Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/201

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atto primo 193

          Crisaulo  Non vo’ sapere altro.
          Guarda pur di non far qualche trabalzo
          che te n’abbi a pentir. Di poi quel giorno,
          non mi sai dir niente di colei?
          Tu sei pur negligente!
          Pilastrino  Ora non posso
          dirt’altro, e’ ho da fare in fine a sera.
          Ma vo’ che sappi la piú bella berta
          ch’io tramo adesso.
          Crisaulo  Non lo vo’ sapere.
          Attende ad altro, e forse ti fia ’l meglio.
          Ier la vidi duo volte a la fenestra.
          Felice giorno!
          Pilastrino  Ed io piú di sei volte
          la vidi, dopo bere; e l’abbracciai.
          Chi è piú felice?
          Crisaulo  Aimè! Vita infelice,
          quando fia ’l di che fuor di tanti affanni
          ti scorga Arnojj che giá condotta a tale
          t’ha in poco tempo ch’altro ornai non resta
          in tuo conforto che la morte istessa
          o di lei la speranza?
          Pilastrino  .Oh! co! T’ho inteso.
          Addio; fa’ pur da te. Questi incomincia,
          pur come suole, a noverar le stelle
          e gli animali e le donne e le piante;
          i sassi e i monti e l’acque e ’l cielo e l’aere
          dimanderá crudeli; e la fortuna
          e la sua sorte iniqua e ingiuriosa;
          troverá tutti i santi, al fine, in fraude;
          e vorrá far vendetta.To voglio andare
          a comprar, prima, e, poi, in qualche taverna,
          fin che giunga la sera, anch’io a gridare
          con le mezzette.
          Crisaulo  Aimè! Dolce mia luce,
          quando mai resterai di tòrti in gioco
          Commedie del Cinquecento - i. 13