Odissea (Romagnoli)/Canto XVIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Canto XVIII

../Canto XVII ../Canto XIX IncludiIntestazione 1 luglio 2016 25% Da definire

Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto XVIII
Canto XVII Canto XIX

[p. 107 modifica]

     E sopraggiunse un pitocco che andava per Itaca in giro,
limosinando, famoso per rabida furia vorace
di rimpinzare la pancia di cibi e bevande. Né forza,
né possedeva coraggio, ma grande era e grosso a vederlo.
E si chiamava Arnèo: tal nome gli pose la madre
quand’egli nacque: ma Iro solevano i Proci chiamarlo,
ch’egli a portare ambasciate trottava ove tu gli dicessi.
Dunque, ed appena fu giunto, scacciar volle Ulisse di casa,
e l'affrontò con parole rissose: «Via, sgombera, o vecchio,
quella è la porta! Se no, per un pie’ ti ghermisco, ed io stesso
ti ci trascino. Non vedi? M’ammiccano tutti con gli occhi,
m’incitan ch’io ti trascini. Però mi vergogno di farlo.
Sfratta, se tu non vuoi contender, venire alle mani».
     E bieco lo guardò Ulisse, e cosí gli rispose:
«O galantuomo, niun male ti faccio o ti dico, né invidia
se chicchessia ti regala, ti porto, e se tu molto buschi.
C’è posto in questa casa per me e per te: né tu devi
invidiar l’altrui bene. Mi sembri anche tu mendicante,
come sono io, vagabondo: provvedano i Numi ad entrambi.

[p. 108 modifica]

Non provocarmi alla zuffa, ché, in ira salito, non debba,
pur Cosí vpcchio, di sangue le labbra cospargerti e il petto.
Certo! E domani sarei piú tranquillo: ché tu per un pezzo
non metteresti piú piede, credo io. nella casa d’Ulisse».
Irò accattone, montato su tutte le furie, rispose:
«Poveri noi, che mulino di chiacchiere è questo affamato!
Pare una sguattera vecchia! Ma penso di fargli un servizio,
ambe le guance scotendogli, tutti schizzandogli i denti
dalle mascelle, come d’un porco che strugge le biade.
Ora succingiti, e tutti ci osservino, mentre lottiamo:
come vuoi tu con un uomo piú giovin di te misurarti?»
Dinanzi all’alta porta, sovressa la lucida soglia,
cosi fra i due quest’aspra contesa d’ingiurie avvampava.
E se n’accorse Antinoo, sovrano mercè dei Celesti,
e tali detti volse, ridendo di gusto, ai compagni:
«Amici miei, tal bazza non mai ci toccò prima d’ora.
Qual mai dolce sollazzo quest’oggi ci mandano i Numi!
Il forestiero con Irò, venuti fra loro a contesa,
stanno per azzuffarsi. Su dunque, aizziamoli, svelti!».
Disse cosi. Tutti quanti s’alzarono in piedi ridendo,
e s’aggrupparono in giro dintorno ai cenciosi pitocchi.
E Cosí disse allora Antinoo, tíglio d’Eupito:
«Datemi retta, compagni magnanimi, a quello ch’io dico:
qui sopra il fuoco ci sono codeste pancette di capra:
d’adipe e sangue rempiute, poniamole sopra la mensa,
e chi dei due piú mostri vigore, e consegua il trionfo,
si faccia pure avanti, ne pigli finché glie ne basti,
e stia sempre a banchetto fra noi, d’ora innanzi; e permesso
non abbia altro pitocco, che dentro si cacci a piatire».
Queste parole Antinoo diceva; e assentivano tutti.

[p. 109 modifica]

E l’accortissimo Ulisse, con subdola mente rispose:
«Buoni signori, che un vecchio fiaccato dai guai si misuri
con uno assai piú fresco, possibil non è. Ma la fame
mi ci costringe, la trista, per farmi accoppare di busse.
Ma tutti voi, su dunque, prestatemi giuro solenne,
che per soccorrere Irò, nessuno la mano gagliarda
malvagiamente su me leverà per mettermi a terra».
Cosí diceva: e tutti giurarono come chiedeva.
E poi ch’ebber formato, prestato quel giuro solenne,
sorse fra loro, divino rampollo, Telemaco, e disse:
«Se il cuore, ospite, a te, pur basta, e lo spirito prode,
contro quest’uomo, niun altro tu devi temer degli Achivi:
ché se qualcun ti battesse, l’avrebbe da fare con molti.
E Antinoo con me lo promette, ed Euriraaco, entrambi
sovrani, entrambi saggi: la casa che t’ospita è mia».
Disse cosi: tutti quanti approvarono; e subito Ulisse
come una fascia i suoi stracci si cinse, a celar le vergogne;
e le sue cosce gagliarde si videro e grosse, e le polpe
larghe, ed i fianchi e le braccia massicce: ché Atena, venuta
presso al pastore di genti, le membra gli aveva ingrossate.
Tutti le gran meraviglie facevano i Proci a tal vista.
E l’un guardando l’altro, diceva ciascuno a! vicino:
«Irò a momenti è spacciato! S’è andato a cercare il malanno!
Vedi che reni, che lombi non ha sfoderato quel vecchio I»
Tanto dicevano. E ad Irò veniva già meno il coraggio.
Ma tuttavia lo fasciarono i servi, lo spinsero a forza,
pien di paura; e le polpe tremnvan per tutte le membra.
Ma, lo copriva Antinoo d’ingiurie, Cosí gli diceva:
«Mai non ci fossi, bove poltrone, venuto fra i piedi,
se devi stare a tremare, se tanta paura ti mette

[p. 110 modifica]

un uomo vecchio, oppresso dai guai che gli piombano addosso!
Ma ti prometto, e quanto prometto sara mantenuto,
che se costui risulta piú forte di te, se ti vince,
in fondo ad un battello ti gitto, e ti mando per mare
sino al tiranno Echèto, flagello del genere umano,
che ti reciderà col ferro le orecchie ed il naso,
ti strapperà le coglie, per darle a mangiare ai mastini».
Disse; e tanto piú quello tremava per ogni suo membro.
Lo trascinarono in mezzo; e in guardia si misero entrambi.
Ulisse allora, mente sagace, ondeggiava fra due:
se gli vibrasse un tal colpo da farlo piombare giú morto,
o se con meno furia, soltanto da stenderlo al suolo.
E riflettendo, questo gli parve pel meglio: vibrarlo
con meno furia, ché al colpo non riconoscessero Ulisse.
Dunque si misero in guardia: ed Irò colpi su la spalla
diritta: e Ulisse sotto I’orecchio, sul collo, e gli franse
l’ossa: la bocca fu subito nera, fu piena di sangue;
e giú con un gran mugghio piombò nella polvere, i denti
fuori schizzò, scalciando coi piedi la terra; ed i Proci,
alte levando le mani, crepavan dal ridere. Ulisse
lo trascinò per un piede traverso il vestibolo, giunse
fuori dell’uscio, nel portico; e qui, presso il muro di cinta
lo collocò, lo poggiò, tra le mani gli pose un bastone,
e la parola gli volse, dicendogli alate parole:
«Resta per ora qui seduto, ed i cani ed i porci
scaccia, e non fare il padrone degli ospiti e dei poverelli,
tristo che sei: se no ti potrà capitare di peggio».
Disse; e d" intorno al collo gli cinse l’immonda bisaccia
tutta rattoppi e sbrendoli, appesa a una cinghia di cuoio.
Poscia se ne tornò nella sala e si assise. Ed i Proci,

[p. 111 modifica]

III
come lo videro, a ridere, a dirgli parole di lode:
«Ospite, possa Giove concederti e gli altri Celesti
tutto ciò che tu brami, che grato riesce al tuo cuore r
che ci hai levato d’attorno quest’otre sfondato, che il tozzo
iva cercando per Itaca I E presto vogliamo spedirlo ’
per mare a Echèto re. flagello del genere umano».
Tanto dicevano. E Ulisse fu lieto di questo saluto.
Dinanzi un gran ventriglio di pecora Antinoo gli pose,
d’adipe colmo e di sangue. E Anfinomo, tolti due pani
dalla canestra, li pose vicino al ventriglio; e levando
alta la coppa d’oro, parole d’augurio gli volse:
«Ospite padre, salute! Nei giorni venturi t’arrida
felicità: che per ora, ti vedo fra un mondo di mali!»
E gli rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Proprio mi sembri, Anfinomo, pieno di senno: figliuolo
degno del babbo tuo, che tanto ne intesi dir bene:
Nisi di Dúlico, tanto dicevano, buono e opulento.
Tu sei suo figlio, dicono, e un uomo dabbene mi sembri.
E ti dirò per questo, se vuoi darmi ascolto e capirmi:
sopra la terra non v’ ha creatura piú grama dell’uomo,
fra quante van rependo sovr’essa, traendo il respiro.
Sin che i Celesti gli dànno fortuna, e si regge sui piedi,
pensa che mai non gli debba toccar nel futuro un malanno:
se poi qualche sciagura gli mandano i Numi beati,
a malincuore s’adatta, mal tollera l’animo i pesi.
Tale è I’umor delle genti che vivono sopra la terra,
sin che li tiene in vita degli uomini il padre e dei Numi.
Vivere anch’io fra la gente felice potevo, ed usai
la prepotenza, il sopruso, commisi molti atti malvagi,
nel padre mio, nei miei fratelli fidando. Per questo

[p. 112 modifica]

dico che nessun uomo dovrebbe mostrarsi malvagio,
bensí godersi il bene che i Numi gli mandano, in pace.
Ora veggio ’io, per esempio, i proci che ordiscono infamie,
consumano gli averi, rispetto non hanno alla sposa
d un uomo che, li dico, lontano dai suoi, dalla patria,
non resterà piú a lungo; ché anzi è vicino. Ma un Nume
te riconduca alla patria, che imbatter con lui non ti debba,
quando alla terra madre ritorno farà; ché giungendo
alla su» casa, farà giustizia dei proci anche Ulisse;
né, senza sangue sarà, per quanto credo io, la giustizia».
Disse cosi, tracannò quel vino piú dolce del miele,
quindi restituí la coppa al signore di genti.
E questi traversò la stanza col cuore in angoscia,
china tenendo la fronte: ché già presentiva il malanno.
Ma non potè neppur egli sfuggire alla morte; ché Atena
lo trascinò di Telemaco sotto le mani e la lancia.
Dunque, di nuovo ei sedè sul trono onde s’era levato.
E Atena allor, ch’à glauche le ciglia, a Penelope in mente,
alla figliuola scaltrissima d’Icaro, infuse l’idea
di presentarsi ai Proci, perché di piú ardore avvampasse
l’alma dei giovani, ed essa piú stima riscoter dovesse
e dallo sposo e dal figlio, di quanta già prima ne aveva.
Senza sapere perché, sorrise ella dunque, e si disse:
«Come non mai prima d’ora, Euiinome il cuore m’ispira
ch’io mi presenti ai Proci, per quanto li aborra; e a mio Tiglio
una parola vo’ dire che forse sarà per suo bene:
che troppo insieme ai Proci non resti: ché son quei superbi
pieni di belle parole, ma tramano dietro l’insidia».
A lei la dispensiera rispose con queste parole:
«Tutte le tue parole, figliuola, son giuste e opportune.

[p. 113 modifica]

Va dunque, di’, senza nulla tacer, ciò che devi, a tuo figlio.
Ma prima il viso tergi, d’unguenti le guance cospergi,
e non andar col volto Cosí tutto intriso di pianto.
Male non v’ha peggiore d’un lutto che duri perenne.
Già tuo figliuolo è negli anni che tu supplicavi ai Celesti
pur di vedere: gli ombra le guance la prima peluria».
E le rispose Cosí Penelope, scaltro pensiero:
«So che t’ispira interesse per me; ma non darmi il consiglio
ch’io mi deterga il viso, che m’unga di morbido unguento.
La mia bellezza i Numi che reggon l’Olimpo han distrutta
quel di che Ulisse lungi parti sui ricurvi navigli.
Ma fa chiamare, che vengano, Autònoe con Ippodamia,
che stiano presso a me nella sala: fra gli uomini andare
non posso io già da sola: ché a me lo divieta il riserbo».
Disse Cosí Penelope, e usci dalla stanza la vecchia,
e l’ambasciata alle ancelle, che presto venissero, fece.
Altro alior volse in mente la diva occhicerula Atena:
sopra la figlia d’Icaro effuse tranquillo sopore,
l’addormentò reclina, sovresso il gran seggio, le membra
abbandonate al riposo. Frattanto la Dea fra le Dee
doni le diede immortali, perchè l’ammirassero i Proci.
Prima sul viso bello cosparse l’unguento d’ambrosia
onde pur essa la Dea di Citerà dal serto vezzoso
s’asperge, quando va fra l’amabile stuol de le Grazie.
Quindi piú alta la rese, piú florida molto a vederla,
candida piú la rese d’avorio pur ora fenduto.
Quand’ebbe ciò compiuto, parti la divina signora,
e dalle stanze le ancelle giungean dalle candide braccia,
parlando ad alta voce, sicché, dal sopore riscossa,
ella si stropicciò con le mani le palpebre e disse:

[p. 114 modifica]

«Oh poveretta me, che morbido sonno m’ha presa!
Oh, m inviasse Artemide pura si dolce la morte,
subito adèsso, che piú non debba distruggere in pianto
questa mia misera vita per brama del caro mio sposo
d’ogni virtú dotato, del primo in valor fra gli Achivi».
Poich’ebbe detto cosi, dalle fulgide stanze discese,
sola non già, ma i suoi passi seguivano entrambe le ancelle.
Or, come appena fra i proci fu giunta la donna divina,
alta, presso un dei pilastri, che il tetto reggevano, stette,
chiusa nel morbido velo le gote; e le ancelle vezzose
stavano entrambe ai suoi lati. Mancar le ginocchia a tal vista
tutti s’intesero i giovani, e i cuori molciti d’amore:
e desiavano tutti sul talamo accanto giacerle.
Ella a Telemaco, al figlio diletto, volgea la parola:
«Piú non t’assistono cuore né senno, Telemaco. Quando
eri tuttora fanciullo, vedevi assai meglio il tuo bene.
Ora che fatto sei grande, che tocchi l’età piú fiorente,
e chicchessia ti guardasse, vedendoti come sei bello,
come sei grande e gagliardo, direbbe felice tuo padre,
ora non hai piú criterio, piú salda la mente non hai:
poi che segui tal fatto: che tu nella casa paterna
hai tollerato che un ospite fosse Cosí malmenato».
E le rispose con tali parole Telemaco saggio:
«Non ti saprei biasimare, che tanto, o mia madre, t’adiri.
L’animo mio vede tutto, dal male sa scernere il bene,
ch’io piú non son fanciullo; ma dato non m’è ch’io m’attenga
sempre a giustizia: ché questi malvagi mi son sempre addosso,
sempre di qua e di là m’incalzan; né c’è chi mi aiuti.
Ben altra fine s’ebbe la zuffa fra l’ospite ed Irò
che non voleano i proci: la forza di quello prevalse.

[p. 115 modifica]

Deh!. se mai Giove padre, se Atena volesse ed Apollo
che nelle nostre case dovessero i proci abbattuti
dondolare la testa cosi, rilasciare le membra,
uno dentro le stanze, quell’altro dinanzi alla porta,
come quell’Irò adesso battuto sta li nella corte,
col capo tentennante, che un uomo ubbriaco ti sembra,
né si può reggere piú diritto sui pie’, né partire
per rifugiarsi a casa: che piú non lo reggon le gambe».
Queste parole fra loro scambiarono il figlio e la madre;
ed a Penelope Eurimaco volse Cosí la parola:
«D’Icaro figlia, regina, Penelope scaltra ed accorta,
se ti vedessero tutti gli Argivi con tutti gli Achei,
assai piú pretendenti la vostra magione vedrebbe
da mane a sera, a mensa: ché superi tutte le donne
tu, per aspetto e bellezza, per savia finezza di mente».
E a lui queste parole rispose Penelope scaltra:
«Tutte le doti mie distrussero, Eurimaco, i Numi,
le forme, la bellezza, quel di che verso Ilio gli Argivi
sciolser le vele, e con loro partiva anche Ulisse mio sposo.
Ohi, se tornasse a proteggere questa mia vita il mio sposo,
molto piú grande sarebbe, sarebbe miglior la mia fama.
Ora mi cruccio: ché i mali su me troppo il demone avventa.
Bene rammento che quando movea, per lasciare la patria,
la destra, palma a palma, mi prese, e mi strinse; e mi disse:
«O sposa mia, non credo che possano tutti da Troia
tornare sani e salvi gli Achivi dai belli schinieri;
poi che i Troiani, si dice che siano ben prodi guerrieri,
si nel vibrar la lancia, si nell’avventare zagaglie,
e nel guidare i cavalli dai piedi veloci, che in breve
della confusa battaglia decidono il duro cimento.

[p. 116 modifica]

Dunque non posso sapere se un Dio mi vuol salvo, o se in Troia
spento cadrò. Ma tu in casa, Penelope, a lutto provvedi.
Vivono in tasa mio padre, mia madre; e tu abbine cura,
come ora I’ hai, piú ancora di adesso, quando io sarò lungi.
Quando poi tu vedrai Telemaco pubere, allora
scegliti pure lo sposo che brami e abbandona la casa».
Cosí diceva; e quanto diceva, ora tutto è compiuto.
Presto verrà la notte che nozze aborrite m’appresti,
misera me, poi che Giove mi volle privar d’ogni bene.
Ma quanto grave corruccio su l’anima e il cuore mi pesa!
Questo non era l’uso degl’innamorati d’un tempo,
quando una nobile donna figliuola d’un uomo opulento
desideravano sposa, cercandone a gara il possesso;
bensí portavano essi giovenchi, con pecore pingui,
da banchettare i parenti, presenti offerivan di pregio,
non divoravano, senza pagar, le sostanze degli altri!».
Cosí diceva: e Ulisse divino tenace fu lieto
ch’ella carpisse ai proci regali, ed i cuor lusingasse
con parolette melate, ben altro volgendo nel cuore.
E a lei Cosí rispose Antinoo, figlio d’Eupito:
«D’Icaro figlia, saggia Penelope, i doni tu accetta
da chicchessia degli Achivi, che voglia portarteli in casa:
poi che non è cosa bella respingere doni. Ma noi
non torneremo alle nostre faccende, né altrove, se prima
’ tu non eleggi uno sposo fra noi, chi ti sembri il migliore».
Questi furono i detti d’Antinoo, che piacquero a tutti.
Ed un araldo inviò ciascuno, che doni recasse.
Quello d’Antinoo un grande portò fulgidissimo peplo
versicolore; e una fila di dodici fibule d’oro,
che lo chiudean giú giú, con la presa dei denti ricurvi.

[p. 117 modifica]

Poscia portò l’araldo d’Eurimaco un raro monile,
d’oro e di chicchi d’ambra foggiato; e fulgea come un sol<
D’Euridamante i due servi portarono buccole belTe,
con tre perle ciascuna, fulgore di grazia effondenti.
Dalla magion di Pisandro, figliuol di Polittore, il servo
una collana recò, gioiello bellissimo; e ognuno
dei pretendenti Cosí le diede un regalo diverso.
Quindi alle proprie stanze saliva la donna divina,
e dietro a lei recavan le ancelle i bellissimi doni.
1 pretendenti alle danze si diedero, ai canti soavi,
e del tramonto, fra questi diletti, attendevano l’oja.
Calò, mentre Cosí s’allegravano, il vespero negro.
Subito in mezzo alla sala recaron tre grandi bracieri
che illuminassero; e fasci di legne infiammabili asciutte,
aride già da gran tempo, fendute testé con le scuri,
sopra vi posero, e schegge minute; e le ancelle d’Ulisse
alimentavano a turno la fiamma. Ed a loro rivolse
tali parole Ulisse divino, dal senno profondo:
«Via, fantesche d’Ulisse, del sire da tanto lontano,
su ne le sale andate, dov’è l’onorata regina:
statele presso, tenetela su, spelazzate la lana,
sedete entro le stanze, torcete sui fusi il filato.
Io manterrò la fiamma, sinché qui nmangan, per tutti:
ché se pur vogliono attendere Aurora dal fulgido trono,
non mi sapranno stancare: ché son bene avvezzo ai travagli Disse; e ridevano quelle, guardandosi I’una con I- altra.
Ma l’investi Melantia gota bella con turpi parole.
Dolco l’avea generata, l’aveva a Penelope addotta,
che come una sua figlia I’aveva allevata, che in tutto
la compiaceva; ma quella pensiero di lei non si dava,

[p. 118 modifica]

ma con Eurimaco s’era commista, ed amava lui solo.
Dunque, investi con folli parole d’oltraggio il signore:
«Oh forestiere pitocco, t’ha dato di volta il cervello,
che non hai voglia d’andartene in qualche fucina a dormire,
o ne la loggia, ma qui t’impianti a far tanti discorsi?
Per la battaglia ch’ài vinto contro Irò il mendico ti gonfi?
Bada che non salti su qualcuno piú valido d’Irò,
che con le solide mani t’accerchi di botte la testa,
e ti rimandi a casa tua, tutto lordato di sangue».
E bieco la guardò, Ulisse l’accorto, e le disse:
«O cagna, adesso vo’ da Telemaco, e queste tue ciance
gli riferisco, che t’abbia da uccider, da fare a brandelli».
Disse cosi. Sbigottite da queste parole, le donne
corsero via per la sala, mancando a ciascuna le gambe
per il terrore: ché quelle non parvero vane minacce.
Ed ei presso gli ardenti bracieri, a nutrire la fiamma
se ne rimase, volgendo su tutti lo sguardo. E nel cuore
ben altra gesta pensava, che compiersi presto doveva.
E non permise Atena che i Proci superbi frenarsi
potesser troppo a lungo, bensí li suase all’oltraggio,
perché piú a fondo il cruccio scendesse nel cuore d’Ulisse.
Primo il figliuolo d’Eurimaco. Pòlibo, queste parole
disse, fra I’alte risa dei Proci, a dileggio d’Ulisse:
«Datemi ascolto, voi. pretendenti dell’inclita donna:
io voglio dire una cosa che I’animo dentro mi detta.
Non è qui giunto senza volere dei Numi quell’uomo:
questo baglior di faci s’effonde, se pur non m’inganno,
dalla sua fronte; ché in testa non gli è piú rimasto un capello!»
Disse cosi; poi volse tai detti ad Ulisse guerriero:
«O forestiere, vorresti, se io ti prendessi, e ti dessi

[p. 119 modifica]

quanto salario ti basti, servire lontano pei campi,
fare fascine di pruni, piantare grandi alberi? Il cibo
somministrare li ti farei tutti i giorni, le vesti
io ti darei da coprirti, le scarpe da mettere ai piedi.
Ma I’arte del briccone tu hai solo appresa; e il ’lavoro
poco ti piacerà: vorrai mendicar fra la gente,
e pittimare, sinché rimpinzi l’ingordo tuo ventre».
E di rimando, Ulisse rispose con queste parole:
«Se fosse gara fra noi, chi piú a lungo resista al travaglio,
di primavera, quando, Eurimaco, i giorni son lunghi,
a falciar l’erba; e in pugno m‘ avessi una falce ricurva,
ed una simile tu, provando chi fa piú lavoro,
sino al tramonto digiuni restando; e ci fosse tanta erba:
o se ci fossero buoi da spingere, quelli piú forti,
grandi, lucenti di pelo, ben d’erba pasciuti, di possa
simili, simili d‘ anni, che grande la forza ne fosse;
e quattro iugeri, e sotto I’aratro s’aprisser le zolle,
tu mi potresti vedere se dritto so schiudere il solco.
Che se la guerra oggi stesso piacesse eccitare al Cronide,
donde che fosse, e uno scudo m’avessi con due giavellotti,
ed un elmetto di bronzo, calcato d’intorno alle tempie,
tu ne le prime file combattere allor mi vedresti,
né, rampognando il mio ventre, staresti a colpirmi d’ingiurie:
adesso, invece, cuore scortese che sei, tu m‘ ingiuri,
e ti figuri d’essere un forte campione, un grand’uomo,
perché tu sei fra questi dappoco, e non già fra valenti.
Ma se, tornando, Ulisse giungesse alla terra natale,
ti sembrerebbe angusta, per quanto sian larghi i battenti,
la porta, quando tu la infilassi, per dartela a gambe I»
Disse: e di cruccio piú fiero s’accese ad Eurimaco il petto:

[p. 120 modifica]

e bieco lo guardò, alate parole rispose:
«Presto vo’ darti il malanno, pitocco cialtrone, che cianci
con tanta tracotanza dinanzi a tanti uomini, senza
punto sgomento nell’animo. O il vino t’ha dato alla testa,
o l’ hai per indole, sempre, di sperdere chiacchiere al vento».
Come ebbe detto, diede di piglio a un panchetto; ma Ulisse,
chino, d’Anfinomo dietro si strinse ai ginocchi, schivando
l’ira d’Eurimaco; e questi colpi la man dritta al coppiere.
Diede un rimbombo, al suolo cadendo, la brocca; e il fanciullo
sopra il piantilo piombò, con un gemito lungo. Ed i Proci
alto levaron frastuono che l’ombra varcò de le sale.
E favellavan cosi, I’uno all’altro, rivolto al vicino:
«Deh!, fosse andato altrove, a rompersi il collo, lontano
di qui, questo foresto che provoca tanto subbuglio.
Ora per un pitocco ci stiamo azzuffando! E finito
è della mensa il piacere, perdendoci in queste miserie! ’
E questo disse allora Telemaco, stirpe divina:
«Bravi signori, vi gira la testa, né i cibi ed il vino
piú vi riesce a nascondere: e un dèmone certo v’incita:
bene pasciuti siete, tornate a casa a dormire,
se pur n’avete voglia: ché io non discaccio nessuno».
Disse cosi. Tutti quelli si morser le labbra coi denti,
stupefacendosi come Telemaco ardito parlasse.
E la parola prese Anfinomo, e disse: «Compagni,
niuno tra voi s’adiri per queste sue giuste parole,
né rimbeccar lo voglia con dure parole a contrasto.
Non maltrattate piú degli ospiti alcun, dei famigli
che nella casa vivon d’Ulisse divino 1 Su via,
vada il coppiere in giro, nei calici il vino dispensi,
si che si libi, e torni ciascuno al suo tetto al riposo:

[p. 121 modifica]

e lo straniero qui. sotto il tetto si lasci d’Ulisse.
che n’abbia cura Telemaco: è lui della casa il padrone».
Disse: e di ciò ch’egli disse rimasero tutti convititi.
E mosse in giro, a empire le coppe, il pio Mulio, che nato
era in Dulichio, l’araldo famiglio d’Anfinomo. Presto
ebbe colmate a tutti le coppe: onde i Proci, libato
ai fortunati Celesti, bevettero il vino di miele.
Quindi, libato e bevuto, sinché n’ebber sazia la brama,
si mossero e tornò ciascuno al suo tetto, al riposo.

[p. 122 modifica] [p. 123 modifica]


[p. 124 modifica]