Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/404

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396 gl’ingannati


Giglio. Y es verdade todo esto? Cata che non m’enganni.

Pasquella. Giglio mio, se non è vero, ch’io non ti possa piú mai vedere. Credi ch’io non abbi cara la tua amicizia? Ma voi spagnuoli non credete in Cristo, non che in altro.

Giglio. Hora, que non fazite quello que era concertado entra nos?

Pasquella. La mia padrona è maritata; e questa sera faciam le nozze; e ho da far tanto ch’io non posso attendere. Aspetta a un’altra volta. Uh come son rincrescevoli!

Giglio. Alla magnana, ah? Domattina, digo. Non es a si?

Pasquella. Lascia fare a me; che mi ricordarò di te, quando sará tempo; non dubitare. Uh! uh! uh! uhimene!

Giglio. Voto a Dios que te dare escuccilladas per la cara, se otra veze m’engannes.

SCENA V

Cittina figliuola di Clemenzia balia, sola.


Io non so che stripiccio sia drento a questa camara terrena. Io sento la lettiera fare un rimenio, un tentennare che pare che qualche spirito la dimeni. Uhimene! Io ho paura, io. Oh! Io sento uno che par si lamenti; e dice piano: — Aimè! non cosí forte. — Oh! Io sento un che dice: — Vita mia, ben mio, speranza mia, moglie mia cara. — Oh! Non posso intendere il resto: mi vien voglia di bussare. Oh! Dice uno: — Aspettami. — Si debbono voler partire. Odi l’altro che dice: — Fa’ presto tu ancora. — Che si che rompon quel letto? Uh! uh! uh! Come si rimena a fretta a fretta! In buona fica, ch’io lo voglio ire a dire alla mamma.

SCENA VI

Isabella, Fabrizio e Clemenzia balia

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Isabella. Io credevo del certo che voi fusse un servitor di un cavalier di questa terra che tanto vi s’assomiglia che non può esser che non sia vostro fratello.