ONU - 20 settembre 2006, Intervento del Presidente del Consiglio alla 61ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite

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Romano Prodi

2006 I Discorsi Intervento del Presidente del Consiglio alla 61ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite Intestazione 1 maggio 2008 75% Generale

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Signora Presidente,

Le estendo le mie congratulazioni per la Sua elezione a Presidente di questa 61^ Assemblea Generale. La Sua esperienza negli affari internazionali è la migliore garanzia per il successo del suo mandato. Al contempo esprimo al suo predecessore, Jan Elisson, un sincero ringraziamento per aver presieduto con efficacia ed equilibrio la 60^ Assemblea Generale.

Un ringraziamento particolare va a Kofi Annan, per aver dedicato la sua vita a questa Organizzazione, in particolare negli ultimi dieci anni come Segretario Generale, per averla condotta attraverso sfide difficili e per aver posto le basi della sua riforma.


Grazie Kofi!


Signore e Signori,


Proprio in questa città, l’11 settembre di cinque anni fa, abbiamo drammaticamente scoperto quanto il mondo sia diventato pericoloso. Quel giorno abbiamo compreso che il nuovo Millennio avrebbe portato minacce imprevedibili e complesse. Minacce globali - che vanno oltre i confini statuali - all’interno dei quali diventa illusorio cercare protezione. Minacce asimmetriche, che gli strumenti finora usati per la soluzione dei conflitti non riescono a contrastare efficacemente.

Terrorismo ed armi di distruzione di massa hanno alterato la società tradizionale e i suoi valori. Hanno reso obsoleti i sistemi di difesa e sicurezza collettiva basati sulla deterrenza. Le vecchie soluzioni ai problemi del mondo – le logiche degli equilibri e delle egemonie – non bastano più a garantire stabilità e sicurezza.

Queste nuove minacce si aggiungono ai conflitti regionali in Medio Oriente, in Asia ed in Africa, alle pandemie, ai problemi dello sviluppo e del divario Nord-Sud, a quelli dei diritti umani, delle migrazioni di massa, dell’energia e dell’ambiente. Fenomeni anch’essi irrisolvibili senza una collettiva assunzione di responsabilità.

Se si vuole governare questi fenomeni, occorre portarsi all’altezza delle loro dimensioni. Nessun paese, per quanto forte e potente può affrontare da solo sfide così complesse. Le minacce globali richiedono risposte globali. Il che vuole dire, in ultima analisi, partnership collettive.

Avere scelto come tema di questa 61ma Assemblea Generale - “Implementing a global partnership for development” – è quindi particolarmente appropriato. Senza un’azione corale – da parte dei paesi del Nord e Sud del pianeta, delle organizzazioni e istituzioni internazionali, del settore pubblico e privato, delle società civili – non è possibile raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo.


Prima di ogni altra cosa è quindi necessario un forte rilancio del multilateralismo, che vuol dire soprattutto ridare centralità alle Nazioni Unite, ed al loro ruolo fondamentale.

La recente esperienza libanese e il rafforzamento della missione UNIFIL sono un esempio di come le Nazioni Unite possano tornare a essere di cruciale importanza nella soluzione delle controversie internazionali. Sono soprattutto la dimostrazione – e questo è un punto fondamentale - che se i suoi attori vogliono conferire all’ONU un ruolo forte e centrale, l’Organizzazione è in grado di assolverlo.

In Libano siamo ancora all’inizio e molto resta da fare. Sarebbe sbagliato sottovalutare i rischi di questa missione. Dobbiamo però essere soddisfatti di come le Nazioni Unite, i suoi Stati membri e, permettetemi di aggiungerlo, l’Europa abbiano affrontato una situazione che appena due mesi fa rischiava di sfuggire di mano e che oggi presenta una serie di opportunità per l’intera regione mediorientale.

Dobbiamo essere soddisfatti per aver messo in piedi una missione rappresentativa dell’intera comunità internazionale, espressione tangibile proprio di quella global partnership di cui discutiamo qui oggi. Perché se è vero che l’Europa fornisce l’ossatura dell’UNIFIL, essa non potrebbe lavorare efficacemente senza i contributi della Cina, dell’India, dell’Indonesia, della Malesia, della Russia, della Turchia e dei tanti altri paesi extra-europei che ne fanno parte.

La domanda a questo punto è: cosa ci occorre per proseguire l’opera appena iniziata in Libano? Più in generale e guardando alle crisi ed emergenze che ci circondano: di cosa avrebbero bisogno le Nazioni Unite per poter assolvere al meglio ai principi della Carta.

Alle Nazioni Unite servono due cose:

- Il rapido completamento della riforma in grado di renderle più efficaci;

- il sostegno, forte e incondizionato, dei propri membri.


Sulla riforma, l’anno scorso, dopo un serrato negoziato, si è trovato un momento di sintesi. Si è riusciti a porre le prime basi per un ruolo più incisivo delle Nazioni Unite al servizio della comunità internazionale.

La Commissione per il Consolidamento della Pace è un primo risultato di grande valore perché evidenzia il legame indissolubile fra sviluppo, sicurezza e diritti umani.

Ed è proprio ai diritti umani che deve dedicarsi qualsiasi paese voglia dare una forte connotazione etica alla propria politica estera, privilegiando in modo prioritario la loro tutela. Il risultato cui la riforma e’ pervenuta su questo punto, con la costituzione del nuovo Consiglio dei Diritti Umani, è ancora sotto esame.

Altro risultato significativo è l’affermazione del principio della responsabilità di proteggere, in modo che la comunità internazionale non rimanga più indifferente dinanzi ai genocidi.

Ma è sull’Assemblea Generale e sul Consiglio di Sicurezza che occorre focalizzare l’attenzione:

o restituendo centralità all’Assemblea Generale quale principale organo deliberativo, rappresentativo e di policy making delle Nazioni Unite;

o realizzando un ulteriore sforzo nella riforma del Consiglio di Sicurezza, sia per quanto riguarda i metodi di lavoro, sia nella sua composizione.

Nella situazione attuale, abbiamo quindi bisogno che i Paesi membri diano un segnale politico forte, in grado di far voltar pagina e aprire la via a un approccio innovativo.

Occorre cioè passare a una fase negoziale, come non si è mai fatto sin qui. Una fase in cui, invece di tentare di imporre posizioni e modelli, si riesca ad avviare un vero e proprio confronto, con l’obiettivo di giungere a soluzioni non divisive ma in grado di raccogliere il più ampio consenso. Con un’unica avvertenza: quella che tutto è negoziabile salvo l’ownership di questa Organizzazione da parte degli Stati Membri, di tutti noi, una ownership che rappresenta il vero pilastro su cui si regge il multilateralismo dell’ONU.


Ma è anche attraverso un rafforzamento del ruolo dei suoi grandi “azionisti” regionali che sarà possibile restituire all’ONU forza e credibilità necessarie all’assolvimento della sua missione.

Penso in primo luogo all’Unione Europea, perché se l’Europa e più forte, diventano più forti le Nazioni Unite.

Il mondo e le Nazioni Unite non hanno bisogno di un’Europa che esita, ma di un’Europa in grado di fare la propria parte nelle sfide che ci attendono. L’Europa, per parte sua, deve divenire sempre più consapevole che solo contribuendo alla soluzione delle tensioni globali potrà dare maggior sicurezza e benessere ai propri cittadini.

Le condizioni per svolgere questo ruolo ci sono: 25 Paesi con oltre 450 milioni di persone che rappresentano 1/4 del PIL mondiale e che erogano ogni mese 500 milioni di Euro a favore di paesi terzi, sono numeri che fanno già dell’Unione Europea un attore globale. A questi numeri non corrisponde una pari capacità di incidere al di fuori dei propri confini.

Nei lavori di questa Assemblea e delle sue diverse Commissioni, l’Unione Europea sta diventando un attore fondamentale. In ogni dibattito, su qualsiasi risoluzione, la sua posizione rappresenta un punto di riferimento nella definizione dell’atteggiamento degli altri Gruppi Regionali.

L’obiettivo deve essere quello di acquisire un’analoga capacità in Consiglio di Sicurezza. Sarà un processo lento, che dovrà tener conto di resistenze e retaggi duri a morire, ma che va perseguito con determinazione. Solo se sarà in grado di influire più incisivamente sui temi della pace e della sicurezza l’Unione Europa potrà considerarsi attore globale.

Le tragedie balcaniche agli inizi degli anni Novanta sono il risultato di un’Europa assente. Ma quando c’è e quando è unita, l’Europa può fare la differenza. Lo stiamo vedendo proprio nel caso della crisi libanese.

Durante la 61ma Assemblea Generale e nel corso del suo biennio in Consiglio di Sicurezza, l’Italia lavorerà in modo particolare per accrescere impegno e ruolo dell’Unione Europea nelle Nazioni Unite.


Questo nostro proposito mira proprio a rendere più efficace l’Organizzazione nelle aree e sui temi in cui, per storia e vocazione, essa può fornire maggior valore aggiunto.

La proliferazione delle armi di distruzione di massa, in particolare quelle nucleari, viene oggi messa soprattutto in relazione con il negoziato in corso con l’Iran. Ma noi abbiamo il dovere di guardare oltre e puntare – tutti insieme – a consolidare il regime generale di non proliferazione. A questo principio l’Italia intende ispirarsi una volta entrata in Consiglio di Sicurezza. Per quanto riguarda il dossier nucleare iraniano, siamo pronti a dare il nostro contributo per una soluzione negoziata che sia in grado di promuovere sicurezza e stabilità regionale.

In Medio Oriente – come ho ricordato prima - occorre saper cogliere le opportunità e i segnali di apertura che ci stanno giungendo, nella consapevolezza che non potrà esservi pace finché non sarà risolta la questione palestinese: uno stato palestinese indipendente, sovrano, vitale e contiguo, accanto a quello di Israele; entrambi entro confini sicuri e internazionalmente riconosciuti.

Le gravi crisi regionali non devono farci dimenticare l’Africa. Martoriata, in preda a crisi continue, più povera di quanto non fosse due decenni fa. La situazione nel Darfur è gravissima. Non possiamo restare a guardare, per il semplice fatto che non abbiamo più tempo. E’ necessario agire in fretta e lavorare per una progressiva assunzione di responsabilità delle Nazioni Unite, conformemente alle deliberazioni del Consiglio di Sicurezza. La situazione nel Corno d'Africa à anch’essa fonte di preoccupazione. Occorre anche qui un forte impegno del Consiglio di Sicurezza cui, a partire dal 1 gennaio 2007, daremo il nostro contributo anche sulla base dell’esperienza italiana nella regione.

Africa vuol dire soprattutto divario tra Nord e Sud del mondo, fenomeno all’origine di quasi tutti i mali che affliggono la nostra era. E’ soprattutto tale divario a determinare flussi migratori massicci, cui non possiamo sottrarci e che dobbiamo affrontare con realismo, responsabilità ed equilibrio, ma soprattutto con la solidarietà.

Nel Mediterraneo stiamo lavorando coi nostri partner per affrontare il problema dell’immigrazione proprio sulla base di questi principi: cercando di facilitare i flussi legali e contrastando quelli clandestini e chi ne trae profitto. Cercando di favorire l’integrazione nei nostri Paesi di quanti vi emigrano regolarmente pieni di speranze e con tanta voglia di fare.

Ma c’è un altro pericoloso divario che rischia di creare una profonda lacerazione nel mondo: mi riferisco a quello che qualche anno fa è stato definito scontro di civiltà e di religione tra mondo cristiano e mondo islamico. Mi rifiuto di pensare che esista tale scontro.

Esistono gli estremismi ed i fanatismi. Civiltà e religioni sono fatte per dialogare, per confrontarsi, per arricchirsi reciprocamente. Possiamo promuovere questo rapporto costruendo nuove politiche di vicinato con i paesi della riva sud del Mediterraneo, puntando a fare di questo mare il bacino della pace e della convivenza armonica tra le diverse civiltà.

Torno ora al tema centrale di questa sessione – la partnership globale per lo sviluppo – per essere molto chiaro su un punto: il rilancio del multilateralismo, la riforma delle Nazioni Unite, l’impegno collettivo nei vari teatri di crisi rischiano di non produrre alcun effetto durevole se non verrà data priorità ai temi dello Sviluppo.

E spetta proprio alle Nazioni Unite, motore e collante della solidarietà tra i popoli ed espressione più completa del multilateralismo, mantenere lo sviluppo al centro dell’agenda internazionale. E’ proprio nel collegamento tra sicurezza, solidarietà e sviluppo che risiede il valore aggiunto dell’ONU, nella piena consapevolezza che non c’è pace senza sviluppo e non c’è sviluppo senza pace.

Non è sufficiente enunciare da questo podio, come si fa ormai da 6 anni, gli obiettivi di sviluppo del Millennio. Dobbiamo metterci al lavoro e conseguirli. Cominciando con l’adottare le misure finanziarie, commerciali, tecnologiche e ambientali necessarie. Avendo di mira un obiettivo preciso, ambizioso, che risponde innanzi tutto a un dovere morale: quello di garantire un’esistenza dignitosa a ogni essere umano.


Signore e signori,

Vorrei concludere con qualche considerazione sui valori e i principi fondamentali che ispirano le nostre azioni quando ci occupiamo di multilateralismo, ricerca della pace, sicurezza, sviluppo, rapporti Nord-Sud.

Tutto culmina nella difesa della vita e nella lotta contro ogni forma di odio, violenza, discriminazione, marginalizzazione: valori irrinunciabili che, assieme ai principi democratici, sono alla base della convivenza tra i popoli e devono ispirare l’azione delle nazioni del mondo.

Ancora oggi purtroppo questi valori sono negati e calpestati. Come se gli orrori del passato non ci avessero insegnato nulla. Ma noi di fronte alla barbarie non possiamo restare a guardare, non possiamo restare indifferenti.

Noi siamo per la pace e la solidarietà. Contro la pena di morte, le ingiustizie, le sofferenze dell’essere umano. Dobbiamo ricordarcelo sempre, soprattutto alla vigilia delle scelte importanti. Ce lo chiedono coloro che si sono sacrificati per la pace, per una causa giusta, per un ideale; per difendere la libertà. Quella stessa libertà di cui in democrazia possiamo godere ogni giorno.

Questi sono i nostri ideali, questa è la nostra scelta, definitiva e irrinunciabile.

Vi ringrazio!