Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/272

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264 i tre tiranni

          cosi brutto accidente? Oh! Sta’! Si, si.
          Or mi ricordo: l’ha giá rotta seco.
          Non li volse rispondere. A la fede,
          che de’ volere andare al prete Ianni,
          per intronato, in su quella galea
          che s’ha da armar di frati, artieri e pazzi.
          E debbe anco aver buona provigione,
          per portar la semente degli sciochi
          che a lor parrá gran cosa: che la nostra
          nasce di qua, senza esser coltivata,
          ne le case, ne’ muri e ne la rena,
          come fa la bacicchia. Toh poltrone!
          Ve’ se non fa ’l piagnon, che sia scannato
          da le zenzale! Non so che mi tiene
          che non ti peli quella barba schifa
          e lorda.
          Filocrate  Dio ti dia cognoscimento,
          pazienza a me; poi che m’ha fatto degno
          de la sua grazia.
          Pilastrino  Dio ti dia ’l mal anno
          e la pasqua peggior, ladroncellaccio!
          Son piú omo da ben che non sei tu.
          Che si, se m’accaneggi, ciarlatano,
          la farem con le pugna!
          Fileno  Ah! Discrizione!
          È troppo, Pilastrin: lascialo stare.
          Togliamcene, piú presto, un poco spasso.
          Filocrate  «Apparecchiate la strada al Signore»,
          diceva il gran Battista nel diserto,
          per convertire ogni selvaggio core
          e, con la penitenza, farne aperto
          il buon sentier che giá l’antica gente
          chiuso n’avea facendol duro ed erto.
          Quale è donna di voi che non si pente
          e non rompe nel cor durezza tanta
          ch’altrui in vecchiezza poi suol far dolente?