Pagina:AA. VV. – Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, Vol. I, 1920 – BEIC 1928288.djvu/125

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vii - cecco angiolieri 119

CXII

Anzi, la madre rifiuta di rendergli conto del mal tolto.

Mie madre disse l’altrier parol’una,
la qual mi piacque a dismisura molto:
che, s’ella m’ha di mio argento tolto,
4di farmene ragion tiell’una pruna.
Ed io si le rispuosi in una in una:
— Perché m’avete si ’ngiuliato e còlto,
che ’l date a quel, che par lo santo Volto
8da Lucca, ciò è ’l Zeppa, che mi luna?
Che ’n ogni parte ’l veggo, e, s’i’ sapesse
loco trovare, ove veder noi creda,
11ciascuno ’l sa ch’io ’l faria, s’i’ potesse.
Ma far noi posso: piú duro è, che preda!
Potreste dir che gli occhi mi traesse,
14come che poi vedrei men che mi preda. —

CXIII

E si prova di soffocarlo, perché egli pretende il suo.

Su lo letto mi stava l’altra sera
e facea dritta vista di dormire:
ed i’ vidi mia madr’a me venire
4empiosamente, con malvagia céra.
E ’n sul letto mi sali molto fèra,
e man mi pos’a la gola, al ver dire:
e solamente per farmi morire;
8e, se non fosse ch’i’m’atai, mort’era.
Si che non fu cotanto ria Medea,
clic le piacqu’ al figliuolo morte dare,
11che mie madre non sia tanto piú rea;
ell’a tradimento mi vóls’affogare,
per ch’a Min dimanda’la parte mea:
14lá’nd’i’lel queto: lássim’ella stare.