Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo quarantaduesimo

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Capitolo quarantaduesimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
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Se Elizabeth avesse dovuto farsi un concetto della felicità familiare o della pace domestica basandosi su quello che vedeva nella sua famiglia, non avrebbe potuto farsene un’idea molto piacevole. Suo padre, conquistato dalla gioventù e dalla bellezza e da quell’apparente dolcezza che è spesso unita a queste doti, aveva sposato una donna di poca intelligenza e d’animo gretto e volgare, per cui, poco dopo il matrimonio, ogni affetto che aveva provato per lei era scomparso. Stima, rispetto e confidenza erano svaniti definitivamente, ed egli aveva finito col perdere ogni speranza di felicità domestica. Ma non era tipo da cercare conforto alla sua delusione in quei piaceri che troppo spesso consolano gli infelici della loro follia o delle loro colpe. Amava la campagna e i libri, e in queste due passioni aveva trovato il suo principale godimento. Sua moglie rappresentava per lui solo quel tanto di spasso che poteva offrirgli con la sua ignoranza e la sua stupidaggine. Non è questo il tipo di felicità che generalmente un uomo richiede alla propria compagna, ma, quando mancano altre distrazioni, il perfetto filosofo sa prenderle dove si trovano.

Elizabeth non era mai stata cieca nel giudicare quello che c’era di sconveniente nella condotta del padre, come marito. L’aveva osservato con dolore; ma ammirandolo per altre qualità, e grata per l’affetto che le dimostrava, cercava di dimenticare ciò che non poteva ignorare e cioè quei continui strappi ch’egli faceva al decoro coniugale, esponendo sua moglie al disprezzo delle figlie. Mai come ora aveva sentito il danno che ricadeva sopra di loro da un’unione così male assortita, né mai era stata così consapevole degli svantaggi che derivavano dal cattivo impiego che il padre faceva del proprio ingegno; ingegno che, usato rettamente, avrebbe salvato la rispettabilità delle figlie, anche se non fosse riuscito a rendere intelligente la madre.

Elizabeth, tranne il piacere della lontananza di Wickham, non trovò un grande vantaggio dalla partenza del reggimento. I ricevimenti erano meno brillanti di prima, e a casa la madre e la sorella, con le continue lamentele sulla noia di tutto, gettavano una vera ombra sulla vita domestica; e anche se Kitty avrebbe col tempo potuto riacquistare un po’ di giudizio — ora che coloro che avevano messo a soqquadro la sua testolina se ne erano andati — restava il pericolo che l’altra sorella, dalla quale ci si poteva aspettare di tutto, in un posto come Brighton, doppiamente pericoloso come città balneare e come accampamento di militari, avrebbe facilmente esagerato in leggerezza e sfacciataggine.

Elizabeth (e questo le era già accaduto altre volte) dovette accorgersi che un avvenimento desiderato con impazienza non porta poi, quando si avvera, tutti quei vantaggi sui quali ci si compiace sperare. Bisognava dunque rimandare ad altra epoca il principio di una vera felicità; pensare a qualcosa d’altro su cui appuntare desideri e speranze, e, godendo nell’attesa, consolarsi del presente e prepararsi a un’altra delusione. La gita ai laghi era ora l’oggetto dei suoi pensieri più belli, la maggior consolazione in tutte le ore tristi che lo scontento di sua madre e di sua sorella rendevano inevitabili; e, se Jane avesse potuto venire con lei, il progetto sarebbe stato veramente perfetto.

“Ma è una fortuna”, pensava, “che mi resti qualcosa da desiderare. Se fosse perfetto dovrei aspettarmi qualche delusione sicuramente. Ma, avendo sempre una ragione di rammarico e di desiderio per la mancanza di mia sorella, posso sperare che tutte le altre aspettative si realizzino. Un progetto che offre una totale felicità non può mai essere realizzabile, e, per evitare la delusione totale, è necessario pagarla con qualche contrarietà particolare”.

Partendo, Lydia aveva promesso di scrivere spesso e dettagliatamente alla madre e a Kitty, ma le sue lettere, attese e desiderate, erano sempre molto brevi. Alla madre raccontava soltanto di essere andata al circolo, accompagnata dal tale o talaltro ufficiale, e di aver visto nei saloni alcune decorazioni veramente splendide; di avere un vestito nuovo, o un nuovo ombrellino che avrebbe descritto meglio se non avesse dovuto interrompersi di gran premura perché Mrs. Forster la chiamava per andare al campo. Dalla sua corrispondenza poi con Kitty c’era da apprendere ancora meno, perché queste lettere, benché piuttosto lunghe, erano troppo piene di sottintesi per poter essere lette in pubblico.

Dopo alcune settimane dalla partenza di Lydia, il buon umore e la serenità riapparvero a Longbourn. Tutto riprendeva un aspetto più lieto. Le famiglie che erano state in città per l’inverno facevano ritorno, e si cominciò a pensare nuovamente agli abiti e ai ritrovi estivi. Mrs. Bennet tornò alla sua querula serenità, e alla metà di giugno Kitty si era rimessa al punto di poter tornare a Meryton senza piangere, fatto così promettente che Elizabeth cominciava a sperare che per Natale sarebbe diventata così ragionevole da non nominare un ufficiale più di una volta al giorno, a meno che, per una crudele e maliziosa disposizione del Ministero della Guerra, un altro reggimento non fosse venuto ad acquartierarsi a Meryton.

Si avvicinava l’epoca stabilita per il giro nel Nord, e non mancavano che quindici giorni alla partenza, quando arrivò una lettera di Mrs. Gardiner per avvertire che rimandava la data della partenza e riduceva la durata del viaggio. Infatti gli affari di Mr. Gardiner gli impedivano di partire prima di luglio, ed egli aveva assoluta necessità di essere di ritorno a Londra entro un mese; dato che il tempo così limitato non permetteva più di andare tanto lontano e di vedere tutto quello che si erano proposti, o per lo meno di vederlo comodamente, erano costretti a rinunciare ai laghi e a cambiare itinerario. L’ultimo progetto era quindi di non andare più lontano del Derbyshire. In quella regione c’erano abbastanza cose da vedere per occupare le tre settimane, e per di più la contea aveva per Mrs. Gardiner un’attrattiva speciale. La città dove aveva passato alcuni anni della sua giovinezza e dove si sarebbero fermati qualche giorno la attraeva ancora più di tutte le famose bellezze di Matlock, Chaterworth, Dovedale, o il Peak.

Per Elizabeth fu una grande delusione; aveva tanto sperato di vedere i laghi e trovava che il tempo, anche se ridotto, sarebbe stato sufficiente, ma doveva accontentarsi, e poiché il suo carattere la portava a vedere negli avvenimenti il lato migliore, seppe in breve consolarsi e compiacersi ugualmente. Al nome del Derbyshire molti pensieri si erano ridestati in lei. Era un nome che le richiamava alla mente Pemberley e il suo signore. “Potrò certamente”, pensò Elizabeth sorridendo, “introdurmi furtiva nella sua contea e portare via per ricordo qualche pietruzza senza che lui se ne accorga”.

Il tempo dell’attesa si trovò così raddoppiato. Mancavano ancora quattro settimane all’arrivo degli zii. Ma passarono anche queste, e Mr. e Mrs. Gardiner comparvero finalmente a Longbourn con i loro quattro figli. Questi, due bambine di sei e otto anni, e due maschietti più piccoli, furono affidati alle cure della cugina Jane verso la quale avevano una speciale simpatia e la cui serietà e dolcezza di carattere la rendevano adatta a occuparsi di loro in tutti i modi, istruendoli, giocando e coccolandoli.

I Gardiner si trattennero una sola notte a Longbourn, e ripartirono l’indomani con Elizabeth alla ricerca di novità e divertimenti. Una cosa era assicurata: l’affiatamento tra i compagni, un affiatamento di gente sana e gioviale che si sarebbe prodigata vicendevolmente per sopportare ogni inconveniente del viaggio e non avrebbe lesinato gaiezza e allegria per accrescere ogni piacere; l’affetto reciproco e l’intelligenza comune li avrebbero comunque compensati se il viaggio si fosse rivelato deludente.

Non occorre qui descrivere il Derbyshire né alcuni dei posti notevoli che trovarono sulla loro strada: Oxford, Blenheim, Warwick, Keniluorth, Birmingham, sono abbastanza conosciuti. Ci preme parlare soltanto di una piccola parte del Derbyshire. Dopo aver visto le più note bellezze della contea, si diressero alla piccola città di Lambton, dove si era svolta una parte della gioventù di Mrs. Gardiner, e dove abitavano ancora alcune sue conoscenze. Elizabeth seppe poi da sua zia, mentre erano a cinque miglia da Lambton, che in quei paraggi si trovava Pemberley. Non era sulla loro strada, ma una o due miglia distante. Discutendo l’itinerario, Mrs. Gardiner espresse il desiderio di rivedere quel posto. Mr. Gardiner si dichiarò dispostissimo e chiesero anche l’opinione di Elizabeth.

«Non ti piacerebbe, cara, vedere un posto del quale hai sentito tanto parlare?», disse sua zia. «Un posto che tanti amici tuoi conoscono? Wickham, come sai, vi ha passato gran parte della sua gioventù».

Elizabeth si sentì tutta turbata. Capiva che non avrebbe dovuto andare e fu costretta a fingere di non avere alcun desiderio di vedere Pemberley. Confessò di essere stanca di visitare dimore nobiliari; ne aveva viste tante, e ormai i bei tappeti o i tendaggi di damasco non le facevano più impressione. Mrs. Gardiner la canzonò: «Se fosse soltanto una bella casa ben arredata», disse, «non interesserebbe neppure me. Ma è il posto che è meraviglioso. Ci sono i più bei boschi della regione».

Elizabeth non rispose, ma non trovava pace. Pensò subito alla possibilità di incontrare Mr. Darcy mentre visitava la sua tenuta. Sarebbe stato terribile! Arrossì solo all’idea, e pensò se non era il caso di parlare apertamente a sua zia, piuttosto che correre quel rischio. Ma anche questo partito presentava i suoi inconvenienti, e decise di lasciarlo come ultima risorsa, nel caso che, dopo essersi informata privatamente se la famiglia era in villa, le avessero risposto affermativamente.

La sera, quando si ritirò in camera sua, chiese alla cameriera se Pemberley era veramente un luogo tanto incantevole, come si chiamava il proprietario, e, con un certo timore, se la famiglia era in villa per l’estate. Sentì con sollievo rispondersi negativamente e, non avendo più nulla da temere, si abbandonò alla curiosità di vedere finalmente quella casa. Così, la mattina dopo, quando se ne riparlò e le fu chiesto il suo parere, poté rispondere pronta, e con fare disinvolto, che l’idea non le dispiaceva. Si diressero dunque alla volta di Pemberley.