Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/32

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24 la calandria


Calandro. Due anelli mi bevve quella spagnuola. Or io fo ben voto a Dio che io m’arò ben l’occhio di non esser beuto.

Fessenio. E tu savio.

Calandro. Nissuna mi bacerá giá mai che lei non baci.

Fessenio. Calandro, abbivi avvertenza; perché, se una ti bevesse il naso, una gota o un occhio, tu resteresti il piú brutto omo del mondo.

Calandro. Ci arò ben cura. Ma fa’ pur che io abbi in braccio Santilla mia.

Fessenio. Lassa fare a me. Voglio ire ad ultimare in un tratto la cosa.

Calandro. Cosi fa’. Ma presto.

Fessenio. Non ho se none andar lá; da qua ad un poco, tornerò a te con la conclusione.

SCENA VIII

Ruffo solo.

Non deve l’omo mai disperarsi perché spesso vengano le venture quando altri non l’aspetta. Costei, come io pensai, crede che io abbi uno spirito. Ed, essendo neramente d’un giovane accesa ed altro rimedio non giovandoli, al mio ricorre, pregandomi che io lo stringa andare da lei, di giorno, in forma di donna, promettendomi denari assai se io ne la contento: che credo di si, per ciò che lo amante è un Lidio greco, amico e cognoscente mio per essere d’un medesimo paese che sono io; ed è anco mio amico Fannio suo servo. Però spero condurre la cosa in paro. A costei non ho promessa cosa certa, se prima con questo Lidio non parlo. La ventura ci piove in grembo, se ella fia presa da Lidio come da me. Orsú! A casa di Perillo mercante fiorentino, ove sta Lidio, me ne vo; ed, essendo ora di pranzo, forse in casa il troverrò.