Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/153

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atto quinto 145

SCENA V

Luzio, Malfatto, Trappolino, Prudenzio.

Luzio. Guarda pur che tu non me dichi le bugie, che il mastro me voglia e poi non sia lo vero.

Malfatto. Alla fé, non dico bugie io. E me Ilo ave ditto ancora quell’altro che stava con quello, con esso.

Luzio. Che diavolo non parli che sii inteso?

Malfatto. Orsú! Andamo, che te Ilo dirò poi domattina, fraschetta!

Luzio. Oh! tu me dice villania, sciagurato!

Malfatto. Me ciancio con teco. Ma andiamo un poco qua, che voglio parlare a un mio compagno.

Luzio. Come ha nome?

Malfatto. Non te Ilo voglio dire. Ecco la casa. Aspetta teme voi, Luzio, che voglio bussare.

Luzio. Si; ma spacciate.

Malfatto. Tic, toc. Oh de casa! oh nesciuno! oh quello!

Tic. Non ci deve essere, nch vero?

Luzio. No, che non ci deve essere. Andiamo con Dio.

Malfatto. Lassarne bussare tre altre volte, prima. Tic. E una.

Trappolino. Chi è lá? Olá!

Malfatto. Amici. Simo io.

Trappolino. El cancaro che te venga! Che vói?

Malfatto. Che non respondi tu, adesso?

Trappolino. Respondi pur tu, che parlo con teco.

Luzio. Che dici tu? Olá!

Malfatto. Che vói che dica, o Luzio?

Luzio. Dilli quello che ti pare. Che me fa a me?

Trappolino. Chi sei tu che hai bussato?

Malfatto. Sono un certo omo da bene.

Trappolino. Tu devi avere cattivi vicini, nch vero?

Malfatto. Si, si, sto qua vicino; e vorria parlare a colui che sta qua dentro.