Oro incenso e mirra/Testa o lettera?

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Testa o lettera?

../Cristo alla festa di Purim ../L'omnibus IncludiIntestazione 3 giugno 2008 75% Romanzi

Cristo alla festa di Purim L'omnibus

Una volta era stato un signore.

I vecchi del villaggio si ricordavano ancora di suo padre, il cavaliere, che Gregorio XVI nominò conte per quelle due tornature di campo offerte al paese, quando si doveva costruire la grande chiesa parrocchiale. Ma il titolo di conte non aveva attecchito, perché nelle fantasie montanare egli avrebbe dovuto essere molto più ricco per meritarlo davvero; rimase quindi cavaliere.

Fece educare il figlio, l’estremo e l’unico della sua vita, nel seminario della prossima città, poi sentendosi troppo vecchio lo riprese a casa e se lo tenne costantemente dappresso sino agli ultimi giorni. Il ragazzo diventato ormai giovanetto sembrava intelligente ed era bello; quindi il cavaliere morì, e il giovanetto fattosi quasi uomo volle subito essere un giovane alla moda secondo il costume d’allora nel villaggio. Ma siccome la moda è identica in tutti i luoghi e in tutti i tempi, si mise contemporaneamente a comprare cavalli, a giuocare, ad amoreggiare. La sua vita era una festa. Fragorosamente allegro, stordendosi nel proprio frastuono e colle adulazioni della poveraglia, che lo chiamava sempre conte e cavaliere, egli era l’anima e l’invidia di tutto il villaggio. A notte lo assordava di risa e di canto ubbriacando per tutte le bettole quanti ne avevano voglia, ed erano molti: di giorno passava e ripassava sul selciato roccioso dell’unica strada, alto sopra la propria sedia. Così allora si chiamavano i biroccini; ma la sua sedia era dorata, dipinta di rosso, con un gran tappeto, il primo che il villaggio avesse forse visto, e che egli lasciava spenzolare fra il montatoio e una stanga a guisa di gualdrappa.

Le sedie di quel tempo, primo e massimo sintomo di ricchezza in una famiglia, somigliavano agli ultimi sedioli usati nelle corse al trotto, sostituiti poi dai sulki americani, ma erano a due posti; e siccome non avevano molle sotto la grande cassa di legno festosamente dipinta o intagliata, per ottenere una qualche elasticità portavano due stanghe smisuratamente lunghe. Così gravitando e molleggiando sulle reni del cavallo, massime nelle discese, permettevano di parlare senza troppo pericolo di mangiarsi la lingua nell’assiduo trabalzare sui ciottoli delle strade. Da alcuni paesetti montanari delle Romagne le ultime sedie hanno forse portato alla città i voti del plebiscito nel 1859: oggi nella rapida vicenda di tutte le forme nessuno le ricorda più.

La sedia del cavaliere era dunque dorata come la sua vita, chiassosa come la sua gioia, rapida come i suoi capricci, andava sovente nel fosso come la sua fortuna. Una volta fortuna e sedia vi rimasero così sbriciolate che nessuna avarizia o pietà tentò di risollevarle.

Ma prima il cavaliere aveva preso in moglie una fanciulla di eccellente famiglia diventata poi quasi illustre per due uomini politici saliti ad alte cariche nella rivoluzione. La fanciulla sedotta dalle apparenze painesche del cavaliere lo aveva sposato, regalandogli presto in quella allegra vita, senza troppo capirla, due figli. Quindi nel crollo improvviso di tutta la casa restò più intontita che afflitta: la sua natura bonaria, capace di vivere in ogni condizione quasi colla stessa facilità, devota, fredda, di un appetito insaziato e di un cicalìo inesauribile, la salvò dalle cupe malinconie dei decaduti.

Poi morì abbandonando il giovane dissoluto con due bambini, solo e povero. Il giuoco gli aveva già fatto perdere quasi tutte le masserizie, senza che il suo temperamento ne fosse domo: lasciò i figli crescere nel rigagnolo e iniziò per sé stesso un sistema di scroccherie basato sulle antiche relazioni di famiglia. L’arguzia dei primi espedienti aiutata dalla sfacciataggine delle maniere gli diede per qualche anno un abbondante ricolto; in seguito slargò le operazioni, come soleva egli stesso dire ironicamente, circuì ogni forestiere signorile capitasse nel paese, fece da scrivano e da segretario, fu sensale e mezzano, visse di tutto e di tutti. Avendo una eccellente calligrafia, qualche studio grammaticale e potendo firmare "conte" e "cavaliere", due titoli che davano una grande rispettabilità alla sua volontaria sventura, poté spillare quattrini al vescovo, poi a quanti gli successero, finché giunto il ’59 ed eletti i deputati si credette quasi ricco. Per molti anni gabbò tutti quelli della provincia col darsi a credere a volta un Giobbe e a volta un grande elettore, o partendo talora cogli abiti più sdruciti a fare il giro della diocesi si presentava ovunque e sempre col migliore italiano, mentre nel villaggio per dispregio della gente non discorreva mai che nel più sordido dialetto, ma ritornando invariabilmente senza un soldo dopo averli tutti perduti in qualche bettola.

Però non sentiva rimorsi. E oltre il giuoco aveva ancora un vizio ed una passione: era goloso, nauseantemente goloso di dolciumi, e pazzo per la caccia alle reti. Nei giorni migliori, quando colla vendita di qualche uccello poteva comprarsi delle paste, veniva subito nel caffè per mangiarle dinanzi alla gente con ogni sorta di lazzi e d’ingiurie contro i signori del paese, che facevano la più miserabile vita e non erano nemmeno da tanto che sapessero come lui cavarsi un capriccio.

- Perché non le dai piuttosto ai tuoi bambini? - gli fu chiesto un giorno.

- Il bambino sono io.

Ma poi ci pensò e gli parve con un certo senso di umiliazione che la risposta fosse più vera di quanto volesse. Infatti era stata accolta da una risata significativa.

Alcuni parenti umiliati da quella sua vita di mendicante si offersero più di una volta a trovargli un impiego, ma egli rifiutava ostinatamente.

- Se lavorassi nessuno mi crederebbe più conte.

- Allora mandate almeno a bottega i ragazzi.

- Prima di tutto sono conti anche loro se lo sono io: però se ci vogliono andare, non mi oppongo.

Naturalmente i ragazzi se ne guardavano bene.

Poi venne il ’66 ed essendo allora quasi due giovanotti diventarono due garibaldini. Alla partenza, siccome in paese si era fatta una colletta per i volontari e ad essi n’era già toccata una parte, il padre li chiamò. Erano presso un’osteria.

- I tedeschi sono sempre stati nostri nemici, ma questa volta dev’essere finita per sempre: battetevi tutti da bravi - concluse dopo un lungo discorso alla presenza di molta plebaglia, che gli batté fragorosamente le mani. - E adesso beviamo.

- Vorreste mangiarci quei due soldi che abbiamo - rispose il maggiore dei due figli, il più lacero.

- Ti ho detto di bere - ribatté il conte rattenendosi.

- Dove avete i quattrini voi? -

Il vecchio, che si vide penetrato, gli lanciò una occhiata sinistra; la plebaglia rideva e fermava quanti passassero per farli assistere alla scena.

- Il conte, il conte! - vociavano i bambini.

Il conte era diventato livido.

- Tu dunque vai a batterti per la patria? - replicò con voce stridula. - Sai che cosa ti darà la patria, dopo?

- Non voglio niente io.

- Te lo darà ugualmente: ti darà la galera.

Il figlio alzò la mano, ma la gente s’interpose.

Nullameno il conte trovò modo di farsi ubbriacare da un altro volontario, e prima di sera incontrandosi coi figli:

- Ohé! - gridò loro barcollando - io ho fatto bene la mia prima tappa.

Questo scherzo li rappattumò.

Ma come il vecchio aveva predetto accadde: dopo cinque o sei anni ambo i figli quantunque non malvagi finirono in galera. Egli proseguiva la solita vita, solamente era stato nominato organista della parrocchia con cento lire annue di stipendio e, ciò che maggiormente importava, con una nuova facilità a scroccare buoni pranzi. D’allora non fu festa di campagna alla quale si suonasse o no l’organo senza di lui. Arrivava primo, nel tempo della caccia, colle reti e i richiami, per cacciare in qualche campo vicino ove in mancanza d’uccelli s’ingegnava colla frutta o altro; d’inverno col solito mantello bucherellato di panno turchino, un residuo dell’antica eleganza, e il caldanino sotto. Partiva ultimo non senza qualche cartoccio nelle tasche, giacché a tavola domandava quasi per ogni pietanza il permesso di conservarne un ricordo, esagerando questo uso già troppo sfacciato di molti preti. Nella primavera, a caccia proibita, invescava le cingallegre, d’estate arretiva gli ortolani, nel settembre le passere, d’ottobre trovava qualche paretaio disusato per i fringuelli; e d’inverno tornava colla pania ai tordi, o saliva malgrado la neve al paretaio, ne spazzava la platea, e lì nel casotto, semivestito, gelato, con una pignattina di caffè, nella quale intingeva un pezzo di pane, aspettava tutto il giorno che un fringuello più affamato di lui venisse a beccare l’erba presso il boschetto. Era una caccia rabbiosa e desolata. Spesso il vento alzando turbini di neve glieli sbatteva sul volto incorniciato dal finestrino, immobile come un ritratto: aveva i diacciuoli nella barba, il naso pavonazzo, le lagrime agli occhi, e nullameno raggomitolato nel vecchio mantello, il caldanino sulla pancia e le mani sul caldanino, i piedi dentro una vecchia sporta piena di paglia, aspettava sempre. L’uccello arrivava pigolando: allora i suoi occhi scintillavano, un brivido più freddo lo faceva tremare sulla panca, afferrava colla mano dritta la ciambella del tiratoio e attendeva senza respirare. Ma se l’uccello saltarellando per la platea s’involava prima di essere entrato fra le reti, la sua passione scoppiava in un delirio di collera. Poneva il caldanino sul parapetto e alzando le corna al cielo chiamava Dio ad alte grida come un nemico personale, che si compiacesse a torturarlo vigliaccamente.

- Nemmeno un uccello… To’! - e un gesto intraducibile conchiudeva la bestemmia.

La sera giù nel villaggio, vedendolo arrivare mezzo morto dal freddo senza nemmeno un passerotto, gli davano la berta: egli tornava ad inviperirsi. Poi il governo mise una forte tassa di trentacinque lire sui paretai, di quaranta sulle reti a mano, di dieci per le panie, e proibì i lacciuoli. La nuova legge, soggetto, prima e dopo la promulgazione, di tutti i discorsi del villaggio, fu pel conte causa di nuove tragedie. Egli aveva giurato di cacciare senza nessuna licenza, ma nonostante tutti i riguardi dei carabinieri, che fingevano di non vederlo, cadde più volte in contravvenzione, e dovette scontarla con la perdita degli attrezzi e parecchi giorni di carcere. Le sue bravate al caffè, dove parlava dei carabinieri col più insultante disprezzo, li aveva costretti a catturarlo. Allora fu eroico: colle cento lire dell’organo, la sua unica rendita, comprò tutte le licenze e venne trionfante al caffè ad inveire contro quei signori che per paura della nuova tassa avevano dismessi i paretai.

- E quest’inverno? - gli chiese un bracciante che giuocava a scopa.

- Sai leggere tu?

- No.

- Io so scrivere - rispose sardonicamente, e una risata in coro gli diede ragione.

Infatti le lettere restavano sempre la sua migliore risorsa, anche quando giuocava.

Ma questa frenetica passione del giuoco, che gli aveva fatto perdere i lenzuoli, le sedie e una volta persino i tortellini di Pasqua, prima di cuocerli, a un centesimo l’uno, non riusciva oramai più a soddisfarla. I due o i cinque franchi spillati ai gonzi sfumavano tosto in dolciumi, se il gioco non era pronto: nullameno se ne rifaceva alla meglio.

Talora nel paretaio, mentre passava un branco di passeri e dava loro lo zimbello, aveva scommesso:

- Cinque soldi che piglio almeno tre passere? -

Intanto gli uccelli giungevano al tiro.

- Scommettiamo, tiravia: cinque soldi…

- Ma come vuoi fare? Potresti prendere anche tutto il branco.

- Ebbene in questo caso avrò perduto - rispondeva il giuocatore indiavolato.

Un’altra volta gli dettero tre lettere da portare a tre parrocchie: erano inviti per un funerale. Egli partì sollecitamente; cinque soldi per lettera e senza dubbio una pagnotta e un bicchiere di vino dal prete che la riceveva. A un miglio dal paese si incontrò in un altro giuocatore, vecchio contadino, già possidente andato a male. Si fermarono a chiacchierare presso il parapetto di un ponte: ambedue non avevano sciaguratamente giuocato da un pezzo, quindi il conte mostrò le tre lettere e gli espose l’incarico.

- Eh! - mormorò l’altro invidiosamente - quindici soldi con poca fatica.

- Vogliamo giuocarli?

- Non ho le carte - ribatté il contadino con tono amaro.

Il conte ebbe un sorriso umiliante di superiorità.

- Ecco, sono tre lettere a cinque soldi l’una, vanno a tre parrocchie: scommettiamo. Se indovini la parrocchia hai vinto tu, se non la indovini ho vinto io.

- Ma se non ho un soldo! - replicò l’altro solleticato dal giuoco e forse anche dalla sua stranezza.

Poi una idea lo illuminò.

- Facciamo così: se vinco, tu mi cedi l’incarico e le porto io; così tu non metti fuori niente.

- E se perdi? -

L’altro si grattò la testa.

- Va là, imbecille, l’ho trovata io: se perdi mi accompagnerai nel giro senza guadagnare nulla.

Invece perdette il conte.

Così erano passati molti anni, poi i figli uno alla volta tornarono dalla galera: il maggiore ripartì dal villaggio e andò a fare il manovale a Roma, l’altro si acconciò nel paese da stalliere presso un oste. Il conte viveva solo. Stava lassù in un solaio screpolato, quasi senza porta, col tetto troppo incline, attraverso il quale si vedevano le stelle: d’inverno la neve gli cadeva intorno al letto alta sino al ginocchio senza che egli pensasse a spazzarla, non aveva camino, e d’altronde gli sarebbe mancata la legna. Il fornaio gli riempiva gratis il caldanino di carbonella: del letto non aveva rimasto che il pagliericcio, entro il quale si cacciava tutto vestito, poi col mantello si faceva una coperta e col vecchio cappellaccio una specie di berrettone. Nei giorni di gran freddo non si alzava più; passava le lunghe ore a guardare i propri uccelli chiusi dentro un abbaino sporgente sul tetto e difeso da una rete di ferro, rifacendo forse per la milionesima volta gli stessi sogni di giuoco, di caccia o di dolciumi. Aveva pochi bisogni e meno rimorsi; se fosse ridivenuto ricco si sarebbe nuovamente rovinato.

Oramai in paese la sua miseria e le sue stravaganze si erano talmente invecchiate nell’abitudine di tutti che nessuno gli badava più. Egli tirava dritto.

Finalmente si ammalò. Un giorno la ruota di un biroccino pigliandogli il mantello lo fece cadere; parve cosa da nulla, ma non si rimise più. Gli vennero meno le gambe, si mise a letto. Il figlio per rispetto mondano, fors’anche per un rimasuglio di pietà, venne ad usargli qualche cura, a portargli qualche zuppa.

Egli non si lagnava. Era d’inverno. Nel solaio aperto a tutti i venti sarebbe gelato il vino: le pareti scrostate e sudicie annebbiavano la poca luce, il pavimento era tutto rotto, la porta sgangherata metteva certi urli ai buffi del vento, che parevano umani. Solo gli uccelli nell’abbaino saltellavano o canticchiavano di quando in quando. Nessun altro mobile o soprammobile occupava un poco di quella nudità desolata, tranne un fiasco spagliato, sospeso per un chiodo a capo del letto. Una volta, quando lo poteva ancora, vi faceva il caffè attaccandolo alla catena del focolare; adesso era vuoto, impolverato, e per coperchio aveva un guscio d’uovo.

E, sintomo di morte vicina, egli aveva venduto quasi tutti gli attrezzi di caccia, meno un sacco di reti che gli servivano da guanciale.

- È morto? - domandava talvolta la gente al figlio.

Questi si stringeva indifferentemente nelle spalle.

Ma un giorno l’arciprete si credette in dovere di visitare il suo organista, che da sei mesi non suonava più e si faceva sostituire dal capobanda del villaggio, un giovane di carattere dolcissimo.

Quando il conte scorse l’arciprete:

- È venuto per darmi il buon viaggio? - esclamò. - Mi dispiace che dovrà accompagnarmi gratis al cimitero, ma io non ce ne ho colpa; l’uso l’hanno inventato loro. Per me ne farei anche a meno.

- Non volete dunque i conforti della religione? -

Il conte ebbe un sorriso spavaldo. Egli si era sempre vantato d’empietà pur bazzicando nelle chiese, ma la sua fisonomia era così disfatta che il prete credette di non essere venuto inutilmente. Il medico aveva già dichiarato da tempo che il conte oltre la paralisi alle gambe soffriva di un aneurisma. Nullameno l’occhio dell’infermo era sicuro.

Allora s’impegnò una lunga discussione fra il prete, che voleva convertire il conte, e questi che, rabbrividendo a qualche sua ragione, non voleva mostrarlo per un’ultima bravata di morire senza sacramento. Erano le tre dopo mezzogiorno; il figlio uscito da un’ora non sarebbe ritornato che a notte. Il vecchio colla testa appoggiata sulle reti, nascosto dentro il pagliericcio, col vecchio mantello sopra il cappellaccio che gli si rialzava come una sporta sulla fronte, non mostrava che la faccia bianca sotto la barba bianca cresciutagli nell’ultimo mese.

Ad un tratto si sentì male.

Il prete gli si chinò sopra premurosamente:

- Aspettate, vado a prendere i sacramenti - mormorò vedendolo mutare fisonomia.

Ma l’altro mise fuori una mano e lo rattenne.

- È tardi.

- Raccomandatevi a Dio.

- Ma c’è?

- Ne dubitereste proprio? -

Il vecchio dubitava davvero.

Ma il prete richiamato a tutta la serietà del proprio ufficio da quella agonia improvvisa, si trasse di tasca una grossa medaglia e presentandogliela perché la baciasse:

- È la Madonna delle Grazie, vi sono due mesi di indulgenza a dirle un’avemaria.

Il vecchio tese la mano.

- Baciatela dunque.

- Ma c’è?

- Chi?

- Dio - e tacque; poi facendo uno sforzo per voltarsi a guardare in faccia l’arciprete, gli mostrò la medaglia.

- Scommettiamo: io prendo testa, voi lettera.

- Disgraziato! - gridò il prete, offeso nella propria fede da quello che egli prendeva per uno scherzo brutale.

- Avete paura di perdere; scommettiamo: non c’è.

- Dio?!

- Testa… - chiamò l’infermo gettando la medaglia in mezzo alla stanza, e piegò subitamente il capo.

Rantolava: il prete si voltò al tintinnìo della medaglia, ma attratto dal rantolo del morente non poté raccoglierla. Il conte moriva, aveva gli occhi vitrei, un filo di bava sulla bocca. A un tratto, mentre il prete suo malgrado agitato da quella suprema scommessa stentava a trovare le parole rituali per raccomandargli l’anima, il vecchio sbarrò gli occhi: parve voler parlare.

- Raccomandatevi a Dio! -

La testa ricadde, era morto. Il prete si chinò atterrito per vedere se respirava ancora, ma sentendolo già freddo provò un brivido alla schiena. Allora confuso, quasi palpitante in un dubbio che non avrebbe voluto sentire, andò a raccogliere la medaglia: era dentro un crepaccio del pavimento. Così al buio non si discerneva da che parte fosse voltata. Si abbassò.

- Testa! -

Il conte aveva vinto l’ultima scommessa.