Oro incenso e mirra/La notte di Natale

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La notte di Natale

../Idillio ../Cristo alla festa di Purim IncludiIntestazione 3 giugno 2008 75% Romanzi

Idillio Cristo alla festa di Purim

Tutte le ragazze si alzarono.

La Prudenza diede ancora una occhiata in giro, accomodò un ciocco caduto da un alare, stette un momento incerta se riportasse la pentola nella cucina, poi risolvendosi d’un tratto disse:

- Andiamo.

Le ragazze già impazienti si agitarono fra le sedie con un garrito di passere, vi furono ancora delle risa, qualche scherzo di mano sugli abiti e sugli sciallini; Ghita, la più vanitosa, andò un’altra volta a guardarsi nella specchiera. Prudenza la richiamò sgridando con bonomia e tutte insieme sparvero collo stesso saluto dalla porta.

Prudenza, rimasta ultima, si rivolse col battente in mano ad osservare Gaspare.

Era un vecchietto con una calotta nera sulla testa che gli teneva luogo di berretta, una veste di percalle in dosso a fiorami diluiti dagli anni e dall’uso. Egli si alzò, tornò a scrutare dentro la pentola nella quale avevano bollito le castagne, rimosse il candeliere, lo smoccolò sebbene non ne avesse bisogno e si risedette sulla poltrona. La pezzola turchina gli spenzolava dietro ad una colonnina dello schienale.

Nella camera troppo grande un muro, facendo arco a metà, formava una alcova senza tende: l’alcova era riempita da un largo letto di noce colla cimasa coronata da una conchiglia, e da due canterani di modello antico, coi piedi alti, a due soli cassetti. Fuori dell’alcova a mano dritta biancheggiava un armadio di alberone; un altro comò sormontato da una specchiera a quattro colonnette nere, che si acuminavano in due testiere di ottone, era il mobile più bello della camera; nel mezzo un tavolo rotondo vi faceva da altare, con una Madonna cilestrina tutta stellata d’argento, e un presepio sotto una campana di vetro, dentro la quale una grande macchia rosea era senza dubbio la culla del santo Bambino.

Due gatti di gesso bianco, sul quale col fumo di candela si era tentato di imitare le zebrature della pelle, si miravano dai lati del camino con una posa quasi altera nella lunga immobilità.

Gaspare disteso sulla vecchia poltrona guardava distrattamente il cerchio lasciato dalla pentola nella cenere. L’ambiente era tiepido. Le grosse palle in ottone degli alari riverberavano alle fiammelle delle brage, mentre nella camera mollemente assopita il crepitìo delle faville sfuggenti su pel camino sembrava un’eco delle ultime risa.

Fuori nella notte la luna aumentava colla propria limpidezza il freddo del vento.

Gaspare pensò a Prudenza, che non si era forse affagottata bene; ma la chiesa era vicina e senza dubbio calda in quella notte per la molta folla. Perché Gaspare non era stato anch’egli della comitiva accompagnando la vecchia moglie e tutte quelle ragazze dei vicini alla prima messa del Natale? Forse egli stesso non avrebbe saputo ben precisarlo, ma da oltre quarant’anni non aveva messo piede in una chiesa.

Ed ecco come le cose erano andate.

Una volta sotto Gregorio XVI lo avevano arrestato innocente e tenuto sei mesi in prigione: l’accusa era di politica e quindi gravissima, una relazione con alcuni giovanotti, dei quali due furono poi fucilati e tre perirono dopo lunghi anni nel bagno di Civitavecchia.

L’impressione di questa tragedia, che si cacciava violentemente fra le scene modeste e volgari della sua vita, e i patimenti del carcere, l’orrore degli assassini, coi quali aveva dovuto ridere e scherzare sei mesi, le torture degli interrogatorii, le minacce lungo il processo, poi la sorveglianza oltraggiosa, che lo perseguitò anche dopo, e soprattutto il raccapriccio indicibile, indimenticabile che provò la mattina della fucilazione, quando tratto da una forza fatale volle assistervi malgrado tutte le rimostranze di Prudenza, fu tale che ne ammalò nervosamente per qualche anno. E d’allora ebbe una ripugnanza mista di odio e di spavento per tutti i preti. Infatti smise ogni pratica religiosa, sebbene Prudenza vi scorgesse con ragione il pericolo di un nuovo incarceramento.

Ma Gaspare, che non era mai stato patriota, non fu più oltre disturbato; anzi il suo parroco, a quell’epoca uno dei sanfedisti più arrabbiati, ogni qualvolta lo incontrasse, indovinando quel suo stato infermiccio di spirito lo salutava con un sorriso di compassione. Gaspare si sentiva rimescolare, e, quando il curato morì, quantunque di animo mite andò a veder passare il corteo funebre, perché altrimenti non gli sarebbe parso di esserne sicuro. Intanto la sua vita aveva ripreso la solita andatura: era impiegato nella amministrazione di un gran signore, che facendogli pochi complimenti lo teneva carissimo per l’ordine scrupoloso di ogni suo atto e la specchiata onestà del carattere. Così, senza quel ricordo insanguinato, si sarebbe creduto un uomo perfettamente felice. Poi i tempi erano migliorati. L’avvenimento di Pio IX malgrado la bufera del quarantotto e i successivi rigori al ritorno del papa da Gaeta e dei Tedeschi nelle Romagne, segnavano un’epoca più blanda di governo; i patrioti cospiravano meno tenebrosamente e, scoperti, andavano in esilio, e i clericali si divertivano in tutte le guise, più fermi che mai nella fede del proprio regno; persino gli ufficiali tedeschi, una razza bellissima ed elegantissima, sarebbero sembrati amabili se la loro qualità di nemici non l’avesse vietato.

In quel torno due grandi gioie erano venute a ritemprarlo.

Quel signore lo aveva messo a capo di tutta la propria amministrazione, raddoppiandogli d’un colpo l’importanza del grado e la somma dello stipendio; Prudenza, la bella donnina dal volto ovale di madonna, dagli occhi neri, dalla bocca soave che illuminava di sorrisi tutte le sue ore casalinghe, era finalmente incinta dopo dieci anni. Quest’ultimo trionfo maritale lo fece quasi impazzire, molto più che ella stessa ne delirava. Quindi in casa non vi fu più requie; ella preparava il corredo per il bambino; egli avrebbe voluto fare altrettanto, s’informava, dirigeva, scompigliava, riordinava ogni cosa. Le vicine venivano su ad ogni ora da Prudenza per discorrerle del bambino e ridere vantandosene quasi, come se quella tarda gravidanza di una così bella donnina fosse una fortuna e un orgoglio per tutti.

Adesso, passando tutte le giornate lunga distesa sulla poltrona, ella aveva preso una vecchia per le faccenduole di casa e mandava alla trattoria per il pranzo; egli nel terrore di una sconciatura le proibiva continuamente ogni più piccolo moto, si ringalluzziva alle allusioni delle comari, e appena rimanevano soli, covandola collo sguardo sino a farla arrossire, finiva quasi sempre col domandare il permesso di appressarle le orecchie al ventre e di ascoltare. Poi tutte quelle aspettazioni di silenzi e di discorsi si erano risolte entro una bella notte di primavera in un vagito; il bambino era nato grande e bello, aveva già un ciuffettino di capelli biondi, sembrava un fiore, un frutto, tutto ciò che la natura ha di più squisito e la fantasia di più ideale. Il bambino piangeva misteriosamente come piangono tutti i bambini, gli altri piangevano di gioia: la madre nel pallore e per le sofferenze del parto sembrava una martire. Quindi all’indomani un’altra festa per il battesimo.

Gaspare si era messo un soprabito nero, magnifico come quello del suo padrone, tutta la casa era in moto: lungo la strada la gente veniva sugli usci a guardare la fanciulletta inghirlandata che portava il neonato; Gaspare si sentiva scoppiare, vedeva dei baleni in cielo, ascoltava delle suonate dentro le case. In chiesa un altro caso aveva concluso la sacra funzione facendo straripare l’entusiasmo. Nella immensa cattedrale, deserta a quell’ora pomeridiana, un ufficiale austriaco di cavalleria, tutto vestito di bianco, arrivato forse da poco nella città ed entrato per ammirare il tempio, si era accostato curiosamente al corteo per assistere al battesimo. Tutti lo guardavano; aveva un aspetto nobile, un’aria di bontà che lo rendeva anche più bello. Sulla fine la comare, che scoppiava dalla vanità nell’esercizio delle proprie funzioni, rispondendo al latino del prete con un latino anche più disastroso del solito, appena detta l’ultima giaculatoria, nel rimettere il bambino entro la coltricella merlettata non poté rattenersi dal mostrarglielo con un gesto fra servile e civettuolo. Le altre donne avevano fatto ala, e l’ufficiale, avanzatosi forse involontariamente di un passo, si era trovato al fianco di Gaspare e del prete, che gli sorrideva sotto il volto con quel sorriso dei preti di allora verso i tedeschi.

Quindi sotto l’attrazione del bambino tutti si erano inteneriti: l’ufficiale aveva esclamato in bonissimo italiano:

- Come è bello! -

E volgendosi al padre, che si riconosceva necessariamente fra tutti all’aspetto impacciato ed insieme orgoglioso, gli aveva detto con una irresistibile gentilezza di maniere:

- Questo angelo ignora ancora i nostri odii politici: mi permettete di dargli un bacio? Egli è bello come l’Italia, speriamo che sia più fortunato.

Gaspare strozzato dall’emozione non aveva saputo che dire, ma il bambino al soffio leggero di quel bacio aveva risposto con un vagito. Tutti avevano le lagrime agli occhi, poi l’ufficiale fece un saluto militare cortesissimo e, per non compromettere più oltre quella buona gente colla propria presenza, uscì.

Gaspare era raggiante: in casa lo raccontò subito a Prudenza, che ne pianse.

Così erano passati due anni, quindi il bambino si era ammalato improvvisamente ed era morto. Lo spavento prima, il dolore poscia di quella perdita non si descrivono; per qualche tempo ne rimasero come inebetiti, Gaspare invecchiò, Prudenza divenne quasi brutta. Invano la rivoluzione cacciando i Tedeschi e rintuzzando i preti venne ad offrir loro delle distrazioni; e le entrate trionfali dei nostri eserciti, i bersaglieri bruni e piumati, i garibaldini colle camicie rosse, le bande, le luminarie, i discorsi, gli entusiasmi, che scoppiavano in grida di pianto e in lacrime di follìa, il mutamento profondo in ogni ordine, l’affaccendarsi vertiginoso del nuovo assetto strepitarono, vampeggiarono intorno a loro. Gaspare costretto a far parte della guardia nazionale vi raggiunse il grado di sergente, partecipò a molte dimostrazioni, fu membro in più di un comitato, ma di ritorno a casa, rivedendo Prudenza che non ne usciva quasi più, lo sguardo gli correva fatalmente a quella cuna vuota.

Ah! se Fernando fosse stato vivo, come lo avrebbe vestito da bersaglierino.

E anche questo dolore passò. Prudenza stessa, che era stata sul punto di morirne e, forse per un istinto della vita, si rifugiava in una più intensa predilezione di Gaspare, parve obliarlo: la loro esistenza solitaria avvallò lentamente nella vecchiaia come nell’ombra di una sera umida e pacifica. Egli era stato pensionato, ella non aveva avuto altri avvenimenti: adesso si sorreggevano affettuosamente l’un l’altro dimenticando nella inalterabile intimità della loro concordia che la morte potesse mai separarli.

Seduto sulla poltrona, coi piedi sugli alari e la testa sull’orlo dello schienale, chiuse gli occhi. La pace tiepida dell’ambiente penetrava nella quiete della sua coscienza onesta di vecchio, il quale non si sentiva ancora decaduto: egli poteva guardarsi intorno e dietro senza un rimprovero. Prudenza era arzilla, si amavano come al primo giorno; mai nella loro lunga vita di sposi una cattiva parola era caduta nel mezzo di un discorso e li aveva momentaneamente divisi. E allora fra quelle ultime fiamme delle bragie che gli lambivano tiepidamente le piante dei piedi, la testa affondata nell’imbottitura dello schienale, si ricordò Prudenza fanciulla, poi sua sposina di vent’anni, non sapeva neppure egli come o perché, tanto era bella, persino troppo bella! La sua figura bianca, colle trecce nere e il sorriso roseo, gli ondulò un istante dinanzi a tutte le memorie del cuore.

Aperse gli occhi.

La stanza era ancora la stessa della prima notte di matrimonio, solamente quel magnifico comò di noce colla specchiera invece di essere dentro l’alcova dal canto di lei era presso il camino. Gaspare aveva allora voluto rompere appositamente la simmetria coll’altro canterano dell’alcova per esprimere così i diritti della bellezza. Prudenza doveva avere un comò più bello per le proprie camicie più fine e una specchiera per abbigliarsi. Ella aveva sorriso della spiegazione. Poi il comò era uscito un giorno dall’alcova e il canterano vi era rientrato.

- Perché? - chiese Gaspare tornato a casa.

- Non sono più bella.

Non era vero, ma egli lasciò che Prudenza facesse il voler suo.

Gaspare si alzò; fossero quelle memorie o il riverbero del camino, aveva il volto acceso: cominciò a passeggiare fermandosi tratto tratto in un pensiero col volto sempre più animato da una gaiezza giovanile.

- Che cosa dirà mai! - esclamò improvvisamente.

Aveva una grande idea. Intanto che Prudenza assisteva alle tre messe del Natale egli rimetterebbe il comò al posto del canterano e stenderebbe sul letto la coperta di seta gialla che c’era stata solamente la prima notte di matrimonio e il giorno del battesimo. La coperta doveva essere nell’ultimo cassetto del comò. Chissà che cosa Prudenza direbbe di questa sorpresa: era l’ultimo scherzo, egli ne rideva e ne sorrideva. Colla mano già leggermente tremula tirò il cassetto e cercò la coperta: era ravvoltolata in quattro fazzoletti rossi di cotone ancora tutti di un pezzo.

Ma s’interruppe, perché quella doveva essere l’ultima cosa: prima bisognava portare il canterano in mezzo alla camera e sostituirlo col comò. Vi si accinse. Siccome tutte le biancherie grevi da tavola e da letto erano nell’armadione, il canterano non pesava troppo. Lo scostò d’ambo i lati, e lo piegava già verso la colonna ai piedi del letto, quando intese cadere qualche cosa lungo il muro con un suono secco di carta. Nel timore di aver commesso qualche malanno corse a prendere la candela e, curvandosi sino ad inginocchiarsi, cercò: era un piccolo pacco. Per istinto, prima ancora di formare un pensiero, ricollocò con due spintoni il canterano a posto e tornò al camino: quindi cercò gli occhiali.

La prima era una lettera indirizzata a Prudenza; disciolse il plico, lo aperse a ventaglio: tutte le lettere andavano a Prudenza. Che cosa erano? Egli non ne sapeva niente; sulle prime si vergognò, erano forse lettere di famiglia, pettegolezzi che essa gli aveva nascosti con bontà di sposa, forse di gente già morta. Istantaneamente gli venne quasi fatto di gettarle sul fuoco per ritornare al canterano, ma la curiosità aguzzata dalla solitudine lo punse più profondamente, e ne aperse una. Alla prima parola impallidì, la lettera incominciava:

«Angelo mio!

Il nostro bambino sta dunque bene…».

Ma egli non comprendeva ancora. Tremante, ansante, portandosi istintivamente la mano agli occhiali, quasi dubitasse di leggere bene, proseguì; non v’era dubbio, quelle lettere venivano a Prudenza. A un certo punto era scritto: «perché il nostro bambino non potrà mai chiamarsi Fernando di Steinmetz?».

Gaspare ricadde sulla poltrona. La camera aveva sempre lo stesso aspetto calmo, le bragie del camino sorridevano ancora: si sentiva strozzare. Il significato di quelle lettere era così assurdo, il racconto di quel fallo sino allora ignorato così incomprensibile, che in sulle prime non arrivava ad orizzontarsi. Sussulti nervosi gli scrollavano il cuore, convulsioni indefinibili gli capovolgevano il cervello: poi gli si fece come una pace morta nell’anima; e si rammentò l’aneddoto dell’ufficiale al battesimo. Sicuramente era lui. Nullameno era strano. Tutta quella vita di Prudenza che egli conosceva non dava presa al minimo sospetto; le maniere di lei erano sempre state le stesse, i suoi occhi sempre calmi, sempre quieti, il suo sorriso sempre casto. Una simile avventura era dunque impossibile.

Ma allora la sua lunga esperienza del mondo gli ricordò centomila casi egualmente impossibili e veri, e rammentandosi la sua antica inferiorità di omino brutto ed insipido vicino a quella donna bella come una divinità, e che aveva sempre vissuto nella modestia della sua vita d’impiegato con una rassegnazione inalterabile quasi da essere strana per lui stesso, allibì. Quindi interpretandola più esattamente gli parve come una rassegnazione di prigioniero; ma tutti i prigionieri non erano colpevoli. Egli lo sapeva, sulle prime non osò condannare.

Prudenza aveva dunque amato un altro? Quell’ufficiale, egli ricordava, aveva tutto quanto mancava a lui; era bello, nobile, ricco: naturalmente doveva esserle piaciuto più di un povero impiegato mal vestito, senza spirito, che aveva appena un buon cuore, e non sapeva che amare e rispettare. Quindi una malinconia dolce, piena di generosi rimpianti per se stesso, gli strinse l’anima. Poi si ribellò ancora. Infine egli non ci aveva colpa di essere stato così: perché ella dunque lo aveva sposato? Che cosa poteva rinfacciargli? Non l’aveva sempre tenuta sopra un altare? Non era sempre stato un uomo onesto? Tutti non lo rispettavano? E riandando agli ultimi cinquant’anni della sua vita, così morigerata ed attiva, si disse che valeva bene quella di un altro, giacché egli non aveva d’arrossire in faccia a nessun gran signore. Ma una voce sorda ed ostinata gli gridava nullameno dal fondo della coscienza che il torto era suo: la primavera è dei fiori, e nella stagione dei fiori un buon frutto è senza pregio. Egli non era mai stato altro.

Prudenza infatti lo aveva sempre apprezzato, ma un fiore misterioso le aveva fatto un giorno girare la testa. Povera donna! Mentre tutte le altre fanno scontare al marito la propria colpa di sensi o di cuore, ella invece lo aveva egualmente prediletto. Allora l’immagine di Prudenza ai bei giorni gli riapparve, quando il suo volto puro come quello di una madonna imponeva quasi silenzio alle voglie brutali dell’amore; o lungo i passeggi nella domenica quando tutti la guardavano, ed egli sentiva in quella ammirazione di tutti come dei rimproveri per se stesso. Egli non era degno di Prudenza; se non avesse profittato della sua inesperienza per sposarla, forse Prudenza sarebbe diventata una gran signora.

Ed ella non se n’era mai lagnata.

Ma con tutte queste ragioni il suo cuore soffriva sempre. Sciaguratamente per tutti la vita era fatta così, la bellezza aveva anch’essa i propri diritti e la gioventù era piena di passioni. A settant’anni egli doveva saperlo quanto un altro. Perché dunque se ne lamentava? La sua vita, legata con quella di Prudenza a una profondità prima d’ora nemmeno sospettata, si era sempre pasciuta di una illusione, illusione l’amore delle prime notti, illusione l’amore del primo ed unico bambino!

Adesso gli sembrava di non avere più passato. La sua vita, semplice impiego nell’amministrazione di un gran signore, serie di conti e di conteggi, perdeva ogni significato: che cosa era dunque venuto a fare nel mondo? E ora tutto era fatto! Persino questa suprema e totale disgrazia era così lontana che non si poteva più parlarne.

Nell’oppressione di quest’ultima idea gli parve che una mano di ferro stringendogli lo stomaco gli ricacciasse tutte le castagne mangiate nella sera su per la gola con un’amaritudine di purgante. Per reazione si alzò. La sonnolenza tiepida ed onesta della camera gli fece male, forse la camera conosceva tutto quel triste secreto. Girò due o tre volte per l’alcova sempre colle lettere in mano, e si fermò dinanzi al ritratto di Fernando, alto nella parete sopra quello stesso canterano cui voleva mutare posto. Quell’idea di ricordare a Prudenza la prima notte di matrimonio gli morse allora il cuore. Chissà quante volte ella sopportando le sue carezze aveva pensato con un sospiro al bel ufficiale! Ma Fernando era proprio loro? Si appressò al canterano, lo assettò con un altro spintone al solito posto ed allungandovisi sopra con uno sforzo staccò il ritratto dalla parete.

Fernando era miniato, nudo nello splendore della innocenza sopra un cuscino.

Egli lo strinse nella mano tornando con passi febbrili verso la poltrona: si mise a guardarlo. La delicata e superba bellezza del bambino finì di atterrarlo, gli si smarrirono i sentimenti, gli si confusero le idee: Fernando non poteva essere suo. Quindi tutte le gioie e i dolori provati per lui gli ripassarono lentamente nella memoria come un corteo di funerale per un cimitero.

Gli sembrò di averlo ancora in braccio, mentre la mamma col seno slacciato li guardava tutti e due sorridendo; gli sembrò di insegnargli a camminare, di mettersi carponi perché il piccino potesse movere i primi passi reggendoglisi con una mano ai capelli; si ricordò tutti gl’incidenti per strada, a pranzo, a letto, poi, quando il bimbo ammalò, il terrore delle notti insonni, i lamenti della creaturina che soffriva, il medico intenerito che piangeva quasi, le vicine che venivano in punta di piedi e se ne andavano singhiozzando; poi la morte, il vestitino bianco, la bara coll’angioletto, i fiori, i pianti, Prudenza che ebbe a morirne, lui mezzo morto che doveva consolare tutti e bastare a tutto. Si ricordò che di notte era andato diverse volte solo a piangere lungo le mura della città, si ricordò di tutto e in mezzo a tanto squallore di memorie, fra gli echi di questi lamenti, la figura ilare di Fernando sorrideva ancora ai suoi occhi incantati, mentre la sua vocina gli batteva a strilli sul cuore.

Perché dunque Fernando non era suo?

Non avrebbe potuto anche esserlo?

Che cosa aveva avuto quell’uomo per soverchiarlo così in tutto?

Forse in quelle carte c’era più di una spiegazione. Si pose il ritratto sulle ginocchia e riaccostando il mazzo delle lettere agli occhiali si mise a cercare nei bolli l’ordine delle loro date. Voleva leggerle in fila per capire meglio, ma all’improvviso un insulto di sdegno, di tristezza, di dignità amareggiata e nullameno trionfante gli fece gettare il pacco sulle bragie respingendo dispettosamente la poltrona da un lato. Le lettere arsero subito, si contorsero sotto le lingue curiose delle fiamme: qualcuna si aperse, s’involarono su pel camino per ricadere in tanti cenci minimi ed aerei. Egli aveva già ripreso il ritratto e se lo teneva dinanzi gli occhi per non vedere le fiamme: forse non vedeva nemmeno cogli occhi il ritratto, ma la sua anima non lo ammirava che meglio.

Oramai non sapeva più di avere settant’anni, né quando avesse perduto il bambino; invece gli contava i ricci sulla fronte e mettendogli un mignolo in bocca gli diceva:

- Mordi, Nando, mordi, Nando! -

E Nando, grosso e biondo come un vitellino, era lì, c’era sempre stato, ci sarebbe sempre, gli saltava sopra un ginocchio ed allungandogli le manine cogli occhi strizzati, i labbruzzi protesi, si metteva a battergli coi talloni gli stinchi strillando:

- Cavallone, cavallone! -

Egli rideva, ritornava bambino, poi sollevandolo a tutta l’altezza delle proprie braccia gli domandava:

- Nandino, vuoi più bene a me o alla mamma? -

Una mano lo percosse sulla spalla.

Gaspare si voltò di soprassalto rimanendo col ritratto alzato sopra la testa.

- Che cosa fai, Gaspare? - chiese Prudenza con voce intenerita, indovinando quella contemplazione.

Gaspare ebbe una scossa violenta, si scrollò, la guardò un istante cogli occhi sbarrati, parve che un lampo gli schizzasse dalle pupille, che la bocca gli si contraesse ad una parola: tremava, aveva la faccia smarrita, le mani vibranti.

Prudenza affagottata ancora nello sciallone, col viso calmo, un po’ giallo, un viso di buona vecchia che ha pregato ed è contenta di se stessa, lo guardava con amorevole rimprovero.

- Gaspare….

A quella voce egli si arrese, abbassò la testa, una lagrima, che l’altra non vide, gl’inumidì gli occhi, e baciò il ritratto.

Ella più commossa fece un gesto carezzevole per toglierglielo, ma Gaspare sollevò il capo, le prese una mano e stringendogliela esclamò finalmente:

- Ah! se fosse vivo….