Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/82

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74 la calandria


Lidio femina. Maraviglia non è che tu arrogantemente parli, se anche prosuntuosamente operi.

Fessenio. Maraviglia non è che tu ignorantemente mi dismentichi, se anche smemoratamente te stesso non conosci.

Fannio. Parlali dolcemente.

Lidio femina. Io me stesso non conosco?

Fessenio. Messer... volsi dir, madonna, non. Se tu te riconoscessi, me ancor conosceresti.

Lidio femina. Io ben mi conosco. Chi tu te sia non ritruovo giá.

Fessenio. Di’, piú correttamente, che tu hai trovato altri e perso te stesso.

Lidio femina. E chi ho io trovato?

Fessenio. Tua sorella Santilla, che ora è in te, sendo tu femina. Hai perso te stesso, perché non sei piú maschio, non sei piú Lidio.

Lidio femina. Qual Lidio?

Fessenio. Oh poveretto, che nulla ti ricorda! Dch! padrone, non ti soviene egli essere Lidio da Modon, figliuolo di Demetrio, fratello di Santilla, discipul di Polinico, padrone di Fessenio, innamorato di Fulvia?

Lidio femina. Nota, Fannio, nota. Fulvia mi è ben ne l’animo e nella memoria.

Fessenio. Mi sapeva bene che sol di Fulvia ti ricorderesti. D’altro no, in modo affatturato sei!

SCENA III

Lidio maschio, Fessenio, Lidio femina, Fannio.

Lidio maschio. Fessenio! o Fessenio!

Fessenio. Che donna è quella che a sé m’accenna? Aspetta, tu, che a te torno ora.

Lidio femina. Fannio, se io sapessi che mio fratel vivo fusse, di speranza non sperata sarei or piena; perché vederei lui essere quello per cui costui me ha còlto in scambio.