Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/202

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194 i tre tiranni

          questa mia miser’alma? e quando avranno
          mai fin tante passioni? e le cocenti
          fiamme fian spente? e quando fia mai vinta
          da pietá cosí dura altera mente?
          o di me sazia quella cruda voglia?
          Certo, non mai; che la mia sorte è tale
          ch’io sempre peni. Ma lascia, che, in breve,
          forse questa mia man ti fará lieta
          di tanto desiderio e fia disciolta
          l’alma d’está prigion.
          Fileno  Fornisce, un tratto.
          Che cosa è questa, tanto lamentarsi
          e rinnegar la fé? che tanti stinchi?
          tante prigion? Chi ti sentisse, certo,
          giudicherebbe ch’aspettassi or ora
          acerba morte. Hai pur questo tuo pecco,
          come le donne, di voler morire
          d’ogni picciola cosa e avere in cima,
          come lo sputo, il pianto. Se non fosse
          ch’io troppo t’amo e del tuo mal m’incresce,
          in fine al cuore avrei or con fatica
          ritenuto le risa. È pur vergogna
          tanta viltá.
          Crisaulo  Dico che n’ho per sette
          de’ buon consigli. Ma questo non basta:
          che bisogna pazienza; di che i santi
          mancan talora.
          Fileno  Eh! va’: l’hai per costume
          questo voler morire. E poi per chi?
          Una fraschetta, che, chi la strizzasse
          tutta, non n’usciria tanto di buono
          che te n’ungessi un’unghia.