Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/220

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212 i tre tiranni

          Biat’a lor che v’andranno!
          Crisaulo  Io non ricerco
          i tuoi travagli. Dimmi se facesti
          di quella mia.
          Artemona  Si, si. Lasciami dire.
          Da poi ch’io ti trovai v’ho messo mano;
          e ’l di dopo, in bel modo, feci a Lucia,
          ridendo, cenno di voler parlarli.
          Ella non s’è mostrata in alcun modo
          né di qua né di lá, che sta in sul savio
          per amor de la madre; ma dimane
          la coglierò in soquadro, se crepasse.
          Voglio tre o quattro de le tuoi camicie
          piú belle per lavarle; e con degli altri
          panni le stenderò ne la sua ^altana.
          E lascia che a la prima non li parlo,
          che farò qualche ben.
          Crisaulo  Non ti dico altro
          se non che quanto mai ce n’è bisogno:
          che so ben come sto. Fa’ di servirmi
          e serviti di me.
          Artemona  Ti vo’ contare.
          Quella farina, ch’è forse otto giorni
          che mi mandasti a casa, il mio figliuolo,
          quel maritato, venne, non ier l’altro,
          quand’io non era in casa, e se la prese
          dicendo che n’ha piú di me bisogno.
          Ond’io son senza; e, per trattare or questa
          tua impresa, non lavoro o faccio niente;
          e cosí non guadagno: onde conviene
          alfin ch’io stenti. Di darti fastidio
          a me ne incresce. Abbimi per iscusa
          che ’l bisogno mi fa forse far quello
          che non feci mai piú.
          Crisaulo  Basta. T’ho inteso.
          Timaro, fa’ portare a questa donna,