Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/117

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atto primo 109


ATTO III

SCENA I

Rita, Malfatto, Ceca.

Rita. Idio sia quello che ci aiuti. La mia patrona è si frettolosa che non può aspettare che costoro gli mandino a dire ciò ch’han fatto ma voi che ci vada io a solecitarla. In veritá, che li ho compassione, e grande; che, cosí giovane, la poverina si veggia, senza alcuna cagione, abandonata dal marito. Non so come Idio gli possa sostenere al mondo simili uomini e come non gli mandi un flagello adosso di sorte che sieno essempio a tutti gli altri sciagurati che pigliono le mogli e poi le lasciono nella malora. E quanti ve ne sonno ancora di quei ribaldi, che non stanno troppo lontani di qui, che tengono le mogli e la concubina! E quanti di quegli che fanno dormire e’ fanciulli in mezzo a lui e alla moglie per saziare la loro corrotta e disonesta vita! E altri ch’in quante cittá sono andati in tante hanno sposata una donna e si pregiano di avere piú mogli a l’usanza turchesca. E de ciò quella ragione si tiene che si vuole di quelle cose che non sono nel mondo. Poi questi uomini si hanno prescritta una certa temeritá, una prosonzione, una ingiustissima legge, che li par loro che ’l tradire le mogli non sia peccato e che, per questo, non sieno degni di punizione e che sia vergogna l’innamorarsi della moglie e che, se elle fanno un minimo errore, subito debino essere punite e uccise. J E, il piú delle fiate, loro stessi dei vitupèri ed errori delle mogli ne sono cagione: per ciò che, o per la ingordigia del danaio o degli uffici o per empirse el ventre e andar ben vestiti, gli menono in casa gli amici e fan poi vista di non lo sapere; e, come poi hanno piene le borse e che sono richi e che pensono