Orgoglio e pregiudizio (1945)/Capitolo settimo

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Capitolo settimo

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Jane Austen - Orgoglio e pregiudizio (1813)
Traduzione dall'inglese di Itala Castellini, Natalia Rosi (1945)
Capitolo settimo
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Il patrimonio di Mr. Bennet era costituito per la massima parte da una tenuta che rendeva duemila sterline l’anno; tenuta che — disgraziatamente per le figlie — era vincolata, in mancanza di eredi maschi, a un diritto di trasmissione che delegava unico erede un lontano parente; e la sostanza della madre, anche se abbastanza notevole per la loro posizione, non era certo bastante a sopperire alla mancanza di quella paterna. Il padre di lei, che era stato avvocato a Meryton, le aveva lasciato 4000 sterline. Aveva una sorella sposata a un certo Mr. Philips, antico sostituto di loro padre e che ne aveva ereditato lo studio, e un fratello commerciante a Londra in un importante ramo d’affari.

Il villaggio di Longbourn era a un miglio da Meryton, distanza assai comoda per le signorine, che, due o tre volte alla settimana, cedevano alla tentazione di andarvi, sia per trovare la zia, sia per fermarsi da una modista che si trovava proprio sulla loro strada. Le più assidue in queste gite erano le più giovani, Catherine e Lydia, che, avendo delle testoline più vuote di quelle delle sorelle, se la giornata non prometteva di meglio, intraprendevano la passeggiata a Meryton per occupare le ore del mattino e per fornire gli argomenti alla conversazione della sera, perché, se la vita in campagna offriva pochi diversivi, trovavano sempre il modo di sapere qualche novità dalla zia. Ora poi stavano facendo ampia provvista sia di notizie che di felicità, per il recente arrivo nei dintorni di un reggimento che doveva fermarsi per tutto l’inverno, con il quartier generale proprio a Meryton.

Le loro visite a Mrs. Philips diventarono una inesauribile fonte di novità. Ogni giorno imparavano il nome di un nuovo ufficiale e dei suoi amici; riuscirono a scoprire dove abitavano e finalmente conobbero gli ufficiali stessi. Mr. Philips li andò a trovare tutti, mettendo così le nipotine all’apice della felicità. Non parlavano d’altro, e perfino la grande ricchezza di Mr. Bingley, che destava tanto interesse nella loro mamma, scomparve ai loro occhi dinanzi alle fiammanti uniformi.

Una mattina, dopo aver ascoltato un fiume di parole su questo argomento, Mr. Bennet osservò freddamente:

«Da quanto mi risulta dal vostro modo di parlare, credo che siate due tra le più stupide ragazze dei dintorni. Lo sospettavo da tempo, ma ora ne sono proprio convinto».

Catherine, sconcertata, non rispose; ma Lydia, con assoluta indifferenza, proseguì nel cantare le lodi del capitano Carter, esprimendo la speranza di vederlo in giornata, dato che l’indomani sarebbe andato a Londra.

«Sono veramente sorpreso, caro», disse la signora Bennet, «che tu sia così pronto a dar delle sciocche alle tue ragazze. Se mi piacesse disprezzare i figli di qualcuno, non sceglierei proprio i miei».

«Se le mie figliole sono delle stupide, spero di conservare abbastanza buon senso per riconoscerlo».

«Sì, ma c’è il fatto che sono tutte molto intelligenti».

«Mi auguro che sia questo il solo punto in cui non andiamo d’accordo. Avrei sperato che il nostro modo di pensare coincidesse nei minimi particolari, ma purtroppo questa volta non ho le tue medesime opinioni e sono convinto di non sbagliarmi asserendo che le nostre due ultime figliole sono molto più sciocche delle altre ragazze in genere».

«Caro Bennet, non puoi aspettarti che le tue figlie siano ragionevoli come i loro genitori. Quando avranno la tua età, sono sicura che non penseranno agli ufficiali, come non ci pensiamo noi. Ricordo ancora i tempi in cui apprezzavo anch’io una bella divisa, e in fondo al cuore la apprezzo sempre; e se un giovane elegante colonnello con cinque o seimila sterline di rendita chiedesse una delle mie ragazze, non sarei io a dirgli di no; l’altra sera da Sir William, il colonnello Forster era veramente elegante nella sua uniforme».

«Mamma», esclamò Lydia, «la zia dice che il colonnello Forster e il capitano Carter non vanno più tanto spesso da Miss Watson; ora li vede di sovente nella libreria di Clarke».

L’entrata di un domestico che portava un biglietto per Miss Bennet, impedì alla madre di rispondere; il biglietto veniva da Netherfield e il domestico attendeva risposta. Gli occhi della signora Bennet sfavillarono di contentezza, e, mentre la figlia leggeva, chiese impetuosamente:

«E così, Jane, chi ti scrive? che c’è di nuovo? che cosa dice? Via, Jane, spicciati, raccontaci; presto, amor mio!».

«È di Miss Bingley», disse Jane, e lesse ad alta voce:

Cara amica, se non avrai pietà di noi, venendo a pranzare con Louisa e con me quest’oggi, correremo il rischio di odiarci per il resto della nostra vita, perché un’intera giornata di tête-à-tête, tra due donne, finisce sempre in una disputa. Ricevendo questo, vieni appena ti è possibile. Mio fratello e gli altri signori sono a pranzo con gli ufficiali. Sempre tua Caroline Bingley «Con gli ufficiali!», esclamò Lydia. «Mi stupisce che la zia non ce l’abbia detto».

«Fuori a pranzo...», disse la signora Bennet, «che peccato!».

«Posso prendere la carrozza?», chiese Jane.

«No, cara, faresti meglio ad andarci a cavallo, perché sembra che voglia piovere e così dovrai per forza fermarti là per la notte».

«Sarebbe un’ottima idea», disse Elizabeth, «se fosse certo che non le offriranno di farla riaccompagnare a casa».

«Oh, non c’è pericolo, perché i signori avranno preso la vettura di Mr. Bingley per andare a Meryton, e gli Hurst non hanno carrozza propria».

«Veramente preferirei andare in carrozza».

«Ma, cara, sono certa che tuo padre non può cedere i cavalli. Ne hanno bisegno alla fattoria, non è vero Bennet?»

«I cavalli in fattoria occorrerebbero assai più spesso di quanto non li possano avere».

«Ma se glieli lasci oggi», disse Elizabeth, «è proprio quello che la mamma desidera».

Tanto fece e tanto disse, che il padre dovette convenire che i cavalli erano impegnati; così Jane fu costretta ad andare a cavallo, mentre sua madre la accompagnava alla porta con i più lieti pronostici di un pessimo tempo. Le sue speranze si avverarono: Jane era appena partita che incominciò a piovere dirottamente. Le sue sorelle erano in pena per lei, ma la mamma era raggiante. La pioggia continuò ininterrotta per tutta la sera; Jane non sarebbe tornata di certo.

«Ho avuto proprio una buona idea», ripeté la signora Bennet a varie riprese, come se la pioggia fosse tutto merito suo. Soltanto al mattino seguente, però, ne poté conoscere i fortunati sviluppi. Avevano appena terminata la colazione, quando arrivò il seguente biglietto per Elizabeth:


Cara Lizzy,


questa mattina sto proprio poco bene; cagione, credo, di tutta la pioggia presa ieri. Le mie gentili amiche non mi lasciano tornare a casa fintanto che non sia guarita. Vogliono che mi veda Mr. Jones, per cui non allarmatevi se sentite dire che è venuto a visitarmi; del resto tranne un po’ di male alla gola e di emicrania, non ho niente di grave. Vostra ecc.

«E ora, mia cara», disse Mr. Bennet, quando Elizabeth ebbe terminato di leggere il biglietto ad alta voce, «se tua figlia si ammalasse gravemente, se morisse, sarebbe una bella consolazione sapere che è stato per accalappiare Mr. Bingley dietro tuo ordine».

«Oh, non c’è pericolo che muoia. Non si muore per dei raffreddori da nulla. La cureranno bene. Finché rimane là, va tutto benissimo. Andrei a trovarla, se avessi la carrozza».

Elizabeth, che si sentiva inquieta per davvero, decise di andare da Jane anche senza vettura, e dato che non sapeva andare a cavallo, non le rimaneva altra alternativa che quella di andare a piedi. Dichiarò che sarebbe andata ugualmente.

«Come puoi pensare a una cosa simile», esclamò la madre, «con tutto quel fango! Non saresti neppure presentabile, una volta arrivata».

«Sarò sempre presentabile per Jane, che è l’unica persona che mi preme vedere».

«Sarebbe un’allusione a me», disse suo padre, «perché ti dia i cavalli?»

«No davvero. Non ho paura di camminare. Dopotutto per un motivo così grave non è neppure una grande distanza; tre miglia solamente. Sarò di ritorno per l’ora di pranzo».

«Ammiro la forza del tuo affetto», osservò Mary, «ma tutti gli impulsi del sentimento dovrebbero essere controllati dalla ragione; secondo me, lo sforzo deve essere sempre proporzionato al motivo che lo ha originato».

«Ti accompagneremo fino a Meryton», dissero Lydia e Catherine. Elizabeth accettò la proposta e le tre ragazze partirono insieme.

«Se facciamo presto», disse Lydia mentre camminavano, «forse riusciremo a vedere il capitano Carter prima che parta».

Si separarono a Meryton; le due più giovani si fermarono in casa della moglie di un ufficiale, ed Elizabeth continuò la strada da sola, attraversando un campo dopo l’altro con passo veloce, scavalcando steccati a saltando pozzanghere con impaziente premura, finché si trovò in vista della casa con le caviglie stanche, le calze inzaccherate e il volto acceso per tutto quel moto.

Fu introdotta nella sala di soggiorno dove erano riuniti tutti tranne Jane, e dove il suo apparire creò una vera sorpresa. Mrs. Hurst e Miss Bingley non volevano quasi credere che avesse fatto tre miglia tutta sola, così di buon mattino e con quel tempo orrendo, ed Elizabeth comprese che in cuor loro la schernivano. Tuttavia fu accolta con grande gentilezza, e nei modi di Mr. Bingley vi era qualcosa di più: premura e soddisfazione. Mr. Darcy non disse quasi nulla e Mr. Hurst non aprì bocca. Il primo era combattuto tra l’ammirazione per lo splendido incarnato che il moto aveva dato al volto di Elizabeth e il dubbio se valesse la pena di venire da sola così da lontano per un motivo del genere. Il secondo pensava soltanto alla sua colazione.

Quando chiese di sua sorella, non ottenne una risposta molto consolante. Miss Bennet aveva dormito male, e, benché fosse alzata, aveva un po’ di febbre e non stava abbastanza bene per lasciare la camera. Elizabeth fu subito accompagnata da lei, e Jane, che nella sua lettera non aveva ceduto alla tentazione di confessare quanto desiderasse la sua visita, fu felice di vederla. Non poteva però parlare molto, e quando Miss Bingley le lasciò sole, non riuscì a dire quasi nulla; si limitò ad esprimere la sua gratitudine per la straordinaria bontà che le avevano dimostrato. Elizabeth ascoltò in silenzio.

A colazione finita, furono raggiunte dalle sorelle; e perfino Elizabeth incominciò ad apprezzarle vedendo tutta la sollecitudine e l’affetto che prodigavano a Jane. Venne il farmacista, e, dopo aver esaminato l’ammalata, disse, come era da aspettarsi, che aveva preso un violento raffreddore e che doveva cercare di curarlo; le consigliò di tornare a letto e promise di mandarle alcune medicine.

Jane seguì prontamente il consiglio, perché la febbre andava aumentando e la testa le doleva.

Elizabeth non lasciò la camera neppure per un momento, né le signore stettero a lungo assenti, dato che gli uomini erano fuori e non avevano niente di meglio da fare.

Quando suonarono le tre, Elizabeth sentì che era ora di muoversi, ed espresse a malincuore la sua intenzione. Miss Bingley le offrì la carrozza, e, dietro la loro insistenza, l’avrebbe accettata, quando Jane mostrò un tale dispiacere per la sua partenza, che Miss Bingley fu costretta a mutare l’offerta della carrozza in un invito di ospitalità a Netherfield. Elizabeth acconsentì con gratitudine: fu spedito un domestico a Longbourn per avvertire la famiglia e per procurarsi qualche abito di ricambio.