Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/212

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204 i tre tiranni

          che tien (come faremmo noi i capponi
          sotto la cesta) perché venghin belle.
          E, quando poi son grasse e da qualcosa,
          le vende, le trabalza e con danari
          ne fa ogni derrata. Ivi tutte hanno
          il lor proprio esercizio: una pesta ossa
          e piú cose bizzarre; una crivella
          le polveri e sementi; un’altra l’erbe
          mette ne le strettoie e cava il sugo;
          questa fa medicine; un’altra unguenti,
          penso, da gambaracci e simil cose;
          una è in lavar la trementina; e l’altra
          falserá sollimato e, con salnitro
          e solforo, fará puzzar la casa.
          E vedi poi, d’intorno, mille fatte
          di lambicchi e campane da stillare,
          bocce di vetro le piú contrafatte
          del mondo. Ivi fornaci, scaffe e stufe,
          orci, fiaschi, arbarelli e tarabaccole.
          Per le fenestre fiori, erbe e sementi,
          radici, zucche, zucchelle e pignatte,
          laveggi, pignattini e speziane
          e cose strane. E ci vedrai d’augelli
          piú membra; e piú animali scorticati;
          e pelle e grassi e sangui come inchiostro;
          unghie e capei morti.
          Crisaulo  Io son giá sazio.
          Non mi dir piú, ti prego.
          Fileno  Odi ancor questa.
          Oggi vidi stillare a una campana,
          che è fatta appunto coni ’un uom che s’abbia
          le man miso in su’ fianchi; che credetti
          morir di rise. V’era cinque o sei
          di quei visi affummati intorno al fuoco,
          che parean le donzelle di Vulcano
          giú nel regno di Dite. Ancor piú oltra