Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/225

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atto secondo 217

          Passava ier da casa di Calonide.
          Ed erano ivi aspettarlo a la porta
          duo servi o tre. E mi fermai con loro,
          alquanto, a ragionare; e intesi questo
          con mille altre grandezze che di nuovo
          fa per colei.
          Girifalco  Oimè! che mala nuova
          è quella che mi porti, sciagurato!
          Poi non debbe esser vero; e tu lo dici
          per vedermi morire.
          Pilastrino  Oh! tu ti cangi
          cosi di cera! E’ par che abbi paura
          di quel marcetto. N’è ben gran pericolo
          che ti scavalchi!
          Girifalco  Or to’ questi ristori,
          Girifalco meschino. E si, fu vero?
          Era pur dentro in casa quel tignoso?
          Vedesti ’l tu?
          Pilastrino  Si, vidi poi a l’uscire,
          che fu in sul buio; ma non so giá dirti
          quel che v’avesse fatto.
          Girifalco  Aimè tapino!
          Perché voglio piú viver? Prego il cielo
          che faccia in modo ch’io mi rompa il collo
          prima ch’abbi a morir di questa morte.
          Cara la vita mia, non ti ricordi
          giá piú di me. Tu mi fai pur gran torto,
          che sai che ’l primo di non ti cercava.
          E tu ti innamorasti cosí forte
          di me che non vivevi ben quel giorno
          che non facevi dirmi qualche cosa.
          Listagiro  Lascia pur: ti trarem questi pensieri.
          Girifalco  Ed ora, che t’ho posto un poco amore,
          sei si ritrosa! E forse ancor mi cambi
          per una nebbiarella. Che se, un tratto,
          mi dá fra l’unghie, ne vo’ fare appunto