Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/486

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480 lirici marinisti

     Diviso un monte altri ne forma e innalza
novel Vesuvio, e se non par ch’allumi,
pur di superbia all’aria esala i fumi,
da cui discende al sen gemina balza.
     Due ciocche acute avvien ch’altri riporte
sul capo, qual portò raggi lucenti
quel grand’ebreo ch’in adoprar portenti
diede altrui con la verga or vita or morte.
     Ché s’in mano ei non tien verga fatale,
fanciullesco spadin gli pende al fianco,
ch’ora da lussi effeminato e stanco
l’annoia arma pesante e a trar non vale.
     Giá composte le chiome in tante guise
dal mondo alla vecchiezza han dato il bando,
tornata in gioventú, né si sa il quando,
ch’al figlio Enea somiglia il padre Anchise.
     Or temerario il pelo invano insulta,
col rinovar l’uscita, il volto antico,
ché lo sgombra da sé qual rio nimico;
     niun si vede piú d’etade adulta.
S’ammira altri bensí d’etade annosa,
che siede in primo loco egli fra i matti,
giovane in apparenza e vecchio in fatti,
     ch’imperruccato ha la canizie ascosa.
Dal mento grinzo il bianco pel reciso,
rasa ben la lanugine canuta,
ha faccia giovanil, ma non creduta
per tante crespe che dimostra al viso.
     Vuol l’amata ingannar con tal menzogna
in mentir chioma, in falseggiar sembiante;
ma non mai donna amò rugoso amante,
e d’esser riamato egli si sogna.
     Al rinascer del pel non ha riparo,
vero appalesator di sue bugie;
onde per occultar le sue follie
spesso vi fa adoprar rodente acciaro.