Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/200

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192 i tre tiranni

          Pilastrino  È meglio, adunque, che cangiam gli stati
          e le fortune. E tu sarai contento
          sempre nel mio: e si lieto e felice
          e senza alcun pensier che non vorresti,
          quando lo provi poi, per tutto il mondo
          non l’aver fatto. Ed io, in cambio tuo,
          torrò questi tuoi affanni.
          Crisaulo  E che potresti
          cangiar se non que’ panni e quella pelle?
          o ’l vizio orrendo che non potrá mai
          I mancare in te? poi sai che non possiamo,
          per noi stessi, cangiar stato e fortuna:
          che s’appartiene al ciel.
          Pilastrino  Ti vo’ insegnare.
          Avremmo prima a tramutar la robba:
          verbi gratía, la tua fa’ che sia mia.
          Tu voglio che ti chiami Pilastrino;
          ed io sarei Crisaulo. E, in questo modo,
          non sol muterai nome, ma costumi,
          stato e natura; e forse ancor la mente.
          Proviam, se tu noi credi.
          Crisaulo  Io ti ringrazio;
          che è buono il tuo consiglio: ma non voglio
          ch’oggi ne venda a me.
          Pilastrino  Ah! ca! ca! ca!
          Non ti si può appicare oggi niente
          di questa mia dottrina. Io me ne vado.
          Qui non si busca.
          Crisaulo  Sta’, non ti partire;
          fermati un poco.
          Pilastrino  Non posso indugiare.
          Crisaulo  E che buona facenda?
          Pilastrino  Un’altra volta,
          se riesce, tei dirò; che penso, un tratto,
          uscir d’esti pedocchi. Non dir nulla,
          che vo’ ch’abbiam da rider per cent’anni,
          se mi vien fatta.