Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/300

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294 lirici marinisti

     Stupido e mesto insieme
restò il fedele a la ria nuova acerba;
pianse sua verde speme
da l’altrui falce d’òr troncata in erba,
e con sospiri atroci
cosí fra sdegno e duol sparse le voci:
     — Dunque, o bella e crudele,
cosí in fumo svanisce il nostro foco?
Dunque, del tuo fedele
la costanza e l’amor curi sí poco,
che perfida, incostante,
lasciar puoi me per vil straniero amante?
     Perché di biondo peso
ei gravi ha l'arche e via piú grave il core,
fia da te vilipeso
un tesoro di fé che t’offre Amore?
Deh, per lo spregio indegno
ver’te lo stesso Amor s’armi di sdegno!
     Che tu d’amor non goda
col nuovo amante i frutti Amor permetta;
fame eterna vi roda
fra le mense d’amor per mia vendetta,
né i maritali cibi
a me dovuti il mio rival delibi.
     Presso oggetto sí bello
si strugga in van, né il suo desio s’acchete;
ei, Tantalo novello,
in mezzo a sí bell’acque arda di sete
e tu, qual Mida avara,
non men qual Mida a star digiuna impara. —
     Del buon fedel deluso
l'alte querele al terzo ciel saliro,
né fu il suo voto escluso,
ma il fin bramato i prieghi suoi sortirò;
ché al talamo disdetto
fu da Ciprigna avara ogni diletto.