingarbugliare piuttosto che di snodare. Questa usanza è quasi comune. Benchè la logica insegni in qual forma si abbia a fare per venir in chiaro di certe faccende incredibili o inviluppate, pochi se ne vagliono, menasi il bastone alla cieca, e suo danno a cui tocca. Quando il capo è principalmente alterato da’ sospetti o dal mal volere contro una persona, si può dire che questa sia una specie di ubbriachezza, per la cui forza l’uomo non vede; nè sa più quello che si dica o faccia, e appena conosce più sè medesimo, come è avvenuto a questi giorni in un luogo poco lunge di qua di un certo uomo, di cui si narra la seguente novella.

Costui, di ch’io parlo, è un uomo che ha per nemico mortale ogni pensiero, e in vita sua ha avuto questa opinione, che il fuggire la fatica sia il fondamento della sanità e quel bene a cui si deve rivolgere ogn’intelletto. I passatempi e gli spassi sono sempre stati l’anima sua, e fra gli altri quello del bere gli è paruto sempre il superlativo grado di tutti. Vogliono però dire alcuni che lo conoscono, che tanto ha impacciato il capo di pensieri chi si prende briga della sua famiglia, quanto chi esce fuori di sè pel soverchio bere; perché egli fu veduto più volte in grandissimi sospetti per la nimicizia di [p. 170 modifica]una colonna o di un albero; e talora fu udito a bestemmiare altamente di notte in una larghissima strada contro alla poca avvertenza di chi avea edificate le case, e lasciato appena spazio da camminarvi nel mezzo; e non avvedendosi punto che il suo andare come i baleni gli facea scorrere le ginocchia per fianco, e dar del petto o di una spalla in una muraglia ora a levante, ora a ponente. Ma sia come si vuole, poche sere sono ch’egli andò a casa sua concio come un Arlotto, tanto che, dalle doghe e da’ cerchi in fuori, egli avea in corpo tutto quello che può avere un barile. La moglie sua, che sa l’umore del compagno, senza punto favellare gli va incontro col lume; egli si arrampica e fa le scale, e giunto alla sua stanza fa riporre la candela sopra un armadio. Era di sopra ad esso armadio appiccato uno specchio, al quale avendo per avventura l’uomo dabbene alzati gli occhi, non ricordandosi più l’effetto degli specchi, gli parve che l’immagine sua propria, rendutagli dal cristallo, fosse un forestiere entratogli in casa per rubare o per altro. Ma come quegli che per natura fugge i pensieri e le brighe, non incominciò così al primo tratto dal furore, anzi facendogli buon viso, gli domandava che chiedesse in casa sua, e s’egli potesse in qualche conto fargli cosa grata. Poscia rizzava gli orecchi per udire la risposta: e quegli mutolo. Rifatto il giuoco da due volte in su, crescendogli sempre più i sospetti, e lasciate da parte le cerimonie, gli prese a dire all’incontro che a quell’ora non andavano gli uomini dabbene per le case altrui non chiamati, e che oggimai deliberasse di uscire di là, perchè egli altrimenti ne l’avrebbe balzato dalla finestra: e quegli saldo. La moglie, vedendolo imbizzarrire, volea pure dargli ad intendere che quella era l’immagine sua veduta nello specchio; ma poco mancò che non le spezzasse il capo. Che specchio o non specchio? diceva egli, che vorrestu darmi ora ad intendere? Io so come siete fatte voi altre donne. E che sì, che costui ci sarà venuto?. . . Quant’è ch’egli è [p. 171 modifica]qui? Dappoichè ci siete voi, rispose la femmina. Fuori di qua, gaglioffo, escimi di casa, gridò il marito, rivolto di nuovo allo specchio; ch’egli si vorrebbe ora darmi ad intendere che tu non fossi tu, ma io, perchè la cosa paresse legittimo matrimonio. Ma veggo io bene che tu se’ tu e non io, perch’io non mi farei quel mal viso che tu mi fai, nè mi guarderei con quegli occhi stralunati, nè con quella collera con cui tu mi guardi. E così dicendo, acceso di rabbia, prende un bastone e croscia a braccia aperte, tanto che lo specchio cadde in tritura, e il forestiere se ne andò a’ fatti suoi. E se non era che la fatica durata gli avea sì tolto le forze, che fu tratto in terra dal peso del bastone e dormì sullo smalto fino alla mattina, tal era il sospetto entratogli in capo della moglie, ch’egli avrebbe fatto a lei come allo specchio.

Se il vino non avesse occupato il cervello, egli avrebbe potuto intendere che quello era uno specchio; ed ecco terminata ogni cosa. Ma quando l’uomo si è fondato sopra un principio falso, il suo ragionare dietro a quello, benchè sia falso, può parere diritto. La moglie è sola in casa, è tardi, ci trovo un uomo non conosciuto, che non mi risponde, non si scusa, va in collera meco; qual conseguenza se ne ha da trarre? L’ebbro ha ragione; il male sta nello specchio. Così avviene di tutti gli altri sospetti. E a un dipresso, chi esaminasse la verità delle cose, troverebbe che il principio è specchio, cioè vanità e apparenza. Ma intanto questa disamina ci lascia indietro, si dice male, chi ode noi non disode, e prima che il buon cristiano, il quale viene incolpato, mostri qual sia la verità, passano gli anni. Io dico all’incontro del proverbio che suol dire: La bugia ha corte le gambe. A me pare che la zoppa sia la verità, e che l’altra corra come un cane da lepri, e che l’abbia anche fiato da correre lungo tempo.