Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/81

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atto quinto 73

se non Fulvia sua? Bestia chiami me, eh? Come se tu non mi conoscessi!

Lidio femina. Non ti conobbi mai né di conoscerti mi curo.

Fessenio. Adunque, tu non conosci il servo tuo?

Lidio femina. Tu mio servo?

Fessenio. Se per tuo non mi vuoi, sarò d’altri.

Lidio femina. Va’ in pace, va’; che col vin parlar non intendo.

Fessenio. Col vino non parli tu giá; parlo io bene con la smemorataggine. Ma non ti nasconder da me, che li accidenti tuoi so io bene come te.

Lidio femina. Che accidenti son li miei?

Fessenio. Per forza di negromanzia se’ diventato femina.

Lidio femina. Io femina?

Fessenio. Femina, si.

Lidio femina. Male il sai.

Fessenio. Però chiarir me ne voglio.

Lidio femina. Ah poltroni che vuoi tu fare?

Fessenio. So che io lo vederò.

Lidio femina. Ahi sciagurato! A questo modo, ah?

Fessenio. Con man lo toccherò, se me amazzassi.

Lidio femina. Ah prusuntuoso! Sta’ discosto. O Fannio! o Fannio! A tempo arrivi; corri qua.

Fannio. Che cosa è questa?

Lidio femina. Questo reo omo dice ch’io son femina; e a mio dispetto vuol cercarmi.

Fannio. Che audacia a far ciò ti muove?

Fessenio. Che pazzia induce te a metterti tra ’l padron • mio e me?

Fannio. Questo è tuo padrone?

Fessenio. Mio, si. Perché?

Fannio. Buono uomo, tu pigli errore. So che né tu a lui servo né egli a te padrone fu mai. A me, si, bene egli ed io sempre a lui.

Fessenio. Né tu a costui servo né tu a lui padrone fusti giá mai. Io, si, ben tuo servo; tu, si, bene mio padrone. Io sol il vero dico; voi amendue mentite.