Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/199

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atto primo 191

          Crisaulo  Ho sempre da natura
          avuto questo, che d’alcuna cosa
          non mi son dilettato quanto avere
          il mondo tutto e, se fosse possibile,
          l’inferno amico. E quegli che altra via
          tengono, essendo nobili di sangue
          e di gran facultá, debbiam chiamargli
          animai brutti. Avarizia malnata,
          d’ogni altro mal radice! O pien d’inganni,
          fraudi, ruine e morti, oro, tiranno
          fatto di quello a cui ti fé’suggetto
          chi tutto fé’! Come può tanto errore
          fermarsi in noi? poi che veggiamo espresso
          che chi piú n’ha piú stenta e manco gode.
          Che noi fuggiamo?
          Pilastrino  Ogni uom sa predicare;
          e tanto piú di quel che poi non crede.
          Certo è che Voxo è cosí maladetto
          che alcuno esser non può mai, in fin che n’ha,
          contento o riposato. Ma vorrei
          veder pigliare, un tratto, a chi ’l cognosce
          qualche rimedio.
          Crisaulo  E questo è ’l colmo appunto
          del nostro error: che lo veggiamo aperto;
          né in alcun modo ne vogliamo uscire
          o rimanerne.
          Pilastrino  Tu non neghi, adunque,
          essere in grande errore?
          Crisaulo  Errore. Ah quanto
          fora ’l meglio esser nato in vii capanne,
          talora, e in boschi che ne l’alte case!
          Chi noi pruova noi sa.
          Pilastrino  Cosí sarebbe
          piú felice ’l mio stato assai che ’l tuo;
          che non mi truovo un soldo.
          Crisaulo  Senza dubbio.