Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/302

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294 i tre tiranni

          Oh che bel fregio a si onorata casa!
          Che direbbe ciascuno?
          Crisaulo  È vero e certo
          ch’io la sposava o che sarebbe in breve
          seguito la mia morte; che non basta
          il nostro ingegno a schifar le fortune
          e i casi avversi che sono imminenti.
          Che possiam contra ’l ciel?
          Fileno  Bisogna, adunque,
          uscir d’errore ed a l’antico male
          porger rimedio, poi che v’è gagliardo.
          Fuggiam, per qualche di, l’occasione,
          che fa peccar talor l’anime elette,
          ed andianne a diporto; ove vedrai
          ogni virtute ed ogni sentimento
          surgere in te come da morte a vita.
          Lasciati governare.
          Crisaulo  Io sono stato,
          un tempo, appunto com’un uom che è morto
          e non esce di pena; e in stato tale
          mi son trovato che ho portato invidia
          a chi morio giá un tempo o mai non nacque.
          E fui giá tal che or sol la rimembranza
          mi toglie parte del piacer presente.
          Or che posso gioir, lasciami alquanto
          restare ove è ’l mio core e la mia vita,
          se tu non vuoi ch’io mora.
          Fileno  Addio, Crisaulo.
          Dissi ben io che ci saria che fare
          che tu voglia ora uscir de la calcina,
          ch’altrui non par sentir mai che l’offenda
          per fin che non l’ha roso in fine a l’osso.
          A te verrá come al villanel suole,
          che, per cogliere il mele ai nidi d’api,
          si ferma si che, prima che si parta,
          guasto n’ha malamente gli occhi e ’l volto.