Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/118

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110 il pedante

salir a qualche grado, per parer valenti e che stimino l’onore, le uccidono, che sieno uccisi loro! Oimè! ch’io ne so tante de queste cose e ne cognosco tanti di questi tali, per quel poco ch’io ci sono stata in questa terra, ch’io potrei, mentre che vo per la strada, aditargli e mostrar cosi: — Elio n’è l’uno; ed elio l’altro, colá. — E chi piú di questo sciagurato del mio patrone meritaria che la moglie gli facessi vergogna? Cosi, tra me stessa parlando in còlerá, com’è costume di noi altre vecchie, son giunta a casa de madonna Iulia. Tic, toc. Costoro non ci deveno essere. Tic. Ogni volta ch’io vengo qui me fo prima sentir a tutto el vicinato che me respondino.

Malfatto. Chi bussa? che vói da la porta nostra?

Rita. Chi è quello? ove sei tu?

Malfatto. Son qua. Non ci vedi lume? No, no. Da quest’altra banda.

Rita. Adesso si che ti vego. Che dici tu?

Malfatto. Dico: perché bussi all’uscio mio?

Rita. Io credo che tu ti sogni, pecorone!

Malfatto. Alla fé, che me credevo che fosse lui. Orsú!

Basta.

Rita. Dimmi un poco, olá! Me sai dire se e’ cci sono costoro?

Malfatto. Non ce sta nessuno che se chiami Costoro in quella casa.

Rita. Dico se c’è la patrona.

Malfatto. Se non si è partita, io credo de si, io. Ma bussate, bussate forte, che ben ve responderanno.

Rita. Vedine nessuno tu?

Malfatto. Si: veggo la gatta. Volete che la chiami? Mis!

mis! Non ce vole venire.

Rita. Oh bestia balorda! Io pichiarò tanto che qualcuno si affacciará.

Malfatto. Bona notte. M’aricomando.

Rita. Addio, addio. Tic, toc.

Malfatto. Oh! me ssi era scordato. Volete beverare de qua con noi, che iersera remissemo una cantina d’aqua fresca?

Non respondete? Vostro danno!